Un po' di entusiasmo

Quando ci sono i serramenti alle finestre è tutto un altro vivere…
Quando l’imbianchino dice che verrà  tra pochi giorni… La cucina da ordinare… La porta solo da montare…
Ok, ci siamo.
Oh mio dio.

Perché Bukowsky

Temo la cirrosi epatica e sono felice
Aveva capito tutto
Ed è morto vecchio di cirrosi anche lui
Perché tutto il resto non ha senso
Se non scrivere parole che non esistono
Mai ringrazierò abbastanza mio padre
per avermi insegnato a leggere

Perché tutto questo mi salva la vita
Le parole mi salvano la vita da sempre
mi tengono ancorata a quello che potrei ancora diventare

Non eri Einstein, non eri niente
ma hai sempre la speranza delle parole
che ci sono e che ti cullano e che sono sempre tue
Anche da ubriaca, anche da sola, anche tra le risate insensate
Parole parole parole
Rotowash
Parole magiche che riportano in vita persone morte
che ti danno da sperare in un paese inabissato nel nulla
Parole assolute che esistono, a differenza di tutto

Io esisto
finché esistono le mie parole

Il lamento di me stessa su un treno

Bella la notte al di là  del vetro di un treno, soprattutto quando mi porta da te e nell’oscurità  si nascondono tutte le possibilità  che in questa giornata molto grigia e un po’ amara mi aspettano di soppiatto anche se io non lo so, anche se io non ci credo poi molto.
Bello pensare che sto viaggiando ancora, un viaggio breve e usuale, ma così prezioso oggi, perché mi allontana e mi avvicina, perché mi lascia il tempo e il silenzio per pensare e decidere. O aspettare, ancora un po’.
E’ strana l’impressione ricorrente, le lacrime sempre in agguato, la voglia di fare e un macete sulle ali, i soldi, la solitudine di una stanza sempre vuota che invece no, potrebbero starci in tanti ma non riesco a fare tutto, alla fine.
Mi piace il mio respiro contro il finestrino, mentre con le mani cerco il buio per guardare fuori, e intravedo campi, e case illuminate, e fabbriche spente, e vite, e vita, in generale, che alla fine io sono su un treno e altri no, io sono viva e altri no, io me la devo gustare, perché altri non possono più o non hanno mai potuto.
E per questo sento sempre il peso di meritarmela questa vita casuale che è toccata a me e non a un altro, sento sempre di essere troppo stupida, troppo ingenua, troppo grassa, troppo bassa, troppo illusa, troppo arrogante, sono troppo e vorrei essere un po’ di meno, sogno troppo e vorrei sognare un po’ di meno, vivo troppo e vorrei vivere un po’ di più.
Nelle stazioni mi prendo qualche istante per respirare, per ricordarmi che a volte il turbine si ferma, che a volte la quiete esiste, a braccetto con la felicità , legata a doppio filo con l’accettazione.
Però non funziona molto, e continuo a volere le cose così forte che mi esce il sangue dal naso e la gente pensa che io sia pazza o solo furba o forse semplicemente fuori posto.
Fuori posto, certo, perché non mi adeguo. Ma non mi adeguo perché non capisco come si fa.

Preghiera estemporanea: Dio in cui non credo, ti prego, perché proprio io mi devo arrabattare con idee strambe e curiose quando potrei essere felice se mettessi da parte l’ego, il mio io, se avessi idee da pensare da scambiare con cose da fare, oggetti invece di processi, sorrisi ipocriti e vigliacchi anziché rapporti sinceri? Dio in cui non credo, ti prego, fai uno dei tuoi miracoli, con quasi tutti gli altri funziona, con quasi tutti ci sei riuscito, perché non provi ancora, anche con me. Perché non mi fai questo regalo? Pinocchio voleva diventare un bambino vero, e l’hai esaudito. Io vorrei solo diventare una bambina stupida. Si può?

