Nel posto sbagliato, al momento sbagliato

Le passioni ti fregano. Tu sei lì, che cerchi di vivere la tua vita con quanto basta, con misura, con equilibrio, lasciando da parte l’inutile superfluo, concentrandoti solo sulle cose essenziali, che contano davvero, ma non è affatto detto che questo ti metta al riparo dal sentire l’intensa mancanza di qualcosa.

Leonardo è l’esempio lampante, povera cavia umana del mio essere madre: l’ho voluto, l’ho desiderato, adoro averlo, ogni giorno che passa mi diverto sempre di più, colleziono ricordi che non avrei mai immaginato, eppure, a volte, sento lo strisciante disagio di non stare scrivendo una nuova storia. O di non essere sul set. O di non stare viaggiando per cercare un nuovo set e inventare una nuova storia. Che poi, a ben vedere, sto inventando una nuova storia in un altro modo, in senso più ampio, ma il disagio resta. Allora, con giochi di incastri e scatole cinesi riesco a organizzare una settimana dedicata solo al lavoro, in cui lui sta con i nonni, ed ecco che un secondo dopo che non è con me mi sento di nuovo a disagio, perché sto raccontando una storia, ma non è la sua, sono sul set, ma lui non c’è, e mi manca incredibilmente in tutte le piccole cose: quando mangio senza dovermi alzare seicento volte, quando il cibo resta tutto nel piatto, quando la cacca va direttamente nel water quasi da sola, quando non ci sono psicodrammi perché Miglio il Coniglio è finito fuori dal lettino… Mi manca tutto, di lui, anche se sto scrivendo la mia storia preferita, e suo padre non aiuta, mostrandomi tenere foto amarcord e ricordandomi che anche lui è umano e ne sente la mancanza.

Questo, però, è un dualismo delle patatine: tutte le madri e tutti i padri sanno di cosa parlo, del lacerante spallamento che si prova quando si passano intere giornate con esseri che grugniscono e basta, e dell’altrettanto lacerante disagio che si prova quando ci si allontana da quegli stessi esseri. Fenomeno che tutt’ora difficilmente mi spiego, comunque.

C’è poi un altro modo di sentirsi fuori posto, che è quello delle disgrazie. Quando dovresti mollare tutto e andare a fare due chiacchiere con un amico che ha affrontato una delle tappe dolorose della vita. E io non c’ero, non ci sono stata, se non con un tardivo messaggino sul telefono. Eppure, ero a fare qualcosa che ritengo estremamente significativo, qualcosa per cui lotto tutti i giorni, qualcosa che non considero solo il mio lavoro, ma la mia passione. Niente, anche in questo caso ero al posto sbagliato, al momento sbagliato. Ma lo sono sempre, a ben vedere, perché c’è sempre un altrove che ha bisogno di me, c’è continuamente qualcuno che sto deludendo perché non ci sono col corpo o con la mente, e poi ci sono io, che sono costantemente delusa da me stessa.

Oggi ho letto che il tono con cui parliamo ai bambini diventa la loro voce interiore. Ora, io non so come mi hanno parlato da piccola, ma è troppo facile dare la colpa a qualcun altro per il fatto che quando “mi ascolto” sento solo critiche, rimproveri, rimbrottii e sensi di colpa. Non so da dove nasce, da che profondità arriva, e non so nemmeno come metterla a tacere, questa voce, anche se ci provo tutti i giorni a volte mi ritrovo da sola, lontano da tutto e tutti quelli a cui dovrei essere vicino, e mi viene da piangere perché mi sento fuori posto, un’accidiosa madre, amica, amante, scrittrice, socia, figlia, sorella, un’accidiosa-ogni-cosa. Devo respirare a fondo e pensare che no, non è colpa mia, che sì, posso fare di meglio, ma che non mi devo mettere in croce nel mentre.

(Comunque, a scanso di equivoci, io a Leonardo ripeto sempre cose positive, anche quando ha un diavolo per capello e vorrei dirgli che è tremendocattivo, dispettoso, gli dico che è avventurosoenergicogiramondo… Così magari gli risparmio lo psicanalista da grande…)

