Alchemico Blu

Laboratorio di trasmutazioni creative

(Italiano) Quando ho la febbre…

September30

Sorry, this entry is only available in Italiano.

La cura per il cancro

October18

In effetti, dovendo ricostruire a posteriori com’era arrivata lì, in quel preciso momento, con quella meravigliosa scoperta tra le mani, Ludovica Centi non riusciva a pensare ad altri che a sua nonna.
Era stato seguendo il suo calvario per il cancro alle ossa che aveva cominciato a frequentare gli ospedali. Non che ne avessero girati molti, anzi a dire la verità uno solo, ma ricordava nettamente di essere rimasta affascinata da tutte quelle provette colorate, dagli zoccoli morbidi delle infermiere e dal fatto che la gente malata andasse lì perché altra gente, all’apparenza del tutto normale, poteva aiutarli in qualche modo magico a stare meglio. Aveva otto anni ed era allora che aveva deciso che sarebbe diventata medico.
Non era stato facile, in effetti, convincere la sua famiglia che quella era la sua strada. Un po’ perché di soldi in casa non ce n’erano tanti e non era facile tirare avanti, un po’ perché avrebbe dovuto andare a studiare chissà dove e questo non stava bene, chissà cosa avrebbero detto in paese. Ma Ludovica era una bambina gentile, e poi una ragazza gentile, che senza alzare la voce riusciva a fare sempre quello che voleva – quello che era giusto, continuava a ripetere. Era come se sentisse di avere una missione, ma invece di buttarsi nella religione (cosa facile dalle sue parti) aveva deciso di imparare a fare magie ancora più grandi e di salvare la gente che era morta come sua nonna.
La vita di Ludovica Centi sembrava una vita normale, da fuori. Sempre più brava degli altri quando si trattava di studio, sempre la prima ad arrivare e l’ultima ad andare via quando c’era da lavorare sodo, all’università, lontana anzi lontanissima da casa, si era distinta per la sua precisione e la creatività che riusciva ad applicare ad altrimenti sterili procedure cliniche. Il dottorato di ricerca era stato il passo naturale successivo alla laurea e alla specializzazione, poi una borsa da ricercatrice all’estero, presso uno degli istituti oncologici più prestigiosi d’Europa, ogni tassello della vita di Ludovica Centi, osservata dall’alto, sembrava convergere verso quell’unico momento in cui avrebbe – e aveva – trovato la cura per il male incurabile per eccellenza. La persona più importante del pianeta, così l’avrebbero definita, ora che l’ennesimo ciclo di sperimentazione era andato a buon fine e del cancro non restavano nemmeno gli effetti più lievi. Avrebbe avuto le copertine di tutti i giornali, e non solo delle riviste scientifiche. Ne era certa.
Questa era la parte alla luce del sole, della vita di Ludovica Centi. La parte più facile, quella che lei aveva sempre visto chiara nella sua testa, da quando aveva otto anni, e che ora era arrivata alla sua conclusione naturale: la cura.
Tuttavia, Ludovica Centi aveva un segreto che non aveva mai confessato a nessuno. Un segreto bizzarro, a dire il vero, ma che per tutti gli anni della sua vita aveva costituito uno strano interrogativo. L’unico, in effetti, ora che anche il cancro era stato sconfitto. Ricordava bene sua nonna e ricordava bene tutto il decorso della malattia alle ossa che l’aveva portata alla morte. Ricordava i letti bianchi rifatti una volta al giorno, ricordava le lacrime di sua madre quando, a casa, nella penombra, parlava con suo padre e sapeva che era solo questione di tempo, ricordava tutto perfettamente, anche il funerale, i fiori sulla tomba, ricordava ogni cosa.
Un unico, inquietante dettaglio della morte di sua nonna stonava con tutto il resto, ed era l’immagine che aveva di lei sul letto di morte. Perché in effetti, non c’era nessun letto e sua nonna sembrava morta di tutto fuorché di cancro. Ludovica ricordava un rombo. E poi vedeva sua nonna come spezzata a metà da una delle travi di legno della loro casa. La vedeva orribilmente massacrata, con sangue ovunque e anche viscere e soprattutto ricordava che aveva gli occhi sbarrati e che stringeva tra le mani un inutile rosario – quello con cui si coricava ogni sera, dopo le preghiere. Ricordava polvere e calcinacci. E sua nonna morta non di cancro. Poi tutto il resto tornava normale. Tornava ordinato. La vedeva nella bara, composta come avrebbe dovuto essere. Vedeva suo padre e suo fratello, sua madre, e tutto andava bene, perché era morta una donna anziana che stava soffrendo.
Ovviamente tutto questo non aveva senso. Ludovica Centi aveva votato la sua vita alla scienza e sapeva di non essere pazza. Così aveva semplicemente cercato di liquidare la questione di questa incongruenza con una spiegazione di psicologia da bar, per cui l’immagine di un’altra morte si era sovrapposta, nella mente di lei bambina, a quella di una persona che amava. Rimozione, la chiamano. O qualcosa del genere. Ludovica Centi non avrebbe prestato attenzione a questo dettaglio insignificante se non fosse stato per il fatto che, dall’età di otto anni, ogni notte, ogni singola notte, alle 3.32 si svegliava con quella visione chiara negli occhi. All’inizio si era spaventata, era piccola e la violenza di quella morte l’aveva lasciata sconvolta. Poi, lentamente, vi si era abituata, anche perché era una visione così prevedibile e costante che ormai faceva parte della sua routine quotidiana, come cenare o andare in bagno. Dopo dieci anni aveva addirittura imparato a riaddormentarsi quasi immediatamente. A distanza di trent’anni, considerava quella stranezza un piccolo ma accettabile inconveniente nella sua vita. Ovviamente aveva provato a non addormentarsi e farsi sorprendere sveglia, alle 3.32. In quel caso, però, non succedeva niente. Restava lì, il minuto passava e tutto era come prima. Solo che tendenzialmente a quell’ora di notte lei era solita dormire e, da persona totalmente razionale e illuminista qual era, non intendeva sconvolgere le sue abitudini per una bizzarra stramberia senza spiegazione.
