Alchemico Blu

Laboratorio di trasmutazioni creative

Il Testamento di Tito

novembre14

Non avrai altro Dio all’infuori di me,
spesso mi ha fatto pensare:
genti diverse venute dall’est
dicevan che in fondo era uguale.

Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.
Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.

Non nominare il nome di Dio,
non nominarlo invano.
Con un coltello piantato nel fianco
gridai la mia pena e il suo nome:

ma forse era stanco, forse troppo occupato,
e non ascoltò il mio dolore.
Ma forse era stanco, forse troppo lontano,
davvero lo nominai invano.

Onora il padre, onora la madre
e onora anche il loro bastone,
bacia la mano che ruppe il tuo naso
perché le chiedevi un boccone:

quando a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.
Quanto a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.

Ricorda di santificare le feste.
Facile per noi ladroni
entrare nei templi che riguargitan salmi
di schiavi e dei loro padroni

senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.
Senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.

Il quinto dice non devi rubare
e forse io l’ho rispettato
vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie
di quelli che avevan rubato:

ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.

Non commettere atti che non siano puri
cioè non disperdere il seme.
Feconda una donna ogni volta che l’ami
così sarai uomo di fede:

Poi la voglia svanisce e il figlio rimane
e tanti ne uccide la fame.
Io, forse, ho confuso il piacere e l’amore:
ma non ho creato dolore.

Il settimo dice non ammazzare
se del cielo vuoi essere degno.
Guardatela oggi, questa legge di Dio,
tre volte inchiodata nel legno:

guardate la fine di quel nazzareno
e un ladro non muore di meno.
Guardate la fine di quel nazzareno
e un ladro non muore di meno.

Non dire falsa testimonianza
e aiutali a uccidere un uomo.
Lo sanno a memoria il diritto divino,
e scordano sempre il perdono:

ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.

Non desiderare la roba degli altri
non desiderarne la sposa.
Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi
che hanno una donna e qualcosa:

nei letti degli altri già caldi d’amore
non ho provato dolore.
L’invidia di ieri non è già finita:
stasera vi invidio la vita.

Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:

io nel vedere quest’uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l’amore

(De André, La Buona Novella, 1970)

Perché Bukowsky

novembre11

Temo la cirrosi epatica e sono felice
Aveva capito tutto
Ed è morto vecchio di cirrosi anche lui
Perché tutto il resto non ha senso
Se non scrivere parole che non esistono
Mai ringrazierò abbastanza mio padre
per avermi insegnato a leggere

Perché tutto questo mi salva la vita
Le parole mi salvano la vita da sempre
mi tengono ancorata a quello che potrei ancora diventare

Non eri Einstein, non eri niente
ma hai sempre la speranza delle parole
che ci sono e che ti cullano e che sono sempre tue
Anche da ubriaca, anche da sola, anche tra le risate insensate
Parole parole parole
Rotowash
Parole magiche che riportano in vita persone morte
che ti danno da sperare in un paese inabissato nel nulla
Parole assolute che esistono, a differenza di tutto

Io esisto
finché esistono le mie parole

Era tanto che non leggevo

ottobre31

O meglio, leggevo, ma solo saggistica. Manuali di narratologia, teorie videoludiche, saggi sui minimi sistemi di quello che studio (e che non interessa a molti, anzi, direi a nessuno).
Poi Lucio mi consiglia Trilogia della Città di K, di tale Agota Kristof, e mi ricordo quant’è bello leggere sotto il piumone, in treno, in metropolitana mentre cammini, in macchina quando c’è coda, la notte quando non riesci a dormire, mentre pranzi, fai colazione, ceni da sola. Sempre.
Finisco Trilogia e passo a John Fante, con Chiedi alla Polvere che mi sono poi resa conto che è anche un filmozzo con un paio di bei pettorali e occhioni americani. Il libro scorre, anzi, corre, e mi piace il lirismo scalcinato con cui descrive lo stantio delle strade di Los Angeles, gli interni polverosi, la gente polverosa e “che sa di topo e scarafaggio”. Mi piace ritrovare nelle ossessioni di Arturo Bandini tutte le mie ossessioni, scrivere pagine inutili di tematiche scontate e poi accorgersi che la genialità sta nelle lettere che mando nei momenti di disperazione, di curiosità, di passione.
E’ bello e insieme triste leggere di personaggi come quello, perché mi chiedo sempre cosa, invece, trattenga me “da questa parte”, nell’ordine di un lavoro, di una casa pulita, di una vita precisa, incanalata, preconfezionata eppure così soddisfacente. Per gli altri. E insieme insoddisfacente. Per me.
L’istinto mi dice di andare da una parte, la mia stantia ragione mi tiene ancorata da un’altra. Guardo chi fa scelte più coraggiose delle mie e mi innamoro, ma a volte è faticoso guardare gli altri vivere da dietro un vetro e sospettare di starsi perdendo tutto il meglio per un futuro che non ci sarà mai.
Bandini riceve 175 dollari (e negli anni ’40 insomma, erano un po’) per un racconto che non ha scritto consapevolmente, li spende tutti in pochi giorni e non sa nemmeno come e sogna e si distrae e si concentra, e non guarda le cose, le vede. Si perde si ritrova immagina, vede le persone, e vede quello che vuole, si illude, sogna.
Sogna, accidenti, mentre a volte mi sembra che io dovrei chiamare l’antennista, perché è un po’ che non sogno e non sogno più nemmeno nella vita reale, e non va bene.

