Alchemico Blu

Laboratorio di trasmutazioni creative

radioAttività a Pisa!

novembre18

“Parlare di pace e di libertà di espressione oggi implica una seria riflessione sull’accesso ai circuiti mediatici che veicolano le forme culturali del nostro tempo. Oggi i principali canali di comunicazione sono sempre meno accessibili per gli strati medio-bassi della società e sempre più subordinati ai meccanismi e alle dinamiche del mercato.”

Ed ecco allora tre artisti-tecnologi (Clemente, Francesca e Gionatan) , armati di buona volontà e con la passione per la sperimentazione, allestiscono un Workshop, presso la Stazione Leopolda di Pisa, per insegnare a utilizzare queste “tecnologie digitali” di cui tutti parlano per aprire finestre sul mondo, per comunicare. Il tutto all’interno della Biennale del Cinema per la Pace, per parlare con violenza (ma solo mediatica e artistica) del fatto che la violenza (sociale e fisica) sia un’idiozia.
Comunicare è la forma di libertà primaria. Chi comunica, condivide, crea un patrimonio collettivo, stimola alla riflessione, mette in moto qualcosa. E aiuta ad abbattere, in particolare, quel regime di ignoranza grazie al quale avvengono i soprusi peggiori. Comunicare per essere liberi, per evitare gli scempi di tutti i tipi (anche e soprattutto della guerra, perché no).

“Per questo nasce radioAttività, progetto che intende recuperare il fascino di un medium come la radio ed integrarlo con le possibilità oggi offerte dalla rete Internet.”

Si comincia con lo Sgombero di Radio Alice negli anni ’70, si arriva al Manifesto Futurista La Radia di Marinetti, passando per “La guerra dei mondi”, radiodramma di successo riproposto in italiano da studenti della scuola d’arte di Carrara.
E’ una finestra per ascoltare, ma anche per proporre: i gruppi emergenti, gli amatori, gli appassionati… Chiunque, potenzialmente (con pochi mezzi e poca esperienza) può allestire una WebRadio e parlare col mondo.
Non male, no?

Connessioni Leggendarie – Dopo la prima visita

ottobre26

Yes ManNon male la mostra. Innanzitutto la Mediateca di Santa Teresa, in via della Moscova 28 a Milano è un posto che vale la pena di frequentare. Bella struttura, tranquillità, buoni computer con cui lavorare. Ci andrò più spesso, ora che l’ho scoperta.

La mostra è stata difficile ma bella. Diciamo che l’impegno di visitare una mostra del genere per una persona come me che un po’ ne sa, ma non troppo, sta proprio nel cercare di imparare e capire il più possibile. Al di là dell’estetica, la Net Art mi sembra un’arte molto cerebrale. Impegnativa e insieme impegnata, perché ogni singola opera, dalla Software Art alla Code Poetry, parla di una denuncia, aiuta a scardinare, almeno in parte, convinzioni legate all’arte vetuste e piuttosto anacronistiche, aiuta insomma a rileggere la realtà contemporanea come merita di essere affrontata, ossia con ironia, un pizzico di assurdo e grottesco e soprattutto tanta, tanta tecnologia.
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Non è (ancora) un’arte per le masse, forse non lo sarà mai, ma meglio così.
Le installazioni che mi sono piaciute di più sono state le numerose (almeno 12) postazioni multimediali attraverso cui era possibile interagire.
Purtroppo ero senza soldi (e senza portafoglio, rubato da ignoti a SMAU, maledetti me la pagherete) e non ho comprato il catalogo, ma considerato che tornerò presto alla Mediateca credo che me lo comprerò.
Insomma, la mostra è caldamente consigliata!
Intanto vi lascio con una bellissima foto di Natan con prima cyber-orchestra, il mitico 386dx…

