Alchemico Blu

Laboratorio di trasmutazioni creative

Bilanciamenti

July42014

Il cuoco che ha preparato la mia anima ha sbagliato, si vede, le dosi.

Ha messo un pizzico di immaginazione, quel tanto che basta a vedere un mondo che non si realizza mai.

Ha aggiunto una manciata di responsabilità, così che io possa sempre almeno cercare di farmi carico delle situazioni.

Due tazze belle piene di senso di colpa, così da non vivere con leggerezza nemmeno un giorno su questa terra.

Un pugno di senso di inadeguatezza, giusto per lasciarmi sempre un po’ di amaro in bocca.

Il resto dello spazio lo ha riempito di sogni, così da farmi assaporare di sfuggita quello che potrebbe essere una vita senza ingredienti scadenti, ma lasciandomi sempre l’amaro in bocca di non potermi mai gustare solo quella dolcezza.

Per fortuna che nel mio piatto sono capitati anche persone speciali: amore, amici, famiglia, sorelle, figli, gatti, soci e colleghi e che contribuiscono a stemperare quell’amarognolo di fondo, quel retrogusto marcio che avrei addentando solo bocconi di me stessa.

Però che triste sentirsi sempre l’ingrediente avariato di una altrimenti perfetta cena.

 

Spero che la salsedine dell’acqua di mare riesca, come a volte accade, a stemperare questo sapore che ho in bocca. Ché avrei mille motivi di gioia, mentre vedo e sento sempre solo tristezza.

* The cure for anything is salt water – sweat, tears or the sea * ( Isak Dinesen)

INPS e maternità

June182014

In questi giorni tantissime persone mi stanno segnalando articoli online che parlano di bonus nido e baby sitter. Trovo il fenomeno, oltre che molto gradito, molto interessante. Giovani di diverse età cominciano a sensibilizzarsi e sensibilizzare sulle agevolazioni che lo Stato mette a disposizione delle giovani madri, ne parlano, lo condividono e cercano di aiutare.
Se da una parte gioisco per questo spirito di solidarietà e coscienza civica, dall’altro mi trovo mortificata nel constatare che è tutta una bolla di sapone: in un paese dove faticano a pagarti anche solo i cinque mesi di maternità che spettano alle lavoratrici della gestione separata, mi immagino che farsa debba essere il click day in cui concederanno questo fantomatico bonus.
Da febbraio 2014 a oggi non mi è dato sapere se la mia domanda di maternità è stata accettata oppure no. A ogni chiamata al call center aprono una segnalazione che sposta le loro tempistiche di azione in là di 15 giorni.
Il mio mitico commercialista Marzio (credo di essere l’unica al mondo che ama il suo commercialista) è ottimista. Io aono titubante quando dopo più di un’ora con il call center dell’INPS oggi mi sono sentita rimbalzare di nuovo.
Un tempo avrei detto “Beh, non importa, non ho problemi di soldi”. Ma fino a che età è dignitoso lavorare a tempo pieno e farsi comunque aiutare dai propri genitori? Fino a che punto è etico? Genitori che mi hanno dato tutto, ogni opportunità, ogni strumento, ogni libertà, e che ora mi vedono arrancare più di quanto arrancassero loro alla mia eta.
Stasera però non riesco a sentirmi totalmente responsabile di questi problemi. Se mi guardo indietro e mi guardo adesso vedo un percorso, vedo una crescita, una carriera, dei traguardi. E poi vedo l’INPS che non mi paga cinque pidocchiosi mesi di maternità. E non è che guadagno miliardi, per ora. Stasera sento che le difficoltà che ho non sono tutte colpa mia. Sento che è il paese in cui ho deciso di restare che è marcio e allo sbando. E mi fa male.
E poi mi chiedo: ora che ho un figlio, ora che non sono più io da sola, quanto tempo darò ancora a questo paese perché dia un cenno di apprezzamento per tutti i miei, i nostri sforzi?
Perché come ho scelto di restare posso anche scegliere di andare. Dove? Chissà. Ma sentirmi così in gabbia no. Questo no.

