Alchemico Blu

Laboratorio di trasmutazioni creative

Era tanto che non leggevo

October31

O meglio, leggevo, ma solo saggistica. Manuali di narratologia, teorie videoludiche, saggi sui minimi sistemi di quello che studio (e che non interessa a molti, anzi, direi a nessuno).
Poi Lucio mi consiglia Trilogia della Città di K, di tale Agota Kristof, e mi ricordo quant’è bello leggere sotto il piumone, in treno, in metropolitana mentre cammini, in macchina quando c’è coda, la notte quando non riesci a dormire, mentre pranzi, fai colazione, ceni da sola. Sempre.
Finisco Trilogia e passo a John Fante, con Chiedi alla Polvere che mi sono poi resa conto che è anche un filmozzo con un paio di bei pettorali e occhioni americani. Il libro scorre, anzi, corre, e mi piace il lirismo scalcinato con cui descrive lo stantio delle strade di Los Angeles, gli interni polverosi, la gente polverosa e “che sa di topo e scarafaggio”. Mi piace ritrovare nelle ossessioni di Arturo Bandini tutte le mie ossessioni, scrivere pagine inutili di tematiche scontate e poi accorgersi che la genialità sta nelle lettere che mando nei momenti di disperazione, di curiosità, di passione.
E’ bello e insieme triste leggere di personaggi come quello, perché mi chiedo sempre cosa, invece, trattenga me “da questa parte”, nell’ordine di un lavoro, di una casa pulita, di una vita precisa, incanalata, preconfezionata eppure così soddisfacente. Per gli altri. E insieme insoddisfacente. Per me.
L’istinto mi dice di andare da una parte, la mia stantia ragione mi tiene ancorata da un’altra. Guardo chi fa scelte più coraggiose delle mie e mi innamoro, ma a volte è faticoso guardare gli altri vivere da dietro un vetro e sospettare di starsi perdendo tutto il meglio per un futuro che non ci sarà mai.
Bandini riceve 175 dollari (e negli anni ’40 insomma, erano un po’) per un racconto che non ha scritto consapevolmente, li spende tutti in pochi giorni e non sa nemmeno come e sogna e si distrae e si concentra, e non guarda le cose, le vede. Si perde si ritrova immagina, vede le persone, e vede quello che vuole, si illude, sogna.
Sogna, accidenti, mentre a volte mi sembra che io dovrei chiamare l’antennista, perché è un po’ che non sogno e non sogno più nemmeno nella vita reale, e non va bene.

Però bello, ho queste 80 pagine residue che mi aspettano ed è sempre così confortevole avere un po’ di letteratura sul comodino, per non essere soli, per conoscere mondi e tempi che altrimenti no.
Quindi scusate ma ora vado.

Il lamento di me stessa su un treno

October25

Bella la notte al di là del vetro di un treno, soprattutto quando mi porta da te e nell’oscurità si nascondono tutte le possibilità che in questa giornata molto grigia e un po’ amara mi aspettano di soppiatto anche se io non lo so, anche se io non ci credo poi molto.
Bello pensare che sto viaggiando ancora, un viaggio breve e usuale, ma così prezioso oggi, perché mi allontana e mi avvicina, perché mi lascia il tempo e il silenzio per pensare e decidere. O aspettare, ancora un po’.
E’ strana l’impressione ricorrente, le lacrime sempre in agguato, la voglia di fare e un macete sulle ali, i soldi, la solitudine di una stanza sempre vuota che invece no, potrebbero starci in tanti ma non riesco a fare tutto, alla fine.
Mi piace il mio respiro contro il finestrino, mentre con le mani cerco il buio per guardare fuori, e intravedo campi, e case illuminate, e fabbriche spente, e vite, e vita, in generale, che alla fine io sono su un treno e altri no, io sono viva e altri no, io me la devo gustare, perché altri non possono più o non hanno mai potuto.
E per questo sento sempre il peso di meritarmela questa vita casuale che è toccata a me e non a un altro, sento sempre di essere troppo stupida, troppo ingenua, troppo grassa, troppo bassa, troppo illusa, troppo arrogante, sono troppo e vorrei essere un po’ di meno, sogno troppo e vorrei sognare un po’ di meno, vivo troppo e vorrei vivere un po’ di più.
Nelle stazioni mi prendo qualche istante per respirare, per ricordarmi che a volte il turbine si ferma, che a volte la quiete esiste, a braccetto con la felicità, legata a doppio filo con l’accettazione.
Però non funziona molto, e continuo a volere le cose così forte che mi esce il sangue dal naso e la gente pensa che io sia pazza o solo furba o forse semplicemente fuori posto.
Fuori posto, certo, perché non mi adeguo. Ma non mi adeguo perché non capisco come si fa.

Preghiera estemporanea: Dio in cui non credo, ti prego, perché proprio io mi devo arrabattare con idee strambe e curiose quando potrei essere felice se mettessi da parte l’ego, il mio io, se avessi idee da pensare da scambiare con cose da fare, oggetti invece di processi, sorrisi ipocriti e vigliacchi anziché rapporti sinceri? Dio in cui non credo, ti prego, fai uno dei tuoi miracoli, con quasi tutti gli altri funziona, con quasi tutti ci sei riuscito, perché non provi ancora, anche con me. Perché non mi fai questo regalo? Pinocchio voleva diventare un bambino vero, e l’hai esaudito. Io vorrei solo diventare una bambina stupida. Si può?

Che poi ci sarebbe anche da discutere sul concetto di stupidità. Come quel film in cui tutti erano vampiri tranne uno e però questo qui voleva ammazzare tutti i vampiri, ma ormai i vampiri erano i buoni e lui il cattivo. E’ la stessa cosa, sono stupidi gli altri o sono stupida io che non riesco a essere stupida come tutti? E’ un dilemma da bar irrisolvibile, temo.
E poi tutto questo tempo fatto di malessere e cose non dette, ma vi pare? Tutti questi minuti della mia ormai breve vita che vengono sprecati in elucubrazioni di un’inutilità sconcertante…
Pensavo che alla fine io di T.S. Eliot avrei potuto innamorarmi. Questo è un pensiero utile. Su questo vale la pena passare un pomeriggio a riflettere. Eliot, la poesia, le parole, la nostra identità, l’amore, amare qualcuno che non esiste. Perché alla fine amare un morto è come amare un fantasma o un’idea o un’icona, non esiste e basta, esiste nel racconto, nella memoria, nel resoconto. Un morto è come il personaggio di un libro, c’è ma non ne hai le prove, sono tutte indiziarie, perché in effetti non c’è più.
Forse è questo che ci succede, quando moriamo ci trasformiamo in storie, in racconti per qualcun altro che resta, in memoria di noi che si tramanda tra chi non ci conosce o ci conosceva e ci ricorda o ci reinventa. Bella la morte vista così, come un divenire racconto, divenire storia. Muoio e divento immortale, anche se non scrivevo, anche se non recitavo, anche se non.
Muoio e divento narrare di me.
Quindi sarà meglio se prima di morire mi dò un po’ da fare ed evito di passare il tempo a scrivere in rima anziché alzarmi in piedi e cantare, o viaggiare, o ridere con persone che mi amano davvero.
Sarà meglio.

Persone che mi fanno tornare la voglia…

October18

… di uscire dal mio pigro silenzio e di lamentarmi, odiare e fare l’asociale fino allo sfinimento.