Alchemico Blu

Laboratorio di trasmutazioni creative

Far East 2009 – The Equation of Love and Death

April30

The Equation of Love and Death
Cao Baoping crede nell’amore dolente, tragico. La sofferenza è il motore dell’uomo, secondo lui, e tutte le nostre azioni sono tentativi disperati di raggiungere una felicità a cui però non siamo destinati. Per questo tutto il film drammatico The Equation of Love and Death ruota intorno a una giovane tassista che approfitta del suo lavoro fortemente a contatto con la gente per cercare il suo fidanzato, scomparso nel nulla quattro anni prima.

Il film ha numerosi pregi, tra cui quello di essere chiaro e di concentrarsi su personaggi ben definiti, che aiutano lo spettatore a entrare in sintonia con le loro motivazioni. Il finale è forse un po’ confuso, con motivazioni di cui non sono sicura di aver compreso l’origine e con un esito decisamente inutile. Il voto che ho dato a questo film, però, è basso, e il motivo è ideologico. Probabilmente la mia opinione non è abbastanza attendibile e non voglio che questa osservazione sembri categoria, ma quello che ho percepito mentre guardavo il film è stato inequivocabile. Il regista Baoping ha avuto non pochi problemi nell’esportare Trouble Makers, in cui denuncia la corruzione capillare all’interno della società cinese e, probabilmente, non ha voluto ripercorrere la stessa strada di difficoltà e ha deciso di aderire a quello che io interpreto come un terribile compromesso. La trama del film prevede un’indagine, in cui viene coinvolta anche la polizia: ora, il ritratto che il regista fa della polizia cinese è a dir poco imbarazzante: agenti gentili, al limite del sottomesso, enormemente comprensivi verso la protagonista che, in preda a crisi isteriche, li getta a terra, li aggredisce, toglie loro le sigarette dalle mani con arroganza. Il comportamento degli agenti, in generale, è assimilabile a quello di un “padre buono” che osserva con dispiacere e tolleranza i capricci del figlio in fasce. Purtroppo, per quanto poco informata, non credo che questa sia la reale natura della polizia cinese. Continuamente, nella pellicola, da quando compare la polizia, la mia attenzione è stata totalmente veicolata a quegli scambi di battute (peraltro secondari), a quelle scene d’azione, a quei momenti di silenzio il cui unico scopo era quello di sottolineare ancora e ancora la natura magnanima del corpo di polizia. Le motivazioni del cittadino sono al primo posto. La dignità dello stato è messa in secondo piano rispetto ai sentimenti dei protagonisti. Certo, c’è sempre un’integerrima onestà da parte di tutti i poliziotti, ma anche una profonda e umana comprensione.

Posso capire le difficoltà del vivere in uno stato che pratica una censura così feroce.

Posso comprendere la volontà del regista di fare liberamente il suo lavoro e di parlare con il mondo, scendendo a compromessi nel suo paese e facendo una “marchetta” (peraltro, palesemente esagerata e quasi dissacrante) al regime.

Quello che non riesco a capire è come tutto ciò possa passare sotto silenzio.

Se fare film (così come scrivere, dipingere, come ogni forma d’arte o di comunicazione) significa semplicemente confezionare un prodotto e accettare tutti i compromessi possibili pur di arrivare a venderlo, allora non posso giustificare il regista, che ha sicuramente deciso di fare di tutto perché la sua storia raggiungesse il mondo (e questo, di per sé, è un bene) svendendo però i propri personaggi e la propria ideologia, nonché la spinta di dissidenza verso il regime che, in quanto artista di fama internazionale, possiede.

Se, invece, fare film e fare arte e comunicare significa dire quello che si ritiene eticamente giusto, sfruttare la propria posizione di potere non per lodare il sistema ma per cercare di cambiare quello che secondo la nostra coscienza ci sembra non funzionare, allora questo film è un fallimento totale, perché la storia d’amore drammatica in sé non è abbastanza forte da giustificare il compromesso della “sviolinata” alle forze dell’ordine cinesi.

Perché sì, ci sono storie che sono così forti da reggere anche terribili compromessi, ma questa non è una di quelle.
Magari la prossima volta andrà meglio.

Voto: 2 su 5

Far East 2009 – Crush and Blush

April30

Crush and Blush
Non ho mai pensato che il fatto di arrossire per l’imbarazzo nelle situazioni più impensabili potesse essere qualcosa di così tremendo. Invece è proprio intorno a questa caratteristica della protagonsita che ruota tutto il film. Commedia prodotta da Park Chan-wook (Old Boy best film ever), la storia racconta di Me-sook, insegnante delle superiori e delle sue disavventure da outsider emarginata al liceo, prima come allieva, poi come insegnante. Tra storie d’amore inventate, identità rubate su MSN, nottate insonni in furenti (e fasulle) sessioni di chat porno ispirate al Kamasutra, il film fa sorridere e diverte, anche se non è nient’altro che una piacevole commedia leggera.Nonostante non nutra una spiccata preferenza per il genere, la storia è godibile. Finale un po’ trascinato e decisamente prevedibile, ma il cameo di Park Chan-wook che riveste il ruolo dello sfortunato dermatologo che fa anche da psicoterapeuta alla protagonista nevrotica ripaga di qualsiasi noia.

