Alchemico Blu

Laboratorio di trasmutazioni creative

Il cibo e Robot

marzo6

All’università studiavo il cibo nel romanzo inglese, di come fosse un indicatore dello stato sociale, ma anche emotivo, dei personaggi. Tutto ovviamente vero e illuminante, come il 90% degli argomenti collegati alla letteratura inglese (nel 10% di inutilità e sciagura, tra gli altri, c’è ovviamente Dan Brown).

In questi mesi di risalita è stato lo stesso per la mia vita: pizza al volo quando le cose non andavano proprio alla grande, lasagne e torte salate o dolci quando tutto sembrava ingranare, cibo sperimentale una volta tornata definitivamente la voglia di fare. Non male, soprattutto perché sta arrivando la Primavera a gambe levate e tra poco ricominceremo a mangiare e bere sul terrazzo, tra i fiori e il cielo azzurro. Questo si chiama vivere. Il tutto sarà completato dai piccoli e grandi  viaggi che abbiamo sognato lungo questo inverno letargico: antipasto di Udine (Far East mon amour), un bel piatto unico a base di Alsazia, Lorena, Paesi Bassi e Foresta Nera e un dessert di Croazia e montagna per riattivare le gambe e gli occhi. Insomma, c’è dell’ottimismo nell’aria, per la prima volta dopo tanto.

E poi ci sono i Robot di Asimov, che anche se abbiamo visto e rivisto i Robot ovunque, con i loro comportamenti approssimativi e le loro incomprensioni con gli esseri umani, leggerli dal padre di tutta la fantascienza è sempre un’emozione. E se non ci permetteranno di chiamare il nostro primo figli maschio “Crystal Ball”, come speriamo, allora lo chiameremo R. Daneel Olivaw. O il primo maschio o il prossimo gatto, mettiamola così.
Certo, un po’ mi manca Hari Seldon. Sono tentata di leggere anche i libri “spuri” scritti da fanatici come me dopo la morte di Asimov, ma resisterò alla tentazione.
Ora vado. Il sole sta tramontando e colora di arancione le lanterne e le fatine appese fuori…

E poi devo leggere. E scrivere. E scrivere.

Bloomsday

giugno16

“O that awful deepdown torrent O and the sea the sea crimson sometimes like fire and the glorious sunsets and the figtrees in the Alameda gardens yes and all the queer little streets and the pink and blue and yellow houses and the rosegardens and the jessamine and geraniums and cactuses and Gibraltar as a girl where I was a Flower of the mountain yes when I put the rose in my hair like the Andalusian girls used or shall I wear a red yes and how he kissed me under the Moorish wall and I thought well as well him as another and then I asked him with my eyes to ask again yes and then he asked me would I yes to say yes my mountain flower and first I put my arms around him yes and drew him down to me so he could feel my breasts all perfume yes and his heart was going like mad and yes I said yes I will Yes.”

Una delle mie ricorrenze preferite, il Bloomsday.

Ho sedici anni

febbraio19

Forse, a volte, diciannove. Ma mai più di così.
Sono in balia dei miei sentimenti, solo che non lo riconosco più. Per questo sto così male.
Ho ancora sedici anni, mi innamoro di continuo delle cose e delle persone, la sorpresa, la volontà di scoprire, e insieme l’inconsapevolezza di quello che sono, la falsa modestia e l’arroganza, il senso di libertà e l’euforia, il freddolino e il non riuscire a stare sotto le coperte.
E’ questo che mi dimentico, è per questo che poi sono triste, che non riesco a stare seduta, che ho sempre voglia di dormire, anche.
Ho voglia di queste notti di poesie, parole, divano e coperte arrotolate sotto le ginocchia, a casaccio, ho voglia di bere e fumare, senza moderazione, senza ritegno e in effetti lo faccio. Più poesia e meno sensi di colpa, prego.
Il silenzio non mi infastidisce, mi ricorda Neruda e Hikmet, quando li ho scoperti, mi ricorda Borges, non sono sola, e Battaglia e James, l’unico che meriti di essere ricordato, e Virginia.
Ma sono davvero la sola che si innamora ancora dei personaggi dei libri?
Che ultimamente non ne sto conoscendo tanti di nuovi, ma sono fedele ai miei storici, Clarissa e Molly e Steven e anche Emma Zunz oppure Omero degli Immortali, il leopardo con le macchie di universo, e i labirinti, oddio i labirinti di Borges, dove sono?
Spero di morire, prima o poi, e di andare all’inferno e che l’inferno sia la Biblioteca di Babele o la Lotteria di Babilonia.
Sono sul serio l’unica che vorrebbe vivere lì, nella creazione di un genio?

Septimus, ti penso tanto in questi giorni. Ti penso tanto in questi mesi. Ora vado a dormire, ma senza knives, senza gaspipes, solo col mio peso addosso. E ti penso, perché ci sono sempre due strade, solo che la seconda non si vede mai. Tu non l’hai vista, ma io so che c’è. Me la ricordo. E la voglio imboccare di nuovo.
Buonanotte.