Questo non faceva di lei una persona speciale, al limite solo una persona con problemi. In effetti, fino a quel 5 aprile 2039, Ludovica Centi era stata una persona ordinaria, molto dedita al suo lavoro, sicuramente brillante, ma senza quella verve da prima donna che caratterizza molte delle persone che contano in questo secolo. Riservata, solitaria, una strenua e onesta lavoratrice, una donna “in carriera” ma a modo suo, che aveva dedicato tutta se stessa a un’intuizione d’infanzia e che, da adulta, poteva vantare la maternità della scoperta scientifica più importante di sempre. Perché parlare a qualcuno di quell’insulso frammento polveroso che assillava le sue notti? Perché cercare di sistemare qualcosa che funziona quasi perfettamente? Non ce n’era bisogno. A volte si fanno danni peggiori quando si cerca di scoprire. E Ludovica Centi non voleva scoprire niente. Niente che non fosse la cura per il cancro, in effetti, e tanto le bastava.
Cosa provava, ora che da razionalista, illuminista e ovviamente ricercatrice affermata sapeva con certezza che, grazie alla sua scoperta, il cancro sarebbe stato lentamente ma inesorabilmente debellato, come era successo in passato col vaiolo, ad esempio? Soddisfazione. In realtà Ludovica Centi si sentiva come se avesse spuntato l’ultima voce di un lunghissimo elenco di cose “da fare” che era stato compilato – da lei stessa – molti anni prima. Un lavoro ben fatto, ecco. Il suo contributo. Una di quelle cose che fanno piangere la gente quando muori. Una rivoluzione copernicana che avrebbe alleviato le sofferenze fisiche e psicologiche di moltissime persone, che avrebbe reso tutto più controllabile, che avrebbe reso l’uomo un po’ più libero dal fattore “casualità”. Era forse questo il secondo motivo, oltre all’affetto per sua nonna, che l’aveva spinta su quella strada: il cancro ti colpiva così a casaccio, un fumatore recidivo che consumava 40 sigarette al giorno poteva morire investito da un’auto a 94 anni mentre un ragazzo di 25 anni sportivo e salutista poteva contrarre la leucemia fulminante e andarsene nel giro di tre mesi. Troppo, troppo arbitrario. Già siamo in balia di tanti fattori randomici, perché non cercare almeno di eliminarne qualcuno? E lei ce l’aveva fatta. Il suo fattore randomico l’aveva ridotto a zero. Sì, perché credeva fermamente che ognuno, nella propria vita, può ridurre al minimo i rischi che il caos e l’imprevedibilità comportano. Ognuno può dare il proprio contributo e, come le ali che sbattono qui e creano una tempesta marina là, tutti noi possiamo fare un’azione in un certo modo e stabilizzare la vita di qualcuno, altrove. Ecco, lei aveva stabilizzato quella torre di carte che le era stata consegnata da piccola e l’aveva trasformata in un albero, con le radici ben infisse nel terreno, stabile e proteso verso il cielo. Quella torre-albero non sarebbe crollata, anzi: sarebbe cresciuta e avrebbe sparso i suoi semi intorno e intorno e lentamente si sarebbe affiancata alle altre torri-albero realizzate dagli altri uomini e donne e tutta la Terra sarebbe stata una meravigliosa foresta, immortale e bellissima.
Strani pensieri, pensò Ludovica Centi, non sono da me. Di solito penso per formule e numeri, non per immagini e poesia. Dev’essere l’emozione. Sì, sono emozionata.
Quella però non fu l’emozione più forte della giornata, perché fu quella notte che Ludovica Centi finalmente ricordò cos’era successo a sua nonna. Fu quella notte che Ludovica Centi scoprì qual era il senso della sua vita.
Quella notte, alle 3.32 la visione, la solita, tornò per l’ennesima volta, prevedibile e identica a se stessa come sempre. Quella notte, alle 3.33 Ludovica Centi non si svegliò. Per la prima volta in trent’anni riuscì a vedere cosa avveniva dopo. Ludovica ricordava un rombo. E poi vedeva sua nonna come spezzata a metà da una delle travi di legno della loro casa. La vedeva orribilmente massacrata, con sangue ovunque e anche viscere e soprattutto ricordava che aveva gli occhi sbarrati e che stringeva tra le mani un inutile rosario – quello con cui si coricava ogni sera, dopo le preghiere. Ricordava polvere e calcinacci. E sua nonna morta non di cancro. Quella notte ricordò anche il pianto di un bambino, un bambino piccolo. Ricordò un dolore sordo alla cassa toracica e all’occhio destro e le sembrò di essere in gabbia. Osservava la scena attraverso delle sbarre. Il tempo si dilatò. Ludovica si rese conto di essere lei a urlare e piangere, si rese conto che le sbarre attraverso cui guardava la scena erano quelle del suo lettino ribaltato che l’aveva schiacciata per metà, mentre la casa crollata aveva ucciso tutta la sua famiglia. Rabbia. Ricordava di voler scappare, ma non poteva muoversi. Ora faceva tutto male e se piangeva la mamma non arrivava. E la nonna era lì, spaccata in due, come la sua casa, come la sua vita. E come la cura per il cancro che non avrebbe mai scoperto e come tutte le notti in cui non si sarebbe svegliata alle 3.32.
Ludovica Centi si ricordò di essere morta.
Sapeva che c’erano troppe cose che non aveva avuto il tempo di fare, che era ancora troppo piccola anche per essere famosa e che, in quel terremoto, sarebbe stata solo un nome, una data di nascita e un numero, non qualcuno di cui si sarebbe sentito la mancanza. Perché non aveva cantato canzoni altrui. Perché non aveva potuto godere dei suoi quindici minuti di notorietà. Perché era troppo piccola e troppo concentrata su cose più importanti, destinata, in effetti, a cose più importanti, come scoprire la cura per il cancro.
Solo che non le avevano dato tempo. Qualcun altro aveva abusato del suo fattore randomico e aveva costruito male la sua casa. Aveva costruito male il suo ospedale. Qualcuno aveva costruito gli spazi della sua vita sulla sabbia e, si sa, quello che viene costruito sulla (e con la) sabbia non è destinato a durare. Per risparmiare. Lo fanno tutti. Cosa vuoi che succeda. E intanto la sua casa era crollata come il castello di carte che lei, nella sua ipotetica vita, aveva costantemente cercato di tramutare in quercia. E niente di tutto quello che avrebbe potuto essere della sua vita sarà. D’altra parte, non è detto che il nostro destino debba essere quello di sconfiggere il caso. Ludovica Centi questo l’ha capito ed è morta, a meno di un anno, più tranquilla di come avrebbe vissuto.