Domani è il primo settembre. Si “ricomincia”, io non sono un granché con le fini e gli inizi, vado sempre in corto circuito. Ormai è un anno che dico a Giacomo che “sono in crisi” – professionalmente parlando, intendo – e che non riesco più a capire qual è il mio centro, qual è il mio scopo. Ho passato un’estate lavorando lentamente per trovare un nuovo centro e per potere, da domani, da oggi, da ieri, concentrarmi su di esso, dargli spazio, farlo crescere e, insieme far crescere di nuovo me stessa. Far crescere mio figlio, far crescere la Valentina che scrive, che inventa, che si occupa di cose che ama, che si occupa di cose che odia, la Valentina che pulisce casa e quella che si sdraia di notte da sola a guardare le stelle, quella che legge libri in un soffio e che scorre PDF con le istruzioni. Quella che racconta storie per il mondo e quella che le racconta per suo figlio. La Valentina che si vuole bene e si stima, e quella che si odia e si denigra e si umilia

La mia speranza è che tutte queste parti, tutte questi modi di essere “Valentina” riescano a gravitare meglio e con più leggerezza attorno al centro che ho deciso essere il mio polo di gravità, quello per cui faccio ogni cosa e quello che mi dà un senso, al di là di tutto.

Speriamo. Perché finora il qui e adesso sono sempre stati sbagliati, e ce ne sono sempre meno. Di qui e adesso e di occasioni per fare la cosa giusta.

Bugie

Sono empatica.

È come un super-potere, ma a oggi, 35 anni, sono ancora nella fase in cui non lo so controllare per bene. Soffro sia di empatia che di empatia inversa e, ovviamente, non ho la più pallida idea di come attivare l’una o l’altra, di come controllarle, di come sfruttarle. Non voglio però parlare dell’empatia, oggi, perché ancora non sono pronta. Voglio parlare di una sua specifica controindicazione, quella che tendenzialmente mi fa vivere faticosamente i rapporti più opachi e falsi: le bugie.

Le persone empatiche capiscono molto più facilmente quando gli si mente. Non è come avere la sfera di cristallo, è più come un sottile senso di disagio quando parli con qualcuno e ti rendi conto che sta tacendo o, ancora peggio, distorcendo delle informazioni. Non puoi fare granché, perché non è socialmente accettabile che, a un’affermazione del tuo interlocutore, tu risponda dicendo: “No, guarda che mi stai dicendo una balla”. Non si può fare, la gente, semplicemente, ti bolla come psicotico – anche se poi sa che hai ragione tu.

Allora, questa è la controindicazione più grande a vivere da empatica e a non saper controllare i propri poteri: essere circondati da gente che mente o distorce la realtà, percepirlo eppure non poterci fare nulla. Sicuramente ci sono delle persone che sanno come neutralizzarmi, che hanno una specie di “antidoto” alla mia empatia, ma sono poche e probabilmente le tengo alla larga. Gli altri, la stragrande maggioranza, sono invece soggetti al mio vaglio e alla mia involontaria scansione. Ecco, diciamo che il lato positivo di tutto questo è che poi, invece, le persone che mi vogliono bene e a cui voglio bene sono veramente speciali. In gamba. Sincere. Loro non lo sanno nemmeno che ho il radar, eppure mi restano vicine e non mentono mai. Se lo fanno, è per non ferirmi, e lo posso accettare.

Il resto della gente, invece, è ridicola. Clienti, collaboratori, conoscenti: tutti a sperticarsi in lodi oppure a elargire giustificazioni o ancora a millantare traguardi e prospettive. E io che non posso passare per pazza, non posso dire “Dai, finiamola qui, lo sappiamo entrambi che son tutte balle”, e che però dentro di me conosco lo squallore di queste invenzioni, e loro che pensano di avere una perfetta faccia da poker, o che hanno letto il “Manuale del perfetto manager” e pensano di avere le strategie di comunicazione in tasca. Magari hanno anche sentito parlare di programmazione neurolinguistica. Boom. E io lì, con la mia verità da due soldi spiattellata davanti, mentre loro parlano di budget, prospect, revenue, sinergie, contatti, e io che sento solo il vuoto delle loro menzogne.

Mi piacerebbe affinarla, questa tecnica dell’empatia. Mi piacerebbe usarla a comando, e non lasciarmi travolgere, ogni volta, ma purtroppo non siamo nel mondo degli X-Man e non troverò il mio Charles Xavier che mi aiuti a capire come fare. E, di certo, IO non sono il Professore. Chissà. Magari un giorno ce la farò a zittire tutte le menzogne e a concentrarmi solo sulle più interessanti emozioni genuine.

