Image Guerrilla

Che cos’è Image Guerrilla?
Niente di meglio, per spiegarlo, che le parole del suo ideatore, Clemente Pestelli:

Trovo ridicolo continuare ad ascoltare banalità compiaciute su arte etica, arte etnica o arte sociale, quasi come se il concetto d’arte fosse un’area ben definita del nostro pensiero declinabile in molteplici salse, anche quelle caritatevoli e pietistiche a cui ci hanno abituato i tradizionali sistemi di informazione.
Credo che parlando di creatività ed immaginazione, individuale e collettiva, non si debbano e non si possano imporre né imperativi né ristrette categorie di appartenenza. Credo che l’attività immaginifica di ogni individuo o di una comunità possa realizzarsi nelle forme più disparate come è sinora successo per la pittura, la scultura, il teatro, il cinema, la culinaria, ma anche la matematica, la fisica, la chimica etc.

E ancora

“Senza quindi disquisire su cosa sia arte e cosa non lo sia e senza reclamare posti al sistema dell’arte ufficiale, è forse possibile ed interessante rivolgere le nostre attività immaginative verso la creazione di nuove forme culturali di dissenso.
Ecco quindi l’idea di creare un gruppo di lavoro che operi in questa direzione, facendo tesoro di tutte le esperienze di comunicazione-guerriglia (locali e globali), delle pratiche dell’attivismo telematico (in particolar modo della recente net.art internazionale) e delle pratiche di comunicazione ed informazione indipendente.”

Quindi un gruppo di persone si trova (e si troverà, fino a Febbraio 2006) per sperimentare, decostruire e soprattutto riappropriarsi di significati stantii e omologati di immagini e icone collettive.
Image perché l’immagine è un elemento imprescindibile della nostra società, mediatica e non, tutta basata su un’iconografia normalizzata, ben definita, che deve sempre e comunque rispettare certi parametri per essere giudicata “gradevole”, “artistica”, “d’avanguardia”.
Guerrilla come atto culturale e sociale violento (lontano dalla reale violenza fisica, però, sempre apparentemente “innocuo”), guerrilla come tentativo di scardinare un sistema deviato per riproporre una visione soggettiva di come “potrebbe essere”, lontano dall’imposizione del “com’è”.

Scardinare l’ovvio per l’immaginario.

Ecco un esempio di come il significato può mutare, quando l’icona viene decostruita…

radioAttività a Pisa!

“Parlare di pace e di libertà di espressione oggi implica una seria riflessione sull’accesso ai circuiti mediatici che veicolano le forme culturali del nostro tempo. Oggi i principali canali di comunicazione sono sempre meno accessibili per gli strati medio-bassi della società e sempre più subordinati ai meccanismi e alle dinamiche del mercato.”

Ed ecco allora tre artisti-tecnologi (Clemente, Francesca e Gionatan) , armati di buona volontà e con la passione per la sperimentazione, allestiscono un Workshop, presso la Stazione Leopolda di Pisa, per insegnare a utilizzare queste “tecnologie digitali” di cui tutti parlano per aprire finestre sul mondo, per comunicare. Il tutto all’interno della Biennale del Cinema per la Pace, per parlare con violenza (ma solo mediatica e artistica) del fatto che la violenza (sociale e fisica) sia un’idiozia.
Comunicare è la forma di libertà primaria. Chi comunica, condivide, crea un patrimonio collettivo, stimola alla riflessione, mette in moto qualcosa. E aiuta ad abbattere, in particolare, quel regime di ignoranza grazie al quale avvengono i soprusi peggiori. Comunicare per essere liberi, per evitare gli scempi di tutti i tipi (anche e soprattutto della guerra, perché no).

“Per questo nasce radioAttività, progetto che intende recuperare il fascino di un medium come la radio ed integrarlo con le possibilità oggi offerte dalla rete Internet.”

Si comincia con lo Sgombero di Radio Alice negli anni ’70, si arriva al Manifesto Futurista La Radia di Marinetti, passando per “La guerra dei mondi”, radiodramma di successo riproposto in italiano da studenti della scuola d’arte di Carrara.
E’ una finestra per ascoltare, ma anche per proporre: i gruppi emergenti, gli amatori, gli appassionati… Chiunque, potenzialmente (con pochi mezzi e poca esperienza) può allestire una WebRadio e parlare col mondo.
Non male, no?

Connessioni Leggendarie – Dopo la prima visita

Yes ManNon male la mostra. Innanzitutto la Mediateca di Santa Teresa, in via della Moscova 28 a Milano è un posto che vale la pena di frequentare. Bella struttura, tranquillità, buoni computer con cui lavorare. Ci andrò più spesso, ora che l’ho scoperta.

