… quando la tua amica Alice ti confessa di aver passato la domenica pomeriggio a fare POMPONI…
(per i berretti natalizi venduti da sua madre ai mercatini)
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Il mio regalo di Natale
E’ colpa mia, come sempre, anche questa volta.
Mi sono lasciata trascinare nel vortice di iTunes Music Store: il centomilionesimo cliente che comprerà o segnalerà a un amico un album, vincerà un iMac, un iPod, un viaggio per vedere il concerto di Robbie Williams. Ovviamente io partecipavo per l’iMac e l’iPod, visto che di Robbie Williams non me ne frega niente.
Insomma, comincio a mandare moleste segnalazioni di album ad amici e parenti.
E qui arriva l’errore. Sperando di fare la brillante, la simpatica, segnalo a Natan l’album “Convivendo”, di Biagio Antonacci, scrivendogli che era un messaggio subliminale, che forse stavo cercando di comunicargli qualcosa.
Beh, il messaggio era subliminale, troppo subliminale evidentemente.
Infatti il mio regalo di Natale, arrivato con largo anticipo per la prima volta da otto anni che ci conosciamo, non rispecchia esattamente il mio desiderio di convivenza.
No.
E’ il cd del suddetto album, con una sequela di canzoni innominabili, deprimenti, il peggio del peggio del peggio che ci si potrebbe aspettare da un cantautore (bwahaahah cantautore).
Lo abbiamo ascoltato un pomeriggio in macchina, sotto la pioggia. E non sono l’unica a essersi pentita di aver mandato la segnalazione di iTunes.
Anche Natan paga lo scotto del suo gesto. Ormai è una questione di principio. Biagio accompagna tutte le nostre giornate, domani lo metto su anche mentre lavoriamo, così impara.
E la voglia di convivenza, diciamo, mi è passata…
Non mi succedeva dalle elementari…
… di avere sonno alle nove di sera. Ali, ti devo anche confessare che mentre mi riportavi a casa, oggi, mi sono addormentata e – molto, molto probabilmente – ho anche sbavato sul sedile dietro della Volvo…
I blog sono per sedicenni sfaccendati
Per forza. Se uno lavora, scrive, studia, cerca di avere una vita sociale, una volta al mese si guarda un film, gioca un po’ con la PlayStation, cucina, rifà il letto quelle due o tre volte al bimestre, va e torna da Milano con code insormontabili, installa Linux sul pc vecchio e viaggia in treno dalla Toscana alla Lombardia scrivendo appunti sul suo progetto di ricerca non può trovare il tempo per scrivere anche un blog.
E’ fisicamente impossibile.
Per questo sono arrivata alla convinzione che tutta la gente famosa, le cosiddette Blog-star sono o disoccupati, o futuri disoccupati (ossia quelli che scrivono post dal lavoro) o, e questa è l’ipotesi più accreditata, sedicenni coi brufoli che fingono di essere mature 35enni che ne sanno della vita o brillanti 28enni che studiano filosofia e disquisiscono sui massimi sistemi (copiando dal bignami, ma copiando bene).
Voglio dire, la mia amica Alice, a metà tra la studentessa e la lavoratrice, pendente più verso il 30 che verso i 20 (come me, ormai, ma io continuo imperterrita a dimostrare 19 anni), ecco, lei ha inventato che scrive una parola al giorno tratta dal dizionario, così si sente la coscienza a posto e può scrivere messaggi terroristici a me che non mi stacco dal pc da 45 ore consecutive e che non parlo con essere umano da circa tre giorni. E mi dice “Vale, cambia il post, Image Guerrilla ha fatto le ragnatele”.
A parte che sembra una frase di mia nonna.
Cosa faccio? Vuoi che scriva un post al giorno su “Tutte le malattie esantematiche della pelle”? Oppure copio una Ricetta di Suor Germana (con annessa foto di lei e gamba pelosa)?
Questa cosa del blog è un’ossessione.
