Alchemico Blu

Laboratorio di trasmutazioni creative

Dali' – Venezia, dicembre 2004

December20

dali_biglietto
Una mattina alle cinque ho preso un treno con mia sorella e sono andata a Venezia per vedere la mostra di Dalí. Questa è un’altra storia, ma la mostra merita sicuramente qualche parola.

Anche solo arrivare alla sede della mostra, Palazzo Grassi, è suggestivo: si deve attraversare Venezia di dicembre, piena di mercatini natalizi, di negozi addobbati a festa, di strade silenziose e labirintiche.
Io e Giulia ci prepariamo mentalmente già durante il percorso, per farci travolgere dalla fantasia immaginifica dello spagnolo coi baffi all’insù.

La mostra era organizzata in modo coerente, divisa per periodi, dalle prime opere e le prime ispirazioni fino alle sperimentazioni e gli studi più recenti.
Un Paranoico Critico, ecco cos’era Dalí. E non sono io a dirlo, ma egli stesso si definiva in questo modo. Era grazie alla sua Paranoia Critica che riusciva a guardare il mondo diversamente, a scomporlo secondo le nuove teorie della relatività appena scoperte e diffuse da un altro genio. Era grazie alla sua pazzia accettata come tale, inesorabilmente, e, anzi, sfruttata, accresciuta, stimolata, che è riuscito a produrre opere così visionarie e poliedriche.
Insieme alla costante disgregazione della materia, sono sempre presenti inquietanti ambiguità nelle proporzioni. Osserva tutto con occhi nuovi, riconfigura gli oggetti e le loro funzioni. In un periodo, prende addirittura il corpo come metafora dell’archiettura, e costruisce schiene e dorsi di amanti sulla base armonica ed equilibrata di cupole di cattedrali. Passa a fasi più grottesche, in cui il corpo mutilato viene esposto in un equilibrio precario. La fisicità viene scomposta e sezionata, ma non solo attraverso una geometria scientifica: Dalí lascia emergere anche le proprie viscere, sulla tela, fa sì che il sangue, il fango, la mente, l’immaginazione assoluta contaminino l’arte.
Interessante è l’accanimento critico nei confronti di Piet Mondrian. Dalí vuole inserire sangue ed elementi morbidi nella rigidezza pittorica di una certa corrente artistica, che egli non apprezza e in cui non si riconosce. Professa il caos come base assoluta della creazione (sia reale che artistica).
La sua Concretezza Irrazionale si sostituisce allo sterile perfezionismo che egli tanto disapprova. Il fatto che alla base dei suoi dipinti, in fondo, quasi inconsciamente, stiano la teoria atomica e la psicanalisi, novelle scoperte del 1900, è fortemente indicativo: Dalì cerca l’anima dell’uomo nella scomposizione fisica, ma non solo. Indaga irrazionalmente, seguendo un percorso in cui la guida è la sua fantasia sfrenata.
Certo, bisogna ricordare che alle spalle del genio c’era un artista che si è dedicato unicamente e per tutta la sua vita all’arte. Era un personaggio in grado affascinare il pubblico, accattivante, istrionico, che sapeva trasformare l’occhio di una statua neoclassica su una rivista patinata nella sua bocca baffuta e ghignante.
Mi sono resa conto di quanto sia faticoso seguire una mostra dei suoi dipinti. Non per altro, è che ognuno avrebbe bisogno di ore di contemplazione, un esempio su tutti, l’Enigma senza fine. All’interno di questo dipinto ci sono svariate figure (un levriero, un saggio che legge con la testa piegata, una donna di spalle, e altre) ed è alquanto complicato individuarle tutte.
Questi giochi ottici sono un tema ricorrente, i quadri nascondono più di quello che l’occhio può percepire ad una prima occhiata, hanno bisogno di un’analisi dettagliata, che però va oltre alla razionalità dell’analisi formale e stilistica, prevede anche una sorta di immedesimazione fluente, di abbandono estatico e di coinvolgimento fisico.
L’opera che personalmente preferisco è La tentazione di Sant’Antonio dali_tentazione_santantonio_small: la trovo potente, incombente, mi ha trasmesso un vivo senso di fatica e di oppressione dell’uomo da potenze e tentazioni, appunto, più grandi di quanto si possa tollerare. Questo quadro mi causa una sensazione di smarrimento, in una parola è sublime. Sublime nel senso classico del termine, ossia affascinante, da cui è impossibile distogliere lo sguardo, che quasi ipnotizza e cattura, ma che insieme spaventa, destabilizza, fa quasi tremare. La leggiadria e la pesantezza si alternano incomprensibilmente, lasciando l’osservatore (o meglio, lasciando me) aggrappato con gli occhi e con la mente a un’enormità deforme e confusionaria.
Sarebbe bello essere proiettati nei dipinti di Dalí. All’interno, proprio.
Sarebbe bello esplorare tridimensionalmente quegli spazi onirici.
Con molta concentrazione e lasciandosi andare ad una salutare sindrome di Stendhal, forse è possibile farsi risucchiare e immegersi in una sana contemplazione estatica.