Però bello, ho queste 80 pagine residue che mi aspettano ed è sempre così confortevole avere un po’ di letteratura sul comodino, per non essere soli, per conoscere mondi e tempi che altrimenti no.
Quindi scusate ma ora vado.

Quando uno dice…

marzo30

Pasolini che pensa
…quello che volevi dire tu, ma lo dice meglio…

“L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.”
Pier Paolo Pasolini

E’ sempre in questi casi che mi chiedo… Ma perché De André è morto e Minghi continua a scrivere canzoni?

Tante parole…

febbraio20

… per non sapere come sto.
Però duale lo sono, da sempre.

Chissà se un giorno mi risveglierò “Like a patient etherised upon a table”, chissà se “there will be time”, chissà se “There will be time, there will be time
To prepare a face to meet the faces that you meet; There will be time to murder and create, And time for all the works and days of hands That lift and drop a question on your plate; Time for you and time for me, And time yet for a hundred indecisions, And for a hundred visions and revisions, Before the taking of a toast and tea”.
E come non pensare, come non chiedersi se “Do I dare Disturb the universe? In a minute there is time For decisions and revisions which a minute will reverse.”
Ma alla fine, “No! I am not Prince Hamlet, nor was meant to be; Am an attendant lord, one that will do To swell a progress, start a scene or two,
Advise the prince; no doubt, an easy tool, Deferential, glad to be of use, Politic, cautious, and meticulous; Full of high sentence, but a bit obtuse; At times, indeed, almost ridiculous—Almost, at times, the Fool.”

Più o meno è così che mi sento.
Grazie a T.S. Eliot per avermi fatto scoprire, negli anni, come ci si sente ad avere un’anima che non dorme. Mai.

Dualismo (Arrigo Boito, scapigliato)

febbraio20

Son luce ed ombra; angelica
farfalla o verme immondo
sono un caduto cherubo
dannato a errar sul mondo,
o un demone che sale,
affaticando l’ale,
verso un lontano ciel.

Ecco perché nell’intime
cogitazioni io sento
la bestemmia dell’angelo
che irride al suo tormento,
o l’umile orazione
dell’esule dimone
che riede a Dio, fedel.

Ecco perché m’affascina
l’ebbrezza di due canti,
ecco perché mi lacera
l’angoscia di due pianti,
ecco perché il sorriso
che mi contorce il viso
o che m’allarga il cuor.

Ecco perché la torbida
ridda de’ miei pensieri,
or mansueti e rosei,
or violenti e neri;
ecco perché con tetro
tedio, avvincendo il metro
de’ carmi animator.

O creature fragili
dal genio onnipossente!
Forse noi siamo l’homunculus
d’ un chimico demente,
forse di fango e foco
per ozioso gioco
un buio Iddio ci fe’.

E ci scagliò sull’umida
gleba che c’incatena,
poi dal suo ciel guatandoci
rise alla pazza scena
e un dì a distrar la noia
della sua lunga gioia
ci schiaccerà col pie’.

E noi viviam, famelci
di fede o d’altri inganni,
rigirando il rosario
monotono degli anni,
dove ogni gemma brilla
di pianto, acerba stilla
fatta d’acerbo duol.

Talor, se sono il demone
redento che s’india,
sento dall’alma effondersi
una speranza pia
e sul mio buio viso
del gaio paradiso
mi fulgureggia il sol.

L’illusion-libellula
che bacia i fiorellini,
-l’illusion-scoiattolo
che danza in cima i pini,
-l’illusion-fanciulla
che trama e si trastulla
colle fibre del cor,

viene ancora a
sorridermi
nei dì più mesti e soli
e mi sospinge l’anima
ai canti, ai carmi, ai voli;
e a turbinar m’attira
nella profonda spira
dell’estro ideator.

E sogno un’Arte eterea
che forse in cielo ha norma,
franca dai rudi vincoli
del metro e della forma,
piena dell’Ideale
che mi fa batter l’ale
e che seguir non so.

Ma poi, se avvien che l’angelo
fiaccato si ridesti,
i santi sogni fuggono
impauriti e mesti;
allor, davanti al raggio
del mutato miraggio,
quasi rapito, sto:

e sogno allor la magica
Circe col suo corteo
d’alci e di pardi, attoniti
nel loro incanto reo.
E il cielo, altezza impervia,
derido e di protervia
mi pasco e di velen.

E sogno un’Arte reproba
che smaga il mio pensiero
dietro le basse immagini
d’un ver che mente al Vero
e in aspro carme immerso
sulle mie labbra il verso
bestemmiando vien.

Questa è la vita! L’ebete
vita che c’innamora,
lenta che pare un secolo,
breve che pare un’ora;
un agitarsi alterno
fra paradiso e inferno
che non s’accheta più!

Come istrion, su cupida
plebe di rischio ingorda,
fa pompa d’equilibrio
sovra una tesa corda,
tal è l’uman, librato
fra un sogno di peccato
e un sogno di virtù.

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