Cena giappo!

A grande richiesta, finalmente per voi le foto della mitica nonché famigerata “Cena giappo Talamini-Paggiarin”.

Le foto sono bellissime, il gusto va un po’ migliorato, ma siamo una squadra della madonna: siamo riusciti a cucinare sushi da occidentali dentro una mansarda di 60 mq, nessuno è morto, e abbiamo anche accolto “la diversità” di chi, prosaico e proletario, ha snobbato il nostro sushi radical-chic per dedicarsi alla CAZZOELA (brava, Giulia, brava).

Bene, enjoy the photos e piuttosto: quale sarà la nostra prossima cena etnica? Ilaria non vede l’ora di organizzarla a casa sua!


Il resto della mia vita

Avevo iniziato un altro post, la vigilia di Natale, per cercare di spiegare e spiegarmi cosa stava succedendo. Il fatto è che invece non ce la facevo a scrivere, anche perché sono diversi anni che ho smesso di scrivere solo perché devo sfogarmi e che ho cominciato a farlo per esprimermi (o, per lo meno, ci provo).

Allora, cos’è successo? Che nel 2009 si sono chiuse tante delle cose che avevo aperto nel corso della mia vita.

Il 29 ottobre ho discusso la tesi di dottorato, ad esempio. Un’esperienza entusiasmante, ricca, divertente anche, che dopo un percorso difficile mi ha ricordato quanto mi piace raccontare, parlare delle mie idee, confrontarmi e avere di fronte persone che si sono sinceramente interessate al mio lavoro e che mi muovono anche critiche acute e pertinenti. Sono entrata terrorizzata e sono uscita con un senso di completezza, con l’impressione di aver chiuso in modo completo un percorso travagliato, ma che mi ha formata e arricchita, in tanti sensi.

il 27 settembre abbiamo rilasciato pubblicato online e gratuitamente Metal Gear Solid: Philanthropy. Dopo una gestazione di tre anni e un parto di qualche settimana, Giacomo e Hive Division (tra cui la sottoscritta) hanno regalato alla Rete il frutto di tre anni di lavoro, fatiche, divertimento, preoccupazioni, difficoltà, problemi risolti, amicizie, spirito di squadra, risate, sogni. Il film è online ormai da quattro mesi, abbiamo ricevuto migliaia di e-mail centinaia di migliaia di visualizzazioni e contatti, tanti feedback, tanti riscontri. La prima assoluta, quella a Milano, è stata una delle esperienze più emozionanti che abbiamo vissuto: pubblico caldo, partecipe, entusiasta, divertito, problemi tecnici che creano suspense, risate e applausi sinceri, emozione tangibile - e non solo nostra.
Per essere la prima assoluta di un film di Hive Division, è stato un successo. E la Rete ci ha poi dato ragione, visto che a distanza di mesi dal lancio continuiamo a ricevere mille mila mail di persone che ci ringraziano e che sono entusiaste di quello che hanno visto. E pensare che per noi ormai è “vecchio” e che vogliamo passare oltre e fare di meglio. Manciate di Karma positivo, proprio!

A dicembre è finita la mia collaborazione con Ubisoft. Due progetti e mezzo, più di due anni e mezzo, ho imparato tanto, fino all’ultimo, e non nego che all’inizio un po’ mi è mancato, andare in ufficio tre giorni alla settimana, vedere i colleghi, e tutto quanto. All’inizio pensavo sarebbe stato un problema. Poi invece, lentamente, nel giro di un mese mi sono accorta che negli ultimi cinque anni avevo ammonticchiato tantissimi sogni dentro il mio secondo cassetto e che non avevo quasi avuto più nemmeno il tempo di aprirlo e ricordare che fossero lì. E allora adesso ho rovesciato tutto il contenuto sul pavimento della mia stanza e piano piano sto portando avanti progetti, idee, sogni, intuizioni che ho avuto tempo fa, che abbiamo avuto tempo fa, e che se ne sono stati troppo a lungo rintanati in un buco.
Tanto più che ora sta arrivando la primavera, e io mi carico di energie e torna il sole e il ghiaccio si scioglie e tutto diventa più sensato, colorato, caldo e vitale.

Ci siamo ammalati quattro volte, tra influenze, raffreddori, depressioni passeggere. Mi sono accorta però che “stare in letargo” serve. Serve un sacco. Soprattutto quando tutto sembra andare male, ti devi fermare. Stop. Volente o nolente (e in questo il corpo è estremamente saggio a dettarti i suoi limiti e a decidere in vece della tua mente, a volte).
Ci siamo ammalati quattro volte e quattro volte siamo guariti. E l’ultima volta è stata quella buona. Mentre mi rigiravo nel letto in preda al raffreddore, pensando che tutto stava andando storto, ho capito che invece non c’era niente di storto. Che tutto era dritto e con una piccola spinta potrà essere ancora più dritto di così. Ah, gli stati mentali. Sono veramente tutto.
Ad esempio, ho ricominciato a chiedermi cosa mi piace veramente. Con chi voglio passare il mio tempo. Quali sono quelle attività piccole, stupide, insignificanti che ho sempre trascurato e che invece ho il sospetto che mi farebbero sentire meglio.
Cucinare, ad esempio. Mi diverte sempre molto, mi piace sperimentare, mi diverto a farlo in compagnia e ho trovato un’ottima alleata nella Roby, che ogni tanto viene a casa nostra e mi aiuta a impastare, trafilare, spezzettare, cuocere, assaggiare, modificare, aggiungere, togliere. E infine mangiare, ovviamente.
Oppure leggere. Mi sono divorata “From Hell” e “Maus”, dopo aver finito il ciclo delle Fondazioni di Asimov e aver iniziato quello dei Robot. Guardare serial, che sono mille volte meglio di tanti, tanti film. E allora dottor House, Fringe, Prison Break, Lost, Alias, Dexter.
O progettare il viaggio di quest’estate in Europa.
Pensare a Europa.
Aspettare con ansia l’ultima stagione di Lost, tra gente che mi dice “A me ormai non piace più” e persone che stanno per vendere la primogenitura pur di vedere l’episodio il prima possibile.
Passione. E’ questa parola che stava uscendo dal mio vocabolario, soppiantata dalla più ragionevole Responsabilità.
Ma quanto è utile la Responsabilità a una persona che sente un impellente e costante bisogno di emozionare ed emozionarsi? Ho bisogno di condividere, ho bisogno di ridere e piangere e non perché “il lavoro va male” ma perché “non riesco a scrivere come vorrei” o perché “mi è venuta un’idea bellissima”. Non sono un’ambasciatrice ONU. Sono una buona lavoratrice, sono una persona affidabile, sono precisa, sono puntuale. Ma questa è solo la punta dell’iceberg.
Giacomo mi ripete sempre che non vuole vedermi stirare, che mi devo mettere a scrivere. Che il cibo che cucino è sempre buono. Che l’unica misura del mio fallimento o del mio successo SONO IO. Che devo smetterla di sentirmi giudicata da tutto e da tutti, perché nella migliore delle ipotesi le persone mi vogliono bene, nella peggiore sono loro indifferente.
Ed è vero, è tutto vero. E’ un mese che cerco di scrivere qualcosa, qui su AlchemicoBlu, e non ci riuscivo. Ero sempre interrotta, oppure non volevo che fosse l’ennesima lamentela a trapelare. Volevo essere positiva, parlare del futuro che mi aspetta, della grande paura che ho perché a volte mi sembra che mi manchi il terreno sotto i piedi, ma del fatto che poi mi rendo conto che non sono sospesa nel vuoto, bensì sto volando, e non sono da sola, e se mi lascio andare è bellissimo.

E le fotografie. Le fotografie sono un chiaro segnale di quanto sono felice o di quanto mi sto perdendo. Quando ne scatto a centinaia - anche brutte, anche insoddisfacenti - vuol dire che “ci sono”, che ho voglia di guardare, che ho voglia di ricordare. Quando invece non ne scatto, quando porto la macchina fotografica in giro ma la lascio ad ammuffire nella custodia, allora c’è qualcosa che non va, è che non voglio ricordare, o forse addirittura non voglio nemmeno guardare, e non sono lì.
Invece, da adesso, torno a essere qui. Aspettatevi una mia telefonata. Una proposta per una cena. Abbiate pazienza quando vi fotograferò come una giapponese impazzita in gita. Ho voglia di rivedervi. Ho voglia di stare insieme. Ho voglia di fare tante cose, e finalmente ho il tempo e lo spirito giusto per farle.