È difficile avere tutti i giorni a che fare con le persone, sapendo quanto fanno schifo, quanto sono false, quanto stiano cercando di manipolarti. Quanto, a volte, ci riescano pure. Però è anche splendido, poi, incontrare persone oneste, pure, quasi, autentiche, che ti aprono dei pezzi di cuore che uno nemmeno si aspetta, e che ti accolgono con sincerità. La sincerità del fallimento, la sincerità di dire “Non ce la faccio”, la sincerità di ammettere di essere ordinari e non stra-ordinari. Che poi in realtà è questo che rende le persone sincere ancora più straordinarie degli altri: accettarsi con i propri limiti e costruire con gli altri – con tutti gli altri, che siano familiari, amici, colleghi, clienti – dei progetti basati sulla realtà, e non sul delirio, sulla megalomania, sulla… menzogna.

Sono stanca delle bugie mal raccontate, sono stanca delle bugie su quello che si è e quello che si fa. Smettetela di rendervi ridicoli e smettetela di mentire, almeno quando ci sono io.

Piccola curiosità: quando descrivo una persona, la descrivo quasi sempre dicendo il suo colore di capelli AL NATURALE, anche se ha i capelli tinti e io l’ho sempre conosciuta così. È come se la tinta non impedisse al mio cervello di registrare il vero colore di capelli della gente e di considerare quello come effettivo, anche se tutti gli altri vedono un biondo dove ci sarebbe un castano, un nero dove ci sarebbe un rosso. Bizzarrie.

Il Paziente Zero

Allora, ho questa storia. È una storia speciale, perché mi è nata nella testa nell’esatto momento in cui Leonardo mi nasceva di nascosto nella pancia. Si chiama Il Paziente Zero ed è una delle poche storie che scrivo per cui il titolo mi viene subito. Forse perché l’idea dietro la storia è più forte del solito, e non è la solita suggestione fugace. Forse perché la “malattia” di cui parlo è una malattia veramente curiosa, e anche solo il definirla “malattia” è una presa di posizione etica, sociale.

Fatto sta che questa storia langue nella mia testa e nei miei foglietti sparsi dall’aprile del 2013, ormai più di due anni fa. È difficile scriverla, perché il poco tempo libero che ho lo passo per lavarmi e per dormire, eppure ogni volta che sono in auto e ho del tempo solo per me, ogni volta che mi sto per addormentare, che cammino, che cullo mio figlio, in tutti quei momenti in cui ho un attimo di pace e silenzio mi si ripresenta davanti come un puzzle a cui mancano tanti pezzi e io cerco piano piano di completarlo.

Questa storia la voglio scrivere. Non come i Racconti di Torino, di cui ho scritto solo il primo e poi nient’altro. Non come Europa, per cui non sono ancora pronta. È anche diversa dalle solite storie che mi vengono in mente, ma ovviamente il sostrato è fantastico (e qui, vi chiedo cortesemente di leggere anche questo importante articolo, e ricordare che quando parlo di “fantastico” io mi riferisco strettamente alla classificazione di Todorov).

Oggi voglio raccontare il perché mi piace il fantastico, più di ogni altro genere. Perché, addirittura, non concepisco quasi più la scrittura che non sia intrisa, in qualche modo, di fantastico. Borges, Marquez, Auster, il mio amato Asimov mi hanno insegnato quello che è comune a tutti gli scrittori, a tutti i generi: che la narrazione è un sistema di regole, un eco-sistema, diciamo, in cui l’autore fa accadere quello che vuole, ma in cui regna sempre una sorta di “fair play” per cui c’è ordine, c’è rispetto, e anche le morti più atroci, le partenze più inaspettate, la rassegnazione, l’odio, l’amore, ogni sentimento e ogni azione ha uno spazio e un perché. È il contrario del caos entropico dell’esistenza, in cui le regole forse ci sono, ma a noi sicuramente non è dato comprenderle. Quindi io mi crogiolo dentro questi mondi che, agli occhi superficiali dei sessantottini amanti dei documentari, sono mondi per bambini, o per nerd malati di solitudine, ma che in realtà sono il luogo più accogliente dell’universo conosciuto. Un posto dove ogni cosa ha un senso, dove ogni elemento esiste per un motivo preciso, dove ogni parola, gesto, situazione è finalizzata a suscitare un’emozione e quindi ha un peso, ha uno scopo.

L’etica, infatti, la trovo facilmente dentro di me, questo non è mai stato un problema. Ma il senso… A differenza di chi crede nel “grande barbuto”, io non posso fare altro che constatare la totale insensatezza della nostra esistenza. Il che mi spingerebbe disperatamente verso un ottuso edonismo fine a se stesso, o a un micidiale spirito di sacrificio in funzione della specie: perché è questo che possiamo ragionevolmente aspettarci dalla vita, godere o riprodurci. Ovviamente non basta. Non basta mai, nemmeno a quelli che se lo fanno bastare, figurarsi a me che ho sempre avuto come “missione interiore” quella di raccontare storie.

