The Wings

Tris sul mio braccio
Nostalgia.
Quando il sole tramonta così, come di sbieco, e fa freddo, tanto freddo, e le luci intorno sembrano tutte luci di Natale.
Nostalgia di mio nonno, e di sapere che non sarò mai come lui, che non vedrò mai i deserti di notte da soli, non sarò mai un’esule, non avrò mai storie di guerra da raccontare e una pelle abbrustolita dal sole che non passa per tutta la mia lunga e curiosa vita.
Nostalgia di quando guardavo le stelle nel campo qui di fianco, dove ora c’è una villetta, ma non ho nostalgia del campo, ho nostalgia delle stelle. Non le vedo più come una volta. Perché una volta guardavo il cielo molto di più, adesso invece è solo un coperchio che passa inosservato.
Nostalgia del mio tempo, nostalgia di quando leggevo un libro al giorno o di quando lo facevo e mi bastava.

La crudeltà , la vera crudeltà , è che perdiamo dei pezzi, per strada, e non possiamo più essere com’eravamo in tutte le cose, ma i desideri, il dolore, la gioia immotivata, le lacrime che sgorgano all’improvviso, queste cose non passano mai, e invece di imparare a gestirle meglio non facciamo altro che sentire, ogni volta più forte, ancora immobili come la prima volta che siamo stati empatici, da piccoli, ancora e sempre più disarmati di fronte a un turbine di sensazioni e sentimenti che non saremo mai in grado di gestire.

Nostalgia.
E la peggiore è sempre la nostalgia di tutto quello che non arriveremo mai ad essere. Che non riusciremo nemmeno a immaginare.
Al mio fianco.

The Last Waltz – Old Boy

Mi sento innamorata di tutto, quando ascolto questa canzone e ti penso.

E’ come se anche il freddo di questo autunno nuvoloso avesse un suo colore.

Che è, poi, quel bianco latte della luna che ci bagna i volti la notte, prima di dormire.

Che è, anche, quel calore che sento, dalle mani al cuore, quando penso al nostro futuro insieme.