Net.Art – Connessioni leggendarie

ottobre7

Ecco dove andrò tra due settimane…

Ars Electronica 2005

settembre29

Non capita tutti di essere invitati dalla propria relatrice a passare sei giorni in Austria al festival di Arte Elettronica più longevo (credo) del mondo. E’ stata una bella fortuna. Soprattutto sono stati sei giorni più che pieni.
Prima tappa a Vienna, giro della città per conto mio. Bel posto. Spettacolari i tram che ti portano tutto intorno al centro. Ho mangiato cibo indiano in un parco enorme e ho camminato per ore nella luce chiara del sole e del bianco degli edifici.
Poi treno e poi Linz.
Linz, cittadina che sembrerebbe di provincia, ma con questo Ars Electronica Center che esiste da 25 anni e che sovvenziona, promuove, incoraggia, foraggia eccetera le iniziative di sperimentazione tra tecnologie emergenti e nuove forme d’arte. Spazi allestiti alla perfezione, servizi inappuntabili, pulizia, professionalità. Tipico dei tedeschi. Anche se questi sono austriaci, insomma. Le strutture, in particolare, erano qualcosa di esagerato.
Grazie al mio nuovo palmare, ultimo regalo di compleanno, mi connettevo via rete wireless dalle decine di hot spots seminati in giro per la citta (in piazza, nel palazzo delle conferenze, in caffetteria, ovunque) e controllavo la posta.
La dimensione di questo evento è più che internazionale e multidisciplinare: c’erano artisti e relatori provenienti da America, India, Italia (pochi), Belgio, Olanda, Giappone, Canada e ognuno aveva una formazione diversa, più o meno umanistica, tecnica, filosofica, artistica, accademica.
C’era varietà, insomma, possibilità di confronto.
Però.
Io sono famosa per i miei “però”: non mi accontento mai e, da 25enne sprovveduta che ha imparato a pensare da poco (ahahah, ho imparato?) mi arrogo il diritto di lanciare critiche e di fare osservazioni. Ma questo è il mio spazio e tutto questo scrivere mi serve da psicanalisi, quindi.
Il fatto è che, ad Ars Electronica di Linz 2005, ho visto tutto, tranne l’arte.
E’ stato questo il problema. Ho visto sperimentazione. Ho visto ibridi tra organismi biologicio e macchine. Ho visto intertestualità, rimandi ad altre arti (vedi le gigantografie di bambini che imbracciano armi tratte dal videogioco Half Life). Ho visto infelici scarafaggi passeggiare su palline che muovevano girelli robotici. E poi macchine che disegnavano sul muro immagini variabili a seconda dell’umidità del’aria, macchine per farsi i tatuaggi, ricostruzioni tridimensionali, ventilatori, pseudo eco-sistemi fatti da piante e mini-elfi alimentati a energia solare.
Ma se a livello inventivo ed estetico non posso dire che ci fossero carenze, a livello emotivo e comunicativo ho sentito un vuoto enorme. Non c’è niente che mi abbia emozionato. Niente che mi abbia trascinato nel vortice di una “Sindrome di Stendhal”, niente che abbia sognato la notte o che sento influenzerà il mio modo di scrivere, di (cercare di) fare arte, di vedere il mondo.
E allora ho fatto una telefonata di mezzora, dal cellulare all’italia, perché c’è un Work In Progress che non devo lasciarmi sfuggire. Perché se viene considerata arte una povera bestiola incollata a un macchinario abominevole per farla deambulare in modo innaturale, che comunica solo sadismo e nerdismo, io ho avuto un’illuminazione, ora SO, ora vedo. Qui si tratta di mettersi a FARE, di realizzare e concretizzare queste Malinconie Urbane che abbiamo in mente da troppo tempo.
E’ stata una telefonata strana, e strano è stato il sentimento che mi è rimasto addosso per tutto il tempo del viaggio-studio. Mi sono sentita in colpa e stupida, superficiale e pigra. Perché Ars Electronica (e tutte le installazioni che ho visitato con Paola, e sono state tante) mi ha dimostrato che l’unica che mi manca è l’iniziativa, è l’azione, è lo svincolarmi da tutta questa cerebralità e mettermi a lavorare sul serio.
Ecco, cosa ho imparato dai sei giorni a Linz.
Che per quanto sperimentale, vuota, semplicemente tecnologica, l’arte (o la pseudo arte) che ho visto almeno ESISTEVA. Può essere migliore o peggiore di quella che posso (o credo di poter) realizzare io, ma finché non farò nulla, finché mi limiterò ad almanaccare su fogli bianchi e a pensare che il mondo dell’arte fa schifo le cose non cambieranno.
E ora, al lavoro.
Cioè, all’arte.

videoludica.game culture

luglio3

Per quelli che “I videogiochi sono per bambini”…
Per quelli che “I videogiochi non sono né saranno mai arte”…
Per quelli che “I videogiochi sono solo un’operazione commerciale”…

Per quelli che hanno rotto le balle…

videoludica.game culture

Perché prima di parlare, è meglio imparare e capire…
E quale posto migliore, allora?