To whom it may concern

Frankly, Mr Shankly, this position I’ve held
it pays my way and it corrodes my soul
I want to leave you will not miss me
I want to go down in musical history

Frankly, Mr Shankly, I’m a sickening wreck
I’ve got the 21st century breathing down my neck
I must move fast, you understand me
I want to go down in celluloid history Mr Shankly

Fame, fame, fatal fame
it can play hideous tricks on the brain
but still I rather be famous
than righteous or holy, any day, any day, any day

But sometimes I’d feel more fulfilled
making Christmas cards with the mentally ill
I want to live and I want to love
I want to catch something that I might be ashamed of

Frankly, Mr Shankly, this position I’ve held
it pays my way and it corrodes my soul
oh, I didn’t realise that you wrote poetry
I didn’t realise you wrote such bloody awful poetry Mr Shankly

Frankly, Mr Shankly, since you ask
you are a flatulent pain the arse
I do not mean to be so rude
but still, I must speak frankly, Mr Shankly, give us money


[ ]

Per invogliare alla visione di Departures

La musica che nel film fa piangere anche il più duro degli omaccioni…


La cura per il cancro

In effetti, dovendo ricostruire a posteriori com’era arrivata lì, in quel preciso momento, con quella meravigliosa scoperta tra le mani, Ludovica Centi non riusciva a pensare ad altri che a sua nonna.
Era stato seguendo il suo calvario per il cancro alle ossa che aveva cominciato a frequentare gli ospedali. Non che ne avessero girati molti, anzi a dire la verità uno solo, ma ricordava nettamente di essere rimasta affascinata da tutte quelle provette colorate, dagli zoccoli morbidi delle infermiere e dal fatto che la gente malata andasse lì perché altra gente, all’apparenza del tutto normale, poteva aiutarli in qualche modo magico a stare meglio. Aveva otto anni ed era allora che aveva deciso che sarebbe diventata medico.
Non era stato facile, in effetti, convincere la sua famiglia che quella era la sua strada. Un po’ perché di soldi in casa non ce n’erano tanti e non era facile tirare avanti, un po’ perché avrebbe dovuto andare a studiare chissà dove e questo non stava bene, chissà cosa avrebbero detto in paese. Ma Ludovica era una bambina gentile, e poi una ragazza gentile, che senza alzare la voce riusciva a fare sempre quello che voleva - quello che era giusto, continuava a ripetere. Era come se sentisse di avere una missione, ma invece di buttarsi nella religione (cosa facile dalle sue parti) aveva deciso di imparare a fare magie ancora più grandi e di salvare la gente che era morta come sua nonna.
La vita di Ludovica Centi sembrava una vita normale, da fuori. Sempre più brava degli altri quando si trattava di studio, sempre la prima ad arrivare e l’ultima ad andare via quando c’era da lavorare sodo, all’università, lontana anzi lontanissima da casa, si era distinta per la sua precisione e la creatività che riusciva ad applicare ad altrimenti sterili procedure cliniche. Il dottorato di ricerca era stato il passo naturale successivo alla laurea e alla specializzazione, poi una borsa da ricercatrice all’estero, presso uno degli istituti oncologici più prestigiosi d’Europa, ogni tassello della vita di Ludovica Centi, osservata dall’alto, sembrava convergere verso quell’unico momento in cui avrebbe - e aveva - trovato la cura per il male incurabile per eccellenza. La persona più importante del pianeta, così l’avrebbero definita, ora che l’ennesimo ciclo di sperimentazione era andato a buon fine e del cancro non restavano nemmeno gli effetti più lievi. Avrebbe avuto le copertine di tutti i giornali, e non solo delle riviste scientifiche. Ne era certa.
Questa era la parte alla luce del sole, della vita di Ludovica Centi. La parte più facile, quella che lei aveva sempre visto chiara nella sua testa, da quando aveva otto anni, e che ora era arrivata alla sua conclusione naturale: la cura.
Tuttavia, Ludovica Centi aveva un segreto che non aveva mai confessato a nessuno. Un segreto bizzarro, a dire il vero, ma che per tutti gli anni della sua vita aveva costituito uno strano interrogativo. L’unico, in effetti, ora che anche il cancro era stato sconfitto. Ricordava bene sua nonna e ricordava bene tutto il decorso della malattia alle ossa che l’aveva portata alla morte. Ricordava i letti bianchi rifatti una volta al giorno, ricordava le lacrime di sua madre quando, a casa, nella penombra, parlava con suo padre e sapeva che era solo questione di tempo, ricordava tutto perfettamente, anche il funerale, i fiori sulla tomba, ricordava ogni cosa.
Un unico, inquietante dettaglio della morte di sua nonna stonava con tutto il resto, ed era l’immagine che aveva di lei sul letto di morte. Perché in effetti, non c’era nessun letto e sua nonna sembrava morta di tutto fuorché di cancro. Ludovica ricordava un rombo. E poi vedeva sua nonna come spezzata a metà da una delle travi di legno della loro casa. La vedeva orribilmente massacrata, con sangue ovunque e anche viscere e soprattutto ricordava che aveva gli occhi sbarrati e che stringeva tra le mani un inutile rosario – quello con cui si coricava ogni sera, dopo le preghiere. Ricordava polvere e calcinacci. E sua nonna morta non di cancro. Poi tutto il resto tornava normale. Tornava ordinato. La vedeva nella bara, composta come avrebbe dovuto essere. Vedeva suo padre e suo fratello, sua madre, e tutto andava bene, perché era morta una donna anziana che stava soffrendo.
Ovviamente tutto questo non aveva senso. Ludovica Centi aveva votato la sua vita alla scienza e sapeva di non essere pazza. Così aveva semplicemente cercato di liquidare la questione di questa incongruenza con una spiegazione di psicologia da bar, per cui l’immagine di un’altra morte si era sovrapposta, nella mente di lei bambina, a quella di una persona che amava. Rimozione, la chiamano. O qualcosa del genere. Ludovica Centi non avrebbe prestato attenzione a questo dettaglio insignificante se non fosse stato per il fatto che, dall’età di otto anni, ogni notte, ogni singola notte, alle 3.32 si svegliava con quella visione chiara negli occhi. All’inizio si era spaventata, era piccola e la violenza di quella morte l’aveva lasciata sconvolta. Poi, lentamente, vi si era abituata, anche perché era una visione così prevedibile e costante che ormai faceva parte della sua routine quotidiana, come cenare o andare in bagno. Dopo dieci anni aveva addirittura imparato a riaddormentarsi quasi immediatamente. A distanza di trent’anni, considerava quella stranezza un piccolo ma accettabile inconveniente nella sua vita. Ovviamente aveva provato a non addormentarsi e farsi sorprendere sveglia, alle 3.32. In quel caso, però, non succedeva niente. Restava lì, il minuto passava e tutto era come prima. Solo che tendenzialmente a quell’ora di notte lei era solita dormire e, da persona totalmente razionale e illuminista qual era, non intendeva sconvolgere le sue abitudini per una bizzarra stramberia senza spiegazione.
Questo non faceva di lei una persona speciale, al limite solo una persona con problemi. In effetti, fino a quel 5 aprile 2039, Ludovica Centi era stata una persona ordinaria, molto dedita al suo lavoro, sicuramente brillante, ma senza quella verve da prima donna che caratterizza molte delle persone che contano in questo secolo. Riservata, solitaria, una strenua e onesta lavoratrice, una donna “in carriera” ma a modo suo, che aveva dedicato tutta se stessa a un’intuizione d’infanzia e che, da adulta, poteva vantare la maternità della scoperta scientifica più importante di sempre. Perché parlare a qualcuno di quell’insulso frammento polveroso che assillava le sue notti? Perché cercare di sistemare qualcosa che funziona quasi perfettamente? Non ce n’era bisogno. A volte si fanno danni peggiori quando si cerca di scoprire. E Ludovica Centi non voleva scoprire niente. Niente che non fosse la cura per il cancro, in effetti, e tanto le bastava.
Cosa provava, ora che da razionalista, illuminista e ovviamente ricercatrice affermata sapeva con certezza che, grazie alla sua scoperta, il cancro sarebbe stato lentamente ma inesorabilmente debellato, come era successo in passato col vaiolo, ad esempio? Soddisfazione. In realtà Ludovica Centi si sentiva come se avesse spuntato l’ultima voce di un lunghissimo elenco di cose “da fare” che era stato compilato – da lei stessa – molti anni prima. Un lavoro ben fatto, ecco. Il suo contributo. Una di quelle cose che fanno piangere la gente quando muori. Una rivoluzione copernicana che avrebbe alleviato le sofferenze fisiche e psicologiche di moltissime persone, che avrebbe reso tutto più controllabile, che avrebbe reso l’uomo un po’ più libero dal fattore “casualità”. Era forse questo il secondo motivo, oltre all’affetto per sua nonna, che l’aveva spinta su quella strada: il cancro ti colpiva così a casaccio, un fumatore recidivo che consumava 40 sigarette al giorno poteva morire investito da un’auto a 94 anni mentre un ragazzo di 25 anni sportivo e salutista poteva contrarre la leucemia fulminante e andarsene nel giro di tre mesi. Troppo, troppo arbitrario. Già siamo in balia di tanti fattori randomici, perché non cercare almeno di eliminarne qualcuno? E lei ce l’aveva fatta. Il suo fattore randomico l’aveva ridotto a zero. Sì, perché credeva fermamente che ognuno, nella propria vita, può ridurre al minimo i rischi che il caos e l’imprevedibilità comportano. Ognuno può dare il proprio contributo e, come le ali che sbattono qui e creano una tempesta marina là, tutti noi possiamo fare un’azione in un certo modo e stabilizzare la vita di qualcuno, altrove. Ecco, lei aveva stabilizzato quella torre di carte che le era stata consegnata da piccola e l’aveva trasformata in un albero, con le radici ben infisse nel terreno, stabile e proteso verso il cielo. Quella torre-albero non sarebbe crollata, anzi: sarebbe cresciuta e avrebbe sparso i suoi semi intorno e intorno e lentamente si sarebbe affiancata alle altre torri-albero realizzate dagli altri uomini e donne e tutta la Terra sarebbe stata una meravigliosa foresta, immortale e bellissima.
Strani pensieri, pensò Ludovica Centi, non sono da me. Di solito penso per formule e numeri, non per immagini e poesia. Dev’essere l’emozione. Sì, sono emozionata.
Quella però non fu l’emozione più forte della giornata, perché fu quella notte che Ludovica Centi finalmente ricordò cos’era successo a sua nonna. Fu quella notte che Ludovica Centi scoprì qual era il senso della sua vita.
Quella notte, alle 3.32 la visione, la solita, tornò per l’ennesima volta, prevedibile e identica a se stessa come sempre. Quella notte, alle 3.33 Ludovica Centi non si svegliò. Per la prima volta in trent’anni riuscì a vedere cosa avveniva dopo. Ludovica ricordava un rombo. E poi vedeva sua nonna come spezzata a metà da una delle travi di legno della loro casa. La vedeva orribilmente massacrata, con sangue ovunque e anche viscere e soprattutto ricordava che aveva gli occhi sbarrati e che stringeva tra le mani un inutile rosario – quello con cui si coricava ogni sera, dopo le preghiere. Ricordava polvere e calcinacci. E sua nonna morta non di cancro. Quella notte ricordò anche il pianto di un bambino, un bambino piccolo. Ricordò un dolore sordo alla cassa toracica e all’occhio destro e le sembrò di essere in gabbia. Osservava la scena attraverso delle sbarre. Il tempo si dilatò. Ludovica si rese conto di essere lei a urlare e piangere, si rese conto che le sbarre attraverso cui guardava la scena erano quelle del suo lettino ribaltato che l’aveva schiacciata per metà, mentre la casa crollata aveva ucciso tutta la sua famiglia. Rabbia. Ricordava di voler scappare, ma non poteva muoversi. Ora faceva tutto male e se piangeva la mamma non arrivava. E la nonna era lì, spaccata in due, come la sua casa, come la sua vita. E come la cura per il cancro che non avrebbe mai scoperto e come tutte le notti in cui non si sarebbe svegliata alle 3.32.
Ludovica Centi si ricordò di essere morta.
Sapeva che c’erano troppe cose che non aveva avuto il tempo di fare, che era ancora troppo piccola anche per essere famosa e che, in quel terremoto, sarebbe stata solo un nome, una data di nascita e un numero, non qualcuno di cui si sarebbe sentito la mancanza. Perché non aveva cantato canzoni altrui. Perché non aveva potuto godere dei suoi quindici minuti di notorietà. Perché era troppo piccola e troppo concentrata su cose più importanti, destinata, in effetti, a cose più importanti, come scoprire la cura per il cancro.
Solo che non le avevano dato tempo. Qualcun altro aveva abusato del suo fattore randomico e aveva costruito male la sua casa. Aveva costruito male il suo ospedale. Qualcuno aveva costruito gli spazi della sua vita sulla sabbia e, si sa, quello che viene costruito sulla (e con la) sabbia non è destinato a durare. Per risparmiare. Lo fanno tutti. Cosa vuoi che succeda. E intanto la sua casa era crollata come il castello di carte che lei, nella sua ipotetica vita, aveva costantemente cercato di tramutare in quercia. E niente di tutto quello che avrebbe potuto essere della sua vita sarà. D’altra parte, non è detto che il nostro destino debba essere quello di sconfiggere il caso. Ludovica Centi questo l’ha capito ed è morta, a meno di un anno, più tranquilla di come avrebbe vissuto.