Allora, nelle storie c’è uno scopo, ma non solo per la storia, per tutti i suoi elementi, intendo. E questo è delizioso. È il mio conforto nei momenti bui, è il mio rifugio preferito, è il mio faro nella tempesta. Ma perché il fantastico? Perché se scrivessi di realtà, se scrivessi di prostitute, immigrati, povertà, economia, banche, ecologia, se scrivessi di drammi delle periferie, della bella vita delle città, se scrivessi di tutto questo e di tanto altro, mi ritroverei a cercare di replicare il sistema di ordine caotico della vita, e non ci riesco. Non riesco a dare un senso alle azioni degli individui, quando non hanno a che fare con qualcosa di veramente incomprensibile. Perché a ben vedere, anche lavorare per pagare le tasse, ammalarsi di tumore a 5 anni, morire in grembo, essere traditi dalla tua famiglia, perdere tutto quello che hai per un vizio, commettere un omicidio perché sei drogato, anche tutte queste cose sono incomprensibili, ma io non so mettere ordine tra questi comportamenti umani, non so trovare un perché e non so dare il giusto peso alle cose. Se proprio devo mettere ordine da qualche parte, preferisco pensare all’umanità tra 10.000 anni, oppure a una variabile inaspettata nella fisica ordinaria che sconvolge gli equilibri della nostra dimensione, o ancora immaginare a cosa succederebbe con determinate derive tecnologiche (in male e in bene, come in Man of Sorrows)… Lì posso provare a mettere ordine, lì riesco a dare un senso alle vite delle persone, dei personaggi cioè, e a ritagliare a ognuno di loro un senso. Così, quando mi sento disperata, quando non ce la faccio più, quando tutto è troppo inutile qui intorno, mi rifugio nelle mie storie e comincio a mettere a posto. C’è chi pulisce, chi mette a posto casa, io metto a posto le storie. Ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ci vuole anche autostima, e io ho poco di tutto questo, eppure la spinta a voler raccontare è così forte che non mi fermo nemmeno davanti alla mia inettitudine. Non mi fermo, perché non ci riesco, e insieme non ci riesco, perché non scrivo quanto vorrei. Però le storie ci sono, tante, nella mia testa, e a volte mi sembra che tutte le storie della mia vita siano in realtà un’unica, grande storia che ha un unico filo conduttore.

Il Paziente Zero è il mio rifugio di questi anni, insieme a Europa. Infatti, a volte penso che si stiano intersecando pericolosamente, o meravigliosamente, e a volte sto facendo altro e mi dico: “Ma certo! È così!” e sorrido con quel sorriso svanito che mi viene quando penso alle mie storie e che alcuni hanno visto più volte. Il Paziente Zero è la storia di una ricerca: la ricerca di qualcosa che non si capisce fino in fondo e da cui non si sa cosa aspettarsi. Che ovviamente fa paura e che, in un certo senso, da un certo punto di vista, da una certa “etica”, anzi morale, può essere considerato un pericolo per l’umanità. Quello che mi piace pensare è che non sono ancora sicura di come i personaggi arriveranno in fondo al percorso che ho in mente. È lo stesso senso di conforto e smarrimento che provo nel viaggiare: so dove voglio andare, so, all’incirca, cosa troverò, ma non so come ci arriverò e cosa dovrò affrontare per raggiungere la mia destinazione. Ecco, il viaggio forse, come le storie, sono un’unità di vita che mi piace, in cui riesco a trovare un senso, perché forse riesco a osservarli nella loro interezza.

Che strano: tutto questo bisogno di senso, e paradossalmente la mia vita avrà un senso molto chiaro solo quando morirò, e sicuramente non per me, che non ci sarò più, ma per chi ci sarà a “leggerla”. Nel mentre, per compensare questa incolmabile, assoluta mancanza, mi diletto e mi rifugio nelle storie, microcosmi chiusi dove tutto è perfetto.

E, nello specifico, torno a cercare il mio “Paziente Zero”.