당신을 사랑합니다

Lettera dall'Africa

Sono sempre qui, dove mi avete lasciato l’ultima volta. Continuo a non voler aiutare i negri dell’Africa, o, almeno, a pensare che non sia questo il mio destino. Passo i miei pomeriggi a fare quello che è giusto fare, lavoro, studio, scrivo, vomito per motivi che non so, piango, poi dormo, e fingo che vada tutto bene, ma non va bene niente. Non va bene niente.
Poi in un pomeriggio stanco, la solita domenica col cielo bianco, leggo qualcosa che so mi resterà  impressa per tutta la vita.
Federica era una ragazza magra. A distanza di anni mi accorgo che questa e la couperose sono le due caratteristiche fisiche di lei che mi sono rimaste più impresse. Più ancora dei ricci castani che tanto le invidiavo. Quando ero adolescente pensavo che Federica fosse intelligente: prendeva bei voti, era una persona con un senso, mi sembrava consapevole di sé, a differenza di me e degli altri nostri coetanei. Eravamo amiche perché eravamo nate lo stesso giorno, il 23 agosto del 1980, e lei era la prima persona che incontravo che fosse nata quando ero nata io. Siamo state amiche, credo. Magari non amiche per sempre, però amiche. C’era qualcosa che ci univa, un filo rosso che però si è nascosto, negli anni, e alla fine, come in tutte le storie viste e ri-viste, ci siamo allontanate. Non saprei dire perché. Nemmeno oggi, che è passato tanto tempo.
Quello che so dire è che Federica mi sembrava una ragazza felice. Sola, forse, un po’ introversa, silenziosa, ma una che pensa molto e che ha tutto sotto controllo.
D’altra parte, lei è sempre stata la gemella-non-di-sangue intelligente. Io, alle cose, ci arrivo sempre dopo.
Allora mi sembrava intelligente perché aveva tanti nove e dieci. Perché prendeva gli appunti in modo ordinato e perché i professori la stimavano.
Aveva una grafia chiara e sicura. Bella, direi, ma non come quelle grafie ammiccanti delle adolescenti, era una grafia forte, decisa, e molto, molto particolare. Tanto lei sembrava esile quanto la sua scrittura era carica di forza.
Un’estate, Federica mi ha anche letto il futuro: e quando una tua gemella ti legge le carte, non si può sbagliare. La verità  stava tutta lì, in quella carta numero 9 che mi ha perseguitato per tanti anni. L’Eremita non era una previsione del mio futuro, ma di com’ero e di come sono ancora oggi: sola, sul cuore della terra, trafitta da raggi di luce che mi hanno reso cieca.
Per anni non ci siamo sentite, poi ho ricominciato a leggere sue notizie su Internet, e mi sono interessata, e mi sono sorpresa, e ho, finalmente, capito. Ho capito da dove veniva la sua intelligenza: non dai voti, non da quella mente così brillante e analitica, non dalla tensione alla perfezione che la stava quasi divorando. No, la sua intelligenza, il suo essere speciale, vengono da dentro. Da quello che i cristiani chiamano “anima” e da quello che io, fervente non credente, chiamo empatia. D’altra parte, era chiaro, avevo la risposta sotto gli occhi, anzi dentro di me: tutte le persone nate il 23 agosto del 1980 sono empatiche, devono solo rendersene conto. Io ci ho messo anni a capirlo e ancora oggi non riesco completamente ad accettarlo. E’ per questo che la notte non dormo per motivi futili, che di giorno cerco di riempire ogni vuoto con un’allegria faticosa da mantenere, che continuo a cercare di dare il meglio di me anche se a volte penso sia inutile.
Mi dimeno, mi dibatto, e con tutte queste parole non riesco a dire niente, come al mio solito. Non è vuoto, questo che ho dentro, è buio, è nero, è cecità , e non riesco a vedere nulla, e mi ostino a cercare con gli occhi quando dovrei smetterla e usare le mani, le orecchie, il naso. Sentire, non vedere, perché non sempre possiamo avere l’epifania del nostro sogno.
E’ quello che non c’è. Arriva l’alba o forse no. A volte ciò che sembra alba non è. Perciò io maledico il modo in cui sono fatto, il mio modo di morire sano e salvo.

Federica è sempre stata più intelligente perché ha cercato di condividere quello che le si agitava dentro, ma non tutti, non io quantomeno, sono stati in grado di capire, allora. Oggi capisco. E capisco anche che, con le parole che usa per descrivere il lavoro che svolge in un ospedale dell’Africa, riesce a parlare anche di quello che voglio fare io, con i racconti e le storie che prima o poi scriverò. Con i mondi che, prima che sia troppo tardi, inventerò.

“Stasera l’ho capito.
Questo posto offre uno spazio, uno spazio di vita.
Qui dentro è vita, vita vera.
Vita anche se si muore, perché la vita è dignita’, accoglienza, condivisione.
Soltanto questo è quello che noi possiamo fare qui, noi che sappiamo cosa è la vita abbiamo il dovere di creare uno spazio di vita.
Di difenderlo, recintarlo, custodirlo. E di lasciare la porta aperta. Sempre.
In modo che anche Rose e i suoi bambini, Oliver e la sua mamma e tutto il resto della fila possano provare, almeno una volta nella loro vita, a vivere per davvero.”

Anche io voglio creare uno spazio dove la gente possa vivere per davvero almeno una volta. Poco importa il mezzo: c’è chi lo vuole fare dedicando la propria vita, chi con le azioni, chi con le medicine, chi con l’educazione, chi con la musica. E chi, come me, con le parole.

