Alchemico Blu

Laboratorio di trasmutazioni creative

Persone

November252014

Ci sono persone che mi hanno profondamente deluso, nella vita.

Ci sono persone su cui so incondizionatamente di poter contare.

Ci sono persone che, dopo anni di frequentazione, non so ancora inquadrare.

 

Chi mi ha deluso, di solito, lo ha fatto per debolezza. Mi ha voltato le spalle in un momento di bisogno. Ha abbandonato la nave quando tirava una brutta aria. Ha tradito in qualche modo la mia fiducia. Si è dimostrata una persona ordinaria. Ha criticato il mio stile di vita senza nemmeno cercare di capirlo. In realtà, tutte queste persone hanno qualcosa in comune ed è la sensazione che ho, con loro, di stare perdendo tempo. È ormai risaputo il mio terrore per la morte, la mia ossessione per le lancette che scorrono troppo veloci, la mia sensazione di stare buttando via giornate e pezzi di vita. Ecco, con le persone che mi hanno deluso, tendenzialmente, ho capito di aver perso tempo. Di aver investito risorse, pazienza, parole, giornate, soldi magari anche, e mentre io ero lì, presente, e cercavo di vivere il nostro rapporto appieno, loro erano altrove, nascosti dietro una maschera di menzogna, parcheggiati con me in quell’istante che per me era significativo, e per loro invece era interlocutorio. Ancora, a volte, mi arrabbio quando succede. Divento scura in volto, ho giornate no quando ci penso, e mi viene voglia di spaccare qualcosa. Quando ci rifletto a mente lucida, invece, mi rendo conto che devo ringraziare ogni esperienza di questo tipo, perché mi aiuta a selezionare sempre meglio le mie frequentazioni, e a farle diventare rapporti significativi. Certo, mi fa anche molto squallore quando qualcuno smette di inseguire i propri sogni, si accascia, quando qualcuno si impigrisce o si “normalizza”. Non apprezzo poi molto la normalità, io. La normalità è uno dei più prepotenti schemi mentali, uno di quelli che ti inchioda a quello che si aspettano gli altri e ti impedisce di esprimerti veramente.
Forse, quando penso a questi individui che hanno costellato il mio passato, me la prendo anche con me stessa per non aver saputo giudicare bene il carattere di una persona, per aver investito il mio tempo, e quindi i miei brandelli di vita, in modo poco proficuo.

Però poi per fortuna noto che ho attorno delle persone su cui so incondizionatamente di poter contare. Persone che sono frutto, a loro volta, di un processo di selezione che è stato drammatico, in alcuni momenti, ma che ha dato i suoi frutti. Ci sono persone con cui mi sono aperta, che mi conoscono davvero a fondo, e che nonostante questo decidono di restarmi accanto. Decidono consapevolmente di fare la fatica che ci vuole per frequentare una come me, per discutere con me, per ridere, mangiare, viaggiare, scoprire con una come me. Ed è confortante sapere che queste persone sono relazioni significative. Alcune vengono da un passato lontano e mi conoscono da quando sono nata. Altre sono retaggio dell’adolescenza, e con loro condivido un bagaglio di emozioni pure che sono però sopravvissute all’età adulta. Altre ancora le ho conosciute tardi, magari da soli 5, 10 anni, e però sono scattate indescrivibili affinità elettive e sento di avere una rete sparsa qua e là di persone con cui, quando ci si incontra, è proprio come dicono, sembra non essersi mai salutati. Queste persone mi fanno dimenticare i tradimenti, le delusioni, l’amarezza. Queste persone mi fanno sentire una privilegiata, una persona speciale, che può interagire, amare ed essere amata da qualcuno che veramente “spicca” e che, allo stesso tempo, è in grado di tirare fuori la parte (le parti) migliore di me.

E alla fine ci sono le persone che non riesco a inquadrare. Per esperienza, le persone in questo gruppo finiscono inevitabilmente nel gruppo delle delusioni. Solo due o tre persone a cui ho voluto veramente bene hanno finito per amareggiarmi. Il resto del gruppo è formato da persone con cui non scatta “nessuna scintilla”, ma con cui si interagisce a lungo, per molto tempo. Salvo poi scoprire che sono deludenti. Solo che sono un’indefessa ottimista che vuole concedere una chance all’umanità e non me la sento di non “provarci” nemmeno e di squalificare le persone con cui non scatta “l’amore a prima vista”. Quindi io ci provo. Dal basso della mia insignificanza, vado fiera del fatto che do una chance a tutti.