Normalità

June172014

Secondo me vivremmo molto meglio se riuscissimo a liberarci dallo spettro della “normalità”.

Riguarda ogni ambito della nostra vita: i voti a scuola, le abitudini alimentari, gli abiti, le conversazioni, il lavoro. Ci sono cose ritenute normali e altre ritenute strane, diverse, anormali, problematiche, sbagliate, pericolose.

Con un bambino sei sempre sul filo di lana di cosa è normale e cosa no. Fa questo entro questo mese? Si comporta così di notte? Hai già cominciato a…? Quanto pesa? Quanto è alto? È normale che…?

È inutile negarlo, anche i più convinti di noi, quelli che dicono che faranno di testa loro, quelli che hanno letto fantastilioni di teorie e libri, quelli che hanno avuto già sei o sette figli, tutti-tutti prima o poi cascano nella trappola della normalità e cominciano a farsi domande e cominciano a inseguire quella che tutti chiamano normalità per sentirsi normali, per dirsi normali nelle conversazioni normali che poi faranno con la gente normale.

Io ho deciso, quando è nato Leonardo (anzi, ben prima che nascesse, esattamente al quinto mese di gravidanza, per l’esattezza) che noi – io e lui – ce ne saremmo fregati di cos’era “normale” e che ci saremmo ascoltati a vicenda, capiti, guardati e scoperti tra di noi, lasciando fuori il mondo degli altri, il mondo dei normali. E non perché siamo diversi, anormali, problematici, sbagliati, pericolosi, ma perché siamo speciali. Siamo tutti speciali, solo che poi scivoliamo lentamente e inesorabilmente verso un’uniforme normalità, e a me questo concetto è sempre stato stretto, fin da piccola, quando volevo ordinare l’antipasti come secondo e mi dicevano che non si poteva, quando volevo scrivere sui muri e mi dicevano che non si poteva, quando piangevo per cose che sapevo solo io e mi dicevano che “non era normale”. Io a mio figlio non voglio dire mai che una cosa che fa lui non è normale, anzi. SPERO che faccia tante cose speciali, che le faccia a modo suo, a modo nostro, che le faccia in modo diverso, che le faccia sperimentando, sbagliando e cambiando strada.

Certo, mi metterà alla prova. Mi mette alla prova già ora, che non fa niente con consapevolezza, e bastano le innocenti domande degli altri, di quelli che cercano la normalità, a mettermi in difficoltà. Però mi devo ricordare quanto è più divertente essere speciali piuttosto che essere normali. Faticoso, difficile, doloroso a volte, m anche significativo, originale, divertente, inaspettato.

Oggi mi voglio ricordare che la normalità esiste e non ci piace. Vogliamo l’imprevedibile. Vogliamo essere speciali, a modo nostro. Che magari significherà anche solo essere normalissimi. Ma lo decideremo noi, non lo faremo perché va fatto, bensì perché ci va.

Qui e ora

June72014

Provo una serie infinita di emozioni, oggi. Ci sono persone in grado di tirare fuori parti precise della mia personalità. Non che sia diversa a seconda di chi ho davanti, quello no, ma alcuni hanno questa dote magica di risvegliare lati di me che, per una ragione o un’altra, si addormentano di tanto in tanto, o si mettono in attesa, perché c’è qualcos’altro che prende il sopravvento.

Oggi la mia parte creativa, quella che tende ad essere una scrittrice, quella che vuole raccontare storie è stata presa per le spalle e scrollata, più e più volte. È stata risvegliata, schiaffeggiata anche, messa davanti alla sua indolenza, alla sua pigrizia, alla sua natura temporeggiatrice, alla sua incompletezza e al fatto che deve ancora fare tanta, tanta strada. E ora mi prudono le mani, ora vorrei passare tutta la notte a scrivere, vorrei partire dal più piccolo racconto che ho pensato in questi mesi e, finalmente, renderlo compiuto, e poi passare alle storie più importanti, quelle che invento con Giacomo, quelle da sceneggiare, da scrivere sotto forma di romanzo, o entrambe le cose. Mi sento indietro, mi sento incompleta, mi sento che devo ancora prendere la rincorsa per spiccare quel balzo creativo che da anni sto cercando di fare, ma che continuo a rimandare.