Tutti piangiamo potenzialità scomparse.
Ma nessuna vita sarà più bella di quelle che ci possiamo immaginare.


Up

Mi dicono di scrivere cose nuove.
Non facile quando la tua vita sembra una palude.
Che poi non è vero. Mi spacco la testa su testi, traduzioni e sceneggiature. Però mi sembra sempre di non fare abbastanza.
Certo, sicuramente non faccio quanto le persone che hanno lavorato a Up, ultimo film della Pixar.
Non posso fare altra recensione se non: non dirò mai più “Vecchi di merda”. Mai-più.

Ora cercherò di dormire evitando di avere incubi su quanto sono inadeguata e incapace e quanto “Come te ne troviamo un’altra domani mattina”. Perché è evidente che non valgo più di così.

Sta per cominciare la lunga e durissima fase della mia vita in cui vivrò di rassegnazione. Rassegnazione perché sono una fallita. Rassegnazione perché dopo quasi dieci anni in un settore non rimane pressoché nulla. Rassegnazione perché sono grassa. Rassegnazione perché non avrò mai una casa tutta mia. Perché non andrò mai all’estero. Perché non sarò mai una scrittrice.

Rassegnazione.
Che durerà giusto il tempo di ritrovare le forze per dibattermi.
Forse.


Metal Gear Solid: Philanthropy - Release

Metal Gear Solid: Philanthropy” è disponibile in streaming video e in donwload a partire da oggi.
Con il trascorrere dei giorni, saranno resi disponibili ulteriori canali di distribuzione, per permettere a tutti di scaricare il file in diverse modalità. Sono già a disposizione i sottotitoli ufficiali in diverse lingue.

Philanthropy è stata una sfida quasi impossibile, che abbiamo accolto tre anni fa. Allora non immaginavamo nemmeno quante difficoltà avremmo incontrato lungo il percorso e quanta testardaggine ci sarebbe voluta per portare a termine il progetto.
Non sapevamo però nemmeno quanto supporto avremmo trovato, quanti amici avremmo incontrato, quante persone appassionate e piene di altruismo avrebbero incrociato la nostra strada.

Il lancio di Philanthropy segna la fine del primo ciclo vitale di Hive Division. Il team, ormai quasi una famiglia, si prenderà ora un po’ di tempo per decidere con calma quale sarà il suo futuro.
Non siamo in grado di dire se e quando saranno girati i due sequel previsti per Philanthropy (scritti insieme a “The Overnight Nation” nel lontano 2006). Dipenderà da molti fattori: la reazione del pubblico, il futuro di Hive Division, che in questo momento è alla ricerca di finanziatori e partner per costituirsi come casa di produzione e portare avanti i prossimi progetti e, sicuramente, la reazione di Konami al progetto.
La nostra sensazione e la nostra speranza è che un giorno Snake, Elizabeth e Pierre arriveranno alla fine del loro viaggio.

Siamo grati a tutti quelli che hanno seguito il progetto, anche nelle sue fasi più “misteriose”, quando non la mole di lavoro non ci permetteva di aggiornarvi come avremmo voluto.
Affidiamo con gioia questo film alla Rete, brodo primordiale nel quale il nostro progetto è nato e cresciuto, a cui dobbiamo molto e a cui speriamo di aver restituito qualcosa di significativo.

Qui di seguito diverse modalità per scaricare il film gratuitamente: è tutto completamente legale, quindi non fatevi problemi!

