August19
Mia nonna lo faceva sempre. Prendeva un pollo dal cortile, con tutta la noncuranza del mondo, gli torceva il collo di scatto, poi lo portava in cucina e lo spennava. Ma, a mani nude, le piume più piccole non venivano via. Così accendeva la fiamma del fornello e vi passava sopra la carogna per eliminare ogni escrescenza pilifera e piumifera. Io e mio fratello sentivamo lâodore dalla nostra stanza ed accorrevamo per assistere a quellâimplicito rito satanico. Alla fine di tutta la âcerimoniaâ? uscivamo a passeggiare. Mi piaceva sentire lâaria fresca dentro, soprattutto dopo quellâodore di pollo bruciacchiato.
Allora.
(Spazio)
(Tempo)
Oggi.
Sempre a proposito di volatili.
Cammino, e mentre cammino noto che i piccioni (ed i piumati in genere) sono sporchi. Li ho sempre considerati entità semi-metafisiche, che affollano le piazze di tutto il mondo e lasciano, ogni tanto, cadere deiezioni corrosive. Forse perché volano e hanno le ossa cave. Non so perché, ma una cosa leggera mi âsuonaâ? automaticamente anche come incontaminata. Mi viene in mente quella volta che sono passato davanti al deposito di Limousine e qualcuno aveva liberato, sul palazzo accanto, centinaia di piccioni e questi avevano ammorbato con le loro defecazioni tutto quello che stava sotto il loro volo, Limousine comprese e soprattutto.
Allora cammino.
Io non credo in Dio. Ho la disumana convinzione che tutto il contorno sia solo frutto di una mia interpretazione. Se non esistessi io, non esisterebbe neppure quello che vedo. Se non ci fossi io, non ci sarebbe quello che percepisco, se io non vedessi queste parole esse allora non esisterebbero. Se io non pensassi a Dio allora egli non ci sarebbe. E io come esisto?
Something ergo sum.
Ricomincio a camminare e provo la stessa sensazione di quando mi sdraio sul letto, aspetto, le coperte mi avvolgono come le pareti di una bara, il sonno mi pesa addosso come una minaccia, non posso, non ora, le mie idee, cogito, coito, cogitatio, conditio sine qua non, cosa posso fare per non farmi abbracciare da Morfeo? Le mie elucubrazioni sono troppo affannose, mi si affollano pensieri alla bocca come se fossero conati di vomito, devono uscire, devo vomitarli addosso a qualcuno.
Io stesso sono infastidito dai miei pensieri sconnessi.
Il problema fondamentale della mia generazione è stato lâomicidio pre-temporale. Qualcun altro ha ucciso tutto quello che doveva venire, semplicemente inventandolo prima del tempo.
Da piccolo, avrò avuto 15 anni, la mia vita rotolava già intorno alla parola, allâespressione, alla comunicazione, allâessenza, alla coesione immagine-concetto, allâidea recondita ed utopica di unâopera dâarte vivente. Più del tatuaggio, più della pettinatura, più di un vestito indossato da qualche figlia di senatore anoressica che spera di diventare una âprostitutaâ? plurimilardaria.
Sognavo parole sul corpo. Non scritte, Incise. Sognavo la manifestazione completa, la convivenza tra messaggio e vita, sognavo lâessere-parola. A 15 anni.
Solo due anni dopo hanno ucciso il mio sogno.
âI racconti dal cuscinoâ?. Un titolo inutile ed idiota per un film. Inutile ed idiota. Un certo Peter Greenway gira un film indegno anche di essere considerato tale, in cui (recensione) âuna giovane giapponese, che cerca un amante in grado di comporre ideogrammi direttamente sul suo corpoâ¦â?
Come scusa? La mia idea. La mia idea. Non ideogrammi però, io sono nato in occidente e nessuno mi ha insegnato altro che la scrittura alfabetica. Solo una modesta e deprimente scrittura alfabetica. Neanche quella cinematografica. Bene. A quindici anni scopro che il sogno della mia vita lâha già realizzato qualcun altro. Eâ giusto così. Continuerò in silenzio a guardare i miei cartoni giapponesi su Cyborg, Arti Marziali e Post-umanesimo. Fine (Uno).
