December12
NOTA BENE: Il seguente articolo è stato il frutto impulsivo di un’esperienza sì sgradevole, ma che si è poi evoluta e trasformata, assumendo per alcuni aspetti un volto più umano e collaborativo. A lungo ho pensato se cancellare questo post per evitare ripercussioni ai diretti interessati. Evidentemente ho deciso di non farlo, ma ci tengo a fare una importantissima precisazione.
L’organizzatore di Raccorti Pisani si è dimostrato più che disponibile al dialogo. Ha più volte ricontattato alcuni degli autori dei corti in concorso, ha instaurato, in un certo senso, un rapporto anche umano, al di là dell’istituzionalità dell’esperienza, confrontandosi tranquillamente e ascoltando le ragioni e le critiche. A distanza di tempo, questo post non vuole più essere un attacco critico a Raccorti Pisani, anzi. La gradevole apertura dimostrata dal responsabile (il sottocitato Cosma) fa decadere la polemica nei suoi confronti e anzi ci fa sperare che gli organizzatori in generale seguano una linea più aperta, come è stato fatto in questa occasione.
L’articolo rimane, perché la VERA polemica riguarda l’Arte e lo Stato dell’Arte. Tutto quello che dico su Parrucconi, Critici, Eminenze, Docenti e Istituzioni lo sottoscrivo nuovamente, a distanza di mesi, e sarà così per sempre. Questo post non si scaglia contro il Concorso del titolo, non più, almeno. Questo post vuole ricordare quanto la mercificazione della creatività e dell’inventiva siano dietro l’angolo. Quanto una “razza di superpotenze locali” tenda ad arrogarsi il diritto di decidere cosa è Arte e cosa no.
Sperando che il concorso di Raccorti Pisani continui ad esserci e soprattutto ad evolversi, migliorare e crescere, vi invito a leggere le seguenti righe ricordando lo spirito generale delle mie parole: non si deve prendere un concorso (fatto con impegno e con fatica) come capro espiatorio, ma bisogna ricordare che le cose devono cambiare e che, con un po’ di impegno e poco orgoglio, questo cambiamento è possibile.
E’ una splendida giornata d’inverno, a Pisa. C’è il sole, e prendere il treno per arrivare in città non è per niente male. Il cielo è azzurro e non ci sono “colori antisettici che cantano: ‘Addio’.”
E’ una giornata perfetta per una passeggiata, per quattro chiacchiere sul Lungarno, per una cioccolata calda e guardare le persone che fanno spese e che passano.
Invece no, abbiamo un altro impegno: la finale di un concorso.
E’ un concorso nuovo, nato proprio quest’anno e indetto dalla città di Pisa. Il tema è aperto, “Le opere potranno appartenere a qualsiasi genere (fiction, documentario, astratto, d’animazione, sperimentale e videoclip).” I miei amici partecipano con “bianco_elettrico”, un corto su manicomio, pazzia ed errori mostruosi del passato. Ma ora non voglio parlare di questo corto, ci saranno altre occasioni per farlo meglio. Merita uno spazio tutto per sé, non posso infilarlo qui, in questo resoconto di un concorso grottesco e al limite della decenza. “bianco_elettrico” merita di più.
Raccorti Pisani. Un’iniziativa nobile, per promuover e far emergere nuovi artisti e nuovi talenti del territorio, per incoraggiare. Si propone come una finestra su quello che “potrà essere”, se il cinema indipendente si rafforza e trova spazio per mostrarsi.
Quelli che conosco io e che hanno partecipato sono stati su la notte, per finire il corto. Sono entrati di nascosto in un manicomio decadente, si sono scorticati le gambe tra i pruni per effettuare le riprese, hanno rischiato di prendere il tetano tra calcinacci e ferraglia abbandonata, hanno passato tempo a discutere, pensare, riflettere, modificare, criticarsi, mettersi in discussione, tentare, ridere, sbadigliare. E credo che per tutti sia così. Creare è una fatica piacevole, un “lavoro” di cui non si può fare più a meno, quando si comincia. No, questo è solo per sottolineare l’aspetto emotivo della faccenda.
La premiazione doveva svolgersi in un teatro, peccato che uno “sfratto” estemporaneo abbia fatto spostare la manifestazione nel “retrobottega” di una Chiesa, S. Domenico a Pisa. Va beh, già mi era venuto un mezzo prurito anticlericale, ma non è che si può farei sofisticati e criticare tutto sempre e comunque. Ho sgombrato la mente e carica di entusiasmo e aspettativa sono andata coi i tre Registi di “bianco_elettrico” a prendere posto.
Forse però avremmo dovuto capire fin da subito. Forse i due Arancioni Arancioni che abbiamo visto aggirarsi fuori dalla chiesa avrebbero dovuto farci intellegire il presagio divino. Niente, noi siamo entrati, spavaldi e noncuranti.