Quanta pizza ci vuole per morire?

December16

A volte avere amici lontani dispiace. si deve stare forzatamente lontani, non ci si può vedere ogni volta che si ha voglia, e cose così.
A volte, però, avere amici lontani salva la vita.

Sì, perché grazie ai 300 km che intercorrono tra me e la Toscana, in questi giorni di viaggi e sveglie presto non ho potuto partecipare alla “Sfida Mangereccia dell’Anno”: i Quattro Toscani (Massi, Matte, Natan e Ricca) hanno messo in atto il tanto atteso “Pizza Day”. Dopo un propedeutico digiuno di mezza giornata, infatti, i Magnifici Quattro hanno affrontato una Pizza potenzialmente infinita: ne avrebbero mangiata finché non avessero sentito la morte sopraggiungere. Al contrario di quanto si possa pensare, morire di pizza è possibile, e non ne serve neppure troppa: ne bastano quindici spicchi. Sì, dopo quindici spicchi sopraggiunge morte certa.
Per fortuna, loro si sono fermati prima, anche se questo non ha impedito alla pizza di aggredire i loro intestini, tenui e crassi, e di farli soffrire per una notte intera con tremendi incubi e frequenti visite al bagno…
Il vincitore assoluto della serata è stato Natan (ma Ricca mi ha confessato “L’ho fatto vincere”).
Io osservo la vicenda da lontano, senza compromettermi e senza rischiare la vita.

Però…
Mmm…
Pizza…

Da fare

December16

Non è che sono scomparsa e/o morta, è solo che quando cerco di vivere, ho meno tempo per scrivere online. Questo non significa che non lo farò! Anzi, per i prossimi giorni prometto:

1- un delizioso resoconto del viaggio a Venezia con Giulia
2- impressioni ed elucubrazioni personali sulla Retrospettiva su Dalì (sempre a Venezia)
3- riflessioni (sicuramente integrate dal contributo di Natan, che è un esperto) su Andy Warhol, che vedremo a Milano questo sabato

Ecco, questo è quanto…
Ma ce l’ho la settimana culturale?

La mia Chiave Pubblica

December13

Ecco, qui potete comodamente scaricare e importare la mia Chiave Pubblica. Se dovete mandarmi messaggi particolarmente segreti, criptate con questa e inviate!
Ma quante cose si scoprono e si imparano?
Finalmente Echelon non si farà più i fatti miei!

(forse…)

Raccorti Pisani

December12

NOTA BENE: Il seguente articolo è stato il frutto impulsivo di un’esperienza sì sgradevole, ma che si è poi evoluta e trasformata, assumendo per alcuni aspetti un volto più umano e collaborativo. A lungo ho pensato se cancellare questo post per evitare ripercussioni ai diretti interessati. Evidentemente ho deciso di non farlo, ma ci tengo a fare una importantissima precisazione.
L’organizzatore di Raccorti Pisani si è dimostrato più che disponibile al dialogo. Ha più volte ricontattato alcuni degli autori dei corti in concorso, ha instaurato, in un certo senso, un rapporto anche umano, al di là dell’istituzionalità dell’esperienza, confrontandosi tranquillamente e ascoltando le ragioni e le critiche. A distanza di tempo, questo post non vuole più essere un attacco critico a Raccorti Pisani, anzi. La gradevole apertura dimostrata dal responsabile (il sottocitato Cosma) fa decadere la polemica nei suoi confronti e anzi ci fa sperare che gli organizzatori in generale seguano una linea più aperta, come è stato fatto in questa occasione.
L’articolo rimane, perché la VERA polemica riguarda l’Arte e lo Stato dell’Arte. Tutto quello che dico su Parrucconi, Critici, Eminenze, Docenti e Istituzioni lo sottoscrivo nuovamente, a distanza di mesi, e sarà così per sempre. Questo post non si scaglia contro il Concorso del titolo, non più, almeno. Questo post vuole ricordare quanto la mercificazione della creatività e dell’inventiva siano dietro l’angolo. Quanto una “razza di superpotenze locali” tenda ad arrogarsi il diritto di decidere cosa è Arte e cosa no.
Sperando che il concorso di Raccorti Pisani continui ad esserci e soprattutto ad evolversi, migliorare e crescere, vi invito a leggere le seguenti righe ricordando lo spirito generale delle mie parole: non si deve prendere un concorso (fatto con impegno e con fatica) come capro espiatorio, ma bisogna ricordare che le cose devono cambiare e che, con un po’ di impegno e poco orgoglio, questo cambiamento è possibile.

