Alchemico Blu

Laboratorio di trasmutazioni creative

Far East Film 12 – The Actresses

aprile30

Un giorno, il regista E. J-Yong si sveglia e decide che  probabilmente l’offerta di Vogue di dare un film su un gruppo di attrici che devono posare tutte insieme per un servizio fotografico (prima volta che avviene una cosa del genere, in Corea del Sud) potrebbe essere una storia emozionante. Per descrivere le “sfaccettature di una (o più) star”. Per parlare della sensibilità femminile. Per mostrare le nevrosi di donne tanto sofisticate ma in fondo tanto semplici.

Il risultato? Due palle così. Il film è girato con maestria, le attrici si comportano egregiamente, nella finzione di interpretare se stesse in modo marcato e appariscente, la fotografia è curata, gli abiti ancora di più (non dimentichiamo che è un doppio “spot”, per le attrici e per Vogue) ma il clima che si crea nel film è stantio, forzato,  i dialoghi definiti “brillanti” sono in realtà confuse apologie di un femminismo deprimente in cui le donne sono esseri che pensano solo alla linea, ai divorzi, alla vecchiaia.

Tutta questa fiera delle vanità, coronata da un paio di servizi fotografici alle attrici, è in realtà solamente  uno spreco di energie. Forse il senso dell’incontro di queste figure femminili apparentemente distanti ma in realtà profondamente affini è proprio che lo spirito delle donne è uno, non importa quale sia l’età, la provenienza sociale, i “ruoli” che la vita ti ha portato a interpretare, sia sul palco che nella vita privata. Il risultato però è noioso, fa scattare istinti misogini e relega, per l’ennesima volta, la donna al suo “cortile” di casa, e cioè alle frustrazioni imposte dalla società, alle frustrazioni che sono “giuste” per noi, che sono adeguate, quelle che tutti si aspettano.

Banale, ecco come lo definirei. Non avete capito bene di cosa parlo? Beh, immaginatevi un monologo nevrotico e inconcludente di attrici come Laura Morante, Margherita Buy, Martina Stella, Claudia Pandolfi e altre due donne attrici italiane. Allungatelo per due ore. Ecco, forse ora avete capito di cosa parlo.

2 su 5

Far East Film 12 – Zero Focus

aprile27

Zero Focus

Film giapponese del 2009, regia di Inudo Isshin, questo film è un’ambiziosa scimmiottatura di un giallo hitchockiano: donne sull’orlo di una crisi di nervi, mariti scomparsi, paesaggi ovattati e verità scomode da tenere a bada.
Ottima l’atmosfera: luci, fotografia, paesaggi ricostruiscono bene un senso di oppressione dovuta a un mistero da scoprire. Il ritratto della provincia giapponese innevata di Kanazawa, della vita e delle abitazioni anni ’50, la reazione di una nazione fiera e operosa come il Giappone nei primi anni del dopoguerra, tutto è tratteggiato con precisione discreta a mai abusata.
Passabile la storia: intrecci di vite e menzogne che vengono portate a galla da una giovane donna che ha perso il marito (lo ha letteralmente perso, nel senso che non riesce più a trovarlo).
Fragili e deboli i personaggi: le tre donne protagoniste sono spesso spinte da motivazioni al limite del verosimile, compiono scelte forzate e anche i personaggi maschili che gravitano intorno a loro sembrano, nella parte finale, risentire di questa illogicità spinta, che non trova nessuna giustificazione nel colpo di scena finale (per me ben prevedibile fin dall’inizio del film).

Quello che mi ha fatto apprezzare il film è stato invece il modo in cui ha ricostruito le sorti delle donne nel dopoguerra e l’avvio della fase di emancipazione (con ingresso in politica, alfabetizzazione, indigenza dal mondo prettamente maschile): diversamente da quanto avviene di solito, lo sfondo sociale è piacevole, comprensibile, ben equilibrato e dosato, senza i frastornanti proclami delle suffragette femministe a cui tanti film (italiani e americani) ci hanno abituato.
La debolezza della caratterizzazione psicologica delle tre protagoniste viene compensata dal loro diventare degli “universali discreti” di un periodo storico ben delimitato. Le loro azioni e la loro “fine” sono tutte una sorta di metafora per i ruoli che si stavano aprendo (o chiudendo) davanti alla società femminile dell’epoca.
Cercare di emulare Hitchock non è un’impresa da poco e sicuramente il Zero Focus non si avvicina allo spessore del grande maestro, ma si salva abilmente dipingendo la società con colori e immagini decisamente incisivi.
3 su 5