Tutti piangiamo potenzialità scomparse.
Ma nessuna vita sarà più bella di quelle che ci possiamo immaginare.

Il mio sguardo su un pezzetto di mondo (spazio-tempo)

April15

All’inizio pensavo fosse la macchina fotografica.
E’ un buon modello, ma non è una Reflex. E davo la colpa alla tecnica. Alla meccanica.
Le foto vengono sempre un po’ sfuocate, mosse, come se quello che cerco di fissare mi volesse sfuggire, ogni volta. Mi intestardisco allora, e scatto più foto di quante ne servano davvero, ripetendo uno scatto una, due, tre volte. Capita che riesca, alla fine, a salvarne qualcuno. Capita più spesso che invece butti via tutto, perché non mi soddisfano, perché mi sento amareggiata.
Poi ho capito. Non è la macchina fotografica, affatto. Lei funziona bene, se decido di fare una prova e scatto una foto a una sedia, per dire, viene perfetta. E allora mi sono messa a pensare, perché in fondo una fotografia è solo un istante in cui guardi il mondo, è solo fissare su pellicola o su digitale un’immagine oggettiva filtrata dai miei occhi e dalle mie mani. E, forse (ma su questo c’è un dibattito in corso), dal mio cuore.
E’ allora colpa del mio sentire, sempre zoppicante. Non è facile vivere un passo più avanti, vivere solo per ricordare, ricordare per emozionarsi.
Sono assente, sono uno spettatore silente, tutto intorno è sensazione, impulso, cuore che batte, mentre io sto solo guardando, con razionale freddezza, le cose che vorrò ricordare e che, a un certo punto, nella solitudine del pensiero, mi faranno piangere.
Il suo cuore batte sempre così forte, non pensa a niente prima o dopo, assapora e basta.
Il mio cuore invece si ferma, guarda stranito un improbabile e incredibile insieme di persone che si sono trovate per caso, che per caso fanno cose sensazionali, che sognano all’unisono, a volte, che sicuramente sperano.
Io, in tutto questo, vorrei essere qualcosa, ma cosa sono?
Trasparenza, nullità, inutile presenza che ricorderà, senza gloria, senza memoria, destinata a raccontare e, insieme, a scomparire nel racconto.
Per questo la mia mano trema a ogni fotografia, per questo mi-non-emoziono, perché temo di non saper cogliere e dare significato a quello a cui assisto, spettatrice stupita di una vita di arte e passione. Perché l’idea di essere arte è poesia, è fascino, è desiderio. La realtà è che se uno ha solo il cuore, ma non il cervello da artista, allora artista non lo sarà mai.
La barriera di vetro che vedo tra me e gli altri Artisti del nostro gruppo diventa un ponte sospeso tra me e un desiderio, e mi condanna, e potrò guardare quello che voglio e che non potrò mai avere, potrò spiare come vorrei essere e come non sarò mai capace di diventare.
Amarezza, e sento scorrere la vita come se fosse altrui, mi piace ma mi sento lontana. E poi mi chiedo perché in alcuni giorni sento e in altri sono un essere privo di nervi e terminazioni sensoriali, priva di sorriso, con una maschera variopinta e ambigua, donna senza qualità.