Allora cosa faccio? Primo sogno infranto.
Dannate avanguardie degli anni sessanta, scommetto che il motivo per cui non trovo la marijuana adesso è che ve la siete fumata tutta voi. Coca? No grazie, il mio neurone solitario non può permettersi di perdere anche lâultimo paio di occhiali.
Cammino.
Ma cammino nel senso di âio cammino, tu camminiâ?
oppure cammino nel senso di âil cammino degli uomini volenterosiâ?
oppure errore ortografico per camino?
(Gioco di parole intraducibile. Forse in qualche altra lingua romanza. Ma in inglese sicuramente no)
Allora, supponiamo e accettiamo che sia la prima ipotesi, cioè âio camminoâ?.
Cammino. Ogni cosa che vedo mi manda impulsi. Mi rendo conto che ogni impulso è legato non solo allo spazio, ma anche al tempo. Una pozzanghera con della benzina che osservo mentre vado al Metropolitan Museum e ho sette anni.
No, quello non ero decisamente io.
Un cancello che è stato marrone per tutta la mia infanzia e ora è verde.
Un profumo che è esistito per un solo giorno, per una sola ora davanti ad una finestra in una via e che io continuerò a sentire per sempre nelle mie narici anche se non esiste più, realmente.
Sensazioni.
Interazione tra occhio e orecchio e naso, tra occhio e occhio, tra occhio della parola e occhio dellâimmagine. Tutto quello che vediamo non è davanti a noi, è esattamente in nessun luogo. Tutto quello che annusiamo non esiste ed esiste sempre e per sempre nelle nostre sinapsi. Aberrazione e mescolanza continua di un solo istante, ecco cosa siamo. Somma di attimi che ci precedono, ci vivono, ci seguono, e nessuno ci ha dato gli strumenti per reinterpretare quello che i nostri sensi ci dicono.
Spazio-tempo.
Non siamo capaci di dimostrare la consequenzialità oggettiva della nostra vita.
Causa-effetto.
Prima-dopo.
Queste astrazioni esistono solo per noi. Ma come possiamo essere sicuri che, in quanto oggettività , quello che viviamo non sia solo un prodotto sparso e rielaborato della nostra mente?
Perché nessuno si accorge della miriade di incongruenze che intasano il nostro perfetto meccanismo oggi-domani?
Allora mi chiedo, mi domando, I ask myself, perché il nostro corpo?
Perché proprio un corpo e non qualcosâaltro per contenere tutto questo? Perché un corpo e non, che so, un albero? Perché il mio corpo per contenere me stesso? E con un corpo altrui sarei sempre il mio simpatico sistema sinaptico? Il mio insieme causa effetto prima dopo? Oppure anche quello è uno sviluppo fittizio e arbitrario di un insieme chimico fisico neurologico?
Non importa, questo non è fondamentale nellâeconomia di quello che sto facendo, cioè camminare.
Posso camminare anche senza pensare. Camminare, dopo un poâ, è come il respiro, è come il battito del cuore. Automatismo. I muscoli delle gambe da volontari diventano involontari e vanno avanti, e se i tuoi occhi non comunicassero al tuo cervello gli ostacoli, ci si finirebbe sempre contro. Camminare diventa come sopravvivere, come respirare. Non ci avevo mai pensato.
Cosa fai per vivere? Io lâavvocato.
Io costruisco case.
Io insegno matematica, è frustrante a volte, perché non sempre riesco a coinvolgere attivamente i ragazzi, a partecipare, aâ¦
Non mi interessa.
Io respiro.
Tutto questo assume sempre più un senso mancato. Siamo usciti per comprare un accendino. Solo un accendino. Sì, siamo, perché ci sono io, ma ci sei anche tu, sei uscito o uscita con me, sì, e ora ci sei, non puoi staccarti, so che lâaccendino serve anche a te, almeno una volta nella tua vita avrai pensato âmi serve un accendinoâ? e se non un accendino allora un fiammifero. Un Prospero.