Far East Film Festival 12 (2010)

aprile27
E finalmente ci siamo. Senza imprevisti, con la classica calma serafica che accompagna ogni anno questo evento, siamo arrivati nel solito magnifico Friuli pronti a un’immersione totale in film orientali di ogni genere.
Ottima accoglienza senza intoppi, una bellissima borsa nuova da sfoggiare, un catalogo possibilmente anche più ricco dell’anno scorso e tanti posti convenzionati dove mangiare tra un film e l’altro, discutere, bere un buon vino e trascorrere del sano tempo di qualità in ottima compagnia.
Ed è solo il primo giorno!
Quest’anno affiancherò alle recensioni dei film che vedremo anche dei commenti ai posti dove mangeremo, perché il cibo per il corpo e il cibo per la mente devono andare ottimamente a braccetto.
Consiglio a tutti i friulani e a chi si trovasse a distanza accessibile di fare un salto al Far East: l’atmosfera è sempre ottima, la gente è giovane e sensata (e non deprimente e inutilmente modaiola come al deprecabile Fuori Salone, dove l’unica priorità sembra vomitare in giro e pisciare per strada per essere molto cool) e la selezione di film è sempre soddisfacente.
Oltre al sito ufficiale, c’è anche l’aggiornatissimo blog, per qualche commento a caldo!
Come recita lo slogan di quest’anno: Far East Film Festival LOVE U!

Shutter Island e MoS

marzo15

Shutter Island mi è piaciuto. Purtroppo, ultimamente la mia vita sembra essere “funestata” da intuizioni tanto geniali quanto fastidiose che riguardano i finali delle cose che sto leggendo o facendo o vedendo o giocando. Di questo film mi è piaciuta l’ambientazione (un manicomio, su un’isola), i personaggi (vari quanto più si può sperare), il finale (anche se l’ho intuito credo al minuto 4, quando il protagonista dice “Non trovo le mie sigarette”) e la compagnia con cui l’ho visto (Gian sei la miglior MILF del mondo).

Quello che non mi è piaciuto è il doppiatore di Leonardo di Caprio, cane quasi quanto solo quello di John Cusack, la tipa cerebrolesa nella fila dietro che continuava a far battute insignificanti, infastidendo peraltro anche il ragazzo con cui stava, che sperava forse di ottenere qualcosa a fine serata e che dopo il film ha deciso che una sega era meglio e poi basta, direi.

Siamo andati a vedere questo film perché beh, era Scorsese, ma anche perché la trama letta qua e là ci faceva temere in un “plagio” involontario di una nostra idea per il progetto su cui Hive comincerà a lavorare ad Aprile. Per fortuna era solo un altro bel film e non il NOSTRO film (anche perché se no, sai che sfiga?). Quello che mi piace è l’intramontabile fascino della psicologia, della mente umana, il fatto che Freud e Jung non sono affatto morti e che anzi, sebbene sicuramente clinicamente superate, le loro teorizzazioni sono ormai entrate nell’immaginario collettivo e, esattamente come accade per la fisiognomica, scienza ormai declassata a follia, ci forniscono infiniti spunti per raccontare storie, per giocare con gli stereotipi (o, forse meglio, con gli archetipi) e per continuare a inorridire e a terrorizzarci davanti agli abusi fisici e psicologici a cui possiamo sottoporre la mente umana. Inquietantemente adorabile, direi.

Quindi sì, Shutter Island lo consiglio vivamente, ma consiglio vivamente anche di stare all’erta, perché qualcosa si sta ricominciando a muovere, qui, e presto la squadra tutta sarà richiamata “alle armi da presa” per cominciare a lavorare sul nuovo progetto, che in codice chiameremo solo MoS, per ora…
Questa volta il diario di produzione (e pre-produzione e post-produzione) sarà decisamente ricco quindi… Se siete curiosi di scoprire su cosa lavora Hive, curiosate e teneteci d’occhio!

Per invogliare alla visione di Departures

novembre9

La musica che nel film fa piangere anche il più duro degli omaccioni…

Up

ottobre18

Mi dicono di scrivere cose nuove.
Non facile quando la tua vita sembra una palude.
Che poi non è vero. Mi spacco la testa su testi, traduzioni e sceneggiature. Però mi sembra sempre di non fare abbastanza.
Certo, sicuramente non faccio quanto le persone che hanno lavorato a Up, ultimo film della Pixar.
Non posso fare altra recensione se non: non dirò mai più “Vecchi di merda”. Mai-più.

Ora cercherò di dormire evitando di avere incubi su quanto sono inadeguata e incapace e quanto “Come te ne troviamo un’altra domani mattina”. Perché è evidente che non valgo più di così.

Sta per cominciare la lunga e durissima fase della mia vita in cui vivrò di rassegnazione. Rassegnazione perché sono una fallita. Rassegnazione perché dopo quasi dieci anni in un settore non rimane pressoché nulla. Rassegnazione perché sono grassa. Rassegnazione perché non avrò mai una casa tutta mia. Perché non andrò mai all’estero. Perché non sarò mai una scrittrice.

Rassegnazione.
Che durerà giusto il tempo di ritrovare le forze per dibattermi.
Forse.

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