Video Streaming


Metal Gear Solid: Philanthropy from Hive Division on Vimeo.

mov h264 2,3Gb
part 1: http://www.megaupload.com/?d=6ENLUMUU
part 2: http://www.megaupload.com/?d=LKW590PV
part 4: http://www.megaupload.com/?d=TNCOUZMH
part 3: http://www.megaupload.com/?d=DTHR0X4O
xvid 730Mb
http://www.megaupload.com/?d=662EHPE6

Megaupload

.mov H264 2.35 GB

Part 1

Part 2

Part 3

Part 4

.avi xvid 750 MB


Torrent

.mov H264 2.35 GB

.avi xvid 750 MB


E-Mule

.mov H264 2.35 GB

.avi xvid 750 MB


MGS: Philanthropy Release

Locandina MGPSDopo tre anni di lavorazione, dopo fatiche, divertimento, difficoltà, collaborazione e tante, tante risate, esce finalmente Metal Gear Solid: Philanthropy, un film indipendente realizzato A BUDGET ZERO da Hive Division, un gruppo di appassionati e amici.

Partendo da zero, abbiamo imparato a fare cinema - o almeno, ci stiamo provando!

Il lancio del film avverrà, in pieno spirito Web 2.0, su Internet, grauitamente, il 27 settembre 2009.

Il giorno del lancio tutte le informazioni necessarie per scaricarlo si potranno trovare sul sito ufficiale del progetto.

Intanto, però, Hive Division organizza due proiezioni per il lancio del film. Di seguito i dati!

MILANO
Venerdì 25 settembre 2009, ore 18.00
Presso Cinema Apollo

TREVISO (SILEA)
Sabato 26 settembre 2009, ore 15.00
Presso CineCity

L’evento sarà completamente GRATUITO ma per assicurarsi un posto in sala è consigliabile prenotarlo mandando una e-mail all’indirizzo

info@mgs-philanthropy.net

mettendo come oggetto “MILANO” oppure “TREVISO” e specificando il vostro nome e cognome, nonché quello di eventuali persone al seguito.

Le prenotazioni scadranno UN QUARTO D’ORA prima dell’inizio della proiezione.
Siete tutti i benvenuti!


John Doe chiude

Non posso credere che uno dei fumetti più belli degli ultimi anni, che ha saputo contrapporsi al moralismo buonista di Dylan Dog, che rievocato decenni di pop culture, ma con classe e a modo suo, che ha dipinto di colori noir, horror, da road movie e quant’altro le mie giornate e le mie nottate da tanti, tanti anni a questa parte, chiuda così, senza un preavviso (nemmeno agli autori), per ragioni sconosciute ai più.

Quindi di solito non sono il tipo da petizioni, ma questa volta sì. Sperando che quelli dell’Eura capiscano che errore stanno facendo… Non servirà a niente, ma magari a qualcosa sì.

Qui la petizione per evitarne la chiusura!

Temo che la cosa non stia avendo molto successo. Più che altro, temo che non ci siano speranze per l’editoria (o qualsiasi iniziativa imprenditoriale e creativa) in Italia.
Che POCHEZZA.


Persepolis

Immagine da Persepolis

Persepolis, il fumetto di Marjane Satrapi: l’ho trovato una lettura illuminante (grazie a Cristina e a tutti quelli che me l’hanno ripetutamente consigliato).

Consiglio a TUTTI di leggerlo, per capire la situazione dell’Iran, come si sente la popolazione di quel paese e come, da fuori, le cose sembrano molto diverse. O forse no.

Qui trovate un breve .pdf del progetto SpreadPersepolis.com, è solo un assaggio, mentre su IBS e su Play.com trovate le versioni originali (e molto economiche).

Una delle migliori letture dell’ultimo periodo!


La mia amica Alice mi odia

La mia amica Alice ha deciso di odiarmi.
Forse è perché non mi ricordo mai di farle gli auguri di compleanno.
O perché la chiamo sempre “Capra” o “Cazzona”.
Non credo sia perché quando è venuta da noi al mare l’abbiamo nutrita a polpette e tè freddo tutto il tempo (che poi, anche questa è una leggenda).
Quando la invito e porta una sola birra da 33 cl. per ubriacarci certo la insulto.
E tuttora la sbeffeggio perché non sa mangiare il gambero al ristorante giapponese.
Forse mi invidia i miei bellissimi (!!!) capelli (monotonamente) lisci.
O magari non vuole sentire mio padre - e ultimamente anche mia madre - che le dicono “Ah, ma la laurea?”.

Tutto sommato, non capisco come mai mi stia evitando. Ma so che avrò tempo per fargliela pagare.
Alice: dove cazzarola sei finita?!

Tua, per sempre tua, TreBacini.

Vale


Regalo di compleanno

Lunchbox.
Ed è subito amore.
Ovviamente Blu.

(La Giulia mi dice che me lo prende lei. Ci crediamo?)


Bloomsday

“O that awful deepdown torrent O and the sea the sea crimson sometimes like fire and the glorious sunsets and the figtrees in the Alameda gardens yes and all the queer little streets and the pink and blue and yellow houses and the rosegardens and the jessamine and geraniums and cactuses and Gibraltar as a girl where I was a Flower of the mountain yes when I put the rose in my hair like the Andalusian girls used or shall I wear a red yes and how he kissed me under the Moorish wall and I thought well as well him as another and then I asked him with my eyes to ask again yes and then he asked me would I yes to say yes my mountain flower and first I put my arms around him yes and drew him down to me so he could feel my breasts all perfume yes and his heart was going like mad and yes I said yes I will Yes.”

Una delle mie ricorrenze preferite, il Bloomsday.


Oh, scherzavo, eh!

Che poi alla fine va tutto bene, eh.
Non è che son lì lì per impiccarmi.

L’ho capito quando oggi stavo per essere investita da un’auto. Mi son fermata a pensare, magari non muoio, magari divento un vegetale.
E mi sono immaginata me a forma di melanzana o di pera. E ho riso a voce alta.

E ho capito che va tutto bene, come al solito, insomma.


I’m Still Here

“You haven’t looked at me that way in years
You dreamed me up and left me here
How long was I dreaming for
What was it you wanted me for

You haven’t looked at me that way in years
Your watch has stopped and the pond is clear
Someone turn the lights back off
I’ll love you til all time is gone

You haven’t looked at me that way in years
But I’m still here.”

Mi sento come quei libri che non iniziano mai. Quelli che hanno delle ottime premesse, che potrebbero raccontare la verità sulla vita, sconvolgere esistenze, e invece passano il tempo a presentare il contesto, a introdurre personaggi e poi finiscono, così, senza che sia successo niente, e lasciano quel misto di rabbia e insoddisfazione che te li fa scagliare attraverso la stanza, odiandoli.
Io sono uno di quei libri, proprio così. Ottime premesse, ma non porto da nessuna parte. Mi hanno scritto male. Mia mamma si è convinta che sono una bambina indaco, qualche tempo fa, perché sono strana, perché piango e rido troppo spesso, perché ho l’empatia, perché la notte, da piccola, anche da piccola, sentivo tutta l’angoscia del mondo e facevo sogni strani e mi svegliavo e girovagavo incosciente per la casa, e parlavo e raccontavo cose e non si capiva perché o come farmi smettere.
La verità è che non avevo niente da dire. Solo, funziono male. Sono difettosa. E allora è come quando hai un elettrodomestico difettoso che fa qualcosa che non ti aspetti, qualcosa di insolito: ti sembra magico. Ti sembra straordinario e speciale, perché è diverso dagli altri. A lungo andare, però, ti accorgi che, in fondo, non è poi così speciale. E’ solo rotto. Non serve nemmeno al suo scopo. E quello che fa non ti sorprende nemmeno più così tanto.

Io mi sto accorgendo di essere un elettrodomestico rotto, un libro che non comincia, un film che annoia, una storia che non regge.
E allora ammorbo Alice con le mie riflessioni da “sono al punto di partenza”, “Io sono ancora qui, tipo Penelope che vede il suo uomo partire per cambiare le sorti della storia umana”, “E non combino un cazzo. Alla fine c’hanno ragione: le donne non combinano un cazzo”.
Ogni volta cerco di imparare a capire cosa, esattamente, mi fa male, ogni volta che sento quel male che conosco bene, qui, proprio qui, in mezzo al petto e dietro agli occhi e nelle mani. Mi fa male essere ancora qui. Perché è qui che sono, ancora immobile, cristallizzata, nel mio passato. Non riesco a fare passi in avanti. Tutti i passi in avanti che ho fatto sono stati grazie a Giacomo, ma mi chiedo quanto sia giusto aggrapparsi così a qualcuno e diventare - forse - un peso, una specie di responsabilità, qualcuno da salvare. Salvare dalla noia, dalla banalità, dai ritmi scanditi e dai pavimenti puliti, e sì che io non sono una maniaca. Ma mi accorgo che da sola non valgo nulla. Sono dispersa, sono in attesa, sono perennemente qui in attesa di “cominciare”, ma non comincio mai, non comincio mai e ogni minuto che passa è sempre più colpa mia. E’ sempre stata colpa mia e lo sarà sempre.
Stasera credo di non avere più la forza per dimenarmi e per cercare di combinare qualcosa. Mi lascerò andare e mi affiderò completamente, sperando di essere anche d’aiuto e non solo zavorra.
Vorrei sognare di nuovo. Vorrei fermarmi a guardare le stelle più spesso e provare quella sensazione di infinito e di futuro che avevo a diciannove anni. Però, adesso, è molto più difficile, anche se ho tante finestre che danno sul cielo.