Il pubblico di potenziali premiati era vario ed eterogeneo: giovani eleganti e composti, con camicetta della domenica e maglioncini di lana ben lavorati, alternativi con bandane e abbigliamento da luogo-comune-centro-sociale, uomini di mezza età con giacca nera et lupetto nero, abbigliamento tipico dell’intellettuale (?) introverso. E soprattutto foulard e sciarpine. No, non erano le donne ad indossare questi ridicoli ammennicoli dell’abbigliamento. No, erano categoricamente gli uomini. Foulard di ogni colore, beige, rosso vinaccia, marroni, grigi, di seta, di lana, pashmine. Orripilanti pezzi di stoffa-status simbol al collo di questo stuolo di artisti-mediocrità. Noi, vestiti da comuni mortali, con scarpe di tutti i giorni, camicie e, soprattutto, senza foulard, dobbiamo essere stati considerati delle pecore nere. Ottimo, come sempre.
Cosma, l’organizzatore dell’evento, o meglio, il dis-organizzatore, che alterna noia a incompetenza (è impedito e impacciato in modo imbarazzante), dopo solamente un’ora e mezza di attesa si decide a far cominciare la lunga e lenta agonia della consegna di premi e targhe.
La scena era: Giuria schierata a mo’ di cordone poliziesco davanti al pubblico, seduti a un tavolo verde. Cosma accanto. Accanto a Cosma, due gemelle-ragazze immagine col compito di consegnare ai vincitori i premi e le targhe di riconoscimento. Tutto il pubblico zitto e fremente davanti a loro, come una falange oplitica addormentata pronta a scagliarsi sul palchetto inesistente correndo su un percorso a ostacoli fatto di foglie secche, rami spezzati e melograni per terra. Bene.
Ancora non si comincia, nonostante sia tutto pronto, e gli organizzatori di questo concorso raccapricciante si danno amichevoli pacche sulle spalle, tutti compiaciuti del successo, fieri di aver raccolto orde di ragazzini delle medie e di raccomandati da ogni dove.
Ottimo, sì, Yeah, anche noi siamo fieri. Ma ora avete rotto le palle, cominciamo e finitela, va bene?
Dopo un infinito discorso introduttivo di Cosma sui VideoMaker [pronuncia utilizzata per l'occasione: VideoMACHER, volevo vomitare] indipendenti, sull’importanza di favorire sarcazzo cosa, sulla necessità di creare circuiti di tipo sarcazzo, e così via, speriamo che comincino le premiazioni.
[modalità carlo_lucarelli on] Pisa, venerdì 10 dicembre 2004. Un gruppo di persone è riunita nel retro di una chiesa, in attesa della premiazione di un concorso.
E invece no. [/modalità carlo_lucarelli off]
Invece no, perché viene letta una bella lettera dei fratelli Taviani (sì, i due registi, quelli bravi e famosi). Lettera profonda, sincera, interessante.
“Il cinema è una scelta di vita.” La frase più bella che sentirò in tutta la giornata, perché l’hanno detta due che di cinema davvero ci capiscono. Peccato però che questa lettera abbia niente a che fare con Raccorti Pisani (come scopriremo a nostre spese, non si tratta di un concorso per premiare i meritevoli, ma di un concorso per premiare chi va a scuola dai preti o che va a scuola in scuole che abbiano sponsorizzato l’evento o chi partecipi alla Festa dell’Unità o chi abbia del pessimo gusto in fatto di scrittura).
Ma apprezziamo il tentativo di chi l’ha presentata di dire “Io conosco i fratelli Taviani.” Grazie, ora passiamo a cose serie.
Non posso fare il resoconto dettagliato di tutti i premi attribuiti. Posso però fare un discorso più generale sullo “spirito di giudizio” e sui criteri delle attribuzioni.
Il Nulla. Non riesco a trovare un altro termine per definire quello che è emerso dai risultati del concorso.