L’amarezza però si fa presto da parte. Altre sensazioni si affastellano nell’aria, entusiasmo, gioia, incredulità, voglia di fare, spirito di gruppo. Come un’eteria greca, gli scopi e le passioni comuni scavalcano tutto. I sogni e le aspettative diventano le cose più reali che abbiamo tra le mani. Mi accorgo che quello che può scaturire da questa avventura è una speranza per tutti, che tutti, a modo nostro, viviamo più intensamente nella finzione di cioè che “non è reale”, che in questo grigiume fatto di quotidianità stantia prende il sopravvento e ci salva dall’essere ordinari, dal confonderci con tutto quello che odiamo, con l’immobilismo passivo di chi non ci prova nemmeno. Noi no, ci stiamo provando.
Le illusioni diventano tangibili, diventano energia creativa, diventano parole, sguardi, amore, aspirazioni. Quello che plasmiamo nella notte, lontani dalla vita vera, diventa il rifugio e futuro, è quanto di più reale abbiamo mai visto, pur consapevoli che non c’è.
Comincio a sentire, smetto la mia corazza di nulla e sento un imperativo morale. Ricordare diventa un dovere, non una maledizione. Fissare nella memoria quello che tutti stiamo vivendo, costruire con le parole l’isola di emozioni e immagini che stiamo provando è l’unica via di salvezza, la mia sola utilità forse, ma che percepisco, a sprazzi, come un dono. Le parole sono il fulcro di tutto, le immagini che evocano sono nelle nostre menti, devo solo trovare la chiave, la parola nuova che me le farà fissare. E allora scrivo, perché sono convinta che le Emotions recollected in tranquillity siano la chiave di tutto, e anche io spero, come gli altri, anche io immagino, anche io, finalmente, sento.
E sono sicura che funzionerà, sono sicura che riuscirò a racchiudere un pezzetto di realtà, o a ricreare il nostro mondo nelle parole. E quando ci riuscirò con le mani e con le parole sono certa che anche gli occhi e il cuore seguiranno, che le mie fotografie non saranno più immagini appannate di paura e inadeguatezza, ma nitidi scatti di realtà parallele che, per qualche ora, popoliamo con il nostro entusiasmo. E sono sicura che anche il mio cuore senta. E sentirà.

Per noi tutti, che popoliamo la nostra vita con i sogni, che sono, poi, l’unica cosa che conta davvero.

“E sogno un’Arte reproba
che smaga il mio pensiero
dietro le basse immagini
d’un ver che mente al Vero
e in aspro carme immerso
sulle mie labbra il verso
bestemmiando vien.

Questa è la vita! L’ebete
vita che c’innamora,
lenta che pare un secolo,
breve che pare un’ora;
un agitarsi alterno
fra paradiso e inferno
che non s’accheta più!”

A dire la verità…

October15

…quella sera ero felice. Quell’ultimo dell’anno passato da Mac Donald con una coda infinita di gente alla cassa e noi due a scriverci bigliettini sul mio quaderno. E poi in giro per Firenze, che non avevo mai visto così viva, così colorata di notte.
Ti devo confessare che mi sono divertita anche quando l’anno scorso eravamo a quella sagra di paese sperduta tra le colline, che da festa si è trasformata in uragano. Ed è stato bello rifugiarsi nel capannone, con una bottiglia di vino rubata a qualcuno, aspettando che smettesse di piovere, che poi però non ha smesso e sei dovuto andare a prendere la macchina sotto l’acqua con un sacco dell’immondizia addosso.
Mi sono divertita quando siamo andati al cinema a vedere quel film, Natural City, e ti eri perso per Pisa e poi hai fatto una corsa e hai preso i biglietti in tempo e mi aspettavi ridendo e gongolando, col cuore in gola, dicendo che andava tutto bene anche se hai rischiato l’infarto. Che poi quel film faceva cagare, tanto per dire.
E’ stato bello quella volta che siamo andati alla comunione di quel tuo cugino sconosciuto, che non sai nemmeno tu come si chiama, e abbiamo pranzato in quel ristorante caldissimo in mezzo ai boschi delle tue parti, e c’erano parenti chiassosi, e io ero vestita di rosso, con la gonna, e faceva un caldo indescrivibile, e continuavamo a bere quel vino bianco delizioso. O era rosso?
Mi è piaciuto anche quando siamo stati in quel parco giochi vicino a Empoli, nel bosco, e ha cominciato a piovere e non c’era nessuno e siamo rimasti sotto quella capanna di legno a parlare per ore, e un po’ ero triste per quello che mi raccontavi, un po’ ero felice perché lo stavi raccontando proprio a me, che significava che ti fidavi.
E anche tutti i progetti che abbiamo sempre fatto, le idee, i colpi di genio, le follie che ci venivano e che ci vengono in mente. Condividere tutto, anche se a volte è difficile, anche se a volte siamo lontani, anche se poi non si realizza niente. A volte anche solo sognare insieme non è niente male.
Forse è per questo che sono triste, in questi giorni di orari perfetti e di tempo scandito e organizzato. Mi mancano i tuoi imprevisti, mi mancano i tuoi ritardi, il tuo essere sempre a fare mille cose insieme, la tua indolenza e insieme il fatto che sai sempre cosa mi piace e come farmi stare bene.