La nostra musica non finisce, perché il nostro animus è come il Sole e la Luna, e come questi si genera dall’armonia musicale che scaturisce da forze opposte.
Certo. Però che male, a volte.


Italian Defender

Perché la libertà di stampa può essere dannosa per il paese!

Vuoi aiutare anche tu Silvio a difendere il paese da attacchi di libera espressione?

Con Italian Defender, oggi puoi!


Dieta

Sono a dieta. Come tutte le donne in questa stagione. Come tutte le donne pressoché sempre.
Solo che io, a differenza di tutte le donne che fanno la dieta, sono grassa. Perché le donne fanno la dieta di mantenimento. Io no. Io sono una cicciona schifosa e quindi devo fare la dieta prima che le ossa delle mie gambe non riescano più a tollerare l’infausto peso del mio corpo.
Mangio normalmente, in realtà. Un’alimentazione tutt’altro che sacrificata. Ma come si sa, il problema della dieta è psicologico. Se qualcuno mi facesse da mangiare e mi dicesse che sono piatti di novelle cuisine o cose del genere, io sarei tutta sazia e non penserei mai al cibo. Invece sono a dieta e lo so perché non devo mettere troppo olio, non devo mangiare carboidrati a pranzo, non devo mangiare proteina a cena e mi sono rotta il cazzo di perdere mezzo etto alla settimana. Voglio dimagrire qui e ora, subito.
Tant’è che stavo giusto pensando di amputarmi una gamba. Giusto come misura motivazionale.
Poi vivo con Mr Metabolismo Accelerato, che può mangiare un’intera confezione di Pan di Stelle da solo e avere ancora fame, che si può scofanare una confezione maxi di yogurt e dire “C’è del succo, per caso?”, che può mangiare pizza, cibo cinese e patatine fritte pressoché all’infinito e DIMAGRIRE, ebbene sì, DIMAGRISCE, la merda. E non posso nemmeno dire che faccia una vita in movimento, perché vive in simbiosi con la sua tastiera, da quando le riprese sono finite e c’è solo la post-produzione.
Ora, queste sono ingiustizie della vita. Peraltro, come faccio io a mangiarmi solo una carota quando poi lui nel piatto ha un chilo di carbonara con mezza forma di grana grattugiata sopra?
Voglio morire.
E sapete da quando sono a dieta? Da lunedì.
Ok, lunedì scorso, non ieri. Però.

Se mi alzo di notte di nascosto e vado a mangiare cose a caso, qualcuno mi spari.
Ho bisogno di motivazionismo, vi prego. Motivazionatemi… Devo perdere solo altri 6-10 chili!
Vi pregooooooo.


Ciao Uli…

Ulisse e io

Il mio cane Ulisse è morto stamattina.
Sto da schifo e non voglio mai più avere un altro cane.
Non riesco nemmeno a scrivere i miei raccontini per ricordarlo e ridere.
Anche se quella volta che si è schiantato contro il vaso di fiori e ha avuto l’orecchio moscio per due mesi…
O quando mi stava sdraiato accanto, nel campo di grano di fianco a casa, ed era estate e io leggevo e lui mi faceva compagnia dormendo, all’ombra…
O quando saltavamo il muretto in fondo alla strada in salita, quando ancora non c’era la recinzione, e lui era bravissimo e io facevo fatica a stargli dietro…
O quando siamo stati inseguiti dai cani e io l’ho preso in braccio e ho cominciato a correre verso casa, e lui mi ha sempre voluto bene, mi ha sempre salutato, ogni mattina quando uscivo e ogni sera quando tornavo, perché eravamo amici, e si fidava di me, ed è stato il mio cane.
Il mio primo e ultimo cane.
Fa un male tremendo.


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Far East 2009 - The Equation of Love and Death

The Equation of Love and Death
Cao Baoping crede nell’amore dolente, tragico. La sofferenza è il motore dell’uomo, secondo lui, e tutte le nostre azioni sono tentativi disperati di raggiungere una felicità a cui però non siamo destinati. Per questo tutto il film drammatico The Equation of Love and Death ruota intorno a una giovane tassista che approfitta del suo lavoro fortemente a contatto con la gente per cercare il suo fidanzato, scomparso nel nulla quattro anni prima.

Il film ha numerosi pregi, tra cui quello di essere chiaro e di concentrarsi su personaggi ben definiti, che aiutano lo spettatore a entrare in sintonia con le loro motivazioni. Il finale è forse un po’ confuso, con motivazioni di cui non sono sicura di aver compreso l’origine e con un esito decisamente inutile. Il voto che ho dato a questo film, però, è basso, e il motivo è ideologico. Probabilmente la mia opinione non è abbastanza attendibile e non voglio che questa osservazione sembri categoria, ma quello che ho percepito mentre guardavo il film è stato inequivocabile. Il regista Baoping ha avuto non pochi problemi nell’esportare Trouble Makers, in cui denuncia la corruzione capillare all’interno della società cinese e, probabilmente, non ha voluto ripercorrere la stessa strada di difficoltà e ha deciso di aderire a quello che io interpreto come un terribile compromesso. La trama del film prevede un’indagine, in cui viene coinvolta anche la polizia: ora, il ritratto che il regista fa della polizia cinese è a dir poco imbarazzante: agenti gentili, al limite del sottomesso, enormemente comprensivi verso la protagonista che, in preda a crisi isteriche, li getta a terra, li aggredisce, toglie loro le sigarette dalle mani con arroganza. Il comportamento degli agenti, in generale, è assimilabile a quello di un “padre buono” che osserva con dispiacere e tolleranza i capricci del figlio in fasce. Purtroppo, per quanto poco informata, non credo che questa sia la reale natura della polizia cinese. Continuamente, nella pellicola, da quando compare la polizia, la mia attenzione è stata totalmente veicolata a quegli scambi di battute (peraltro secondari), a quelle scene d’azione, a quei momenti di silenzio il cui unico scopo era quello di sottolineare ancora e ancora la natura magnanima del corpo di polizia. Le motivazioni del cittadino sono al primo posto. La dignità dello stato è messa in secondo piano rispetto ai sentimenti dei protagonisti. Certo, c’è sempre un’integerrima onestà da parte di tutti i poliziotti, ma anche una profonda e umana comprensione.

Posso capire le difficoltà del vivere in uno stato che pratica una censura così feroce.

Posso comprendere la volontà del regista di fare liberamente il suo lavoro e di parlare con il mondo, scendendo a compromessi nel suo paese e facendo una “marchetta” (peraltro, palesemente esagerata e quasi dissacrante) al regime.

Quello che non riesco a capire è come tutto ciò possa passare sotto silenzio.

Se fare film (così come scrivere, dipingere, come ogni forma d’arte o di comunicazione) significa semplicemente confezionare un prodotto e accettare tutti i compromessi possibili pur di arrivare a venderlo, allora non posso giustificare il regista, che ha sicuramente deciso di fare di tutto perché la sua storia raggiungesse il mondo (e questo, di per sé, è un bene) svendendo però i propri personaggi e la propria ideologia, nonché la spinta di dissidenza verso il regime che, in quanto artista di fama internazionale, possiede.

Se, invece, fare film e fare arte e comunicare significa dire quello che si ritiene eticamente giusto, sfruttare la propria posizione di potere non per lodare il sistema ma per cercare di cambiare quello che secondo la nostra coscienza ci sembra non funzionare, allora questo film è un fallimento totale, perché la storia d’amore drammatica in sé non è abbastanza forte da giustificare il compromesso della “sviolinata” alle forze dell’ordine cinesi.

Perché sì, ci sono storie che sono così forti da reggere anche terribili compromessi, ma questa non è una di quelle.
Magari la prossima volta andrà meglio.