Bentornata.

Heroin

dicembre19

Non mi ricordo se l’ho già scritto.
Probabilmente sì, ma ho l’Alzheimer e lo dico ancora.
Che poi non è che sia un pensiero così originale.
Basta cercare la poesia nei libri. Tipo nei libri di Aldo Nove, che è un po’ il male del nostro tempo insieme alla Tamaro.

Cerchiamola nelle canzoni. Low Culture. Sì sì certo.
E allora arriva in soccorso la Factory, e Lou.
Dani, ti ricordi Perfect Day? Non è poesia quella? Mi evoca tutti i nostri momenti insieme.
E poi c’è questa, che mi evoca tutti i miei momenti da sola.
Che poi non ho il coraggio di provare, però se mi devo mettere lì e immaginare, è così che me la immagino.

“Perché la lama nelle vene
Mi fa scoprire il cuore della mia mente
Ed è meglio che morire
Perché quando la marea comincia a salire
Tutto diventa silente”

A volte penso che i traduttori traducano solo per pensare di essere loro gli autori delle bellissime frasi che trovano nel mondo.
O magari è per condividere.

Vorrei svegliarmi una mattina ed essere Joyce.
Poi, ancora, mi ricordano che c’è qualcuno che si è svegliato una mattina ed era uno scarafaggio gigante…

I don’t know just where I’m going
But I’m gonna try for the kingdom, if I can
‘Cause it makes me feel like I’m a man
When I put a spike into my vein
And I’ll tell ya, things aren’t quite the same
When I’m rushing on my run
And I feel just like Jesus’ son
And I guess that I just don’t know
And I guess that I just don’t know

I have made the big decision
I’m gonna try to nullify my life
‘Cause when the blood begins to flow
When it shoots up the dropper’s neck
When I’m closing in on death
And you can’t help me not, you guys
And all you sweet girls with all your sweet silly talk
You can all go take a walk
And I guess that I just don’t know
And I guess that I just don’t know

I wish that I was born a thousand years ago
I wish that I’d sail the darkened seas
On a great big clipper ship
Going from this land here to that
In a sailor’s suit and cap
Away from the big city
Where a man can not be free
Of all of the evils of this town
And of himself, and those around
Oh, and I guess that I just don’t know
Oh, and I guess that I just don’t know

Heroin, be the death of me
Heroin, it’s my wife and it’s my life
Because a mainer to my vein
Leads to a center in my head
And then I’m better off than dead
Because when the smack begins to flow
I really don’t care anymore
About all the Jim-Jim’s in this town
And all the politicians makin’ busy sounds
And everybody puttin’ everybody else down
And all the dead bodies piled up in mounds

‘Cause when the smack begins to flow
Then I really don’t care anymore
Ah, when the heroin is in my blood
And that blood is in my head
Then thank God that I’m as good as dead
Then thank your God that I’m not aware
And thank God that I just don’t care
And I guess I just don’t know
And I guess I just don’t know

Per lo zio Angelo

marzo18

Tlon
Ciao zio, come stai? Io benone, anche se non scrivo tanto.
Però oggi ho riletto alcune righe di Borges e ho pensato che dovevo scrivertele.

Ti ricordi, a Natale, che ci siamo visti e sono fuggita dal pranzo dei parenti e abbiamo parlato, tra un bicchiere di grappa e l’altro, di letteratura, di me, di te, del mondo, di quello che leggi, di quello che scrivo, di quello che sono.
E che ho pianto e tutti pensavano (ma l’Ilaria aveva capito) che tu mi avessi messo alle corde e che mi stessi facendo un processo alle intenzioni e invece io ero felice perché finalmente qualcuno mi faceva delle domande, perché ti e mi interrogavi sulla scrittura, sul significato, sul senso, ecco.
Io ancora non ti posso “far vedere”, perché sono lenta e indolente, perché ho paura, perché non è sempre così facile finire le cose e dar loro una forma, però ci provo.
Ecco però leggendo il nostro Borges, oggi, ho trovato un po’ delle parole che danno risposta alle tue e alle mie domande.
E’ arrogante prenderle e attribuirsele, però sono vere e sono la cosa che più si avvicina alla verità.
Alla mia verità, quantomeno.

“L’opera non patteggerà con l’impostore Gesù Cristo”.
Buckley nega Dio, ma vuole dimostrare al Dio inesistente che gli uomini mortali sono capaci di concepire un mondo.”

E allora te le dedico, queste parole, perché nessuno come te, finora, mi ha aiutato tanto senza dire troppo, mi ha aperto gli occhi senza impormi una risposta, nessuno come te mi ha fatto sentire come Stephen Dedalus, che cercava anche un altro padre e l’ha trovato.