I “Raccorti” in gara non sono stati minimamente commentati. Non dico tutti. Ma almeno quelli vincitori. Niente, nemmeno mezza parola. Il fatto è che in queste manifestazioni caratterizzate da una tristezza intrinseca esiziale, non c’è tempo per parlare di arte, di prospettive, di sensibilità, di tecnica. No, perché ci sono gli Assessori, gli Esponenti, i Rappresentanti, i Presidenti, i Docenti che devono parlare per incensare se stessi e quelli che sono più importanti di loro. E’ insopportabile aspettarsi di sentire qualcosa di sensato, costruttivo e intelligente e trovarsi davanti solo a parole vuote per ricordare anziani eminenti morenti o per sottolineare le proprie relazioni amichevoli con qualche “pezzo da novanta” del cinema, dell’università, della “cultura”: la gente ha bisogno dei suoi 15 minuti warholiani di fama e celebrità e non aspetta altro di avere un’annoiata platea in pugno per spiattellare addosso riflessioni vacue ed elucubrazioni che nessuno ascolterebbe, se non costretto. Eravamo lì per l’arte, per la comunicazione, per le diverse sensibilità di ognuno, e si è parlato per la maggior parte del tempo di Istituzioni, di Enti, di Associazioni, di Personalità, di Famosi, di Logge massoniche di Amici. Nauseante. Sì, nauseante, perché oltre a una pessima gestione del momento della premiazione, c’è stato anche una pessima gestione della divulgazione e della sponsorizzazione dell’evento. Il sito web ufficiale è una pagina unica e deprimente con un inutile elenco di norme, di partecipanti, di indicazioni tecniche. Né un forum di confronto, né la possibilità di scaricare e visionare i cortometraggi presentati, né di contattare e di rapportarsi con i vari partecipanti. Insomma, un’iniziativa nata morta, basata su presupposti se non proprio errati, quantomeno limitanti e tristi. Volevano creare qualcosa di nuovo a Pisa? Volevano davvero favorire il circuito del cinema indpendente, facilitare l’avvicinamento di giovani e meno giovani al linguaggio dell’immagine, proporre un’alternativa al passare il tempo guardando la televisione e invogliare a fare comunicazione? Nessuno di questi obiettivi è stato neanche minimamente raggiunto. Alla fine di tutto, lo scopo di un’iniziativa come questa mi è sembrato semplicemente lo sterile tentativo di inventare, senza troppa fatica, qualcosa per smuovere le acque, per “far finta di aver fatto”. I protagonisti non erano per niente i giovani. Non erano i ragazzi. Erano i “Grandi Vecchi”, le eminenze alle spalle dell’organizzazione, i famosi Docenti, Presidenti, Rappresentanti, Esponenti, Assessori. Loro erano i veri protagonisti. Loro, che si sono incensati e imbalsamati per più di tre ore.
Criticare l’attribuzione dei premi potrebbe sembrare infantile, però lo farò ugualmente, perché anche la premiazione si è rivelata una farsa grottesca. Su tre “premiati ufficiali”, hanno vinto due documentari insipidi e senza spessore, che non comunicavano nulla. Ma proprio nulla. Un terzo, a ben vedere documentario pure quello, era un’accozzaglia di effetti speciali. Forse qualcuno ha scoperto le bellezze del Convolution. Chi lo sa. Fatto sta che la giuria non è stata in grado di dare delle motivazioni artistiche. Certo, il giudizio è insindacabile, ma se proprio dovevano prendere tre corti a caso e premiarli senza averli nemmeno guardati, tanto valeva far votare il pubblico da casa col televoto.
Che dire? Tante parole per nulla. Sì, per nulla, perché tutte le scelte effettuate dal team di esperti che hanno organizzato il concorso sono state ponderate e meditate.
Il taglio dato a questo nuovo e vano esperimento di stimolazione artistica è stato chiaro: se fai un filmino amatoriale in stile scuola media (ripeto, ben due scuole hanno vinto), allora hai capito come funziona. Se sei un VideoMACHER più sperimentale, che magari si butta anche (che parolone) sull’astratto, sul simbolico, che evita di essere eccessivamente didascalico, beh, rassegnati: non fai per noi. Qui tutti devono capire tutto, soprattutto noi della giuria che, in quanto a intuito non siamo messi molto bene.
Ecco cosa è emerso. Ancora una volta, una generazione di cadaveri tende a premiare i “figli” che sono più simili a loro e a escludere e mortificare quelli che invece sono visionari e appassionatamente sperimentali. Non a caso, ogni corto un po’ estroso, ardito, originale, è stato oculatamente ignorato e messo da parte. Alcuni non sono nemmeno stati menzionati, alla fine della premiazione.
Benissimo. E’ così che funziona. Complimenti. Era proprio quello che ci voleva. L’ennesimo concorso mediocre organizzato da gente coi paraocchi, disposta a lusingare ed elogiare che è già “arrivato” e incapace di discutere e confrontarsi sul nuovo che avanza.
Grazie Raccorti Pisani per avermi ricordato che la Via dell’Arte non è mai, mai, mai nell’istituzione, ma è altrove, nel caos multiforme della semplicità e del confronto tra pari.
Usciamo dalla chiesa e non fa il freddo che dovrebbe fare a dicembre. Passeggiamo, mangiamo qualcosa, e guardiamo la città che si è fatta buia, mentre noi eravamo altrove. Passando davanti a una gastronomia, vedo un uomo che mangia da solo un piatto di qualcosa. Ha il cappello e sembra dover scappare via da un momento all’altro. Ma siamo noi che ce ne andiamo rapidi e lo perdo di vista.
Mentre costeggiamo l’Arno, camminando verso l’auto, un vento fresco e pulito ci viene addosso, sollevandoci, e facendomi pensare che basta molto poco per scrollarmi di dosso certe insofferenze e certi malumori.