Certo, più passa il tempo, meno tempo dedico a ognuno: c’è sempre meno margine per entrarmi nel cuore, che è già così pieno di amore e di amicizia che rischia di scoppiare. È su questo che mi concentro quando ho giornate in cui spaccherei tutto e distruggerei e insulterei e farei del male. È difficile convertire la rabbia in energia creativa, ma è il mio allenamento di questi giorni, di questi mesi, di questi anni. Lo faccio per me, perché mi fa stare bene. Ma lo faccio anche per tutte le persone che mi stanno vicine nonostante tutto, perché so quanto posso essere pesante come un macigno, e trascinare a fondo tutto e tutti, o luminosa come un arcobaleno, e scatenare sorpresa e felicità, se ci provo davvero.

Di cosa sono fatta

October232014

A volte mi sembra di non possedere niente. Nei momenti di calma, quando non ho milioni di cose da fare e milioni di pensieri per la testa, mi fermo e in quei lunghi, lunghissimi attimi, mi pare di rendermi conto di tutto quello che ho e di come, in realtà, io non abbia nulla.

Da fuori non sembra. Da fuori sembra che abbia tanto, tutto. Io invece lotto ogni giorno affinché quello che sento dentro diventi anche quello che ho all’esterno. Lotto perché la mia emotività si trasformi in decisioni, perché i miei sogni diventino idee, perché le mie opinioni diventino strategie, ma non sempre succede, anzi non succede quasi mai.

Di cose che mi danno energia ne sono successe, ne succedono sempre. Il 13 settembre, in contemporanea con l’inizio delle riprese di Mine di Fabio, ho ritrovato la mia strada. Ho avuto un momento di sconforto totale, derivato in apparenza dalla nascita di Leonardo e dallo “stop” forzato dei primi mesi e il rallentamento imposto dei mesi successivi, e sbagliavo, sbagliavo, sbagliavo guardando all’arrivo di mio figlio come la fine di quello che stavo facendo prima. Ho letto la storia di un amico che, come me, come noi, sta inseguendo un sogno lungo una vita, e ho capito che ero io a essere disallineata tra i miei desideri e le mie azioni, ero io che non vedevo più la mia meta e avevo cominciato a girare intorno, ero io che mi condannavo a giorni vuoti. Ero io, non certo quel bellissimo e divertente bambino che mi è toccato in sorte e che rischiavo di cominciare a usare come capro espiatorio della mia insoddisfazione, della mia indolenza, della mia ignavia.

Avere un sogno è come leggere: non importa quello che ti mette davanti la tua quotidianità, se tu ami la lettura, troverai il modo, troverai il tempo di rubare quelle poche parole scritte ogni giorno e di leggere le storie che ami. Così i sogni. Non importa cosa succede di giorno: c’è sempre un momento per coltivarli, per amarli, accarezzarli, metterli a fuoco. E io ho ricominciato a sognare, ho ricominciato a vedere la mia meta e non solo. Quando il sogno è abbastanza intenso, poi arriva l’azione, e io ho cominciato ad agire, ho ricominciato a camminare verso la mia direzione. Ce la farò? Certo. Io ci credo. C’è gente che crede in Dio, non mi sento tanto più sciocca a credere di poter riuscire a raccontare le mie storie, a trasformare le emozioni in decisioni, i sogni in idee, le opinioni in strategie.

Solo, a volte mi accorgo dell’estrema solitudine di questo percorso. Leader non si diventa, si nasce, e io sicuramente non lo sono nata. Una squadra “tutta mia” non ce l’ho, ho solo un cuore grande così e un’impazienza quasi infantile, e allora ti accorgi che forse il tuo percorso non è una carovana rumorosa che attraversa terre brulle alzando polvere, chiasso e confusione, ma è un viaggio verso il nero del cielo più profondo, nel silenzio stellare, nel vuoto cosmico, verso un punto che nessuno ha esplorato e che tocca a te, anche se non sai ancora dov’è.

Sapere dove si vuole andare è splendido, perché hai come una luce guida che ti attira inesorabilmente verso di sé.
Sapere dove si vuole andare è anche orribile, perché comincerai a far male alle persone che non riescono a stare al passo con te. Perché decidi che vuoi andare, che DEVI andare, che non puoi farne a meno, e chi non ti sta dietro resterà per strada. La sua strada, certo, ma non più la tua, non più la vostra. Si dice che quando si arriva da qualche parte e si ottiene quello che si desiderava, ci si guarda indietro e si vede tutto quello che si è perso per arrivare fin lì. Mi chiedo, con ingenua sincerità, cosa rischio di perdere, cosa DEVO perdere per riuscire ad arrivare a destinazione.