Non fumo. Limitato. Limitata. Non perché non fumi. Perché
come accendi il gas?
come accendi il fuoco per i tuoi barbecue?
come accendi gli zampironi per scacciare le zanzare dal tuo barbecue e dai tuoi amici?
e ai concerti, quando fanno le canzoni lente?
e le candele, nella solitudine silenziosa della tua camera al quattordicesimo piano del tuo palazzo?
Sono sicuro che conosci la risposta, non voglio offendere la tua intelligenza aggiungendo altro. Ci pensi già autonomamente a farlo.
In questo caso lâaccendino a te serve per scoprire cosa ne devo fare io. Se non lo compri tu, non lo compro neanche io, e non saprai mai il mio segreto.
Le cose cambiano, cambiano.
Vorrei ricordare a chi legge che qualcuno ha assassinato il mio sogno. Incisioni non comuni, tutto qui.
Bene.
Capita.
Eâ una questione di consequenzialità temporale. Prima tu, poi io, nessuno ha colpa.
Ma questo a volte non si capisce.
(Allora la consequenzialità esiste? Oggettivamente?)
Mi puzzano terribilmente le mani. Eâ insopportabile. Quando non è nella pozzanghera dà decisamente fastidio. Vista. Odorato. Così vicini⦠Alla fine gli occhi non distano mai più di 5 cm dal naso. Eppure possono ingannarti così tanto⦠Non ingannarti, piuttosto confonderti e illuderti.
Accendìno.
Accéndino.
Vénghino signori, vénghinoâ¦
Yin e Yang. Bene e male. Maschio e femmina.
Femmina.
Femmina.
I desideri dei nostri padri ci condizionano per una vita. Peccato che sia anche lâunica.
Un semaforo.
Traffic Light.
Light.
Lighter.
Ecco perché sono uscito, lâaccendino.
Mi guardo le unghie delle dita delle mani. Sono sporche. Sono piene di terra. Come se avessi scavato. Terra? Abito in un appartamento al quattordicesimo piano, odio le piante (più che altro non riesco a farle sopravvivere), non gioco in un prato da anni e ho le dita sporche di terra? Inesplicabile. Non mi interessa neanche esplicarlo.
Sento puzza di paradosso.
Accendino. Lo compro. Lo voglio azzurro con la pietrina, non col tasto automatico di plastica, un vero squallore, quello col tasto di plastica è fatto per i nevrotici che se comprano quello con la pietrina ci giocherellano nervosamente fino a romperlo e tutto il gas allâinterno dellâaccendino risulta sprecato. Io non sono assolutamente nevrotico e quindi compro quello con la pietrina. Anzi, due. Uguali.
Tanto nessun altro potrà mai dirvi il contrario.
Intendo il contrario di come sono. Sono io che penso, non qualcun altro, sono io che vengo ascoltato. E quindi un non-nevrotico come me compra accendino con pietrina. Fine (Due).
Scherzavo.
Mi concentro. Ora devo ritornare al mio quattordicesimo piano senza troppe interruzioni e distrazioni per strada. No, no, no, camminare, occhi bassi, accendini in tasca, tutto perfetto, e qualcuno che ti aspetta a casa col cuore in gola, con unâemozione indescrivibile dentro.
Eâ tutta la vita che aspetto. Tutta la vita. E ora so che finalmente qualcuno dipende da me, che qualcuno sta soffocando nellâattesa, impazienza, forse, anzi, di certo, voglia di fuggire, gridare, sfogarsi⦠E solo il mio arrivo può porre fine allâincendio. O darvi inizio.
Eâ bellissimo tutto questo. Mi fa allungare il passo. Quasi corro, ma non corro, perché, si sa, lâattesa è molto più bella del compimento del desiderio stesso.
