{"id":363,"date":"2008-11-02T15:12:45","date_gmt":"2008-11-02T14:12:45","guid":{"rendered":"http:\/\/www.alchemicoblu.it\/index.php\/2008\/11\/02\/lettera-dallafrica\/"},"modified":"2008-11-02T15:12:45","modified_gmt":"2008-11-02T14:12:45","slug":"lettera-dallafrica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.alchemicoblu.it\/old-blog\/2008\/11\/lettera-dallafrica\/","title":{"rendered":"Lettera dall&#039;Africa"},"content":{"rendered":"<p>Sono sempre qui, dove mi avete lasciato l&#8217;ultima volta. Continuo a non voler aiutare i negri dell&#8217;Africa, o, almeno, a pensare che non sia questo il mio destino. Passo i miei pomeriggi a fare quello che \u00e8 giusto fare, lavoro, studio, scrivo, vomito per motivi che non so, piango, poi dormo, e fingo che vada tutto bene, ma non va bene niente. Non va bene niente.<br \/>\nPoi in un pomeriggio stanco, la solita domenica col cielo bianco, leggo qualcosa che so mi rester\u00e0\u00a0 impressa per tutta la vita.<br \/>\nFederica era una ragazza magra. A distanza di anni mi accorgo che questa e la couperose sono le due caratteristiche fisiche di lei che mi sono rimaste pi\u00f9 impresse. Pi\u00f9 ancora dei ricci castani che tanto le invidiavo. Quando ero adolescente pensavo che Federica fosse intelligente: prendeva bei voti, era una persona con un senso, mi sembrava consapevole di s\u00e9, a differenza di me e degli altri nostri coetanei. Eravamo amiche perch\u00e9 eravamo nate lo stesso giorno, il 23 agosto del 1980, e lei era la prima persona che incontravo che fosse nata quando ero nata io. Siamo state amiche, credo. Magari non amiche per sempre, per\u00f2 amiche. C&#8217;era qualcosa che ci univa, un filo rosso che per\u00f2 si \u00e8 nascosto, negli anni, e alla fine, come in tutte le storie viste e ri-viste, ci siamo allontanate. Non saprei dire perch\u00e9. Nemmeno oggi, che \u00e8 passato tanto tempo.<br \/>\nQuello che so dire \u00e8 che Federica mi sembrava una ragazza felice. Sola, forse, un po&#8217; introversa, silenziosa, ma una che pensa molto e che ha tutto sotto controllo.<br \/>\nD&#8217;altra parte, lei \u00e8 sempre stata la gemella-non-di-sangue intelligente. Io, alle cose, ci arrivo sempre dopo.<br \/>\nAllora mi sembrava intelligente perch\u00e9 aveva tanti nove e dieci. Perch\u00e9 prendeva gli appunti in modo ordinato e perch\u00e9 i professori la stimavano.<br \/>\nAveva una grafia chiara e sicura. Bella, direi, ma non come quelle grafie ammiccanti delle adolescenti, era una grafia forte, decisa, e molto, molto particolare. Tanto lei sembrava esile quanto la sua scrittura era carica di forza.<br \/>\nUn&#8217;estate, Federica mi ha anche letto il futuro: e quando una tua gemella ti legge le carte, non si pu\u00f2 sbagliare. La verit\u00e0\u00a0 stava tutta l\u00ec, in quella carta numero 9 che mi ha perseguitato per tanti anni. L&#8217;Eremita non era una previsione del mio futuro, ma di com&#8217;ero e di come sono ancora oggi: sola, sul cuore della terra, trafitta da raggi di luce che mi hanno reso cieca.