Tutto questo, poi, si schianta fragorosamente contro mio figlio: un bambino bellissimo, la gioia mia e di suo padre (e di qualsiasi genitore, immagino), una meraviglia costante, quotidiana, una scoperta continua, una speranza, una motivazione. E, tuttavia, dentro di me, nel profondo, non riesco a far sì che mi renda completa. Ho lasciato alle mie spalle da tempo i “dovrei” e i “si dice che”, ma forse dovrei sentirmi completata al massimo, in mio figlio, dovrei sentirmi realizzata oltre ogni misura, dovrei non cercare altro dalla vita, si dice che i figli siano il nostro futuro, che siano la nostra ragione di vita, e invece per me non è così. L’amore incondizionato che provo per Leonardo lascia comunque spazio alla smania di raccontare storie. Al bisogno fisico di raccontare storie. Ogni mattina mi sveglio e voglio ricoprire mio figlio di baci. Ogni sera vado a letto e penso a tutte le storie che ho nella testa e nel cuore e che sto cercando faticosamente di far uscire attraverso le mie dita. Tutto questo che madre fa di me?

Non sono insoddisfatta, non sono frustrata, sto vivendo appieno questi mesi della vita di mio figlio, ma la parte creativa di me non è soddisfatta, non ne ha avuto nemmeno lontanamente abbastanza: l’esperienza creativa della gravidanza, l’atto creativo del parto, non hanno fatto altro che scatenarmi dentro un uragano di pensieri creativi, non hanno certo colmato quel desiderio di lasciare un segno che mi accompagna da tutta la vita. A tratti penso di essere una madre snaturata. Una madre che non si sente del tutto appagata solo ed esclusivamente in suo figlio. A tratti penso che non è giusto riversare su un bambino inconsapevole la responsabilità del mio appagamento personale, sia umano che creativo. A tratti sento che questa spinta creativa amplificata dalla nascita di mio figlio sarà, in realtà, una forza enorme e generosa sia per me che per lui, che per il mio rapporto con Giacomo.

Però, qui e ora ci sono le mie giornate da mamma. E le mie notti da scrittrice e sognatrice. Devo imparare a centellinare i momenti, non a tracannarli sperando che passino il più in fretta possibile. Voglio godermi piccoli piedini rosa e mani umidicce di bava, ma anche crogiolarmi nelle motivazioni che spingono un personaggio ad agire, o in sentimenti di altrove che ho dentro. Esercizi di stile: di scrittura, perché ne ho bisogno, ma anche di comportamento, perché un bambino si merita tutto l’amore e l’attenzione che siamo in grado di dargli, quando siamo con lui.

Non è facile, ma gli incontri, come quello di oggi, mi ricordano che se c’è un modo intelligente di passare il tempo che separa l’adesso dalla morte, è proprio quello di crescere, sfidarsi, sorprendersi e migliorarsi.

Hubris

June42014

Stasera mi sento in gamba. Mi sento che posso spaccare il mondo. Mi sento che ce la sto facendo.

E tutto perché mio figlio sta bene. È sereno. È felice. E perché io affronto le fatiche quotidiane con un certo sprint che, in altre circostanze, invidierei a qualcun altro. Invece no, sono io. Ce la sto facendo, ce la stiamo facendo. Leo è il mio primo figlio, chissà, magari anche l’unico, e io sono così felice di riuscire a godermi questi primi mesi con lui, nonostante la novità, nonostante le difficoltà, la solitudine, i mille pensieri.

Certo, questo non è il massimo, se penso che arriveranno di sicuro periodi più duri, più difficili, e allora magari mi sentirò una madre di merda quando mio figlio attraverserà delle difficoltà. Ma magari no. L’aspetto più bello di questo periodo è che è praticamente scomparsa quella parte intransigente, crudele, iper-esigente che mi accompagna da sempre e che da sempre mi schiavizza le emozioni. Ora sento che sono io che devo decidere come comportarmi col mio piccolino, non sento più di essere in balia di una parte troppo cattiva per essere utile. È bello poter scegliere. Scegliere di non arrabbiarsi, scegliere di sorridere, scegliere di cercare di capire e non di imporsi.