Voto: 2 su 5


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Far East 2009 - Crush and Blush

Crush and Blush
Non ho mai pensato che il fatto di arrossire per l’imbarazzo nelle situazioni più impensabili potesse essere qualcosa di così tremendo. Invece è proprio intorno a questa caratteristica della protagonsita che ruota tutto il film. Commedia prodotta da Park Chan-wook (Old Boy best film ever), la storia racconta di Me-sook, insegnante delle superiori e delle sue disavventure da outsider emarginata al liceo, prima come allieva, poi come insegnante. Tra storie d’amore inventate, identità rubate su MSN, nottate insonni in furenti (e fasulle) sessioni di chat porno ispirate al Kamasutra, il film fa sorridere e diverte, anche se non è nient’altro che una piacevole commedia leggera.Nonostante non nutra una spiccata preferenza per il genere, la storia è godibile. Finale un po’ trascinato e decisamente prevedibile, ma il cameo di Park Chan-wook che riveste il ruolo dello sfortunato dermatologo che fa anche da psicoterapeuta alla protagonista nevrotica ripaga di qualsiasi noia.

Voto: 3 su 5


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Far East 2009 - Fiction

Fiction

Che il cinema Indonesiano abbia dei problemi, questo si sa. Forse lo tsunami, forse tutta quell’umidità, non saprei. Eppure sembra un bel posto. Comunque. Fiksi (Fiction, in inglese) è l’ennesima storia di un amore ossessivo, di un rifiuto, di una mente distorta nel corpo di una bella ninfa intelligente e artisticamente dotata.

Questo in teoria.

In pratica, Fiction è la storia di una figlia di papà traumatizzata dal suicidio della madre che decide di fuggire dalla bambagia in cui è stata tenuta per anni e di sperimentare la vera vita in un casermone popolare. Personaggio stereotipato come più non si potrebbe, Alisha è attorniata da altri personaggi altrettanto prevedibili, scontati e con un destino chiaramente segnato fin dall’inizio: la morte. Tutti quanti, infatti, devono morire per permettere allo scrittore geniale che partorirà le storie da cui è tratto il film stesso (metareferenzialità da bar, purtroppo) di trovare una degna conclusione per ognuno dei suoi racconti.
Il film è un buon tentativo di fare qualcosa di vendibile e, probabilmente, in parte originale, ma purtroppo fallisce nel suo intento: è scontato, prevedibile, piatto e addirittura noioso. Le scelte di musica e audio, tanto incensate dalla critica, si sono rivelate piuttosto fastidiose e anziché sottolineare il pathos e la suspense sortivano l’unico effetto di innervosire. Probabilmente anche il livello dell’audio, troppo alto, in sala, non ha aiutato…
Voto: 1 su 5 nonostante l’impegno


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Far East 2009 - 4bia

4bia

Il bello del Far East è che ti fa ricredere, sempre e continuamente.
Parlavo dello “squallore” annunciato dell’horror day? Beh, mi sbagliavo.
Per 4bia avevo diversi pregiudizi:
1- è un film horror tailandese, brividi
2- quelle simpatiche canaglie dei veneti che mi accompagnano in questa avventura mi hanno spiegato che “forbìa” in veneto significa “pulita”. Per cui io mi immaginavo un film su dei filippini che fanno le pulizie
3- è un altro film a episodi e, dopo Takut: Faces of Fear del pomeriggio mi sentivo lievemente preoccupata

Paura eh?
E invece no.
O meglio, sì. Paura di quelle belle, da film dell’orrore che ti fa saltare e abbracciare lo sconosciuto vicino, di quelle che “tanto me l’aspetto” ma che poi alla fine non riesci a resistere e lanci un piccolo urlo effeminato sperando che nessuno ti senta.
A parte il secondo episodio (bullismo scolastico sconfitto con la magia nera che, tuttavia, non lascia vincitori), le quattro storie sono raccontate in modo veramente efficace. Come ogni buon horror, 4bia fa leva su contesti ben conosciuti ed emozioni ben note allo spettatore: la paura di una casa al buio e di un cellulare che continua a squillare, una nottata in campeggio, un volo aereo decisamente inquietante.
Le storie sono semplici ghost stories che fanno leva su situazioni e paure ben conosciute da chi guarda (inaspettati scambi di SMS con uno sconosciuto, una tranquilla notte in campeggio, un volo aereo un po’ turbolento) e, nonostante il target giovane e la semplicità del “pacchetto”, 4bia mi ha fatto ampiamente rivalutare il cinema thailandese e, in particolare, la giornata horror del Far East Film. Come se fosse possibile avere dei dubbi :)

Voto: 3 su 5


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Far East 2009 - Departures

Departures

Gli americani sono dei puzzoni, ma non tutti, ovviamente.
Sicuramente non quelli che hanno scelto il film straniero vincitore degli Oscar 2009.
Chi mi conosce sa che ci sono tematiche che sono un punto fisso nella mia vita e che devo ancora trovare il modo di raccontare davvero nelle mie storie, anche se ogni volta che scrivo un racconto sto un po’ meglio, piango, rido e tutto intorno…
Dire che la morte è come un viaggio, un cancello verso qualcosa di nuovo, non è qualcosa di particolarmente originale e, peraltro, non è nemmeno qualcosa in cui credo davvero. Anzi. Penso che con la morte finisca tutto. Però la morte è sicuramente una parte inevitabile della vita dei vivi, ed è questo che in Departures mi ha insieme straziato ed emozionato. Perdere il proprio padre, che sente il cuore come un macigno eppure “parte”, non ricordare più il suo volto, non riconoscerlo nemmeno quando lo si vede, tutto questo fa parte della mia “storia” interiore e mi sorprende sempre scoprire che c’è qualcuno, dall’altra parte quasi esatta del mondo, che prova le mie stesse senazioni e che viene travolto dai miei stessi pensieri.
Mai come in questo caso, l’atto di piangere è stato catartico. Piangere, ovviamente, nei momenti più impensati, nei momenti magari “sbagliati”, però i film orientali mi hanno insegnato che è sempre il momento giusto per piangere, se ti commuovi.
Quello che invidio ai personaggi di questo film e, in particolare, al protagonista è di aver trovato il suo posto nel mondo, di aver smesso di dibattersi inutilmente senza però rassegnarsi, senza farsi sconfiggere, lasciandosi andare lentamente alla felicità nascosta nello scoprire quello che si è, nell’accettarlo e nell’amarlo.
Ridere lievemente delle piccole e buffe coincidenze della vita.
La cucina e l’amore per il cibo.
La disarmante verità per cui “we eat the dead to live”.
La dignità acquisita attraverso i fatti e non per mezzo di lunghe, verbose e inutili giustificazioni.
Departures è un film intenso che probabilmente merita una seconda, una terza, una quarta visione, ma io non sono sicura di farcela. Non perché sia troppo straziante, ma perché è un film così perfetto che mi ha parlato chiaramente già la prima volta. La colonna sonora, in particolare, è una chicca. A dire la verità, c’è un passaggio di questa musica che ogni volta che arriva mi fa scoppiare in singhiozzi più o meno trattenuti.

Non voglio che sembri che piango per qualunque cosa. O meglio, nella vita è così, ma non al cinema. La maggior parte delle volte nonostante la willing suspension of disbelief, resto più o meno impassibile. E’ una realtà, però, che la quasi totalità dei film che mi hanno fatto e che mi fanno tuttora piangere sono giapponesi, cinesi e coreani (non posso non menzionare Old Boy). Piangere in un contesto pubblico è ormai così desueto che ogni volta che mi succede lo ricordo con esattezza. Piangere al cinema è più socialmente accettato, ma comunque mi accorgo di essere quasi sempre l’unica che ha le guance rigate e gli occhi così rossi che sembra mi sia morto un parente stretto.Con Departures, però, tutta la sala era evidentemente commossa. E’ stato come un rito: scoprire la verità e piangere, di amarezza e di gioia insieme.
Quindi, sicuramente Departures è un film legato alla vita, alla morte, al pianto e alle risate, ed è bello, ancora, a trent’anni, rifugiarsi in un nascondiglio così accogliente come una sala cinematografica e sapere che ne puoi uscire, se non proprio sconvolta, almeno totalmente commossa ed emozionata.