<br \/>\nPer anni non ci siamo sentite, poi ho ricominciato a leggere sue notizie su Internet, e mi sono interessata, e mi sono sorpresa, e ho, finalmente, capito. Ho capito da dove veniva la sua intelligenza: non dai voti, non da quella mente cos\u00ec brillante e analitica, non dalla tensione alla perfezione che la stava quasi divorando. No, la sua intelligenza, il suo essere speciale, vengono da dentro. Da quello che i cristiani chiamano &#8220;anima&#8221; e da quello che io, fervente non credente, chiamo empatia. D&#8217;altra parte, era chiaro, avevo la risposta sotto gli occhi, anzi dentro di me: tutte le persone nate il 23 agosto del 1980 sono empatiche, devono solo rendersene conto. Io ci ho messo anni a capirlo e ancora oggi non riesco completamente ad accettarlo. E&#8217; per questo che la notte non dormo per motivi futili, che di giorno cerco di riempire ogni vuoto con un&#8217;allegria faticosa da mantenere, che continuo a cercare di dare il meglio di me anche se a volte penso sia inutile.<br \/>\nMi dimeno, mi dibatto, e con tutte queste parole non riesco a dire niente, come al mio solito. Non \u00e8 vuoto, questo che ho dentro, \u00e8 buio, \u00e8 nero, \u00e8 cecit\u00e0\u00a0, e non riesco a vedere nulla, e mi ostino a cercare con gli occhi quando dovrei smetterla e usare le mani, le orecchie, il naso. <em>Sentire<\/em>, non vedere, perch\u00e9 non sempre possiamo avere l&#8217;epifania del nostro sogno.<br \/>\nE&#8217; quello che non c&#8217;\u00e8. Arriva l&#8217;alba o forse no. A volte ci\u00f2 che sembra alba non \u00e8. Perci\u00f2 io maledico il modo in cui sono fatto, il mio modo di morire sano e salvo.<\/p>\n<p>Federica \u00e8 sempre stata pi\u00f9 intelligente perch\u00e9 ha cercato di condividere quello che le si agitava dentro, ma non tutti, non io quantomeno, sono stati in grado di capire, allora. Oggi capisco. E capisco anche che, con le parole che usa per descrivere il lavoro che svolge in un ospedale dell&#8217;Africa, riesce a parlare anche di quello che voglio fare io, con i racconti e le storie che prima o poi scriver\u00f2. Con i mondi che, prima che sia troppo tardi, inventer\u00f2.<\/p>\n<p>&#8220;Stasera l\u00e2\u20ac\u2122ho capito.<br \/>\nQuesto posto offre uno spazio, uno spazio di vita.<br \/>\nQui dentro \u00e8 vita, vita vera.<br \/>\nVita anche se si muore, perch\u00e9 la vita \u00e8 dignita\u00e2\u20ac\u2122, accoglienza, condivisione.<br \/>\nSoltanto questo \u00e8 quello che noi possiamo fare qui, noi che sappiamo cosa \u00e8 la vita abbiamo il dovere di creare uno spazio di vita.<br \/>\nDi difenderlo, recintarlo, custodirlo. E di lasciare la porta aperta. Sempre.<br \/>\nIn modo che anche Rose e i suoi bambini, Oliver e la sua mamma e tutto il resto della fila possano provare, almeno una volta nella loro vita, a vivere per davvero.&#8221;<\/p>\n<p>Anche io voglio creare uno spazio dove la gente possa <em>vivere per davvero<\/em> almeno una volta. Poco importa il mezzo: c&#8217;\u00e8 chi lo vuole fare dedicando la propria vita, chi con le azioni, chi con le medicine, chi con l&#8217;educazione, chi con la musica. E chi, come me, con le parole.<\/p>\n<p><strong>Lettere dall&#8217;Africa di Federica Pozzi<br \/>\n2 novembre 2008 alle 7.02<br \/>\nUno spazio di vita<\/strong><\/p>\n<p>A circa nove mesi dalla mia partenza per l\u00e2\u20ac\u2122Africa mi ritrovo qui, questa sera in casa mia, senza acqua, dopo una giornata di guardia e una settimana intensa e ho qualcosa da dire.<br \/>\nVorrei raccontare di quando l\u00e2\u20ac\u2122altra notte verso la una Brother Elio, un fratello comboniano che vive qui da almeno 30 anni mi ha chiamata dalla finestra che gia\u00e2\u20ac\u2122 stavo dormendo sotto la zanzariera. Rose,una donna che lui conosceva bene si era avvelenata e aveva avvelenato anche i suoi tre bambini prima di chiudersi in casa. Avevano dovuto buttare giu\u00e2\u20ac\u2122 la porta ed erano stati portati tutti in Medicina ma non si trovava nessun medico. Quello di guardia, lo avrei scoperto il giorno dopo, era andato in citt\u00e0\u00a0 a mangiare fuori.