Che poi ci sarebbe anche da discutere sul concetto di stupidità . Come quel film in cui tutti erano vampiri tranne uno e però questo qui voleva ammazzare tutti i vampiri, ma ormai i vampiri erano i buoni e lui il cattivo. E’ la stessa cosa, sono stupidi gli altri o sono stupida io che non riesco a essere stupida come tutti? E’ un dilemma da bar irrisolvibile, temo.
E poi tutto questo tempo fatto di malessere e cose non dette, ma vi pare? Tutti questi minuti della mia ormai breve vita che vengono sprecati in elucubrazioni di un’inutilità  sconcertante…
Pensavo che alla fine io di T.S. Eliot avrei potuto innamorarmi. Questo è un pensiero utile. Su questo vale la pena passare un pomeriggio a riflettere. Eliot, la poesia, le parole, la nostra identità , l’amore, amare qualcuno che non esiste. Perché alla fine amare un morto è come amare un fantasma o un’idea o un’icona, non esiste e basta, esiste nel racconto, nella memoria, nel resoconto. Un morto è come il personaggio di un libro, c’è ma non ne hai le prove, sono tutte indiziarie, perché in effetti non c’è più.
Forse è questo che ci succede, quando moriamo ci trasformiamo in storie, in racconti per qualcun altro che resta, in memoria di noi che si tramanda tra chi non ci conosce o ci conosceva e ci ricorda o ci reinventa. Bella la morte vista così, come un divenire racconto, divenire storia. Muoio e divento immortale, anche se non scrivevo, anche se non recitavo, anche se non.
Muoio e divento narrare di me.
Quindi sarà  meglio se prima di morire mi dò un po’ da fare ed evito di passare il tempo a scrivere in rima anziché alzarmi in piedi e cantare, o viaggiare, o ridere con persone che mi amano davvero.
Sarà  meglio.

Tornerò

In ginocchio da te.
No, nel senso che non c’ho voglia di scrivere qui, in questo mese.
Mi sento più… Come dire… Boh.
Ho finito Fahrenheit e mi ha fatto schifo.
Però Animal Crossing per DS spacca!
Se qualcuno vuole il mio codice amico, non deve far altro che chiedere. E poi ci facciamo le visite!
Ok, forse devo smetterla di essere così alienata…

Bedonia

“In my restless dreams, I see that town.
BEDONIA.
You promised you’d take me there again someday.
But you never did.
Well I’m alone there now…
Waiting for you…”In our “special place“…

Roba che uno finisce di giocare a Silent Hill 2 e poi ci si ritrova, a Silent Hill.
Che almeno lì c’era la nebbia e non si vedeva molto…
Invece qui…
=_=’
Cittadina insignificante.
B&B ricco di emozioni (gestore affabile e gentile, ma ambiente un po’, come dire… Alla Silent Hill, appunto?)