Non è che sei morto, è solo che sei lontano. Ma a volte mi sembra che non ci sia molta differenza.
Per me almeno.
E’ ovvio che tu, essendo vivo, te ne accorgi!
O no?

Cazzöla con Parenti – 2004

November28

Succede ogni anno, è inevitabile, ormai, peggio delle feste comandate. Succede che si deve espletare questo rito barbaro animale di mangiare chili di carne di maiale con chili di cavoli auto-coltivati. E’ una cerimonia complessa, che richiede un intero giorno di preparativi e, di conseguenza, un’intera giornata di “fruizione”.
Il Giorno della Cazzöla. La Cazzöla, abominio della cucina lombarda. Quante famiglie la cucineranno? Tante. Per gli altri sarà un normale piatto, magari un po’ più indigesto degli altri. Non per noi. Qui la questione di complica.

Quella di seguito riportata è la formula rituale che la Famiglia (la mia) ha ideato, sperimentato e perfezionato in anni e anni di lavoro per il Giorno della Cazzöla.
Non deve valere per tutti. Non può valere per tutti. Non sono mica tutti come noi. Perché la Famiglia non è normale…

1- La Ricetta
Il numero totale di partecipanti al rito è, solitamente, mai inferiore ai dieci e, finora, mai superiore ai quindici (ma non c’è nessun limite vincolante). Nonostante il numero di persone sia sempre più o meno lo stesso, ogni anno, al momento dell’acquisto e della preparazione degli ingredienti, scoppiano guerre furibonde tra il Padre e la Madre per i quantitativi. Secondo il Padre, qualunque quantità è poca. La Madre, per fortuna, ha più senso della misura. E, nonostante abbia sempre ragione lei, ogni anno il Padre passa giorni e giorni in paranoia più totale ripetendo, quasi fosse una litania (d’altra parte, è un rito…), “Ohhh… No… Troppo poco… Troppo poco… Non bastano… Non basteranno mai…”
Per fugare i dubbi, propongo qui una ricetta (gli ingredienti e le quantità) che tornerà utile nei giorni bui dell’anno prossimo, quando il problema si riproporrà.

Cazzöla, ingredienti per 12 persone:
Cavoli (verze): 15 chili
Puntine di maiale: 5 chili
Salsicce (piccole e tonde): 15 pezzi
Cotenna: 1 chilo

I cavoli devono essere quelli dell’orto dello zio Roberto. Quest’anno ne aveva 18, ma le farfalline glieli hanno mangiati (ma che farfalline erano?!). Ne abbiamo usati circa 10. La carne deve essere ottima, di maiali non grassi alimentati a cibi biologici e sottoposti a severo allenamento fisico. Devono essere in carne e in forma, non sovrappeso! Cotenne, salamini si confondono nel mucchio. Fanno colore.

Spero in questo modo di evitare giorni di angoscia e di titubanza.
Conoscendo il Padre, so che non sarà possibile. Ma va bene così.

2- La Preparazione
Parafrasando una famosa pubblicità, “Per cucinare dei grandi cavoli, non ci vuole un grande pentolone, ci vuole un pentolone grande!”
E un pentolone grande (molto grande), guardacaso, fa proprio parte dei beni più preziosi della Famiglia.
Poi ci vogliono mani e adepti pronti a sezionare e preparare i cavoli ad arte, lavando foglia per foglia, con amore e dedizione. Infine, tutte le foglie vanno inserite nel suddetto pentolone, che sarà portato a spalle in cantina dai membri più forti della Famiglia (che fortuna, il Padre ed io). Infine, nei bui anfratti del garage, avverà la cottura dell’innominabile. Ore ed ore di ribollitura abominevole. Solitamente, l’unico membro che resta ad assistere a questa parte del rituale è il Padre. Con un enorme bastone, in modalità Stregone, rimesta senza pace (dicono che, durante il resto dell’anno, nelle notti di luna piena, il Padre si aggiri cercando cavoli e pentolone, che però vengono debitamente nascosti). Gli altri membri della Famiglia vengono dispensati da questa parte ripugnante del rito. Le Figlie escono (o meglio, fuggono), la Madre si dedica ad attività di preparazione ambientale (tavola, bevande et similia).
Ma non è tutto. una volta cotti i cavoli, ricomincia la fase del lamento: visto che durante la cottura il volume delle verze diminuisce visibilmente, il Padre ricomincia i suoi gridi di angoscia, minacciando e mettendo tutti in guardia. Quest’anno non sarà abbastanza.
Viene, a questo punto, inserita la carne (precedentemente trattata in modo opportuno dalla Madre), e i cavoli e la carne vengono suddivisi in pentole di dimensioni più umane che verranno piazzate (rigorosamente tutte insieme) nell’unico forno di casa. E’ la Madre che sovrintende ai lavori. Cucina e sala la carne, assaggia i cavoli per capire se saranno troppo insipidi, effettua calcoli matematici e inventa algoritmi complessi per inserire un egual numero di puntine, cotenne e salsicce nelle varie pentole, controlla che la cottura in forno abbia buon esito.
Un dettaglio quasi insignificante che stavo per dimenticare. La famiglia del Padre è lombarda da generazioni. Anche un po’ veneta, a dire il vero. Però del freddo Nord, insomma. La famiglia della Madre è Meridionale da generazioni. La Madre, addirittura, è nata in Libia, a Tripoli. Eppure, adottata da questa terra, ha saputo imparare a cucinare il piatto tipico rituale lombardo come nemmeno il Padre e i suoi fratelli sanno fare.
Quindi, ricordare: per una cazzöla ben riuscita, si consiglia l’uso di un cuoco (o una cuoca) del Sud. Più del sud è, meglio è. Capirete che noi, con la Libica, abbiamo un’arma segreta.