La mostra è stata difficile ma bella. Diciamo che l’impegno di visitare una mostra del genere per una persona come me che un po’ ne sa, ma non troppo, sta proprio nel cercare di imparare e capire il più possibile. Al di là dell’estetica, la Net Art mi sembra un’arte molto cerebrale. Impegnativa e insieme impegnata, perché ogni singola opera, dalla Software Art alla Code Poetry, parla di una denuncia, aiuta a scardinare, almeno in parte, convinzioni legate all’arte vetuste e piuttosto anacronistiche, aiuta insomma a rileggere la realtà contemporanea come merita di essere affrontata, ossia con ironia, un pizzico di assurdo e grottesco e soprattutto tanta, tanta tecnologia.
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Non è (ancora) un’arte per le masse, forse non lo sarà mai, ma meglio così.
Le installazioni che mi sono piaciute di più sono state le numerose (almeno 12) postazioni multimediali attraverso cui era possibile interagire.
Purtroppo ero senza soldi (e senza portafoglio, rubato da ignoti a SMAU, maledetti me la pagherete) e non ho comprato il catalogo, ma considerato che tornerò presto alla Mediateca credo che me lo comprerò.
Insomma, la mostra è caldamente consigliata!
Intanto vi lascio con una bellissima foto di Natan con prima cyber-orchestra, il mitico 386dx…

Ars Electronica 2005

Non capita tutti di essere invitati dalla propria relatrice a passare sei giorni in Austria al festival di Arte Elettronica più longevo (credo) del mondo. E’ stata una bella fortuna. Soprattutto sono stati sei giorni più che pieni.
Prima tappa a Vienna, giro della città per conto mio. Bel posto. Spettacolari i tram che ti portano tutto intorno al centro. Ho mangiato cibo indiano in un parco enorme e ho camminato per ore nella luce chiara del sole e del bianco degli edifici.
Poi treno e poi Linz.
Linz, cittadina che sembrerebbe di provincia, ma con questo Ars Electronica Center che esiste da 25 anni e che sovvenziona, promuove, incoraggia, foraggia eccetera le iniziative di sperimentazione tra tecnologie emergenti e nuove forme d’arte. Spazi allestiti alla perfezione, servizi inappuntabili, pulizia, professionalità. Tipico dei tedeschi. Anche se questi sono austriaci, insomma. Le strutture, in particolare, erano qualcosa di esagerato.
Grazie al mio nuovo palmare, ultimo regalo di compleanno, mi connettevo via rete wireless dalle decine di hot spots seminati in giro per la citta (in piazza, nel palazzo delle conferenze, in caffetteria, ovunque) e controllavo la posta.
La dimensione di questo evento è più che internazionale e multidisciplinare: c’erano artisti e relatori provenienti da America, India, Italia (pochi), Belgio, Olanda, Giappone, Canada e ognuno aveva una formazione diversa, più o meno umanistica, tecnica, filosofica, artistica, accademica.
C’era varietà, insomma, possibilità di confronto.
Però.
Io sono famosa per i miei “però”: non mi accontento mai e, da 25enne sprovveduta che ha imparato a pensare da poco (ahahah, ho imparato?) mi arrogo il diritto di lanciare critiche e di fare osservazioni. Ma questo è il mio spazio e tutto questo scrivere mi serve da psicanalisi, quindi.
Il fatto è che, ad Ars Electronica di Linz 2005, ho visto tutto, tranne l’arte.
E’ stato questo il problema. Ho visto sperimentazione. Ho visto ibridi tra organismi biologicio e macchine. Ho visto intertestualità, rimandi ad altre arti (vedi le gigantografie di bambini che imbracciano armi tratte dal videogioco Half Life). Ho visto infelici scarafaggi passeggiare su palline che muovevano girelli robotici. E poi macchine che disegnavano sul muro immagini variabili a seconda dell’umidità del’aria, macchine per farsi i tatuaggi, ricostruzioni tridimensionali, ventilatori, pseudo eco-sistemi fatti da piante e mini-elfi alimentati a energia solare.
Ma se a livello inventivo ed estetico non posso dire che ci fossero carenze, a livello emotivo e comunicativo ho sentito un vuoto enorme. Non c’è niente che mi abbia emozionato. Niente che mi abbia trascinato nel vortice di una “Sindrome di Stendhal”, niente che abbia sognato la notte o che sento influenzerà il mio modo di scrivere, di (cercare di) fare arte, di vedere il mondo.
E allora ho fatto una telefonata di mezzora, dal cellulare all’italia, perché c’è un Work In Progress che non devo lasciarmi sfuggire. Perché se viene considerata arte una povera bestiola incollata a un macchinario abominevole per farla deambulare in modo innaturale, che comunica solo sadismo e nerdismo, io ho avuto un’illuminazione, ora SO, ora vedo. Qui si tratta di mettersi a FARE, di realizzare e concretizzare queste Malinconie Urbane che abbiamo in mente da troppo tempo.
E’ stata una telefonata strana, e strano è stato il sentimento che mi è rimasto addosso per tutto il tempo del viaggio-studio. Mi sono sentita in colpa e stupida, superficiale e pigra. Perché Ars Electronica (e tutte le installazioni che ho visitato con Paola, e sono state tante) mi ha dimostrato che l’unica che mi manca è l’iniziativa, è l’azione, è lo svincolarmi da tutta questa cerebralità e mettermi a lavorare sul serio.
Ecco, cosa ho imparato dai sei giorni a Linz.
Che per quanto sperimentale, vuota, semplicemente tecnologica, l’arte (o la pseudo arte) che ho visto almeno ESISTEVA. Può essere migliore o peggiore di quella che posso (o credo di poter) realizzare io, ma finché non farò nulla, finché mi limiterò ad almanaccare su fogli bianchi e a pensare che il mondo dell’arte fa schifo le cose non cambieranno.
E ora, al lavoro.
Cioè, all’arte.