Cambia la tua vita con un click

Sono anni che non scrivo cose interessanti, qua sopra. È passato molto tempo da quando mi sono sentita libera di esprimermi liberamente, di parlare di quello che non va e di fare nomi e cognomi, però la verità è che si cresce, ci si crea delle complesse reti di persone e relazioni, intorno, e basta poco per far crollare tutto. Se questo crollare influenzasse solo me, allora quasi quasi cederei alla tentazione di rovesciare il tavolo. Purtroppo, però, tanto di quello che vivo condiziona fortemente le persone che mi stanno intorno e che amo e non me la sento di fare scelte così radicali anche per loro, non me la sento di buttare all’aria il tavolo e rompere la loro, di cristalleria, più che la mia.

Vorrei non ridurre sempre tutto alla maternità, ma per mia fortuna è stato un evento spartiacque totale nella mia esistenza, sia personale che professionale, e visto che, per compensare la meravigliosa creatura che è Leonardo, il mio piccolo universo ha ben pensato di decostruire tutto quello che io avevo lentamente e pazientemente messo insieme in quasi 34 anni di sforzi, io mi ritrovo davanti a un terremoto che mi deve per forza insegnare qualcosa per il futuro, se non altro per lasciarmi alle spalle tutte le macerie e andare avanti con quello che di sano è rimasto.

Mia sorella Giulia è stata un faro nella tempesta, in questi due anni di sconvolgimenti totali. Ci è sempre stata accanto e ha fatto anche più di quanto poteva per noi. Così pure i miei genitori e i miei suoceri. Una famiglia che c’è stata, con i suoi tempi e i modi che le erano possibili dalla quotidianità. Ma un punto di riferimento per tutto, dai problemi pratici a quelli economici a quelli emotivi.

Di Alice non parliamone nemmeno: dovrei scrivere un “Guerra e Pace” per cominciare ad accennare a tutti i modi in cui c’è stata, in questi anni di psicopatologia. Mia.

Di amici veri ne sono rimasti una decina. Se vi contate, se pensate a chi siete, vi potete anche facilmente individuare, equamente distribuiti tra il mio passato e il mio presente. Persone che si sono sorbite lamentele, pianti, paure, angosce, ansie, dilemmi etici, solitudine, insulti, di tutto. Amici che mi hanno sempre fatto sentire accolta, anche in tutta questa lunghissima fase di metamorfosi totale. Dieci punti fermi che non posso ignorare, che so, a questo punto, mi accompagneranno per sempre. E che hanno un credito aperto, con me: chiamatemi di notte, chiedetemi di soccorrervi su un vulcano che sta per eruttare, fatemi lanciare col paracadute per venirvi a recuperare, o più semplicemente mandatemi un messaggio quando avete bisogno di una spalla su cui piangere o di qualcuno che vi pulisca casa. Io per voi ci sarò sempre.

E poi ci siete voi, che vi dite amici ma siete come quelli di Facebook, una schiera giusto per fare numero, un insieme di frequentazioni tanto inutili quanto dispendiose, a livello di parole, tempo, energie, pensieri. Vorrei liquidarvi con un “Me ne infischio”, ma purtroppo le nostre vite sono pigramente intessute insieme per obblighi sociali, convenzioni, necessità, opportunismo. Vorrei andarmene da voi, vorrei lasciarvi lì nel vostro essere noiosi, ordinari, livorosi, bugiardi, banali, ma non ce la faccio, non ce la faccio mai a essere veramente spietata come molti mi descrivono. Convivenza civile, la chiamano. Io, a volte, la considero codardia. Forse arriverà il momento in cui mi renderò conto che il tempo della mia vita è veramente così limitato, chissà, e allora farò un vero repulisti. Forse, in realtà, lo sto già facendo e le chiacchiere di convenienza e cortesia, i “Come stai” e i “Mi dispiace molto” sono già un bel recinto all’inutilità che rappresentate nella mia vita. Poi mi sento esclusa quando fate qualcosa e non mi calcolate – non lo fate mai – ma in effetti non vorrei mai essere lì con voi, non vorrei mai ipotecare il mio prezioso tempo libero a parlare di inutilia con chi non capisce cosa significa avere la casa sporca ma un racconto in testa, la cucina sottosopra ma i piedi nel fango dei prati dietro casa, l’angoscia del lavoro eppure l’impossibilità di parlare o pensare ad altro, perché è anche la tua passione. Siete ordinari e mi annoiate, siete ordinari e il mio esercizio zen di quest’anno è imparare a fare a meno di voi ancora più di quanto non faccia ora. Ce la farò.