Non sono una Scrittrice

dicembre18

Ulysses
Una con mille stelle nella vita.
Oggi ho scritto una frase come l’avrebbe scritta Joyce. Anzi, esattamente come l’ha scritta.
Eppure nemmeno questo mi convince. Intendo su quello che sto cercando di diventare. Le persone non sono tutte come sembrano, e ultimamente mi sto chiedendo come sono io, che ho imparato ad aver paura di esprimere la mia opinione, il mio malumore, il mio disagio per le cose che non mi vanno. Sto zitta e ho una faccia pubblica e una faccia privata, come tutti, com’è da sempre, ma non mi fa sentire a mio agio. Io non sono quello che si vede, sono tutt’altro.
Passo le domeniche vestita male in lughi abbandonati e pieni di detriti e mi sento a mio agio, nel freddo e senza pranzare, poi quando mi devo vestire bene, per un consesso civile, mi sento a disagio e malinconica, come se stessi tradendo qualche arcano principio che non capisco molto bene. Quando sento un bravo insegnante parlare, quando riesco a imparare qualcosa che non è una “nozione” in due ore di lezione, ma è una nuova prospettiva sulla letteratura, lì mi sento entusiasta. Quando ho paura di perdere il mio tempo e che non riuscirò mai a mettere in pratica queste verità che mi sono state come rivelate, allora provo lo sconforto del fallimento.
Rileggo quanto ho scritto, non qui, ma nei Racconti, ed è tutto così banale e ordinario, la lingua non parla, le parole sono giustapposte nelle solite frustranti combinazioni, il messaggio non arriva, se non a me, ed è comunque banale.
Anche se oggi ho scritto una frase come l’avrebbe scritta Joyce, anzi, esattamente come l’ha scritta, io non sarò mai Joyce, né Virginia Woolf, né Svevo, né Eliot, né Dylan Thomas, né Sylvia Plath, né Pasolini, né Fante, né nessuno.
Non sarò mai nessuno.
Se mi rassegnassi a questa idea e cominciassi a condurre la mia grigioamara vita da burocrate di provincia forse sarei più in pace con me stessa. La mia fallimentare vita fatta di scuola, lavoro, matrimonio e imparare a essere pazza.

E visto che non ci si può esimere dalla scontata banalità di rosso vestita di questo ipocrita periodo di feste di stocazzo, oggi non pregherò un dio in cui non credo, ma un Santa Klaus che di sicuro mi ascolterà.
Non voglio più idiozie come la pace nel mondo, l’amore tra i popoli, lo scettro di Creamy, dimagrire, dormire la notte senza piangere nel sonno per più di una settimana di seguito, oppure imparare ad abbinare i vestiti, ricevere soldi dai nonni, andare via per capodanno.
Non voglio niente di tutto questo, e non voglio nemmeno quello che chiedo ogni anno e che nessuno sa, una parola nuova, una sola, che dia senso a tutto, che mi ricordi come si fa a scrivere, che mi insegni tutte le altre parole, che mi faccia vomitare tutto quello che vorrei dire e che non so esprimere. Non voglio nemmeno questo, perché devo capire, devo accettare, devo rassegnarmi.
Vorrei solo, ed è davvero poco perché è un non-volere e non dovrebbe costare niente, vorrei solo smettere di illudermi, saper stare al mio posto di ingiallita sognatrice disincantata da se stessa. Non è colpa della vita, non è colpa del destino, non è colpa di nessuno: non sono tagliata per quello che sogno di fare, a quanti capita, a quanti questa violenta verità viene sbattuta in faccia ogni giorno? Cosa spero, che con l’applicazione, con le Emotions recollected in tranquillity ce la farò? Non credo. L’intuizione non basta, può essere coltivata ma non basta. Invece io sono dispersa, banalizzata da cattivi insegnanti e cattivi insegnamenti, ho perso il mio momento, ho perso la mia strada
Anche in questo sono ordinaria, perché allora, perché non posso smettere di desiderare, perché non posso smettere di amare così tanto qualcosa che sono destinata a intravedere in lontananza ma che non mi è concesso, almeno per questa volta?
Se almeno qualcuno avesse il coraggio di dirmi la verità, se almeno conoscessi qualcuno in grado di dirmi tutta la mia mediocrità forse finirebbe tutto. Invece trovo solo mezzi assensi senza motivazione, subdoli complimenti di imbarazzo, come davanti a un bambino con le mani sporche di pennarelli e un disegno evidentemente brutto tra le mani. Ma Si è impegnata tanto…
Io vorrei per questo Natale, imparare a stare al mio posto.
Io vorrei, finalmente, capire qual è il mio posto, perché non è facile avere un cuore e un cervello che non tengono il passo, che sognano ma non sanno, che sperano ma non possono.

“Come si fà a decidere di smettere di amare una persona?
Io non ce l’ho un carattere così forte.
Io non sono uno di quelli che per smettere di fumare un giorno, buttano via il pacchetto e non fumano più…
Una volta c’ho provato, però poi di notte sono andato a prendere il pacchetto nel secchio della spazzatura…”

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