E poi: ne sarà valsa la pena? Non lo so, ma se davvero quello che facciamo lo DOBBIAMO fare, allora è tutto inevitabile.

Io oggi sono fatta di tutto questo. Sono fatta di smania, di sogno, di impazienza, di lacrime, di risate forti, di notti passate a pensare, di improvvise ispirazioni. E poi sono fatta della mia strada, quella che ho alle spalle e quella che mi si dipana davanti. Non sto più girando intorno, ho smesso di camminare sul posto. Ho ripreso il mio viaggio verso la mia meta con passo sicuro. Tanto sta restando alle mie spalle. Tanto ancora perderò. Chissà se ne varrà la pena, ma oggi sento che questo è l’unico modo per restare integra, per conservare questa sacra energia che mi ha baciato di nuovo, che è l’unica speranza che ho di arrivare.

Allora la solitudine diventa un sollievo. Non possedere niente diventa una benedizione. La leggerezza dell’andare, del guardare in avanti e non accanto o alle spalle è un’alleata, non una maledizione. Certo, ne varrà poi la pena?

Il destino non è una catena, ma un volo.

Estate n. 1 – Winter is coming

September282014

Innanzitutto, mi sono ricreduta. La sezione in cui parlo di te e di noi non la voglio chiamare Mater Terribilis, in onore dei miei complessi, bensì Leopardo, in onore del tuo soprannome teneroso.

Mi sono chiesta a lungo perché non scrivevo di più di noi due, di te, di noi tre, del papà, del mio essere mamma, dei tuoi progressi, di tutto. Forse ho imparato da Tristram Shandy che per scrivere in modo esaustivo della vita bisogna, in fondo, smettere di viverla, e questo non mi va. Poi perché, diciamocelo, arrivare a fine giornata a volte è già un’impresa così, con te che vomiti ovunque, ti arrampichi nelle prese della corrente, lecchi il gatto, mangi gli uccelli caduti dai rami, spargi moccio in giro per casa, urli fino allo sfinimento per non dormire, mangi e sbrodoli come una pentola a pressione troppo piena. O, come in questo preciso momento, ti attacchi al mio vestito e tiri fino a piegare lo spazio tempo e a farmi chinare verso di te.

Piccolo, bavoso, morbidoso Leonardo della mia vita.

In realtà è difficile parlare di quello che ci sta succedendo ora che siamo diventati una famiglia di tre individui e a dettare legge sei tu. Fin da quando sei nato, molte persone mi dicono: “Ah, goditelo adesso che è così piccolo e lo puoi coccolare, perché poi…”

Poi cosa? Certo, sono sicura che a 12 anni sarà un’impresa anche solo darti mezzo bacio, ma ora devo dire che ogni giorno che passo con te mi diverto di più. Cresci, stai, seduto, gattoni, ti arrampichi, stai in piedi tentennando e cercando di farcela da solo ogni giorno di più. Riconosci i libri che ti leggo e hai già i tuoi preferiti (tipo “Boccacce” o “Amici alla fattoria mano nella mano”), riconosci me e il papà e ogni volta che ci vedi fai dei sorrisi da spalancare il cielo. È più faticoso ora che ti muovi? Fisicamente sì, ma è più “comprensibile”, per me, stare con te e quindi a conti fatti è più facile. E sono sicura che sarà sempre più facile, nonostante tutte le difficoltà che ci saranno quando crescerai. Fasi difficili, problemi, malattie.

Malattie che abbiamo inaugurato in pompa magna questo settembre, prima con un banale raffreddore, ora con tosse e febbre a 39.5. E sento già che il tuo ruolo di untore lo ricopri bene, lo ricopri alla perfezione, perché il raschiorino in gola e il naso che cola non stanno risparmiando nemmeno me. Aspetto la febbra con ansia.