Lettere dall’Africa di Federica Pozzi
2 novembre 2008 alle 7.02
Uno spazio di vita

A circa nove mesi dalla mia partenza per l’Africa mi ritrovo qui, questa sera in casa mia, senza acqua, dopo una giornata di guardia e una settimana intensa e ho qualcosa da dire.
Vorrei raccontare di quando l’altra notte verso la una Brother Elio, un fratello comboniano che vive qui da almeno 30 anni mi ha chiamata dalla finestra che gia’ stavo dormendo sotto la zanzariera. Rose,una donna che lui conosceva bene si era avvelenata e aveva avvelenato anche i suoi tre bambini prima di chiudersi in casa. Avevano dovuto buttare giu’ la porta ed erano stati portati tutti in Medicina ma non si trovava nessun medico. Quello di guardia, lo avrei scoperto il giorno dopo, era andato in città  a mangiare fuori.
Il tempo di vestirsi e prendere la pila e correre in reparto. Per strada ho incontrato John, l’idraulico che tante volte mi ha aggiustato gli allagamenti del mio bagno, anche lui conosceva bene quella donna e ha voluto accompagnarmi. Stranamente le infermiere erano gia’ tutte all’opera nel tentare una improvvisata lavanda gastrica all’africana, con mamma e bambini sul pavimento. Il piu’ piccolo che non avra’ avuto due anni era stato portato in pediatria.
Verso le tre erano tutti fuori pericolo anche se non siamo riusciti a capire che cosa avesse usato la mamma ne’ il perche’ di un gesto simile. Ma qui nessuno si stupisce piu’ molto, ogni settimana arrivano almeno due o tre tentati suicidi. Quello che in tanti chiamano distress post traumatico dei paesi che escono da una guerra. In parole piu’ semplici si potrebbe chiamare disperazione.
E John poi mi ha scortata poi fino a casa prima di tornarsene a dormire in una specie di casetta da guardiano sotto ai generatori.
Vorrei raccontare anche di Oliver, una piccoletta di due anni ricoverata al Tb Ward con sua mamma, tutte e due sieropositive che non vorrei piu’ mandarle a casa perché siamo riusciti a far avere loro il cibo avanzato dalla scuola infermieri e ora che sono malate stanno benissimo.
E vorrei farvi vedere la fila di gente che dalle due alle sette di sera oggi era li’ silenziosa sdraiata per terra all’ingresso della Medicina ad aspettare di essere visitata, ascoltata, anche solo considerata. Ci ho messo cinque ore di lavoro ininterrotto per cancellarla.
Ammetto che questa settimana ho vacillato.
Al mio rientro qui dopo quasi un mese in Italia mi sono chiesta davvero cosa significhi un ospedale missionario in una terra di sofferenze, di traumi, di gente che vive al limite di tutto. Perche’ la verita’ è che il successo, la cura, la guarigione non sono mai scontate, anzi. Le mie giornate parlano di contraddizioni, di fallimenti, di compromessi per ottenere ogni tanto qualcosa di buono almeno per qualcuno.
Ho pensato, in fondo cosa offre questo posto, cosa offre la mia presenza qui notte e giorno? Se i farmaci non ci sono, se nessuno ti assicura da mangiare in ospedale e nemmeno un letto, se ti devi pagare una radiografia del torace?
Stasera l’ho capito.
Questo posto offre uno spazio, uno spazio di vita.
Qui dentro è vita, vita vera.
Vita anche se si muore, perché la vita è dignita’, accoglienza, condivisione.
Soltanto questo è quello che noi possiamo fare qui, noi che sappiamo cosa è la vita abbiamo il dovere di creare uno spazio di vita.
Di difenderlo, recintarlo, custodirlo. E di lasciare la porta aperta. Sempre.
In modo che anche Rose e i suoi bambini, Oliver e la sua mamma e tutto il resto della fila possano provare, almeno una volta nella loro vita, a vivere per davvero.

Non sono morta…

… ma per coronare una degnissima settimana di sfiga, martedì mi sono ammalata e sono a letto (letteralmente) da allora.

Giacomo è venuto in soccorso, altrimenti non so come sarebbe andata a finire.
Intanto cerco di riposarmi e di sgomberare la mente, per tornare ad essere produttiva per la nostra meravigliosa società  italiana al più presto…
Forse, però, è anche questo che non mi fa guarire… E’ alquanto stressante pensare sempre che non si sta facendo abbastanza.

Ma passerà . E sarò felice.
Domani.