Voto: 3 su 5

Far East 2009 – Fiction

April30

Fiction

Che il cinema Indonesiano abbia dei problemi, questo si sa. Forse lo tsunami, forse tutta quell’umidità, non saprei. Eppure sembra un bel posto. Comunque. Fiksi (Fiction, in inglese) è l’ennesima storia di un amore ossessivo, di un rifiuto, di una mente distorta nel corpo di una bella ninfa intelligente e artisticamente dotata.

Questo in teoria.

In pratica, Fiction è la storia di una figlia di papà traumatizzata dal suicidio della madre che decide di fuggire dalla bambagia in cui è stata tenuta per anni e di sperimentare la vera vita in un casermone popolare. Personaggio stereotipato come più non si potrebbe, Alisha è attorniata da altri personaggi altrettanto prevedibili, scontati e con un destino chiaramente segnato fin dall’inizio: la morte. Tutti quanti, infatti, devono morire per permettere allo scrittore geniale che partorirà le storie da cui è tratto il film stesso (metareferenzialità da bar, purtroppo) di trovare una degna conclusione per ognuno dei suoi racconti.
Il film è un buon tentativo di fare qualcosa di vendibile e, probabilmente, in parte originale, ma purtroppo fallisce nel suo intento: è scontato, prevedibile, piatto e addirittura noioso. Le scelte di musica e audio, tanto incensate dalla critica, si sono rivelate piuttosto fastidiose e anziché sottolineare il pathos e la suspense sortivano l’unico effetto di innervosire. Probabilmente anche il livello dell’audio, troppo alto, in sala, non ha aiutato…
Voto: 1 su 5 nonostante l’impegno

Far East 2009 – 4bia

April29

4bia

Il bello del Far East è che ti fa ricredere, sempre e continuamente.
Parlavo dello “squallore” annunciato dell’horror day? Beh, mi sbagliavo.
Per 4bia avevo diversi pregiudizi:
1- è un film horror tailandese, brividi
2- quelle simpatiche canaglie dei veneti che mi accompagnano in questa avventura mi hanno spiegato che “forbìa” in veneto significa “pulita”. Per cui io mi immaginavo un film su dei filippini che fanno le pulizie
3- è un altro film a episodi e, dopo Takut: Faces of Fear del pomeriggio mi sentivo lievemente preoccupata

Paura eh?
E invece no.
O meglio, sì. Paura di quelle belle, da film dell’orrore che ti fa saltare e abbracciare lo sconosciuto vicino, di quelle che “tanto me l’aspetto” ma che poi alla fine non riesci a resistere e lanci un piccolo urlo effeminato sperando che nessuno ti senta.
A parte il secondo episodio (bullismo scolastico sconfitto con la magia nera che, tuttavia, non lascia vincitori), le quattro storie sono raccontate in modo veramente efficace. Come ogni buon horror, 4bia fa leva su contesti ben conosciuti ed emozioni ben note allo spettatore: la paura di una casa al buio e di un cellulare che continua a squillare, una nottata in campeggio, un volo aereo decisamente inquietante.
Le storie sono semplici ghost stories che fanno leva su situazioni e paure ben conosciute da chi guarda (inaspettati scambi di SMS con uno sconosciuto, una tranquilla notte in campeggio, un volo aereo un po’ turbolento) e, nonostante il target giovane e la semplicità del “pacchetto”, 4bia mi ha fatto ampiamente rivalutare il cinema thailandese e, in particolare, la giornata horror del Far East Film. Come se fosse possibile avere dei dubbi :)