Però ieri, per dire, è successa una cosa bella. Nonostante tu ti sia puntualmente ammalato il weekend e siamo dovuti stare tappati in casa, io mi sono sentita estremamente a mio agio a cullarti, coccolarti, accudirti e cercare di farti superare i momenti più duri di febbre alta. Tu avevi gli occhietti lucidi e le guance rosse, io ti tenevo in braccio e ti portavo in qua e in là, cantando canzoncine inventate che ti calmavano (mentre tuo padre rideva sotto i baffi). In quel momento, a differenza di tutte le volte che perdo la pazienza quando qualcosa va storto, beh in quel momento, dicevo, mi sentivo dove dovevo essere, al mio posto, perfetta in quel momento come mamma, lì con te nonostante tutto e tranquilla con le mie stupide canzoncine, convinta che le mie braccia, il mio petto e la mia voce sarebbero bastati a calmarti. E in effetti così è stato.

Oggi mi hai ricompensato ricoprendo di bava ogni centimetro della mia faccia e ridendo come un pazzo quando ti mangiavo il pancino sul letto.

Ecco, dopo i primi mesi di caos totale (soprattutto DENTRO di me), ora mi sento veramente mamma come mi immaginavo. Non più in preda al panico, non più inadeguata, non più spaventata, ma sicura di me anche nell’ignoto totale che affrontiamo ogni giorno insieme, tranquilla anche quando ti alzi urlando la notte perché stai male e hai bisogno di me, sorridente quando sputi tutta la pappa sulla tovaglia perché non ti va più e non sai ancora dire: “Basta, mamma”.
Questo è per me essere mamma: una fatica sovrumana ricompensata da un affetto incondizionato e da un sentimento di appartenenza che rare volte ho provato così intensamente – forse solo con il tuo papà, quando siamo io e lui alla conquista del mondo con le nostre storie.

Insomma, l’estate è finita e sta arrivando l’inverno. Ma questa volta mi trova pronta: farà freddo, sarà buio, sarà dura, come lo scorso anno quando sei nato, eri piccolissimo e io tremavo di continuo. Questa volta sono pronta perché ho imparato a conoscerti e perché ho imparato a conoscermi un po’ meglio, e il freddo, il buio, le difficoltà saranno solo una cornice di una fotografia bellissima in cui ci siamo noi, insieme.

Noi e le nostre storie… Ma questo è un capitolo a parte, di cui ti parlerò domani. Per ora, buonanotte e sogni d’oro (senza febbre, speriamo).

Bilanciamenti

July42014

Il cuoco che ha preparato la mia anima ha sbagliato, si vede, le dosi.

Ha messo un pizzico di immaginazione, quel tanto che basta a vedere un mondo che non si realizza mai.

Ha aggiunto una manciata di responsabilità, così che io possa sempre almeno cercare di farmi carico delle situazioni.

Due tazze belle piene di senso di colpa, così da non vivere con leggerezza nemmeno un giorno su questa terra.

Un pugno di senso di inadeguatezza, giusto per lasciarmi sempre un po’ di amaro in bocca.

Il resto dello spazio lo ha riempito di sogni, così da farmi assaporare di sfuggita quello che potrebbe essere una vita senza ingredienti scadenti, ma lasciandomi sempre l’amaro in bocca di non potermi mai gustare solo quella dolcezza.

Per fortuna che nel mio piatto sono capitati anche persone speciali: amore, amici, famiglia, sorelle, figli, gatti, soci e colleghi e che contribuiscono a stemperare quell’amarognolo di fondo, quel retrogusto marcio che avrei addentando solo bocconi di me stessa.

Però che triste sentirsi sempre l’ingrediente avariato di una altrimenti perfetta cena.

 

Spero che la salsedine dell’acqua di mare riesca, come a volte accade, a stemperare questo sapore che ho in bocca. Ché avrei mille motivi di gioia, mentre vedo e sento sempre solo tristezza.

* The cure for anything is salt water – sweat, tears or the sea * ( Isak Dinesen)