Tutti mi ripetono che “più si va avanti, peggio è”, nel senso che diventa tutto più impegnativo. Lo capisco, ma ogni giorno per me è meglio. Ogni piccolo movimento in più, ogni volta che dobbiamo riorganizzare gli spazi, ogni precauzione di sicurezza che dobbiamo prendere significa che Leo sta diventando più presente, consapevole, “autonomo”, volitivo. E questo lo adoro. Avere un essere che dipende completamente da me, che è inerme e inerte, che mangia-e-dorme… non è questo la mia idea di figli. Io voglio qualcuno che mi sorprenda ogni giorno, che mi dia da pensare, che scombini le mie routine quotidiane e mi costringa a vivere diversamente, che mi ricordi quanto è più bello passare il tempo insieme, che mi costringa a ripetermi ogni minuto che le persone sono più importanti delle cose.

E stasera sono felice perché sento che questo piccolo bambino ciccioso è proprio questo che mi sta portando: consapevolezza, varietà, sfide. E mi sento una privilegiata.

Io sono tua madre

May192014

Parafrasando l’intramontabile “Guerre Stellari”, ebbene sì: dal 18 gennaio 2014 sono la mamma di Leonardo, un cicciobombo nato di 3 kg e che ha quasi doppiato il suo peso in poco più di due mesi. Biondo con dei probabili occhi azzurri, da me ha preso solo il naso e la frequenza con cui piange (spesso), ma anche la passione per il sonno (altrettanto frequente). Certo, che angoscia. Di sicuro non posso scrivere il solito post sdolcinato tutto cuoricini in cui dico che è la cosa più bella della mia vita, che mi sento una donna nuova, che è stata l’emozione più grande che mai proverò. Questi assoluti mi sanno molto di frasi fatte.

Io mio figlio l’ho vissuto con sorpresa, all’inizio, poi con tanta, tantissima angoscia, finché non è arrivata la felicità e un accenno di complicità, che spero di coltivare giorno per giorno da qui all’infinito. Essere madre, però, e questo lo dico con convinzione, è la cosa più difficile e intensa che mi sia capitata fino a oggi. È fisicamente e psicologicamente faticoso, è un continuo rimettersi in gioco, è un’infinita ricerca di soluzioni rapide a problemi incomprensibili e, in generale, è fare i conti con quello che ti porti dietro e che hai cercato di nascondere. Dire che “mio figlio è un bravo bambino” mi suona sempre molto ridicolo: è un concentrato di delizia e castigo, ma certo che è un bravo bambino, solo perché io parto dal presupposto che quando piange lo fa per esprimere un bisogno. A questa età (4 mesi) è  troppo presto per parlare di capricci, anche se a volte veramente mi sembra che voglia sfidarmi. Poi però mi ricordo che io stessa sono ancora incapace di esternare i miei sentimenti a dovere e che piango a ogni piè sospinto, quindi come posso aspettarmi qualcosa di diverso da un piccolo essere che vede il mondo da appena 4 mesi e che ha come quasi unica compagnia ME? No, dico: ME. Non una persona normale, non una mamma equilibrata che gli compra i vestitini e lo porta a passeggio nel parco. ME. Una scapestrata iper-emotiva che passa metà della giornata in mondi di fantasia e l’altra metà a cercare di raccontarli. Una trentenne che si crede cresciuta solo perché ha un compagno, una società, una casa in affitto e ora anche un figlio, ma che in realtà si deve arrampicare ogni giorno sugli specchi della sua quotidianità per riuscire ad arrivare a sera tutta intera. E adesso devo anche far sopravvivere e, anzi, VIVERE un bambino.

Com’è essere mamma? Soverchia ogni altra cosa. Sia per te che per gli altri. A volte. A volte, invece no.