La preparazione dell’abitazione ad accogliere 12 persone è affare di ciascuno. Noi dobbiamo recuperare sedie dai loci più indescrivibili. Ognuno se la sbrigherà come meglio crede.

3- Il Giorno della Cazzöla
Solitamente il Rito del Giorno della Cazzöla si svolge la domenica a mezzogiorno. Come ogni festa “religiosa”, anche questa non ha una collocazione temporale casuale: la giornata del sabato è interamente dedicata ai preparativi. La giornata della domenica è dedicata all’assunzione. Il pomeriggio della domenica è dedicato al cosiddetto “ripiglio”.
Svegliarsi con odore di cavolo, maiale e cotica la domenica mattina non è un’esperienza per tutti. Noi ormai siamo abituati. Anzi, siamo quasi affezionati. Ma per uno “straniero” sarebbe un momento duro da superare.
Dopo gli ultimi frenetici preparativi, i parenti arrivano all’una, precisi e affamati come sempre.
I parenti, nell’ordine sono. La zia Rosalba (la Sorella del Padre), lo zio Roberto e il Marco. Lo zio Gino (il Fratello del Padre), la zia Mariarosa e il Simone. Quest’anno, new entry, c’era la ragazza del Simone. Si trovata nel bel mezzo di un nuovo film di “la Famiglia Entertainment”: La mia grossa, grassa Cazzöla lombarda. Chissà se tornerà l’anno prossimo.
Poi, ovviamente, c’è la Famiglia: il Padre, la Madre, la Vale, la Giulia.
(nota bene: gli articoli davanti ai nomi propri sono parte integrante dei nomi stessi.)
La zia Rosalba si occupa dei dolci. Lo zio Gino si occupa delle bevande. Quest’anno ha portato una bottiglia leggermente più grossa del normale
Spumante con la cazzöla, direte voi? Ebbene sì. Perché secondo lo zio Gino, lo spumante frizzantino aiuta il famosissimo processo del disgörg. Permette, cioè, di mangiare a volontà il “cibo degli dei” e di evitare che si cementifichi nello stomaco. Il disgörg è la novità di quest’anno. Abbiamo passato circa mezzora nella spiegazione del suddetto meccanismo e un’altra mezzora a bere per dimostrare di saperlo mettere in atto.
Il trucco, quando si mangia, è quello di assumere piccole porzioni. Il famoso “bis” viene effettuato per ben più di due volte. Tutti mangiano soddisfatti. Il pranzo è accompagnato da bevute di dimensioni ciclopiche, e contornato da discorsi di ogni tipo. Dalla politica (che però viene affrontata en passant e senza nevrosi), al mal di testa permamente della zia Rosalba, alle rispettive prese in giro delle paranoie soggettive. Purtroppo, nonostante partecipi da ormai ventiquattro anni al Giorno della Cazzöla, non posso effettuare un resoconto obiettivo e fedele del pranzo, perché dopo poco tempo la mente di tutti (compresa quella della sottoscritta) è annebbiata, confusa, e le immagini, i suoni, i volti, si mescolano in un tutto indistinto.
Quello che posso dire è che da un contesto di composta quasi-serietà si arriva ad un baccanale forsennato, pieno di gente che parla contemporaneamente, con bottiglie (e bottiglioni) di vino che finiscono in un istante e cibo letteralmente spazzolato via dai piatti.
Ovviamente il pranzo si protrae inevitabilmente fino alle cinque del pomeriggio. Dopo sei litri di caffè a testa per tornare padroni di sé, ci si comincia ad alzare e ci si rende conto che forse è ora di terminare questa giornata annuale dedicata ai cavoli e al maiale, ma forse anche un po’ allo stare insieme e al ritrovarsi. E, soprattutto, al bere in Famiglia.

Per noi il Giorno della Cazzöla annuale è una festa come la Pasqua: non cade mai uguale, ma arriva di sicuro ogni anno.
Grazie alla Madre perché tiene le redini di tutto e di tutti.
Grazie al Padre perché rompe le balle come solo lui sa.
Un saluto tutta la Famiglia.

Portami al mare, oggi.