INPS e maternità

June182014

In questi giorni tantissime persone mi stanno segnalando articoli online che parlano di bonus nido e baby sitter. Trovo il fenomeno, oltre che molto gradito, molto interessante. Giovani di diverse età cominciano a sensibilizzarsi e sensibilizzare sulle agevolazioni che lo Stato mette a disposizione delle giovani madri, ne parlano, lo condividono e cercano di aiutare.
Se da una parte gioisco per questo spirito di solidarietà e coscienza civica, dall’altro mi trovo mortificata nel constatare che è tutta una bolla di sapone: in un paese dove faticano a pagarti anche solo i cinque mesi di maternità che spettano alle lavoratrici della gestione separata, mi immagino che farsa debba essere il click day in cui concederanno questo fantomatico bonus.
Da febbraio 2014 a oggi non mi è dato sapere se la mia domanda di maternità è stata accettata oppure no. A ogni chiamata al call center aprono una segnalazione che sposta le loro tempistiche di azione in là di 15 giorni.
Il mio mitico commercialista Marzio (credo di essere l’unica al mondo che ama il suo commercialista) è ottimista. Io aono titubante quando dopo più di un’ora con il call center dell’INPS oggi mi sono sentita rimbalzare di nuovo.
Un tempo avrei detto “Beh, non importa, non ho problemi di soldi”. Ma fino a che età è dignitoso lavorare a tempo pieno e farsi comunque aiutare dai propri genitori? Fino a che punto è etico? Genitori che mi hanno dato tutto, ogni opportunità, ogni strumento, ogni libertà, e che ora mi vedono arrancare più di quanto arrancassero loro alla mia eta.
Stasera però non riesco a sentirmi totalmente responsabile di questi problemi. Se mi guardo indietro e mi guardo adesso vedo un percorso, vedo una crescita, una carriera, dei traguardi. E poi vedo l’INPS che non mi paga cinque pidocchiosi mesi di maternità. E non è che guadagno miliardi, per ora. Stasera sento che le difficoltà che ho non sono tutte colpa mia. Sento che è il paese in cui ho deciso di restare che è marcio e allo sbando. E mi fa male.
E poi mi chiedo: ora che ho un figlio, ora che non sono più io da sola, quanto tempo darò ancora a questo paese perché dia un cenno di apprezzamento per tutti i miei, i nostri sforzi?
Perché come ho scelto di restare posso anche scegliere di andare. Dove? Chissà. Ma sentirmi così in gabbia no. Questo no.

Normalità

June172014

Secondo me vivremmo molto meglio se riuscissimo a liberarci dallo spettro della “normalità”.

Riguarda ogni ambito della nostra vita: i voti a scuola, le abitudini alimentari, gli abiti, le conversazioni, il lavoro. Ci sono cose ritenute normali e altre ritenute strane, diverse, anormali, problematiche, sbagliate, pericolose.

Con un bambino sei sempre sul filo di lana di cosa è normale e cosa no. Fa questo entro questo mese? Si comporta così di notte? Hai già cominciato a…? Quanto pesa? Quanto è alto? È normale che…?

È inutile negarlo, anche i più convinti di noi, quelli che dicono che faranno di testa loro, quelli che hanno letto fantastilioni di teorie e libri, quelli che hanno avuto già sei o sette figli, tutti-tutti prima o poi cascano nella trappola della normalità e cominciano a farsi domande e cominciano a inseguire quella che tutti chiamano normalità per sentirsi normali, per dirsi normali nelle conversazioni normali che poi faranno con la gente normale.

Io ho deciso, quando è nato Leonardo (anzi, ben prima che nascesse, esattamente al quinto mese di gravidanza, per l’esattezza) che noi – io e lui – ce ne saremmo fregati di cos’era “normale” e che ci saremmo ascoltati a vicenda, capiti, guardati e scoperti tra di noi, lasciando fuori il mondo degli altri, il mondo dei normali. E non perché siamo diversi, anormali, problematici, sbagliati, pericolosi, ma perché siamo speciali. Siamo tutti speciali, solo che poi scivoliamo lentamente e inesorabilmente verso un’uniforme normalità, e a me questo concetto è sempre stato stretto, fin da piccola, quando volevo ordinare l’antipasti come secondo e mi dicevano che non si poteva, quando volevo scrivere sui muri e mi dicevano che non si poteva, quando piangevo per cose che sapevo solo io e mi dicevano che “non era normale”. Io a mio figlio non voglio dire mai che una cosa che fa lui non è normale, anzi. SPERO che faccia tante cose speciali, che le faccia a modo suo, a modo nostro, che le faccia in modo diverso, che le faccia sperimentando, sbagliando e cambiando strada.

Certo, mi metterà alla prova. Mi mette alla prova già ora, che non fa niente con consapevolezza, e bastano le innocenti domande degli altri, di quelli che cercano la normalità, a mettermi in difficoltà. Però mi devo ricordare quanto è più divertente essere speciali piuttosto che essere normali. Faticoso, difficile, doloroso a volte, m anche significativo, originale, divertente, inaspettato.

Oggi mi voglio ricordare che la normalità esiste e non ci piace. Vogliamo l’imprevedibile. Vogliamo essere speciali, a modo nostro. Che magari significherà anche solo essere normalissimi. Ma lo decideremo noi, non lo faremo perché va fatto, bensì perché ci va.

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