Voto: 3 su 5

Far East 2009 – Departures

April29

Departures

Gli americani sono dei puzzoni, ma non tutti, ovviamente.
Sicuramente non quelli che hanno scelto il film straniero vincitore degli Oscar 2009.
Chi mi conosce sa che ci sono tematiche che sono un punto fisso nella mia vita e che devo ancora trovare il modo di raccontare davvero nelle mie storie, anche se ogni volta che scrivo un racconto sto un po’ meglio, piango, rido e tutto intorno…
Dire che la morte è come un viaggio, un cancello verso qualcosa di nuovo, non è qualcosa di particolarmente originale e, peraltro, non è nemmeno qualcosa in cui credo davvero. Anzi. Penso che con la morte finisca tutto. Però la morte è sicuramente una parte inevitabile della vita dei vivi, ed è questo che in Departures mi ha insieme straziato ed emozionato. Perdere il proprio padre, che sente il cuore come un macigno eppure “parte”, non ricordare più il suo volto, non riconoscerlo nemmeno quando lo si vede, tutto questo fa parte della mia “storia” interiore e mi sorprende sempre scoprire che c’è qualcuno, dall’altra parte quasi esatta del mondo, che prova le mie stesse senazioni e che viene travolto dai miei stessi pensieri.
Mai come in questo caso, l’atto di piangere è stato catartico. Piangere, ovviamente, nei momenti più impensati, nei momenti magari “sbagliati”, però i film orientali mi hanno insegnato che è sempre il momento giusto per piangere, se ti commuovi.
Quello che invidio ai personaggi di questo film e, in particolare, al protagonista è di aver trovato il suo posto nel mondo, di aver smesso di dibattersi inutilmente senza però rassegnarsi, senza farsi sconfiggere, lasciandosi andare lentamente alla felicità nascosta nello scoprire quello che si è, nell’accettarlo e nell’amarlo.
Ridere lievemente delle piccole e buffe coincidenze della vita.
La cucina e l’amore per il cibo.
La disarmante verità per cui “we eat the dead to live”.
La dignità acquisita attraverso i fatti e non per mezzo di lunghe, verbose e inutili giustificazioni.
Departures è un film intenso che probabilmente merita una seconda, una terza, una quarta visione, ma io non sono sicura di farcela. Non perché sia troppo straziante, ma perché è un film così perfetto che mi ha parlato chiaramente già la prima volta. La colonna sonora, in particolare, è una chicca. A dire la verità, c’è un passaggio di questa musica che ogni volta che arriva mi fa scoppiare in singhiozzi più o meno trattenuti.

Non voglio che sembri che piango per qualunque cosa. O meglio, nella vita è così, ma non al cinema. La maggior parte delle volte nonostante la willing suspension of disbelief, resto più o meno impassibile. E’ una realtà, però, che la quasi totalità dei film che mi hanno fatto e che mi fanno tuttora piangere sono giapponesi, cinesi e coreani (non posso non menzionare Old Boy). Piangere in un contesto pubblico è ormai così desueto che ogni volta che mi succede lo ricordo con esattezza. Piangere al cinema è più socialmente accettato, ma comunque mi accorgo di essere quasi sempre l’unica che ha le guance rigate e gli occhi così rossi che sembra mi sia morto un parente stretto.Con Departures, però, tutta la sala era evidentemente commossa. E’ stato come un rito: scoprire la verità e piangere, di amarezza e di gioia insieme.
Quindi, sicuramente Departures è un film legato alla vita, alla morte, al pianto e alle risate, ed è bello, ancora, a trent’anni, rifugiarsi in un nascondiglio così accogliente come una sala cinematografica e sapere che ne puoi uscire, se non proprio sconvolta, almeno totalmente commossa ed emozionata.

Voto: 5 su 5

Far East 2009 – Takut: Faces of Fear

April29

Takut: Faces of Fear

Ogni anno sappiamo in anticipo che l’Horror Day del Far East si chiama così non perché proiettino film dell’orrore, ma perché i film sono orribili. Si salvano, di solito, le proiezioni serali delle 20, 22 e mezzanotte, in cui i film in effetti sono fatti ad arte per farti saltare sulla poltrona.
Ma alle 16 di pomeriggio, “Takut: Faces of Fear”, film a episodi girato in Indonesia, era effettivamente come ci aspettavamo: terrificante e raccapricciante e non in senso buono.
A partire dal filmato iniziale in computer grafica, chiaramente privo di una direzione artistica, in cui appaiono un’accozzaglia informe di stereotipi del terrore (insetti, sangue che cola dalle pareti, mostri informi che divorano donne, uova (???), stanze fatiscenti, e così via, il tutto ovviamente BRUTTO), passando per le storie inconcludenti e banali, arrivando agli attori che, eccezion fatta per qualche bella gnocca, erano tutti indonesiani bruttini, bassi e inespressivi, il risultato del film era un insieme di sei episodi di cui solo l’ultimo, “Dara”, si poteva definire veramente di qualità.
Uomini che si fanno spaventare dalle nipotine, ragazze destinate a essere la reincarnazione di stocazzo (nel senso che non si capiva da chi e perché venivano possedute), zombie famelici con la plastilina rossa in faccia (giuro), guardoni a cui vengono strappati gli occhi (sì, è uno spoiler, spero che non lo vediate mai).
Solo “Dara”, dicevo, merita una menzione speciale. La storia non è particolarmente originale (bella donna gestisce un ristorante. Come tutti sanno, la carne migliore è quella umana. Lei, essendo gnocca, se la procura invitando sventurati maschi nella sua magione ed eviscerandoli con una sega elettrica, prima di smembrarli con cura), ma la protagonista, la regia, la fotografia, alcune interessanti trovate gore rendono il tutto godibile e diverse spanne al di sopra degli altri cinque corti.

D’altra parte, lo ripeto, l’horror day non è mai un granché. Ma mai dire mai. E poi ieri, tra The Way We Are e Departures sono partiti due 5. Direi che la qualità non manca. E, per fortuna, c’è anche un po’ di sano e comico horror-pulp.

Voto: 1 su 5
Voto per “Dara”: 3 su 5

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