Voto: 5 su 5


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Far East 2009 - Takut: Faces of Fear

Takut: Faces of Fear

Ogni anno sappiamo in anticipo che l’Horror Day del Far East si chiama così non perché proiettino film dell’orrore, ma perché i film sono orribili. Si salvano, di solito, le proiezioni serali delle 20, 22 e mezzanotte, in cui i film in effetti sono fatti ad arte per farti saltare sulla poltrona.
Ma alle 16 di pomeriggio, “Takut: Faces of Fear”, film a episodi girato in Indonesia, era effettivamente come ci aspettavamo: terrificante e raccapricciante e non in senso buono.
A partire dal filmato iniziale in computer grafica, chiaramente privo di una direzione artistica, in cui appaiono un’accozzaglia informe di stereotipi del terrore (insetti, sangue che cola dalle pareti, mostri informi che divorano donne, uova (???), stanze fatiscenti, e così via, il tutto ovviamente BRUTTO), passando per le storie inconcludenti e banali, arrivando agli attori che, eccezion fatta per qualche bella gnocca, erano tutti indonesiani bruttini, bassi e inespressivi, il risultato del film era un insieme di sei episodi di cui solo l’ultimo, “Dara”, si poteva definire veramente di qualità.
Uomini che si fanno spaventare dalle nipotine, ragazze destinate a essere la reincarnazione di stocazzo (nel senso che non si capiva da chi e perché venivano possedute), zombie famelici con la plastilina rossa in faccia (giuro), guardoni a cui vengono strappati gli occhi (sì, è uno spoiler, spero che non lo vediate mai).
Solo “Dara”, dicevo, merita una menzione speciale. La storia non è particolarmente originale (bella donna gestisce un ristorante. Come tutti sanno, la carne migliore è quella umana. Lei, essendo gnocca, se la procura invitando sventurati maschi nella sua magione ed eviscerandoli con una sega elettrica, prima di smembrarli con cura), ma la protagonista, la regia, la fotografia, alcune interessanti trovate gore rendono il tutto godibile e diverse spanne al di sopra degli altri cinque corti.

D’altra parte, lo ripeto, l’horror day non è mai un granché. Ma mai dire mai. E poi ieri, tra The Way We Are e Departures sono partiti due 5. Direi che la qualità non manca. E, per fortuna, c’è anche un po’ di sano e comico horror-pulp.

Voto: 1 su 5
Voto per “Dara”: 3 su 5


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Far East 2009 - Rough Cut

Rough Cut

Gangster movie in cui l’azione (e la fighezza) fa da protagonista su cui non spenderò troppe parole, non perché non le meriti ma perché mi rendo conto di non avere gli strumenti per commentare come si deve i film d’azione.
Godibile per la parte action, molto divertente il contesto meta-referenziale (nel film si gira un film), un po’ meno significativo per i discorsi incrociati sul significato del recitare e del vivere.
L’idea è godereccia: che succederebbe se invece di prendere un bravo attore, per una parte da gangster violento e prevaricatore, si scegliesse invece un gangster violento e prevaricatore vero? Era divertente pensare che – forse – come nella finzione i due attori protagonisti se le davano per davvero, anche nella realtà del film era successo lo stesso. D’altra parte, però, se io fossi stata malmenata come quei due avrei riportato danni ben più gravi di qualche escoriazione in viso e di un labbro spaccato.
Non sono una fanatica di film d’azione, tanto che non riesco a dire molto più di questo su Rough Cut che resta un godibile film con un attore decisamente gnocco (il gangster vero), tante buone botte (d’altra parte, qualcuno ci insegna che per far colpo sulle donne ci vogliono “minchia, minchia, minchia e botte”) e qualche ambizione di troppo sul senso della vita.

Voto: 3 su 5


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Far East 2009 - The Way We Are

The Way We Are

Doveva esserci, prima o poi, un film che mi avrebbe fatto smettere di dire “Vecchi di merda”. Quel film è The Way We Are, perché Hong Kong riserva sempre queste perle un po’ amare ma non troppo, al confine tra personaggi che sembrano indifferenti e piatti e un tumulto di emozioni che si agita nel loro cuore. Come in My Name Is Fame, che nel Far East 9 del 2007 mi aveva strappato silenziose lacrime in sala.
Anche quest’anno il primo film che mi ha fatto piangere in silenzio e asciugare le lacrime (e non solo) sulla manica corta della mia maglietta è stato un film dei finti cinesi, della regista Ann Hui che ovviamente non conoscevo ma che sembra una diquelle donne che raccontano storie (di donne, di uomini, di esseri umani) senza sfociare in un melenso femminismo o in un sentimentalismo fatto di grandi gesti.
D’altra parte, non ci possono essere grandi gesti nela vita di una vedova di cinquant’anni che vive vicino a Hong Kong, a Tin Shui Wai, citta che definire “quartiere dormitorio” è un complimento. Una casa logora, con le porte e i muri scrostati, le sedie scompagnate e le lenzuola di Topolino e Minnie nel letto sia della madre che il figlio sono la metafora della vita della protagonista, che vive lavorando in un supermercato e sembra leggera e indifferente nei confronti di una vita evidentemente squallida e solitaria. Il figlio è un ragazzo annoiato, ma l’autore e la regista hanno ben pensato di non trasformarlo nel solito disadattato che, in mancanza di una figura di riferimento paterna forte (suo padre è in effetti morto) si trasforma in un piccolo teppista delinquente. Il ragazzo è silenzioso, ordinario ma gentile. A entrambi i personaggi, madre e figlio, manca chiaramente qualcosa. C’è un vuoto strano, in quella casa stretta, in quella tavola che sembra essere a misura delle loro cene, in questa loro vita a misura di tutto e di niente insieme, perché fanno tutto quello che si deve fare – cucinare, lavare i panni, stendere, pulire, leggere il giornale – ma ogni gesto sembra veramente compiuto solo nell’attesa del giorno dopo, della sera in cui si andrà a dormire e dell’alba in cui si andrà ancora al lavoro. L’incontro con quella che io avrei definito una “vecchiah” (con “h” enfatica e aspirata alla fine) chiamata Granny, che ha perso il marito prima e la figlia poi, restando isolata dal mondo a osservare una città in cui è dispersa, da un letto sfatto accanto a una finestra, questo incontro, dicevo, serve ai protagonisti per riempire un po’ delle loro giornate, stando insieme a una persona che è sola come loro ma che, come loro, ha la dignità di chi sa convivere con la propria solitudine e, in generale, con la propria vita.
Che poi i momenti più toccanti sono quelli in cui i personaggi mostrano dei lampi di consapevolezza al limite della disperazione ma mai troppo appariscente, in cui usano gli occhi per piangere – da soli – o in cui usano gli occhi per guardare un mondo che sembra così difficile. Anche i letti delle due donne, che pur sono piccoli, rimarcano continuamente l’assenza di due uomini al loro fianco.

Cosa mi ha insegnato questo film? Cosa mi ha ricordato?
Che bisogna sempre portare cose buone da mangiare alla propria nonna malata in ospedale (e meno male che l’ho fatto, quando è stato il mio turno). Che si può piangere in silenzio, guardando fuori dal finestrino di un autobus, o voltandosi di più verso lo schermo, con l’oscurità che ti copre. Due ricette che proverò di sicuro: riso con uova e piselli spiluccati da una ciotola con le bacchette e riso con i funghi, quelli secchi con la capocchia molto grande, il tutto sempre accompagnato da strane verdure che se vedrò saprò riconoscere. Che si può ancora raccontare storie di donne senza parlare di femminismo o di quanto siamo brave a cavarcela da sole: la solitudine si sente, siamo esseri umani, dobbiamo solo imparare ad affrontarla, un passo alla volta, una cena alla volta, fino a quando quel posto vuoto (a tavola, ma anche fuori) verrà riempito da qualcuno di inaspettato.

Voto: 5 su 5


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Far East 2009 - Connected

Connected

Sottotitolo: ma perché adesso anche i giappi cominciano a copiare Hollywood?
Per la precisione: è un film di Hong Kong, prima che mi si accusi di essere una razzista che non coglie le differenze tra cinesi, coreani e giapponesi.
Il film è il remake dichiarato di “Cellular”: una donna viene rapita e, magie delle magie, riesce a rimettere insieme il telefono fisso nella baracca in cui i rapitori l’hanno rinchiusta (telefono che è stato, ovviamente, preso gentilmente a martellate) e a chiamare il solito padre di famiglia fallito che dovrà aiutarla e salvare lei, tutta la sua famiglia e, possibilmente, anche resuscitare qualche antenato morto. Classificato come film d’azione, questo film potrebbe benissimo essere considerato fantascienza, anche solo per la scena in cui una donna – D-O-N-N-A – rimette insieme, con le sue mani fresche di manicure, un telefono ridotto così a brandelli che nemmeno Mac Gyver avrebbe potuto resuscitare. Il film è – se è possibile utilizzare questo gergo altamente tecnico – una merda totale, in cui il protagonista ha un’unica espressione (brutta) e indossa degli orrendi occhiali di scena che dovrebbero servire a fargli guadagnare la simpatia del pubblico. Tra bambini rapiti, fratelli che scoprono complotti, cellulari di ogni forma e dimensione, due scene restano impresse:
1- inseguimento in auto (una Kaa verde) in cui l’eroe dimostra di essere l’erede di Damon Hill e affronta gimcane di strade e sottopassi con una nonchalance impressionante. Noia mortale, in realtà, perché è tutto già visto e rivisto, tranne la scena che chiude l’inseguimento in cui la Kaa sfonda un camion di coca cole giappe (sì, di Hong Kong, va bene) e si impiglia in una rete fino a fare un giro di 180° che mi ha strappato una risata sincera
2- la scena nel negozio di cellulari in cui il protagonista riscatta tutte le persone bistrattate da chi vende mercanzia rara e preziosa come i caricabatterie (???) terrorizzando un commesso arrogante di 13 anni che ci prova con una che potrebbe essere sua zia. In generale, però, telefonatissima.