Superenalotto

Non credo abbia senso dire frasi come “Questa è stata la settimana peggiore della mia vita”, tuttavia penso che un resoconto più o meno dettagliato di quanto mi è successo da lunedì 13 a venerdì 17 possa aiutare a capire perché a volte il pensiero di mandare tutto a cagare è molto, molto forte.

Lunedì 13 ottobre: Giacomo è partito domenica sera, il mio morale non è dei migliori, vorrei raggiungerlo subito in mezzo al prosecco, ma mi sa che per un po’ non se ne parla. Già  dormire da soli, dopo tanto tempo, fa male. Ricomincio ad andare in università . Sembra che vada tutto bene, quando alle due di pomeriggio mi accorgo che mi stanno rubando i soldi dalla carta di credito usando il mio conto PayPal. Blocca la carta, vai dai carabinieri, NON sporgere denuncia perché non hai ancora l’estratto conto della carta (ma solo l’avviso di PayPal), torna al lavoro e resta fino alle otto per recuperare il pomeriggio buttato al vento in commissioni inutili

Martedì 14 ottobre: escono i nuovi MacBook. Ok, ci sono alcune cose che non vanno, altre che mi aspettavo un po’ meglio, ma non importa. Mi serve il computer nuovo e lo voglio comprare. Ops! Non posso! La mia carta di credito è bloccata, pofferbacco. A parte un lieve scoramento iniziale, decido di non drammatizzare: sono solo cose, non ne faccio un dramma

Mercoledì 15 ottobre: un simpatico camionista decide che nelle file al casello “non c’è posto per tutti e due”, invade la mia corsia, mi sperona mi causa 1.800 euro di danni alla macchina. Grazie a tutti quei vigliacchi maledetti che non hanno visto niente e non si sono fermati e grazie anche all’onestà  del camionista, compiliamo la constatazione amichevole ma, per dirlo alla francese, me lo prendo in quel posto e va a finire che ci danno il 50% di colpa a testa. Ovviamente l’onestà  non è su questa terra. A poco vale il fatto che lui mi abbia ripetuto: “Io non vedo da quel lato del camion”: non c’erano testimoni e resto nella mia infelice condizione di sfigata

Giovedì 16 ottobre: giornata di tensione, confronto con super-capa che mi mazzuola perché ho uno stile troppo infantile e mi fa pesare tantissimo il fatto di non essere un’autrice madrelingua inglese e di non riuscire a esprimere al 100% e come gli sceneggiatori di Sex and the City l’ironia, il sarcasmo e il tono pungente in americano. Nessun rancore, ha ragione. Infatti preparo le valigie e mi cerco un posto da receptionist, nel mentre. Però (ma lei non lo sapeva) aggiungere frustrazione in una settimana in cui sono già  emotivamente scossa…
Poi mi scrive Max e mi fa sentire prima in colpa, poi inutile, poi frustrata: perché dalle sue parole si capisce che gli altri, nessuno, capisce il senso di quello che sto facendo. Ma ne parleremo noi due e basta. Però, sul terrazzo verde pisello di Ubi, ho pianto un sacco, mentre aspettavo di essere redarguita dalla mia capa francese…
La sera, infine, tornando a casa, assisto a una scena che definire pietosa è poco: alla fermata della linea rossa Molino Dorino la gente esce dalla metro e comincia a salire le scale. Una vecchina con i capelli bianchi e in evidente difficoltà  è aggrappata con le unghie e con i denti al corrimano, a metà  scala, e non si capisce quando potrà  ancora resistere. Beh, non solo nessuno si fermava ad aiutare, ma la spintonavano infastiditi in preda alla fretta. Ho sgomitato, spostando due o tre signori in giacca e cravatta che facevano gli gnorri e ho afferrato la signora, aiutandola ad arrivare in cima alla rampa di scale. Erano solo trenta scalini, ma nessuno ha fatto niente. E nemmeno io, alla fine, mi sono sentita un granché felice. Mi è tornata in mente mia nonna, che una volta si è fatta male salendo sul treno e si è sbucciata un ginocchio. Però, almeno, quella volta lì c’era anche mio nonno, e l’ha aiutata. E ho pensato che è veramente triste essere vecchi, ed essere soli, ed essere circondati da gente che non ha più tempo per niente. Ho pianto tutta sera pensando a mia nonna, a quanto mi manca e a ogni volta che ha salito le scale senza che io la aiutassi, perché non c’ero