Poi ci sono i clienti, e anche qui, quelli che dopo 10 e più anni di collaborazione non si sono eclissati sono forse 4 o 5. Se vi riconoscete tra questi, vi ringrazio, perché valutate la qualità del mio lavoro più del mio nuovo – e terrificante, a quanto pare – titolo di “Madre”.
Alcuni sono scomparsi così rapidamente che non ho fatto nemmeno in tempo a salutare. Altri sono rimasti, ma con richieste assurde, con tempistiche folli e tariffe dell’anteguerra. Sì, perché io lavoro come traduttrice, tra le altre cose, e la qualità del mio lavoro aumenta ogni anno che passa, ma non di conseguenza le tariffe delle mie prestazioni. Forse, anche qui, anziché una muta rassegnazione dovrei mettere in campo un’aggressiva competitività e smetterla di camminare sulle uova dei rapporti di lavoro, ma instaurarne di solidi come il cemento, anche se più radi, forse.

Allora, come si fa a cambiare la propria vita con un click? A lasciare fuori dalla porta vampiri energetici, clienti pazzi, enti pubblici entropici, e soprattutto l’ansia, l’ansia che sia sempre colpa mia e invece non lo è?
La verità è che non-lo-so. Non ne ho idea, tant’è che non ci sto riuscendo. Per la prima volta da tanto tempo, però, almeno vedo chiaramente il panorama davanti a cui mi trovo. Scorgo con obiettiva freddezza tutti i cadaveri che la mia maternità ha prodotto e i guerrieri, ancora più forti e cazzuti di prima, che mi sono rimasti accanto. Quindi io contemplo, come Serse prima delle battaglie, e penso, proprio come Serse, che tanto tra 100 anni saremo tutti morti, quindi rimetto le cose in prospettiva con questo pensiero che livella le difficoltà, che livella le arroganze davanti a cui mi trovo costantemente, che livella anche la solitudine e la stizza che mi sale quando mi accorgo di aver investito il mio tempo sulle persone sbagliate.

Capita. Probabilmente, andando avanti, capiterà sempre meno, o almeno lo spero. Adesso il mio obiettivo è smettere di concentrarmi sul campo di cadaveri che ho alle spalle e guardare l’orizzonte da esplorare che mi trovo di fronte. La puzza ancora mi fa girare troppo spesso, ma passerà. Passerà, e potrò dire di aver cambiato la mia vita. Che poi non è cambiare quello che sta fuori, ma quello che sta dentro, e come guardi il mondo.

Pari opportunità

Da qualche tempo gira uno spot di una nota marca di pannolini che ti spiega come le differenze anatomiche tra bimbi e bimbe non si fermino all’apparato riproduttore, ma si insinuino nelle profondità culturali dell’educazione. Quindi se sei maschio, puoi essere un avventuriero, mentre se sei femmina è meglio che tu ti faccia desiderare. Se sei maschio ti deve piacere il blu, se sei femmina il rosa. Se sei maschio puoi ambire a una vita di carriera e scoperta, se sei femmina ho già qui pronto un bel set di pulizie per la casa tutto per te. Rosa, ovviamente.

Spero di non dover nemmeno cominciare ad argomentare quanto sia ridicola la differenziazione qui sopra, quanto sia retrograda e non solo sessista, ma biecamente consumista: ci educano, fin da piccoli, ai settori di mercato che ci preparano quando diventiamo grandi. Bigiotteria, passatempi hi-tech, vestiti, attrezzatura per lo sport, automobili, arredamento casa: dobbiamo diventare dei consumatori diligenti, perché altrimenti pensa che casino se non riescono più a sessizzare un divano, una collanina, un paio di scarpe, e così via. Saltano tutte le regole di mercato per cui la società si è così ben strutturata, così che poi siamo noi stessi i primi a volere certe cose anziché altre, senza mai fermarci a chiederci se le vogliamo veramente o se è un percorso culturale a beneficio di qualcun altro che ci ha portato a desiderare queste cose.

Io, ad esempio, ho sempre comprato videogiochi. È un’industria? Certo che lo è. Così come l’industria editoriale, l’industria alimentare, l’industria cinematografica. E però io non ho mai comprato i “videogiochi da femmine”. Comrpavo, semplicemente, i videogiochi che mi piacevano. Così come i miei romanzi di formazione non avevano un target specifico, così come i film che mi hanno cambiato la vita non erano “film da donne”. Il problema dei pannolini rosa e blu per femmine e per maschi è una delle tante tappe miliari che noi e i nostri bambini dobbiamo compiere per diventare consumatori non responsabili, per farci riempire le case di cose che non ci servono, per convincerci a lavorare 100 ore a settimana per mantenere un tenore di vita che non ha nessun senso per noi e che, invece, è la base fondante dell’economia in cui ci troviamo inseriti.