Il finale è trascinato e, in meno di 5 minuti, si risolvono tutti i problemi di tutti. I cattivi muoiono, i buoni trionfano e vegnono salvati, l’eroe viene riscattato agli occhi di tutti e, ovviamente, lui e la “principessa della Telecom” si innamorano. Una merda, come ho già detto. Alla fine ci aspettavamo che arrivassero anche Gandalf, Frodo e Bilbo di ritorno dai Porti Oscuri per dare inizio al sequel de Il Signore degli Anelli.
Durata complessiva dell’agonia: 110 minuti. Ma, come osserva argutamente Giacomo, il problema del film, in realtà, è uno solo: dura 110 minuti di troppo.

Voto: 1 su 5


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Far East 2009 - K-20: Legend of the Mask

K-20: Legend of the Mask

Dal produttore di Gatchi Boy mi aspettavo qualcosa di meglio. Voglio dire, Gatchi Boy era un film su un ragazzino con la passione del wrestling che, in seguito a un incidente, perdeva la memoria a breve termine e non riusciva più a vivere una vita normale, salvo trovare una qualche forma di riscatto proprio nel suo sport preferito. Film a metà tra una commedia dolceamara e una riflessione sull’essere uomini.
Già dalla locandina si intuisce che il rimando a V for Vendetta è esplicito, però vogliamo avere fiducia, c’è Takeshi Kaneshiro (che non si capisce perché ora chiamano al contrario, Kaneshiro Takeshi, è come se un giorno invece di dire Brad Pitt dicessimo Pitt Brad, ma non importa), paiono esserci valori produttivi interessanti, insomma: è il film delle 20 del lunedì, “we want to believe”.
L’ambientazione è altrettanto intrigante: un mondo di controstoria in cui la Seconda Guerra Mondiale non ha mai avuto luogo e in cui quindi l’umanità è rimasta in una sorta di anni ’20 della scienza e della tecnica. Tesla e la sua macchina per irradiare energia a distanza sono la forma tecnologica più evoluta (e quindi dimentichiamo le telecomunicazioni all’avanguardia, l’energia atomica e tutto quello che rende meravigliosamente terrificante il mondo contemporaneo). L’idea in sé può aver senso, peccato che poi il contesto diventi un pallido sfondo inutile e inutilizzato, perché se la storia fosse stata ambientata nel Giappone dell’800 non ci sarebbero state differenze strutturali nella trama e nei personaggi. Personaggi che, purtroppo, hanno quella che, in gergo tecnico, si definisce “psicologia delle patatine”: superficiali, stereotipati, causa e vittime di luoghi comuni senza fine, costruiti a tavolino con un approccio da “mestieranti” senz’anima. Se non cambio argomento passo agli insulti, temo. Il personaggio che si può considerare l’equivalente giapponese di V non spiega mai le sue motivazioni, sembra un cattivo che agisce così per salvare il mondo ma poi no, è solo un nichilista. O forse c’era altro, sotto la maschera (brutta) ma di certo non si è visto. Il personaggio femminile è lo stereotipo della brava moglie giapponese, con dei picchi di “originalità”, del tipo la capacità di pilotare un elicottero o la perfetta conoscenze di tecniche di difesa e lo spirito di osservazione di una spia del KGB. Il protagonista, il mio beneamato Takeshi, è una macchietta a metà tra l’eroe tragico e l’eroe comico: buffo e goffo in alcuni casi, melò e contrito in altri, arrivando praticamente a somma zero e restando del tutto indifferente.
Best scene ever: Takeshi entra d’improvviso nella sala da bagno dell’umile dimora in cui è ospite la bella protagonista, la vede completamente nuda e bagnata e resta totalmente paralizzato, osservandola basito, fino a quando un sottile rivolo di sangue comincia a scendergli dal naso. Risate a profusione, una delle migliori rappresentazioni di un umorismo tipicamente giapponese che però mi ha sinceramente travolto. Ho riso per un quarto d’ora anche dopo, quando il film era tornato su un registro medio-tragico.
Best scena ever 2: quando – e non si capisce perché – lui e lei si devono separare, perché è logico, due che si amano, che non hanno nessun impedimento e che peraltro perseguono gli stessi obiettivi non possono restare insieme. Lei è triste e lui, per farla sorridere, le fa un gioco di prestigio facendo comparire una colomba dal nulla. Giacomo si gira e con aria sorniona mi fa: “Anche io la prossima volta che sei triste tiro fuori un uccello e ti faccio felice”. Come dargli torto? Il bello è che la sceneggiatura è di una donna. Siamo irrimediabilmente compromesse.
In effetti il film è stato un po’ il cosiddetto pacco, ma il voto che si merita è tale proprio per la scena del sangue dal naso.

Voto: 2 su 5


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Far East 2009 - The Triumphant General Rouge

The Triumphant General Rouge

Primo film del mio Far East: pellicola giapponese del 2009, al contrario di quanto temevo anche se è un film del pomeriggio non è così tremendo come quelli filippini e indonesiani dello scorso anno. D’altra parte, oggi non è ancora la giornata horror (mercoledì 29 aprile) e quindi c’è margine per salvarsi.
In effetti il film è un misto tra ER, Grey’s Anatomy, Phoenix Wright e la signora Fletcher, quindi potenzialmente era il mio film preferito di sempre.
Protagonisti assurdi, come solo nei film giapponesi, interi minuti (direi un’ora e venti) senza colonna sonora, perché in effetti tutto era un gioco di sguardi, un confronto silenzioso e arguto tra personaggi che giocavano “a chi ce l’ha più lungo”.
Comunque, la storia parla di un mega-nippo-ospedale in cui ci sono intrighi di palazzo. Medici geniali e apparentemente sociopatici vengono accusati di corruzione, dottoresse terrorizzate dal sangue vengono elette come responsabili della commissione etica, grigi burocrati che suscitano brividi gelidi nei pochi sensibili rimasti cercano di scoprire la verità, ma non perché sia un paladino della giustizia, bensì perché in questo modo può risparmiare di più.
Il trionfante generale rosso del titolo è il fantasmagorico medico del pronto soccorso accusato ingiustamente (o forse no) di corruzione da parte di un fornitore farmaceutico, così soprannominato perché - si dice - abbia soccorso più di duecento persone in un’unica giornata di lavoro restando con il camice e il volto sporchi di sangue per ore e ore.
Oltre a una trama à la signora Fletcher, il colpo di scena migliore è quello che spiega allo spettatore la reale origine del nome del “generale rosso”.
Nonostante la locandina, che mi porterebbe probabilmente al suicidio, in condizioni normali, o al cavarmi gli occhi come Edipo, il film è piacevole e a tratti comico.
Come direbbe il Santo degli Assassini di Preacher:
“Che cos’è questo?”
“Un buon inizio.”

Voto: 3 su 5


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Far East Film 2009

Cari tutti, da lunedì 27 aprile a sabato 2 maggio saremo a Udine per il Far East Film, magnifica manifestazione sul cinema orientale.

Quest’anno ho anche scoperto che lui sa chi sono io e che non devo fingere un attacco epilettico quando lo incrocio perché mi vergogno nel dirgli “W IL FRIULI e W IL FAR EAST”.

Ci sentiamo presto - spero - se il mio piano di resoconto giornaliero del Festival ha successo (leggi: se trovo un hot spot Internet a cui connettermi).

Consiglio comunque a tutti, prima o poi, una visita al Far East: probabilmente il miglior festival cinematografico tenuto in Italia (sì, meglio di quell’atmosfera stantia e vecchia scuola di Venezia).