E’ una splendida giornata d’inverno, a Pisa. C’è il sole, e prendere il treno per arrivare in città non è per niente male. Il cielo è azzurro e non ci sono “colori antisettici che cantano: ‘Addio’.”
E’ una giornata perfetta per una passeggiata, per quattro chiacchiere sul Lungarno, per una cioccolata calda e guardare le persone che fanno spese e che passano.
Invece no, abbiamo un altro impegno: la finale di un concorso.
E’ un concorso nuovo, nato proprio quest’anno e indetto dalla città di Pisa. Il tema è aperto, “Le opere potranno appartenere a qualsiasi genere (fiction, documentario, astratto, d’animazione, sperimentale e videoclip).” I miei amici partecipano con “bianco_elettrico”, un corto su manicomio, pazzia ed errori mostruosi del passato. Ma ora non voglio parlare di questo corto, ci saranno altre occasioni per farlo meglio. Merita uno spazio tutto per sé, non posso infilarlo qui, in questo resoconto di un concorso grottesco e al limite della decenza. “bianco_elettrico” merita di più.
Raccorti Pisani. Un’iniziativa nobile, per promuover e far emergere nuovi artisti e nuovi talenti del territorio, per incoraggiare. Si propone come una finestra su quello che “potrà essere”, se il cinema indipendente si rafforza e trova spazio per mostrarsi.
Quelli che conosco io e che hanno partecipato sono stati su la notte, per finire il corto. Sono entrati di nascosto in un manicomio decadente, si sono scorticati le gambe tra i pruni per effettuare le riprese, hanno rischiato di prendere il tetano tra calcinacci e ferraglia abbandonata, hanno passato tempo a discutere, pensare, riflettere, modificare, criticarsi, mettersi in discussione, tentare, ridere, sbadigliare. E credo che per tutti sia così. Creare è una fatica piacevole, un “lavoro” di cui non si può fare più a meno, quando si comincia. No, questo è solo per sottolineare l’aspetto emotivo della faccenda.

La premiazione doveva svolgersi in un teatro, peccato che uno “sfratto” estemporaneo abbia fatto spostare la manifestazione nel “retrobottega” di una Chiesa, S. Domenico a Pisa. Va beh, già mi era venuto un mezzo prurito anticlericale, ma non è che si può farei sofisticati e criticare tutto sempre e comunque. Ho sgombrato la mente e carica di entusiasmo e aspettativa sono andata coi i tre Registi di “bianco_elettrico” a prendere posto.
Forse però avremmo dovuto capire fin da subito. Forse i due Arancioni Arancioni che abbiamo visto aggirarsi fuori dalla chiesa avrebbero dovuto farci intellegire il presagio divino. Niente, noi siamo entrati, spavaldi e noncuranti.

Il pubblico di potenziali premiati era vario ed eterogeneo: giovani eleganti e composti, con camicetta della domenica e maglioncini di lana ben lavorati, alternativi con bandane e abbigliamento da luogo-comune-centro-sociale, uomini di mezza età con giacca nera et lupetto nero, abbigliamento tipico dell’intellettuale (?) introverso. E soprattutto foulard e sciarpine. No, non erano le donne ad indossare questi ridicoli ammennicoli dell’abbigliamento. No, erano categoricamente gli uomini. Foulard di ogni colore, beige, rosso vinaccia, marroni, grigi, di seta, di lana, pashmine. Orripilanti pezzi di stoffa-status simbol al collo di questo stuolo di artisti-mediocrità. Noi, vestiti da comuni mortali, con scarpe di tutti i giorni, camicie e, soprattutto, senza foulard, dobbiamo essere stati considerati delle pecore nere. Ottimo, come sempre.