November8

Il pomeriggio stava per iniziare e poteva prendere due direzioni.
Un’alternativa consisteva nel restare seduti a una scrivania cercando di partorire idee e di compilare codici, facendo sforzi immani per non guardare fuori dalla finestra e per mantenere la concentrazione. Certo, le cose da fare erano ancora tante ed entrambi avevano delle scadenze pressanti. Era ragionevole che le cose andassero così, se non altro perché non c’erano mostre da vedere, non c’erano film per cui si erano “prenotati” a vicenda, non c’era niente, in quella strana sospensione autunnale. La domenica è un giorno pessimo, fatta di strade silenziose, gente che si accalca nei centri commerciali aperti o che fa la coda al multisala per vedere l’ultimo film horror in programmazione. No, niente da fare. Al cinema ci si va il mercoledì, costa meno e non c’è nessuno. La sala tutta per sé è una prerogativa irrinunciabile. Però resta comunque la domenica da affrontare, lì, fuori da quella finestra del secondo piano, e tre computer accesi su un tavolo troppo piccolo.
Lei si veste a festa, con la sua gonna nera preferita e un maglione un po’ infeltrito, ma caldo e arancione. Si mette gli stivali e si siede sul letto. Nella pausa tra una canzone e l’altra, lo guarda e gli dice:
“Portami al mare, oggi.”
Lui si gira e la guarda. Si alza e si veste.
E’ questa l’altra alternativa. Alzarsi e uscire insieme, nelle tre del pomeriggio più silenziose dell’autunno, con tutta la gente chiusa in casa perché le previsioni davano pioggia e un tiepido sole addosso.
Lei capisce che la meta sarà solo una parte accessoria del viaggio. E’ sempre stato così, con lui. Il tragitto da un punto all’altro non è mai il più breve, ma il più adatto. E’ confortante, tutto questo. E’ confortante stare con qualcuno che ha il potere di farti passare per i posti giusti al momento giusto, che sa farti scivolare via di dosso la malincoina, che ti fa osservare il mondo fuori anche quando non hai voglia di vedere, che ha un cd di mp3 con tutti gli album dei Depeche Mode in auto e che ti dice “La musica la scegli tu, oggi.”

La strada comincia e lei neanche se ne accorge. All’inizio sono i soliti luoghi conosciuti di passaggio. Però si inizia già da lì a vedere cose diverse. Le montagne sono ancora verdi. Come se l’autunno non riuscisse a intaccarle. Il cielo è indeciso. Il sole di prima è affiancato da nubi bianche e grigie che si contorcono solleticate dal vento.
La strada è sgombra, ma lui va comunque lentamente, accarezzando le curve, scivolando sui rettilnei incorniciati dai pini marittimi, alti e zitti. Lei osserva con il paio di occhi che sfodera nelle occasioni in cui “cerco uno sguardo incontaminato sul mondo perché la mia realtà mi sta stretta.”
E comincia a vedere.

Nello specchietto dentro l’aletta parasole dell’auto vede se stessa. Il sole batte sul suo maglione arancio e contamina di passato i suoi capelli, che, partendo dalle punte, trasmutano e diventano rossi come quelli del suo mai conosciuto bisnonno.
“Oggi qualcuno rivive in me”, pensa lei distratta.
Lui guida silenzioso, senza disturbarla, senza essere turbato dal suo silenzio di riflessione, senza essere seccato dal tragitto solitario, ma in due.
Lei guarda fuori dal finestrino chiuso.
Rose rosse che crescono davanti a una tomba sul ciglio della strada.
Cima di roccia illuminata dal sole, verde scuro e buio sotto.
Alberi di Acilia, in Toscana, però.
Montagne oscurate da montagne. Di nubi.
Campi di pannocchie essiccati, lunghi più di quanto lei possa scrivere.

Pensa che tra lei e la realtà si frappongono sempre strani e diversi vetri opachi.

Piccoli cimiteri gialli lungo strade provinciali poco frequentate.
Giunghi che si piegano, quasi a toccarli mentre passano.
Ancora rose, stavolta che cercano di evadere dalle solite reti verdi a quadrati.
Cave di pietra abbandonate e arrugginite le ricordano gli scenari di un videogioco.
San Giuliano. Passano sopra un corso d’acqua e lei si aspetterebbe di vedere una novella Ofelia annegata. Strani pensieri per una domenica pomeriggio.
Ma in realtà è confortante vedere posti che non pensavi esistessero, che dimentichi un attimo dopo che ci sei passato, che scompaiono dalla tua mente ma che la hanno abitata per qualche istante almeno.
E’ tutta così, pensa, la vita. Abitare la mente di qualcuno per intervalli indeterminati di tempo. Poi si muore o si scompare o si litiga e resta solo un impreciso ricordo modificato da noi.

[nel frattempo i Depeche Mode cantano Judas e lei pensa di essere stata un'ignorante superficiale ad averli ignorati per così tanti anni]

Passano sotto una casa-luogo comune: una bandiera della Pace è issata su un lungo bastone che spunta dall’alto di un ulivo. E’ tutta lacerata e sbiadita. Vorrà dire qualcosa. Sempre la solita cosa.
Si fermano per un istante davanti a un’abitazione bianca con quegli infissi vecchi e stantii che sanno di pocoprezzo e di cattivogusto, quelli color ottone-simil oro, per le doppie finestre esterne, così entra meno freddo. Terrificanti. Ecco, in case così nascono e crescono i depressi cronici e i serial killer. In case con i lampadari arancioni in cucina e le piastrelle marroni. E quella casa è così, anche se la vedono dall’esterno, anche se non si vedono i mobili, dentro, sanno che c’è un salotto comprato in qualche mercatone color legno scuro, con i pomelli in oro, un divano coi fiori gialli e beige e una camera da letto con la testata in ottone (stavolta ottone vero) tutta arzigogolata.
Per fortuna è solo la pausa di un semaforo, per fortuna ripartono silenziosi e si allontanano rapidamente da quella vita che non vorrebbero mai. Una vita terrificante e costante.