<br \/>\nIl tempo di vestirsi e prendere la pila e correre in reparto. Per strada ho incontrato John, l\u00e2\u20ac\u2122idraulico che tante volte mi ha aggiustato gli allagamenti del mio bagno, anche lui conosceva bene quella donna e ha voluto accompagnarmi. Stranamente le infermiere erano gia\u00e2\u20ac\u2122 tutte all\u00e2\u20ac\u2122opera nel tentare una improvvisata lavanda gastrica all\u00e2\u20ac\u2122africana, con mamma e bambini sul pavimento. Il piu\u00e2\u20ac\u2122 piccolo che non avra\u00e2\u20ac\u2122 avuto due anni era stato portato in pediatria.<br \/>\nVerso le tre erano tutti fuori pericolo anche se non siamo riusciti a capire che cosa avesse usato la mamma ne\u00e2\u20ac\u2122 il perche\u00e2\u20ac\u2122 di un gesto simile. Ma qui nessuno si stupisce piu\u00e2\u20ac\u2122 molto, ogni settimana arrivano almeno due o tre tentati suicidi. Quello che in tanti chiamano distress post traumatico dei paesi che escono da una guerra. In parole piu\u00e2\u20ac\u2122 semplici si potrebbe chiamare disperazione.<br \/>\nE John poi mi ha scortata poi fino a casa prima di tornarsene a dormire in una specie di casetta da guardiano sotto ai generatori.<br \/>\nVorrei raccontare anche di Oliver, una piccoletta di due anni ricoverata al Tb Ward con sua mamma, tutte e due sieropositive che non vorrei piu\u00e2\u20ac\u2122 mandarle a casa perch\u00e9 siamo riusciti a far avere loro il cibo avanzato dalla scuola infermieri e ora che sono malate stanno benissimo.<br \/>\nE vorrei farvi vedere la fila di gente che dalle due alle sette di sera oggi era li\u00e2\u20ac\u2122 silenziosa sdraiata per terra all\u00e2\u20ac\u2122ingresso della Medicina ad aspettare di essere visitata, ascoltata, anche solo considerata. Ci ho messo cinque ore di lavoro ininterrotto per cancellarla.<br \/>\nAmmetto che questa settimana ho vacillato.<br \/>\nAl mio rientro qui dopo quasi un mese in Italia mi sono chiesta davvero cosa significhi un ospedale missionario in una terra di sofferenze, di traumi, di gente che vive al limite di tutto. Perche\u00e2\u20ac\u2122 la verita\u00e2\u20ac\u2122 \u00e8 che il successo, la cura, la guarigione non sono mai scontate, anzi. Le mie giornate parlano di contraddizioni, di fallimenti, di compromessi per ottenere ogni tanto qualcosa di buono almeno per qualcuno.<br \/>\nHo pensato, in fondo cosa offre questo posto, cosa offre la mia presenza qui notte e giorno? Se i farmaci non ci sono, se nessuno ti assicura da mangiare in ospedale e nemmeno un letto, se ti devi pagare una radiografia del torace?<br \/>\nStasera l\u00e2\u20ac\u2122ho capito.<br \/>\nQuesto posto offre uno spazio, uno spazio di vita.<br \/>\nQui dentro \u00e8 vita, vita vera.<br \/>\nVita anche se si muore, perch\u00e9 la vita \u00e8 dignita\u00e2\u20ac\u2122, accoglienza, condivisione.<br \/>\nSoltanto questo \u00e8 quello che noi possiamo fare qui, noi che sappiamo cosa \u00e8 la vita abbiamo il dovere di creare uno spazio di vita.<br \/>\nDi difenderlo, recintarlo, custodirlo. E di lasciare la porta aperta. Sempre.<br \/>\nIn modo che anche Rose e i suoi bambini, Oliver e la sua mamma e tutto il resto della fila possano provare, almeno una volta nella loro vita, a vivere per davvero.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sono sempre qui, dove mi avete lasciato l&#8217;ultima volta. 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