Però bella Bardi e il Castello

Archeologia industriale a Porto Marghera

Zona industriale di Marghera
Dopo esserci disintossicati sulle montagne, era il caso di tornare alla dura realtà  con una breve gita nella zona più zozza e squallida del Veneto: Porto Marghera.
A volte cercare location per girare è interessante. Come in questo caso.
Un enorme complesso di alluminierie abbandonate all’inizio degli anni ’80.
E’ un luogo ideale per le riprese, ma visto che sono un’umanista letteraria e che mi piace farmi trasportare dall’emozione più che dalla pragmatica praticità  legata alla contingenza, non racconterò della meraviglia e della funzionalità  di questo “locus amoenus”, ideale per fare da terminale militare abbandonato. No, mi concentrerò invece sull’insieme di sensazioni tra la diffidenza, la curiosità , la paura e la pena che questo luogo ai confini del mondo mi ha causato.
Entriamo senza problemi. C’è una rete arancione tutto intorno alla zona, ma non ci sono cartelli di divieto né di pericolo. Lo spazio è sconfinato, e soprattutto l’enorme deposito abbandonato sulla sinistra, lungo, ridotto a uno scheletro, arrugginito, ma imponente e “loquace” fa impressione. Entriamo in alcuni edifici di servizio, l’infermeria, i locali comuni, la zona mensa. E’ tutto distrutto. Vetri per terra, muri scrostati, porte divelte. Le strutture cigolano, i pezzi di lamiera o di plastica appesi e pericolanti che sporgono dai soffitti si lamentano al passare del vento leggero.
C’è anche un “edificio peloso”
E, nel caso servisse un telefono
Il contrasto è feroce: mura dilaniate, vecchie e cadenti, rifiuti ovunque, vetri rotti, e poi, fuori, dai buchi nei muri, il cielo, le nuvole bianche che sembrano batuffoli bassi.
Continuiamo a camminare, passando da un edificio all’altro, come bambini curiosi in un parco giochi.
Continuiamo a camminare, ma presto ci accorgiamo di non essere soli. Per terra, nelle stanze abbandonate, troviamo alcune cosiddette “tracce umane”, bottiglie di birra, scatole di prosciutto sparse, lattine, maglioni di lana lurida e marcia buttati negli angoli o, peggio, appesi alle travi in posti apparentemente inaccessibili.
E troviamo un uomo. Un anonimo quarantenne seduto su una sedia in una stanza un po’ isolata, in mezzo alle macerie, con una maglietta rossa. Giacomo lo saluta. Lui ricambia. Ce ne andiamo in un scena semi-felliniana, un po’ spaventati dall’incontro imprevisto.
E io comincio a chiedermi: “E se ci fosse una colonia di senzatetto che occupa abusivamente la fabbrica?”
In effetti è così. Oddio, non proprio una colonia. Però sentiamo altri rumori, provenire da un edificio lì vicino.
Ci infiliamo nell’enorme deposito su più piani, il cuore di questo luogo tra il magico e l’agghiacciante. Dall’interno non riusciamo a scorgere la fine, tra colonne di cemento e pali di ferro.
Non riusciamo ad arrivare all’ultimo edificio, una specie di enorme raffineria di non so cosa, che sembra peraltro il più pericolante. Tornando alla macchina vedo l’uomo dalla maglietta rossa e un altro individuo che passeggiano per il cortile tra gli edifici.
Arrivati alla macchina, notiamo che il cancello da cui siamo entrati è stato accostato. Usciamo senza problemi, ma con un vago senso di disagio.
La tipica sensazione da “Mi hanno osservato tutto il tempo e non me ne sono accorta”.

Poi, in realtà , penso un’altra cosa.
Che la diversità  ci terrorizzi è cosa normale. E’ così da sempre. La cosa difficile è rendersene conto e smetterla di essere paranoici, forse.
Dico sempre di essere affascinata dalle situazioni un po’ al limite, quantomeno fuori dalla norma. E quando mi ci trovo davvero davanti, mi faccio assalire dai miei civilissimi complessi e dalle mie legittime paranoie da cittadina modello.

Mah, a ogni modo.
I più penseranno che mi è “andata bene” stavolta. Che siamo incolumi e sani e salvi.
Io penso che poteva andarmi “anche meglio”. Che potevo scoprire di più. Che potevo farmi raccontare, da chi in quel posto evidentemente ci vive, cosa succede davvero quando il mondo non guarda. Chi ci va, cosa fanno, perché.
Perché, ad esempio, decidere di passare la propria vita in stabili abbandonati e diroccati, tra i fumi chimici della zona industriale più inquinata del nord Italia. Perché spendere e anzi buttare il proprio tempo in quel modo? Perché rifugiarsi in quell’ammasso di rovine? Per nascondere vite altrettanto rovinate? Per evitare di rovinare ancora di più?
Non lo so e, chiaramente, non lo saprò mai.
La paura e il buonsenso a volte sono troppo più forti della curiosità  e della voglia di sapere.
Purtroppo.