Questo è l’aspetto, da madre, che mi interessa di più: cercare in ogni modo di passare un po’ di spirito critico a mio figlio e fargli capire che se gli piace preparare il caffè e passare la scopa anziché giocare col trattore e con il trapano Berto, allora va bene così. Dopotutto, suo padre lo fa. Io lo faccio. E quindi lui ci imita. Il problema è quando anche gli adulti sono perfettamente integrati nel ciclo del consumo e quindi fanno, a loro volta, solo azioni “normali”, solo azioni che rispecchiano i modelli della pubblicità o delle istruzioni sui prodotti (vorrei vedere un uomo che passa il mocio, una volta: in casa mia lo fa Giacomo, perché non posso comprargli un diavolo di mocio in cui ci sia un uomo sulla confezione, anziché una donna?) e quindi i figli cominciano a settorializzare le attività: la cucina è della mamma, il garage è del papà, i mestieri li fa mamma, del giardino si occupa papà, e così via all’infinito.

Certo, devo ammettere che cercare di vivere una vita normale in mezzo a tutti questi stereotipi grotteschi a volte non è facile. Perché, ad esempio, tante persone non capiscono che quando hai un figlio hai meno tempo, che sei meno disponibile “flat 24 ore su 24” e che bisogna concentrare gli appuntamenti, le chiamate, i task. Perché quando si tratta di pulire il cesso, allora c’è una netta distinzione tra maschi e femmine, mentre quando si tratta di lavorare (e, bada bene, non di guadagnare) allora no, non ci devono essere differenze di performance, di disponibilità, di focus, di workflow, di need, di push, di.

Io lotto ogni singolo giorno contro una solitudine preoccupante e contro la fatica smodata di non essere una persona con interessi “commerciabili”, con un lavoro in proprio, con difficoltà gestionali su ogni fronte. A volte penso che sarebbe veramente più semplice se, invece di cercare ottusamente di lavorare, mi rassegnassi a fare la casalinga e la smettessi di dimenarmi per mettere a frutto competenze, passione, esperienza, e passassi la giornata a pulire casa, a stirare vestiti e a passare il mocio con l’effige di donna sulla confezione. Essere “alternativi” oggi non è fare i punkabbestia, non è fare la rivoluzione, non è prendere e partire per fare un viaggio intorno al mondo. Essere alternativi oggi è rimboccarsi le maniche e cercare di fare quello che si desidera fare, nonostante la società remi contro questo desiderio e nonostante la tua formazione (culturale, universitaria, professionale) venga sempre messa in secondo posto se sei donna, perché “tu devi stare con tuo figlio”. Io non DEVO stare con mio figlio, io ci VOGLIO stare. Però VOGLIO anche lavorare, quindi come si fa? Con tanta, tantissima fatica, e ricordando ogni giorno che il principio che mi deve guidare è lo spirito critico, il desiderio di auto-affermazione e la passione.

Però, a volte, come in queste settimane, come in questo anno, è un percorso davvero solitario e in salita.

Didattica estrema

Nella mia vita, posso facilmente distinguere due modi diversi di imparare, davanti a cui, nel tempo, mi sono trovata.

Il primo è stato, ovviamente, il mondo ovattato e accogliente dei libri. Lo studio, la ricerca, l’elucubrazione, il vivere la vita attraverso un comodo filtro di carta. Poi anche digitale, perché i videogiochi non hanno certo avuto un ruolo secondario nella mia formazione. Nessuno sano di mente può non rimpiangere il periodo della propria vita in cui tutto avviene per filtro altrui. Oggi sei una principessa da salvare, domani l’idraulico che la salva. Ti svegli e sei un investigatore, vai a letto dopo aver ucciso mostri fantastici. Leggi poesie che ti aprono varchi su altri mondi, scrivi lettere che ti cambieranno la vita. Il filtro della lettura e della scrittura è il mio porto sicuro, il luogo in cui mi sento a mio agio, la dimensione in cui nulla di male può accadere, e quando accade stimola le corde giuste, i sentimenti giusti, non quest’ansia senza fiato che mi viene, invece, davanti alla vita vera.