Gente che ho appena conosciuto e che magari aveva stima di me mi dice “Ho letto il tuo blog”… E io mi maledico per aver messo l’url in fondo alle mie firme nelle e-mail, perché alla fine è così, sono sociopatica, schizoide, paranoica e ho manie di persecuzione e io pensavo che questo blog non lo avrebbe letto mai nessuno, e praticamente è così, ma poi capita qualcuno che perde tutta la stima di me.
Tipo, l’altroieri mi sono accorta che sul mio Flickr ci sono delle foto di me ubriaca. Niente di male. Capita a tutti di ubriacarsi. Capita a tutti che gli si facciano foto compromettenti. Ma ora devo capire perché IO le ho messe on-line.
Forse ero ubriaca anche quando le mettevo on-line, che ne so.
Succedono cose che non hanno coerenza, che non hanno senso.
Perché mi devo mettere alla berlina? Perché mi devo far sparare addosso?
Non lo so, ma mi piace e continuerò a farlo.
Nel frattempo, lancio un appello: Alice, rimetti i Commenti nel tuo blog, così sembra quello di Arkangel, ma meno figo, quindi rimetti i Commenti e non fare la radical chic.
E smettila di sembrare ME quando avevo 19 anni (cioè ancora adesso)…
Non so.
E’ che ho passato l’esame del dottorato, mi hanno preso. E’ il primo lavoro semiserio della mia vita, per questo sto cercando di sdrammatizzarmi.
Natan dice che visto che “Ho vinto il concorso” dovevano pagarmi senza farmi lavorare (ho VINTO, mi meritavo un premio)… Forse ha ragione, ma visto la scarsità di lavori remunerativi, di questi tempi, mi sento felice e beata (forse non so cosa mi aspetta, ma sono sicura che è il meglio che mi poteva accadere).
Ecco, dicevo dovrò diventare seria.
Non lo so.
Forse seria lo sono già .
Non capisco.
E ora scusate, devo tornare a buttare i petardi nel giardino dei vicini.
La penna ne uccide di più…
E nel caso particolare questo “di più” sarei io… Domani devo fare un esame.
Uno scritto. Una composizione scritta per accedere al Dottorato della mia università . Passi che non mi sento all’altezza di tutto ciò. Io sono un’artista alcolizzata. Non ho metodo. Non sono una critica. Non sono una rigorosa. Ma va bene. Passiamo oltre.
Il fatto è che temo quello che potrei scrivere. Temo me stessa e di impazzire di botto. Di scrivere tutte quelle cose che di solito dico ma che non vanno dette. Tipo che la Democrazia non è la miglior forma di governo. Tipo i discorsi sull’elitarismo turistico a Venezia. O come quando mi scaglio contro l’intellighenzia sinistroide e contro tutto lo star-system politico in generale.
Come sto facendo adesso, in pratica. E ora vi riporto un’interessante teoria sui telefilm.
In generale mi sento in colpa quando guardo i telefilm. Fateci caso. Nei telefilm, la gente non guarda mai i telefilm. Fanno sempre delle cose. Vedono gente. Vanno in giro. Gli succedono disgrazie. Parlano. Preparano la cena. Ma non guardano mai telefilm. Ogni tanto capita che guardino dei film. Ma i telefilm mai. Ecco. Noi invece guardiamo i telefilm e io mi sento in colpa. L’Ali mi fa notare che non sarebbe interessante vedere un telefilm in cui uno guarda un telefilm. Perfetto, è proprio questo il cuore della questione: le nostre vite, di noi che guardiamo i telefilm, non sono interessanti. La nostra vita perde di interesse, se guardiamo i telefilm. Se non li guardassimo saremmo persone migliori perché AGIREMMO invece di ELUCUBRARE, come sto facendo io ora sui telefilm.
Ma sempre l’Ali mi fa notare che noi dobbiamo ELUCUBRARE e parlare di Metafisica, se no saremmo delle bestie da soma alla stregua, chessò, di Calderoli.
Beh, mi piacerebbe elucubrare, ma non sui telefilm, ecco.