Cammino (abbiamo già discusso su questa parola) e il profumo primaverile di questâautunno mi fa sentire leggero, come quando prendi una boccata dâaria, tenti di immergerti nellâacqua ma i tuoi polmoni ossigenati ti trattengono su.
Fluttuare.
Scale.
Porta.
Et Voilà .
Casa.
14 con un cerchio intorno.
Dlin.
Porta.
Mugolio sommesso e luce soffusa. Si prepara veramente un crepuscolo di fuoco. Ancora mugolio, che cresce. Sono entusiasta. Tutto è come speravo.
Entro nella mia camera. Per lâoccasione lâho svuotata completamente. Câè solo una sedia con un tizio legato e imbavagliato sopra.
Si chiama Peter Greenway.
E questo perché nessuno ha il diritto di uccidere il sogno di qualcun altro.
Neppure di farlo nascere prima.
Se lâodore di quel liquido mischiato alla pozzanghera era intenso sulle mie mani, sul corpo di quel ladro di tempismo era drasticamente opprimente. Agghiacciante. Invadente. Fastidioso. Come quelle donne che si spruzzano del povero profumo in grande quantità , boccette con unâinvisibile scritta âa poco prezzoâ? impressa sopra.
E gli accendini. Ne prendo uno dalla tasca. Il gemito aumenta. Eâ veramente equivoco questo rumore. Spero che i vicini non sentano perché mi potrebbero denunciare per disturbo della quiete condominiale (se esiste).
Appoggio il pollice sulla pietrina dellâaccendino. Scorre una volta. Scintilla e shhh.
Scorre una seconda volta. Scintilla e shhh e fiamma.
Brucio Peter Greenway.
La mia speranza era che morisse senza capire cosa aveva fatto e perché moriva.
Credo che non sia stato lâunico a non capire.
Lâho lasciato bruciare a lungo, nella stanza. Comunque dopo i primi venti minuti si era ridotto ad un tizzone fuso insieme alla sedia di plastica. Lâho lasciato raffreddare tutta la notte.
Allâalba, lâ ho raccolto, sempre fuso insieme alla sedia. Faceva molto arte contemporanea.
Lâho infilato in un sacco per lâimmondizia, il solito banale sacco nero, e lâ ho portato fuori città , per gettarlo dritto tra le braccia e le zolle della Madre Terra.
Ho scavato una buca profonda, in parte con un bastone che avevo trovato sul posto, in parte con le mani. Ho gettato il sacco e ho ricoperto. Fine (Tre).
Ora ricordo. Eâ stato lì che mi sono sporcato le unghie di terra. Eâ chiaro.
La mia analista dice che dovrei smettere di descriverle così minuziosamente solo questa mia fantasia. Io ho cercato di spiegarle che non è una fantasia.
Lei ha fatto delle ricerche. Non esistono Peter Greenway registi, né tantomeno Peter Greenway registi scomparsi.
Non ha mai voluto venire a vedere dove ho sepolto (o dico di aver sepolto) il sacco abominevole.
E tutto questo mi riporta allâinizioâ¦
Quello che succede intorno a me succede solo perché io percepisco il suo accadimento? La mia percezione è la chiave di volta per lâesistenza di tutto lâuniverso?
E le mie percezioni sono poi così ordinate e chiare?
Come posso essere sicuro che il mio cervello non rielabori quello che percepisce a suo completo arbitrio?
Con incongruenze temporali, con paradossi, con sinestesie e mescolanze di sensazioni?
Cosa sento?
Qual è la verità ?
Quale, tra tutte quelle che la mia mente mi propone?
Come posso essere sicuro di quello che è vita, quello che è sensazione, quello che è ricordo, immaginazione, pensiero, realtà , contatto, profumo, bacio o solo desiderio?
Ora che stanno finendo anche i miei pensieri, anche la realtà sensibile è destinata a finire?
In che ordine è successo tutto?
E lâodore di bruciato che affolla le mie narici e che sembra non volersene andare neanche quando dormo appartiene a Peter Greenway o al pollo che mia nonna scottava sul fornello quando ero bambino?