Cosma, l’organizzatore dell’evento, o meglio, il dis-organizzatore, che alterna noia a incompetenza (è impedito e impacciato in modo imbarazzante), dopo solamente un’ora e mezza di attesa si decide a far cominciare la lunga e lenta agonia della consegna di premi e targhe.
La scena era: Giuria schierata a mo’ di cordone poliziesco davanti al pubblico, seduti a un tavolo verde. Cosma accanto. Accanto a Cosma, due gemelle-ragazze immagine col compito di consegnare ai vincitori i premi e le targhe di riconoscimento. Tutto il pubblico zitto e fremente davanti a loro, come una falange oplitica addormentata pronta a scagliarsi sul palchetto inesistente correndo su un percorso a ostacoli fatto di foglie secche, rami spezzati e melograni per terra. Bene.
Ancora non si comincia, nonostante sia tutto pronto, e gli organizzatori di questo concorso raccapricciante si danno amichevoli pacche sulle spalle, tutti compiaciuti del successo, fieri di aver raccolto orde di ragazzini delle medie e di raccomandati da ogni dove.
Ottimo, sì, Yeah, anche noi siamo fieri. Ma ora avete rotto le palle, cominciamo e finitela, va bene?

Dopo un infinito discorso introduttivo di Cosma sui VideoMaker [pronuncia utilizzata per l'occasione: VideoMACHER, volevo vomitare] indipendenti, sull’importanza di favorire sarcazzo cosa, sulla necessità di creare circuiti di tipo sarcazzo, e così via, speriamo che comincino le premiazioni.

[modalità carlo_lucarelli on] Pisa, venerdì 10 dicembre 2004. Un gruppo di persone è riunita nel retro di una chiesa, in attesa della premiazione di un concorso.
E invece no. [/modalità carlo_lucarelli off]

Invece no, perché viene letta una bella lettera dei fratelli Taviani (sì, i due registi, quelli bravi e famosi). Lettera profonda, sincera, interessante.
“Il cinema è una scelta di vita.” La frase più bella che sentirò in tutta la giornata, perché l’hanno detta due che di cinema davvero ci capiscono. Peccato però che questa lettera abbia niente a che fare con Raccorti Pisani (come scopriremo a nostre spese, non si tratta di un concorso per premiare i meritevoli, ma di un concorso per premiare chi va a scuola dai preti o che va a scuola in scuole che abbiano sponsorizzato l’evento o chi partecipi alla Festa dell’Unità o chi abbia del pessimo gusto in fatto di scrittura).
Ma apprezziamo il tentativo di chi l’ha presentata di dire “Io conosco i fratelli Taviani.” Grazie, ora passiamo a cose serie.

Non posso fare il resoconto dettagliato di tutti i premi attribuiti. Posso però fare un discorso più generale sullo “spirito di giudizio” e sui criteri delle attribuzioni.
Il Nulla. Non riesco a trovare un altro termine per definire quello che è emerso dai risultati del concorso.

I “Raccorti” in gara non sono stati minimamente commentati. Non dico tutti. Ma almeno quelli vincitori. Niente, nemmeno mezza parola. Il fatto è che in queste manifestazioni caratterizzate da una tristezza intrinseca esiziale, non c’è tempo per parlare di arte, di prospettive, di sensibilità, di tecnica. No, perché ci sono gli Assessori, gli Esponenti, i Rappresentanti, i Presidenti, i Docenti che devono parlare per incensare se stessi e quelli che sono più importanti di loro. E’ insopportabile aspettarsi di sentire qualcosa di sensato, costruttivo e intelligente e trovarsi davanti solo a parole vuote per ricordare anziani eminenti morenti o per sottolineare le proprie relazioni amichevoli con qualche “pezzo da novanta” del cinema, dell’università, della “cultura”: la gente ha bisogno dei suoi 15 minuti warholiani di fama e celebrità e non aspetta altro di avere un’annoiata platea in pugno per spiattellare addosso riflessioni vacue ed elucubrazioni che nessuno ascolterebbe, se non costretto. Eravamo lì per l’arte, per la comunicazione, per le diverse sensibilità di ognuno, e si è parlato per la maggior parte del tempo di Istituzioni, di Enti, di Associazioni, di Personalità, di Famosi, di Logge massoniche di Amici. Nauseante. Sì, nauseante, perché oltre a una pessima gestione del momento della premiazione, c’è stato anche una pessima gestione della divulgazione e della sponsorizzazione dell’evento. Il sito web ufficiale è una pagina unica e deprimente con un inutile elenco di norme, di partecipanti, di indicazioni tecniche. Né un forum di confronto, né la possibilità di scaricare e visionare i cortometraggi presentati, né di contattare e di rapportarsi con i vari partecipanti. Insomma, un’iniziativa nata morta, basata su presupposti se non proprio errati, quantomeno limitanti e tristi. Volevano creare qualcosa di nuovo a Pisa? Volevano davvero favorire il circuito del cinema indpendente, facilitare l’avvicinamento di giovani e meno giovani al linguaggio dell’immagine, proporre un’alternativa al passare il tempo guardando la televisione e invogliare a fare comunicazione? Nessuno di questi obiettivi è stato neanche minimamente raggiunto. Alla fine di tutto, lo scopo di un’iniziativa come questa mi è sembrato semplicemente lo sterile tentativo di inventare, senza troppa fatica, qualcosa per smuovere le acque, per “far finta di aver fatto”. I protagonisti non erano per niente i giovani. Non erano i ragazzi. Erano i “Grandi Vecchi”, le eminenze alle spalle dell’organizzazione, i famosi Docenti, Presidenti, Rappresentanti, Esponenti, Assessori. Loro erano i veri protagonisti. Loro, che si sono incensati e imbalsamati per più di tre ore.
Criticare l’attribuzione dei premi potrebbe sembrare infantile, però lo farò ugualmente, perché anche la premiazione si è rivelata una farsa grottesca. Su tre “premiati ufficiali”, hanno vinto due documentari insipidi e senza spessore, che non comunicavano nulla. Ma proprio nulla. Un terzo, a ben vedere documentario pure quello, era un’accozzaglia di effetti speciali. Forse qualcuno ha scoperto le bellezze del Convolution. Chi lo sa. Fatto sta che la giuria non è stata in grado di dare delle motivazioni artistiche. Certo, il giudizio è insindacabile, ma se proprio dovevano prendere tre corti a caso e premiarli senza averli nemmeno guardati, tanto valeva far votare il pubblico da casa col televoto.