Questo lo posso mettere nel tema, domani?
Perché colleziono orologi da tasca

Io ho avuto un bisnonno.
Per la precisione ne ho avuti diversi, ma uno in particolare mi è sempre stato presentato come una specie di figura mitologica, a metà tra la realtà e la leggenda siciliana. Si chiamava Nonno Giovannino, aveva i capelli rossi che poi sono diventati bianchi ed è famoso, tra le altre cose, per la “bestemmia combo” più originle della famiglia.
[FLASHBACK: festa del paese, in Calabria. Sì, era siciliano, ma quella volta era in Calabria, e allora? Il Nonno Giovannino è seduto in piazza, insieme a familiari non ben precisati tra cui mia nonna e mia madre, e attende i fuochi di artificio. A un certo punto parte il primo botto. Il Nonno Giovannino si spaventa e lancia un mitico: “In te corna a Sammichele” (Nelle corna di San Michele). Che se ci pensate bene, è una doppia bestemmia: primo, presuppone che San Michele abbia le corna. Secondo, gli augurava di beccarsi il fuoco nelle corna, appunto. Fine del flashback]
Insomma, questo Nonno Giovannino aveva un orologio da tasca, un Rosskopf dell’inizio del secolo, che ha tenuto come i suoi occhi per tutta la vita. Quando era in Libia e doveva andare dall’Arabo a farselo riparare, lo portava e gli stava accanto per tutto il tempo (per via dei rubini: servono per regolare la precisione del meccanismo e voleva assicurarsi che non fossero sostituiti indebitamente). Quando è morto, l’orologio è passato a mia nonna (erano cinque fratelli in tutto, ma non ho mai capito perché questo onore è toccato a lei).
Anni fa, quando avevo dodici anni, la nonna mi ha preso da parte e, nel bel mezzo di una burrasca familiare, in cui zii e cugini recriminavano differenze di trattamento, mi ha piazzato in mano l’orologio e mi ha detto di custodirlo.
Mi sono sentita importante. Voglio dire, avevo dodici anni ed ero stata investita di un’importanza che nemmeno gli adulti più adulti avevano ricevuto. Era un onore. Anche perché quell’orologio lo volevano tutti. Forse è per questo che ho sempre voluto così bene alla nonna. Perché mi ha trattato come una “grande”, passandomi il testimone. A me, non ai suoi figli. Non a un altro nipote. A me.
E ho girato e rigirato quell’orologio tra le mani per ore. Per giorni. L’ho aperto con cautela, l’ho osservato. E mi sono innamorata di quelle rotelline minuscole, di quelle molle perfette, di quegli ingranaggi che tuttora non so distinguere. E il ticchettio… Come un cuore, come un battito.
Insomma, ho cominciato a collezionare orologi. Ho risparmiato un’estate intera per comprare un pezzo di latta con una locomotiva sopra. Ma da li in poi è stata tutta discesa.
Prima di morire, un anno esatto prima di morire, mio nonno mi ha regalato un’intera collezione di riproduzioni moderne di orologi antichi. Non valgono molto, economicamente. Ma quando me li ha regalati mi ha detto: “Se no cosa ti rimane di me, poi?”. Ovviamente ho pianto, ma questo lui non lo sa.
E poi ci sono stati mercatini di Natale, in cui ho trovato piccoli gioielli con le lancette d’argento, regali per l’operazione di appendicite, regali di compleanno. E la collezione è cresciuta.
E gli orologi che ho sono pieni di ricordi.
Ora anche mio padre li sta apprezzando. Ne compra diversi, me li fa vedere, tutto fiero.
Gli orologi segnano il tempo che fugge, di solito. Per me, invece, sono piccoli cofanetti di ricordi, che mi legano più al passato che al presente.
Tutte le ore che l’orologio del Nonno Giovannino ha segnato mi sono state regalate.
Ho tutte le ore di tutte le vite di tutte le persone.
Se non è un privilegio questo…