La vita vera è il secondo banco di prova su cui ho dovuto imparare. All’inizio sembrava più facile, perché le attività della vita sono sempre in numero inferiore rispetto a quelle della finzione, quindi pensavo di potermi barcamenare meglio. Mi sono però ben presto resa conto che la molteplicità e la varietà dei mondi di finzione è tenuta insieme da una visione superiore, da uno sguardo dall’alto che permette di organizzare e di dare un senso all’entropia. La vita è più essenziale, se vogliamo, ma totalmente senza un fine, totalmente allo sbando, totalmente imprevedibile. Senza qualcuno che la governa, senza l’illuminata mente dell’autore in grado di tirare le fila di quello che accade e di accompagnarti verso l’emozione giusta. La vita vera, per me, è stato scoprire che non sempre giocare secondo le regole porta ai risultati sperati. Che ognuno, in effetti, gioca secondo le proprie regole e, senza nemmeno farlo apposta a volte, si creano dei paradossi, degli inghippi, dei corto circuiti che ti travolgono.

La prima volta che mi sono accorta che giocare secondo le regole non serviva a niente è stato durante il dottorato. Non avevo, in realtà, capito il set di regole che mi era stato messo davanti, e ho applicato ottusamente il mio, sperando che dedizione, passione ed entusiasmo fossero abbastanza. Non lo erano nemmeno lontanamente. Anche il mio primo “lavoro d’ufficio” vero e proprio ha subito la stessa sorte: mi è stato fatto notare che la posizione che avevo sognato da tutta la vita, per cui avevo studiato, sgobbato, per cui avevo giocato e imparato, non era in realtà il posto giusto per me. Che non facevo parte della squadra con cui sentivo di essere sbocciata, per cui avevo fatto le mie prime serate al lavoro (e poi, quante altre). Che non ero veramente adeguata, perché i miei impulsi, il mio atteggiamento erano da cavallo sciolto.

Ora, quello che sta succedendo ora ha poca importanza. Ne ha molta, in realtà, ma ne ha anche pochissima, perché nonostante le montagne che stiamo scalando, io sono sempre lì a pensare “e se anche stavolta le regole non tornassero? E se anche stavolta scoprissi, all’ultimo miglio, che ho frainteso il senso di tutto quello che stiamo facendo?”

Io voglio raccontare storie. Lo so che sembra strano detto da una di 35 anni che ha scritto qualche racconto e che ha poi seimila progetti video nel cassetto, ma che ancora non ha regalato molto al mondo, però è questo che voglio fare, raccontare storie. Storie fantastiche, tendenzialmente, in cui i personaggi si muovono in un apparente caos sormontato da regole ferree e da un obiettivo che, presto o tardi, si rivelerà loro in tutta la sua semplicità. Quindi mi dispero ancora quando, mentre cerco di raccontare queste dannate storie, incappo in sistemi di regole sballati, che non condivido, che mi stritolano, che mi fanno mancare il fiato. Pubbliche amministrazioni, furbizie, raccomandazioni, piccolezze, prevaricazioni, finto giustizialismo. Io sono molto, molto stanca.

Come sono stanca anche di svegliarmi e avere i conati di vomito, o di dovermi chiudere in una stanza da sola all’improvviso perché ho un attacco di panico e non voglio che qualcuno mi veda così. Come sono amareggiata e disperata perché, soprattutto, non voglio che mio figlio mi veda così. Ormai sono anni che imparo nel modo più duro, e sono stanca di essere così coinvolta. Forse, se non avessi letto tutti quei libri, se non avessi giocato a tutti quei giochi, forse avrei meno aspettative impossibili sulle regole e sugli obiettivi di questa vita bislacca. Forse riuscirei a lasciarmi scorrere le cose addosso, forse riuscirei a chiudere un faldone di pratiche e di conti e a pensare che non è colpa mia, che non ho fatto niente di male, che non posso “ripetere il livello” e farlo meglio, che non c’è nessun autore onnisciente che mi ha guidato in un percorso sensato. Penserei, finalmente rassegnata, che alcune cose semplicemente non hanno un senso, che posso solo evitare di fare gli stessi errori in futuro e che posso allontanare quei vampiri emotivi che, a un’empatica come me, succhiano vita ed energia a ogni parola.

Tutto quello che ho vissuto, però, va poi a fare parte di quei momenti di felicità spensierata e totale che ancora so provare. Non posso rinnegare tutto, non è tutto nero, non sono più dentro un buco. Diciamo che è solo una pozzanghera lungo il percorso, questo periodo fatto di doveri assurdi e di riscontri scarsi. E se riuscirò finalmente a far uscire almeno una di tutte quelle storie, da queste mani, da questa testa, allora non sarà stato tutto vano.