Lei prende un quaderno e scrive qualche parola. Per non dimenticare. Quando tornerà a casa scriverà un piccolo strano racconto di questa giornata di paesaggi e le è appena venuto in mente l’inizio. Un inizio bellissimo, di quelli da non sprecare.
“Oggi mi ha presa e mi ha portata via.
All’inizio non voleva.
Poi, vedendomi scrivere ogni cosa che vedevo, ha pensato di regalarmi tutto un pomeriggio di paesaggi, gente, cose, luoghi.”

[mentre di Depeche ora sussurrano See you, loro passano accanto all'autostrada e lei vede una roulotte con le tendine alle finestre sotto il viadotto autostradale. Le sembra anche di vedere una luce accesa. Non può essere. Chi vivrebbe là sotto? Com'è possibile, senza luce né aria e tanto, troppo fango e insetti? Non può viverci nessuno. Ma è un attimo. E passano oltre.]

Il mare non è il solito, è una sorpresa. Effettivamente è sorprendente arrivare a Viareggio e vedere il cielo e le strade come se fossero di un altro Paese. Paese con la P maiuscola, nel senso di Inghilterra o America. Le mancano. Le rivede in ogni scorcio di paesaggio leggermente fuori dall’ordinario. Vorrebbe tornarci, ma per ora non ha tempo e poi non da sola, assolutamente non da sola.
L’ultima cosa che vede dalla macchina è un padre che insegna al figlio ad andare in bicicletta. La bici è troppo grande per tutti e due, ma il padre regge il figlio e il figlio si fida di lui. E impara, piano, a fidarsi anche di se stesso.

Dopo pochi passi fuori dalla macchina, comincia a piovere.
Ma è una pioggia strana. Non è la solita pioggia che ti fa dire “Oh no, che pomeriggio rovinato.”
No, è quella pioggia che infastidisce tutti, ma non loro due. E mentre inesorabili camminano sotto le gocce sempre più grosse, notano che tutti stanno scappando dalla spiaggia e dal molo. E notano che più camminano più sono soli, lontani da tutti. E’ il paradiso. Si addentrano nella spiaggia bagnata, ma non troppo, mentre le gocce simpaticamente si diradano. Tutto intorno c’è la tempesta, ma loro sanno che per un po’ di tempo lì sopra non pioverà. E infatti non piove. Infatti camminano come gli Intoccabili o come due mimi o come due folletti, e si avvicinano sempre più alla riva.
I loro occhi, all’unisono, osservano intorno. Spettacolo inenarrabile, impossibile imprigionarlo nelle quattro pareti di una fotografia. Forse è possibile ricordarlo con le parole.

Il mare. E dietro le Apuane, nere come la roccia millenaria, stagliate contro un cielo celeste, riempito da leggere nuvole color panna. Altre montagne, d’acqua stavolta, che scendono fitte e silenziose in lontananza, confuse con le nubi. Prima uno, poi due arcobaleni interi, che partono dalla città e finiscono fuori, e racchiudono tutto, le persone, le case, le nuvole, la pioggia, anche il sole e le montagne. Sono così netti e definiti che sembrano delle proiezioni. Degli ologrammi. Non sembrano reali.

Lei dice “Che strano, gli arcobaleni sono come la maggior parte delle cose importanti della vita: bellissimi e inesistenti.â€?
Lui ci pensa un attimo e risponde “No, gli arcobaleni sono come la maggior parte delle cose importanti della vita: bisogna saperli vedere.â€?
Lei ci pensa ancora. E’ vero. E allora corre sulla spiaggia con la sua sciarpa di lana leggera e la fa sventolare e osserva la sua ombra danzante.

Un tronco secco e robusto è stato messo lì apposta da qualcuno per loro. Si siedono e si riparano sotto il velo grigio di lei, che lascia entrare le gocce più grosse ma che nasconde qualche bacio.
Tramonto su un tronco al limite della battigia.
Loro due soli su tutta la spiaggia perché “Piove, mi cola il truccoâ€? oppure “Piove, mi si arricciano i capelli.â€?
Il mare.
Il mare.
Il mare.
Lei lo guarda mentre scrive qualche parola sul suo taccuino.
Abbassano lo sguardo e lei dice “Guarda le gocce di pioggia tonde nella sabbia compatta in riva al mare.â€? Lui guarda e pensa che non le avrebbe notate senza di lei. Come tante altre cose.

Dopo un indefinibile lasso di tempo, di solitudine e di cielo apocalittico, il temporale arriva su di loro. Si bagnano. Ma almeno sono stati a guardare quello spettacolo di cielo irripetibile.

La cioccolata che lei beve quel pomeriggio le sembra speciale. Le sembra che sia la prima volta in cui si rende conto che il cioccolato è il cibo degli dei.

Tornano indietro. Tornano a casa. Lei adesso è tranquilla. Non si ricorda più dei suoi pensieri. Sa solo che ci sono degli scarabocchi neri su un quadernetto rosso che la aiuteranno a ricordare.
Sa che il viaggio non è ancora del tutto finito, manca la parte conclusiva. Manca il racconto, senza il quale non esisterebbe niente. O meglio, qualcosa esisterebbe, ma solo nella loro mente, nel loro ancora impreciso ricordo. E allora scrive e riscrive.
E solo alla fine si sente soddisfatta.
Solo adesso, insomma.

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