Venerdì 17 ottobre: passo cinque ore per la denuncia per la carta di credito, tra il comando di polizia e la banca. E per fortuna che al comando c’è il capo della polizia che mi aiuta, gentilissimo e molto più sveglio di quanto non sarò mai, perché se no ero ancora lì a capire che differenza c’è tra una denuncia e una querela eccetera. Nel mentre, faccio la spesa e, dimenticandomi di non avere il bancomat con me, devo lasciare metà  della roba alla cassa per riuscire a pagare (coi 20 euro che avevo in tasca). Passo, infine, il pomeriggio chiacchierando con plurimi operatori di Fastweb: grazie alla rincoglionita signora che mi ha fatto il contratto all’inizio di settembre, pago la stessa cifra per avere UN SERVIZIO IN MENO di quelli che avevo richiesto. Mi incazzo, litigo con tutti quelli che mi vogliono passare ad altri reparti e alla fine trovo un ragazzo che mi aiuta davvero. Conclusione: scrivo a Fastweb una raccomandata e o mi reintegrano il contratto COME L’HO CHIESTO IO, o me ne vado sbattendo la porta.

Cosa ho imparato in questa settimana?
Che non bisogna MAI fare acquisti on-line con la carta di credito (e parla una che compra dal 1999).
Che i soldi non fanno la felicità , ma un Mac nuovo, forse sì.
Che non ci si deve fidare delle persone, mai, in nessuna circostanza. Che la gente è incattivita e vigliacca, falsa e bugiarda e che non si fanno scrupoli a fregarti, anche se sanno di avere torto marcio. Perché tanto, ormai, essere un bravo cittadino non significa essere onesti. Significa non farsi beccare.
Che non sono né sarò mai una madrelingua inglese. E che forse i miei desideri di essere un’autrice saranno solo l’ennesimo sogno sovra-dimensionato che ho. Perché si può cambiare tutto, ma non quello che si è.
Che i miei nonni mi mancheranno sempre e che sì, vivranno con me ogni giorno, ma la mancanza non è razionale e la malinconia che si prova mentre si cresce e tutto quello che eri da piccola se ne sta andando è incontrollabile e inevitabile.
Che mi fa tanto soffrire se nemmeno i miei amici più cari mi capiscono più. Se non si vede, ai loro occhi, una ragione per cui dovrei fare quello che faccio, passare nottate a scrivere e giornate a sognare. Allora forse, veramente, siamo soli, e ringraziamo che almeno siamo in due.
Che meno male che la settimana è finita, perché ho perso più tempo, lacrime, equilibrio e serenità  ultimamente che da tanto, tanto tempo.

Con tutto questo però, cosa volevo dire?
Che per la prima volta nella mia vita ho giocato al Superenalotto. Ebbene sì. Perché voglio avere la soddisfazione di un’ennesima cosa che va male, in questa settimana, e cioè, ad esempio, sbagliare la combinazione vincente per un numero, nel senso che escono tutti i numeri prima dei 6 che ho scelto io, oppure perdere il biglietto vincente e dire addio a tutti i miei soldi.
Temo che, come per la nostra società , questa sia un po’ una mia, personale, deriva. Arrivo a sperare in una cosa tanto assurda quanto quella di essere veramente intelligente e gioco un euro perché così tutto andrà  bene. Perché “non c’è motivo per non farlo”. Perché è meglio scommettere che non scommettere. Perché sto facendo quello che non si dovrebbe mai, e cioè appaltare la propria felicità  alla fortuna. Tant’è.
Tanto lo sappiamo tutti che non vincerò.
Ma almeno avrò provato veramente ad essere felice.
No?