maggio11
Bedevilled
Corea del Sud, Jang Cheol-soo, 2010, 115’

Ingiustamente inserito nella “Horror Night” di questo Far East, Bedevilled può essere considerato un film dell’orrore solo in quanto dipinge un panorama umano sconfortante su Mundo, un’isola dove il tempo sembra essersi fermato all’età del pregiudizio. La protagonista, un’impiegata incattivita dalla solitudine cittadina, decide di passare un po’ di tempo sull’isola della sua infanzia per ritrovare la serenità. Anziché un ambiente bucolico e turistico, però, si troverà attorniata da vecchie grottesche e malvagie, donne succubi e uomini violenti e ignoranti.
Il film sembra quasi un film di denuncia sociale, fino a quando la situazione non si sblocca con un abile colpo di mano da parte di uno dei personaggi.
Due perle da ricordare: la prima è che, durante il Far East, film come questi suscitano urla e applausi da parte del pubblico, ed è sempre bello. La seconda è una frase detta dalla vecchia crudele all’inizio del film: “La vita di Seoul dev’essere molto dura. Una donna è più felice con un cazzo in bocca.”
E se lo dice lei, buona camicia a tutti.
4 su 5
maggio11
Yakuza Weapon (recensione di Giacomo Talamini)

Giappone, Sakaguchi Tak, Yamaguchi Yudai, 2010, 100′
Yakuza Weapon, in cento minuti scarsi e senza una goccia di sudore sulla fronte, conquista tutti gli ottomila della cinedemenza d’oriente. Non c’è Story of Ricky o Miike che tenga. Raccontarne una sinossi è senz’altro possibile, così come descrivere quali siano le difficoltà che il giovane gangster Shozo dovrà affrontare per vendicare suo padre, ma la verità è che, tra lanciarazzi vaginali ed edifici spianati a forza di pugni, l’attenzione agli aspetti narratologici scema in fretta.
Quello che rimane è un film tecnicamente e artisticamente turpe, al punto da risultare piacevole e che, aggirata così per difetto la diffidenza dello spettatore, arriva invece a sorprendere come showcase coreografico. Un piano sequenza in prossimità del confronto finale, in particolare, raggruppa una tale quantità di salti, pugni, calci, cadute, muri sfondati e facce idiote da conquistarsi un applauso fragoroso, quasi un rutto di complicità tra dodicenni che giunge gradito e liberatorio; l’ideale ammazzacaffé, magari, da gustare dopo una portata un pelino indigesta di cinema consapevole e impegnato.
3 su 5
maggio6
Night Fishing (recensione di Giacomo Talamini)
Corea del Sud, Park Chan-wook, Park Chan-kyong, 2011, 33’

PARKing CHANche (ovvero la coppia Park Chan-wook e Park Chan-kyong) hanno confezionato un corto/mediometraggio che, a dispetto delle sue molte qualità, viene innanzitutto caratterizzato come “il film girato con iPhone4!”. I primi minuti del film scorrono rapidi, mentre la mente è ancora assorta nell’analizzare le immagini e nel tremare all’idea di un’ondata di designers dalla r moscia pronta a rovesciarsi sui verdi pascoli del cinema indipendente, finora difesi da una robusta palizzata di requisiti tecnici. Fortunatamente, assai presto, è il film a pretendere tutta l’attenzione, un film che non dura un minuto in più né un minuto in meno del necessario e che racconta il tema della perdita con l’occhio affascinato di un esploratore. La straordinaria Lee Jung-hyun conduce lo spettatore attraverso un elaborato rito del trapasso che, alla fine, lascia lo spettatore con la pace di chi ha attraversato una tempesta. La tematica dell’addio, trattata peraltro nel più coreano dei modi, suona ironica se si riflette sui prossimi passi della carriera di Park Chan-wook, fermamente indirizzati verso la produzione statunitense. La speranza è che, come accaduto con altri local heroes (Jeunet, per dirne uno), l’avventura americana sia una parentesi che non rischi di soffocare le tipicità dell’autore e gli permettano di tornare a piacere in patria, dove gode ormai della libertà assoluta agognata da qualunque autore.
4 su 5
maggio6
Haunters
Corea del Sud, Kim Min-suk, 2010, 114’

