Heroin

Non mi ricordo se l’ho già  scritto.
Probabilmente sì, ma ho l’Alzheimer e lo dico ancora.
Che poi non è che sia un pensiero così originale.
Basta cercare la poesia nei libri. Tipo nei libri di Aldo Nove, che è un po’ il male del nostro tempo insieme alla Tamaro.

Cerchiamola nelle canzoni. Low Culture. Sì sì certo.
E allora arriva in soccorso la Factory, e Lou.
Dani, ti ricordi Perfect Day? Non è poesia quella? Mi evoca tutti i nostri momenti insieme.
E poi c’è questa, che mi evoca tutti i miei momenti da sola.
Che poi non ho il coraggio di provare, però se mi devo mettere lì e immaginare, è così che me la immagino.

“Perché la lama nelle vene
Mi fa scoprire il cuore della mia mente
Ed è meglio che morire
Perché quando la marea comincia a salire
Tutto diventa silente”

A volte penso che i traduttori traducano solo per pensare di essere loro gli autori delle bellissime frasi che trovano nel mondo.
O magari è per condividere.

Vorrei svegliarmi una mattina ed essere Joyce.
Poi, ancora, mi ricordano che c’è qualcuno che si è svegliato una mattina ed era uno scarafaggio gigante…

I don’t know just where I’m going
But I’m gonna try for the kingdom, if I can
‘Cause it makes me feel like I’m a man
When I put a spike into my vein
And I’ll tell ya, things aren’t quite the same
When I’m rushing on my run
And I feel just like Jesus’ son
And I guess that I just don’t know
And I guess that I just don’t know

I have made the big decision
I’m gonna try to nullify my life
‘Cause when the blood begins to flow
When it shoots up the dropper’s neck
When I’m closing in on death
And you can’t help me not, you guys
And all you sweet girls with all your sweet silly talk
You can all go take a walk
And I guess that I just don’t know
And I guess that I just don’t know

I wish that I was born a thousand years ago
I wish that I’d sail the darkened seas
On a great big clipper ship
Going from this land here to that
In a sailor’s suit and cap
Away from the big city
Where a man can not be free
Of all of the evils of this town
And of himself, and those around
Oh, and I guess that I just don’t know
Oh, and I guess that I just don’t know

Heroin, be the death of me
Heroin, it’s my wife and it’s my life
Because a mainer to my vein
Leads to a center in my head
And then I’m better off than dead
Because when the smack begins to flow
I really don’t care anymore
About all the Jim-Jim’s in this town
And all the politicians makin’ busy sounds
And everybody puttin’ everybody else down
And all the dead bodies piled up in mounds

‘Cause when the smack begins to flow
Then I really don’t care anymore
Ah, when the heroin is in my blood
And that blood is in my head
Then thank God that I’m as good as dead
Then thank your God that I’m not aware
And thank God that I just don’t care
And I guess I just don’t know
And I guess I just don’t know

Cercasi Cellulare!

Ho portato il mio Nokia in assistenza.
Lo terranno fino a FEBBRAIO 2008.
Mi hanno consigliato di comprare un altro telefono.
Li ho sparati affanculo.

Se qualcuno di voi miei 25 lettori ha un cellulare vecchio ma funzionante, con la batteria che duri almeno un paio di giorni, e me lo può prestare, ne sarò molto lieta.
Se no non sarò raggiungibile via cellulare fino a febbraio.

Confido nella vostra pena, visto che Nokia sucks e li odio tutti.

Conforto. E' il tempo che manca.

O ce n’è troppo, tra qui e quando ne avrò di più.
Oggi ero in casa, con una tazza di orzo caldo, davanti al computer cercando di scrivere, come sempre, e come sempre riuscendoci a stento.
Però fuori le sagome degli alberi si erano fatte scure, il sole era tramontato lasciando posto al cielo azzurro e luminoso, ma senza la violenza della luce. Sul soffitto, i miei lucernari, i nostri lucernari, facevano passare un colore azzurro cielo e sembravano due quadri semplici e perfetti.
Oppure, guardando dal tetto di un palazzo in una Milano quasi di notte, ho visto uno spicchio di luna, lì in mezzo, leggero, libero, come se sotto non ci fosse la città , ma un deserto, come se sotto non ci fosse il presente, ma il futuro.
Sto cercando di vivere fuori dal futuro anteriore, di non aspettare i ricordi per rendermi conto, sto cercando di rendermi utile, agli altri e a me stessa, e di fare quello che mi piace, rispettando per quanto possibile i miei tempi.
Sono uscita dalla metropolitana, sono tornata in superficie, e c’era vento, tutte le foglie svolazzavano come frenetiche, per andare a schiantarsi per terra, non mute, ma con un crepitio, come di fuoco.

E penso costantemente che un giorno non avrò più coscienza di nulla, che non percepirò il caldo il freddo la felicità  la noia, che tutto andrà  avanti, ma senza di me, e che non potrò più alzarmi, girarmi nel letto, sudare, giocare, ridere e pensare che quello è il momento più intenso della mia vita.
Ci penso costantemente e non riesco a immaginare come sarà , e mi gira la testa e mi scendono lacrime dagli occhi ma non sto piangendo, non sto piangendo è come se fosse un’emozione troppo forte da restare qui dentro, e allora almeno esce dagli occhi, precisamente da dove era entrata.

Forse dovrei sdrammatizzarmi.
Forse dovrei prendermi meno sul serio.
Forse ho bisogno di una vacanza (come, di già ?).

Forse, semplicemente, siete voi che non ci pensate mai, se no sareste come me, e avreste paura di affezionarvi, a volte, e avreste paura, sempre, che sia l’ultima volta per ogni cosa.

Sono una poser

Tris sul mio braccio

Sono una poser e infatti sono tornata.
Giornata campale: università , Ubisoft, tris sul braccio, canto tutto il pomeriggio Breakthru dei Queen dopo una nottata passata a bere birra e fare i tarocchi.
Arrivo nella ridente cittadina che mi ospita e mangio con i miei due “labrador pregati” al ristorante giapponese nel centro commerciale più squallor del mondo.
Torno a casa e c’è un’inaspettata reunion dei MIEI amici con la MIA famiglia.
Ma prego, fate pure.
Racconto di come al lavoro abbiano deciso che il passatempo di oggi era “Gioca a tris sul braccio della Vale”.
Sfoggio un librone di Matte Blanco che non riuscirò mai a finire.
Mostro con orgoglio la mia patta aperta (e rotta da ormai 36 ore).
Fortunatamente l’attenzione viene deviata e le pietre vengono tutte tirate ad Alice, per il basket, per la laurea e per le polpette e il tè freddo che si ostina a rifiutare quando va dai miei genitori, ferendo nel profondo mia madre e scatenando l’ira funesta di mio padre.
Padre, il quale, mi interpella sul perché il blog sia chiuso.
Il popolo tutto insorge e mi prospettano la loro triste vita, al lavoro, senza niente di sconclusionato da leggere.
Con atteggiamento timido ma gongolante chiedo ripetutamente se devo riaprire i battenti. I miei cinque lettori mi dicono di sì. Come deludere un siffatto pubblico (tra loro c’è chi studia Gli amori di Africo e Mensola, chi pilota Jet supersonici e chi sa cosa vuol dire Compos Mei).
Chi sono io per deludere tutti costoro?

Quindi, in poche parole, ri-eccoci qui.

Ah, giusto per la cronaca: la mail di “uno a caso” è “agdafd@fgajk.it”
Te l’avevo detto, papà , che con la mail avrei capito chi è!