Lou Reed alla Milanesiana

giugno30

Me ne sono andata per un po’ per evitare di parlare di argomenti banali come il caldo, il nostro primo ministro latin lover, il caldo, le partenze intelligenti, gli italiani e la ricchezza (che non ci riguarda), il problema siccità, il Live 8, quella merda della Milanesiana di Milano.

Voglio dire.
Inviti Lou Reed e sua moglier Laurie Anderson. Hai l’ottantacinquenne Fernanda Pivano che, con la sua solita classe, sensibilità e con tutto il peso dei suoi anni viene nel tuo “salotto bene” per parlare di beat generation, arte, artisti, creazione, esperienze. Insomma, potenzialmente una serata impagabile.
Ingresso libero, altra nota positiva. La cultura non ha prezzo e tutti devono e possono accedere. Ovviamente c’è ressa, davanti al Teatro dal Verme. Il fatto che piova a dirotto e che fino alle 20.30 non aprano le porte (non si capisce per quale arcano motivo), è trascurabile. Alla fine stiamo parlando di Lou Reed, Laurie Anderson e Fernanda.

Entriamo, e quasi una signora della Milano bene mi stacca la testa a morsi, lei, col suo vestito rosso sgargiante di raso giapponese, i polpacci ben nutriti e i capelli neri tinti, i cinquantasei anni peggio portati che abbia mai visto, mi apostrofa (me e la mia amica simil-punkabbestia, per i suoi gusti, le sfighelle Valentina&Daniela), dicevo, mi apostrofa dicendo che “Non si può fare così [tenevo occupato UN posto per il ragazzo di Daniela], che non c’è prenotazione e allora io mi siedo [Sbram, sessanta chili di culo sulla borsa della Dani], che non esiste, che certe cose non si possono vedere…”.
Signora della Milano bene, tu e la tua sotto-cultura dell’alta-borghesia potete andare affanculo direttamente con il mio beneplacito e benemerito, brutta schifosa maledetta, senza sensibilità, viziata bastarda, abituata a comprare tutto con i tuoi soldi che puzzano di marcio e inadeguata alla competizione diretta con la gente normale, al contatto fisico con quella che tu chiami “feccia”, con la gentaglia che popola il mondo e che è tanto diverse – e inferiore – da te e da quella Barbie stronza di tua figlia.
Signora della Milano bene, son sicura che a te la serata è piaciuta e che non hai capito perché quel “pubblico ignorante” ha reclamato e protestato e si è indignato quando l’intellettuale Antonio Gnoli ha chiesto a una Laurie e un Lou in completa a-sintonia con l’ambiente: “Ma ditemi, come avete vissuto voi l’11 settembre?”
Basta con i facili sensazionalismi. Il fatto è che avevamo a disposizione tre persone che, probabilmente, insieme non rivedremo più, almeno non in questa vita. E il coordinatore, il nostro “rappresentante intellettuale”, non è riuscito a fare altro che domande scontate, sentite e risentite, banali e insignificanti.

Ricostruzione libera (mia) del “salotto letterario” successivo alle letture di Laurie Anderson e Lou Reed:

1
D: Laurie, so che voi abitate a New York. Com’è la città dopo l’11 settembre? Come vanno le cose?
[Lou mugugna, mi pare, una specie di "No way, no way", che liberamente traduco "Due coglioni, ancora 'sta storia?", mentre il pubblico, letteralmente, urla "Noooooo, basta, non è possibile, un'altra domandaaaa!"]
R: [Laurie, signora di classe indicibile e aplomb invidiabile, sorride e risponde] “Guardi, mi rincresce dirle che da più di un anno, per lavoro, sono poco a NY, ma comunque è una bella città, ricostruiscono molto, ci sono parchi, attività… Insomma, un bel posto. Sì sì.”
Fine.
Applauso di gratitudine.
2
D: Lou, lei era amico di Andy Warhol, ci parli un po’ del periodo della trasgressione dei vostri anni. Insomma, la vostra arte, la vostra trasgressione, il trasgredire, la trasgressive art [questa domanda effettivamente me la sto un po' reinventando, ma è per far capire come puntasse tutto sulla trasgressione, ecco].
R: Lou risponde raccontando una storia. Dice proprio così, “Vi racconto una storia”. E parla di Andy, del lavoro, dei Velvet Underground, dei film di Andy che nessuno voleva vedere. Del fatto che era sempre il primo ad arrivare sul posto di lavoro e l’ultimo ad andare via, che si incazzava se qualcuno dotato, come Lou appunto, era troppo pigro.
“Quante canzoni hai scritto oggi?”
“Cinque.”
“Come cinque? Solo cinque? Perché non ne hai scritte dieci? Perché non stai scrivendo, in questo momento?”
Fine.

[Da qui in avanti sono pensieri miei, eh]
Eccola qui la trasgressione. Gente che si faceva un mazzo così per esprimersi. Ti può piacere o no la pop-art, ma intanto questa gente, questi Artisti, non passavano solo le loro giornate a farsi di eroina, a dedicarsi all’amore omoerotico e ad andare in giro nudi. Era gente che creava. E se per te il processo creativo è trasgressione, vuol dire che sei solo un bieco burocrate dell’arte, che considera ogni sortita fuori dagli schemi come “trasgressione”, senza capire che il bello della vita è sorprendersi e non seguire una cazzo di linea retta pre-ordinata, stile massaia di Voghera, precisa e inutile.
Oh.

Ci sono un altro paio di domande.
Del tipo
D: “Come mai tu e tua moglie avete scelto Melville e Poe come autori da rivisitare, Lou, trovami, indicami qualche analogia tra loro due, quali sono i loro punti in comune”…
[Laurie ha recuperato degli scritti di Melville per farne uno spettacolo e Lou ha riadattato-reinterpretato Poe in alcuni suoi scritti-poesie]
Silenzio.
Silenzio.
R: Lou alza lo sguardo, come a dire “Ci sono”.
“Ecco, dunque, sono entrambi due scrittori americani morti.”
Risate dal pubblico.
E’ che non c’erano motivi particolari. Ma, si sa, gli intellettuali devono sempre trovare un perché ontologico dietro le cose. Se no “non valgono, se no valgono di meno”, ecco. Non si può fare una cosa “Perché ti piace, perché te lo senti, perché ti sei svegliato un giorno così, perché ti è tornato in mente da quando l’hai studiato a scuola, l’hai ripreso, ti è piaciuto e lo hai riscritto”. No.
Ultima domanda, a Fernanda Pivano.
Cosa ci si aspetta? Parla della Beat, parla di Andy, Ferlinghetti, Corso, Keruac, Hemingway, non so. No.
D: “Fernanda, tu hai scritto, a DICIOTTO ANNI, una tesi su Melville. Ci parli di Melville, cosa ci può dire di lui.
R: La Pivano, mitica ottantenne dei miei sogni, lo guarda basita e ripete “Scusa, vuoi che ti parli di Melville? Ho capito bene, di MELVILLE?”.
E alla risposta affermativa, parte con un breve e interessante resoconto dell’autore. Ma anche lei sembrava sentirsi un po’ “sprecata”.
Voglio dire. Lei ha visto questa gente al lavoro. Li ha conosciuti. Li ha frequentati. E ha dovuto parlare di uno scrittore dell’ottocento morto, che, per quanto sia vecchia, nemmeno lei ha potuto mai incontrare.

Fine della serata alla Milanesiana. Qualcosa mi dice che è stata la mia prima e ultima volta. Potranno portare anche Paul Auster, in futuro, ma non c’andrò. Perché è ridicolo. Qui non si tratta di arte, ma di cultura per i milanesi che devono sentirsi colti e inseriti nel jet set degli alti livelli culturali del mondo.

Complimenti per l’impegno, agli organizzatori, e continuate così. Alla fine, il vostro lo fate bene: attirate tutti questi medio-alto borghesuncoli che si devono sentire in pace con se stessi affrontando qualche attività colta tra uno shopping e una cena al Rotary.
Amen.

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