I superpoteri sono un vero fardello, non solo per chi li ha, ma anche per chi li mette in scena, perché è facile sfociare nella banalità quando si parla di uomini indistruttibili e cattivi che ti controllano con uno sguardo.
Kim Min-suk, invece, che ha definito questo suo primo lungometraggio “niente di che”, ha fatto un ottimo lavoro, tratteggiando un antagonista molto cupo e un protagonista pacioso e goffo.
Tralasciando confitti manichei suoi massimi sistemi ed evitando di conferire al supereroe di turno la responsabilità di salvare il mondo (e la cheerleader), il film scansa la banalità e mostra tutta l’azzeccata sensibilità pop del regista/sceneggiatore.
Un film giovane, forse un po’ immaturo, ma sicuramente da vedere, anche solo per le due spalle comiche del protagonista e per le splendide coreografie di uomini-burattini, uno dei pochi elementi simbolici che sottolineano ancora di più la solitudine di una mente rovinata.
4 su 5 (e consigliato all’amico e collega Fabio Guaglione, che secondo me potrebbe apprezzare)
maggio6
Villain
Giappone, Lee Sang-il, 2010, 139’

I giapponesi possono anche annoiarti per più di due ore e mezza abbondanti con un film che sarebbe potuto durare quasi la metà, però sono dei veri maestri nel trasmetterti il senso di alienazione e nell’insegnare l’analfabetismo emotivo.
Una ragazzina vacua e superficiale, in cerca incontri sessuali tramite chat room su Internet, viene trovata morta e comincia una lenta ma inesorabile caccia al colpevole. In realtà il film non è un thriller, ma il drammatico resoconto della sfortunata scoperta dell’amore da parte dei due protagonisti, Yuichi e Mitsuyo.
Parafrasando Old Boy, in cui il protagonista si chiede “Anche se sono un mostro, non ho diritto anche io di essere felice?”, questo film sposta il fuoco della domanda dal “mostro” alla sua amata: chi è davvero lecito amare? Si può davvero amare qualcuno che ha ucciso?
Al di là della risposta – che il film dà solo per metà – quello che colpisce, tralasciando un’esasperata lentezza nella narrazione, è il vuoto pneumatico di sentimenti e di capacità relazionali dei protagonisti. Sembrano (sono?) tutti sprovvisti dei più basilari strumenti per empatizzare o, in generale, entrare in contatto con chi sta loro intorno. E tutta questa alienazione, mascherata da dogma sociale, non porta a niente, niente di buono, perché nessuno si redime, nessuno si salva, e ognuno resta solo sul cuore della terra.
3 su 5
maggio6
Cyrano Agency
Corea del Sud, Kim Hyun-seok, 2010, 117’

Gentile Mr Kim Hyun-seok,
io capisco che scrivere e dirigere un film non sia cosa da poco e che richieda impegno e concentrazione, d’altra parte mi sento umilmente di consigliarle, la prossima volta, uno script advisor. Lungi dall’essere un’esperta di sceneggiature, guardando il suo film tutto quello che sono riuscita a pensare è: “È intelligente, ma non si applica”.
Perché la prima parte di questa commedia romantica, che decisamente non rientra tra i miei generi preferiti, è frizzante, arguta, brillante e mi ha fatto ridere con spontaneità e sgomitare con i vicini di posto cercando sguardi di intesa.
Poi, però, è cominciata un’ora di agonia, flashback confusi su una storia d’amore improbabile, personaggi vittime della sindrome di Peter Pan che compiono scelte al limite della ragionevolezza, tempi morti, noia totale. E poi, in chiusura, un nuovo colpo di coda e nuove risate. Lo spunto era buono: un The Game per innamorati che vogliono creare le condizioni ottimali per conquistare la propria amata. L’ispirazione era notevole: la vicenda di Cyrano e tutta l’ambivalenza tra l’amore provato e quello espresso. Peccato per tutta quella psicologia da due soldi nel mezzo.
2 su 5 (un’occasione sprecata per un bel 4)