Che dire? Tante parole per nulla. Sì, per nulla, perché tutte le scelte effettuate dal team di esperti che hanno organizzato il concorso sono state ponderate e meditate.
Il taglio dato a questo nuovo e vano esperimento di stimolazione artistica è stato chiaro: se fai un filmino amatoriale in stile scuola media (ripeto, ben due scuole hanno vinto), allora hai capito come funziona. Se sei un VideoMACHER più sperimentale, che magari si butta anche (che parolone) sull’astratto, sul simbolico, che evita di essere eccessivamente didascalico, beh, rassegnati: non fai per noi. Qui tutti devono capire tutto, soprattutto noi della giuria che, in quanto a intuito non siamo messi molto bene.
Ecco cosa è emerso. Ancora una volta, una generazione di cadaveri tende a premiare i “figli” che sono più simili a loro e a escludere e mortificare quelli che invece sono visionari e appassionatamente sperimentali. Non a caso, ogni corto un po’ estroso, ardito, originale, è stato oculatamente ignorato e messo da parte. Alcuni non sono nemmeno stati menzionati, alla fine della premiazione.
Benissimo. E’ così che funziona. Complimenti. Era proprio quello che ci voleva. L’ennesimo concorso mediocre organizzato da gente coi paraocchi, disposta a lusingare ed elogiare che è già “arrivato” e incapace di discutere e confrontarsi sul nuovo che avanza.
Grazie Raccorti Pisani per avermi ricordato che la Via dell’Arte non è mai, mai, mai nell’istituzione, ma è altrove, nel caos multiforme della semplicità e del confronto tra pari.

Usciamo dalla chiesa e non fa il freddo che dovrebbe fare a dicembre. Passeggiamo, mangiamo qualcosa, e guardiamo la città che si è fatta buia, mentre noi eravamo altrove. Passando davanti a una gastronomia, vedo un uomo che mangia da solo un piatto di qualcosa. Ha il cappello e sembra dover scappare via da un momento all’altro. Ma siamo noi che ce ne andiamo rapidi e lo perdo di vista.
Mentre costeggiamo l’Arno, camminando verso l’auto, un vento fresco e pulito ci viene addosso, sollevandoci, e facendomi pensare che basta molto poco per scrollarmi di dosso certe insofferenze e certi malumori.

Migrazione Posta Elettronica

December11

Oggi, sabato 11 dicembre 2004 è stata una data epocale.
Infatti, dopo sette anni di utilizzo di prodotti Microsoft per la posta elettronica (in particolare svariate versioni di Outlook), ho definitivamente compiuto la mia migrazione verso il Futuro: ThunderBird custodisce ora la mia corrispondenza virtuale!
Già il passaggio da Internet Explorer a FireFox era stato come scoprire il paradiso. E ora ancora di più.
Prevedo furente sperimentazioni nei prossimi giorni.

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