Quindi sei mamma al 100% di giorno e di notte, quando devi provvedere al nutrimento, al calore, al divertimento, all’educazione e alla crescita di tuo figlio. Sei mamma al 100% quando devi imparare a fare tutto con lui, da attaccarlo al seno a cambiargli il pannolino a lavarlo senza farlo cadere per terra, a fargli il bagnetto senza fargli venire il raffreddore. E ancora non si è ammalato, ancora non ha messo i denti, ancora non cammina, salta, si appende: in teoria tuo figlio è il classico bambino che “mangia e dorme” (lo dovremmo confessare ai futuri genitori che questo tipo di neonato SEMPLICEMENTE NON ESISTE). Sei mamma quando, a partire dal PRIMO MESE del bambino tutti ti chiedono: “DORME LA NOTTE?” E tu prima ti senti una merda perché no, in effetti povera creatura si sveglia per mangiare 2-3 volte, poi scopri che è così per tutti e che non è il tuo bambino che è “strano”, ma che strana è tutta quella gente che si aspetta che un neonato dorma 9 ore di seguito così, senza colpo ferire.

Poi sei donna al 100% quando devi conciliare cose come l’igiene quotidiana, fare delle chiacchiere con il tuo compagno, cucinare, lavare, stendere, fare la spesa, sistemare casa, pulire, pensare ai vaccini, agli abitini, all’aria aperta, ai supporti per portare in giro tuo figlio, al lettino che nella cesta non ci sta più. L’idea di depilarti ti sembra una pratica così essenziale ma anche così esotica e lontana. Acquistare vestiti per te è un’utopia che non si verificherà mai più. Una serata fuori con le amiche non esiste. E in realtà non esisteva nemmeno prima di tuo figlio, perché hai sempre preferito uscire con gli amici e i colleghi maschi. Inoltre, a ben pensarci, il bilanciamento mamma-donna è comico, perché non si capisce dove finisca una e cominci l’altra.

Poi sei lavoratrice al 100%, e cioè quando te ne rimani con tutti i pensieri di lavoro in testa, quando hai paura di perdere i tuoi clienti per la “pausa” della maternità, quando ti manca il tuo lavoro ma, ogni volta che cerchi di metterci mano, la tua scimmia urlatrice ti ricorda che vince lei e che tu devi obbedire al suo richiamo, quando sai che tra 4 giorni ti dovrai separare dal tuo bambino per 7 ore e non hai idea di come farai tu a sopravvivere. E anche di come faranno lui e il papà. Gli altri che ti stanno attorno non sanno bene come prendere le misure: sarai la stessa oppure no? Ti carico di lavoro per farmi vedere che sei indispensabile e mi manchi, con il risultato di farti stancare come un mulo, o ti faccio un cordone sanitario attorno e ti lascio goderti la creatura, facendoti sentire superflua e aumentando la paura che nessuno ti vorrà più nell’asfittico mercato del lavoro italiano, in cui già è una semi-colpa essere donna, figuriamoci se sei anche madre.

Solo che una persona, in particolare Valentina, non può essere una persona al 300%. E quindi c’è una specie di gioco al massacro per infilare tutte quelle parti in una persona (e in una giornata) sola. Non è che mi lamento o che ho la verità assoluta, solo che mi va di scrivere di come sto e di com’è essere mamma per me, perché è un’esperienza che mi sembra di vivere in modo un po’ più profondo delle solite chiacchiere interlocutorie tra persone che si conoscono appena.

E anche, scrivo perché scrivere mi permette di fare le due cose che mi piacciono di più in questo periodo: pontificare e lamentarmi. Pontificare sulla vita, lamentarmi della fatica. Se lo faccio parlando con persone reali tutti mi ridimensionano, mi zittiscono con frasi del tipo “Ci siamo passati tutti”, “Cosa ti aspettavi che fosse essere madre”, “Stringi i denti e soffri in silenzio”. Sì, certo, proprio nel mio stile!

No, stringo i denti sì, ma soffrire in silenzio proprio no. Voglio sublimare, come sempre, scrivendo e lasciando una traccia di quello che mi capita e che mi passa per la testa mentre cerco di attraversare quella che è finora l’esperienza più difficile della mia vita: essere mamma di Leonardo!

 

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