aprile26

Juvenile Offender
Corea del sud, Kang Yi-Kwan, 2012, 107′
Un buon inizio, al Far East, significa anche imbattersi molto presto nel film pacco-imbarazzo. E infatti eccoci. Un ragazzo cresciuto con il nonno finisce in riformatorio per un furto e ritrova la madre che lo aveva abbandonato 16 anni prima. Il riavvicinamento con la donna è dapprima fonte di affetto e speranza, perché il protagonista non si sente più solo e disperso in un mondo in cui nessuno sembra volergli bene, poi la vera personalità della donna riemerge con prepotenza, con conseguenze non del tutto imprevedibili. Al di là di una trama un po’ forzosamente ricattatoria (all’inizio del film il ragazzo si prende cura del nonno gravemente malato, è responsabile, gentile, e però chiaramente arrabbiato per via dell’abbandono e della solitudine), la regia è lenta e noiosa, i personaggi stereotipati e al limite del ridicolo, le situazioni grottesche e insensate. La madre, in particolare, dà il suo meglio/peggio con (non volutamente) comiche scene di isteria, lacrime e strepiti, nessuna parvenza di lungimiranza e un destino segnato dalla sua stessa stupidità. Il figlio è un personaggio dolce, che meriterebbe un po’ più di introspezione, ma che viene accantonato in favore della tanto ingombrante quanto inutile madre. Gli altri sono solo delle comparse nella vita solitaria di due persone, una delle quali farà la scelta giusta, mentre l’altra patirà le giuste conseguenze.
Il film può fondamentalmente essere definito, più che uno “youth-drama”, un mattone sud coreano su drammi familiari con un’ingiusta indulgenza nei confronti di una madre di merda. Avrei sicuramente preferito che il tutto prendesse una piega horror-splatter, con ipotetica morte violenta (nonché lenta) di una madre che non solo abbandona il figlio una volta, ma che è in grado di ritrovarlo solo per farlo soffrire atrocemente anche una seconda. Mi sono chiesta, come sempre in questi casi, dove finiscano i diritti del genitore e dove comincino quelli del figlio e se sia meglio estromettere per sempre dalla propria vita un genitore così mediocre oppure no. Io vorrei arrogarmi il diritto di dare una risposta a questa domanda, ma non posso, perché non è la mia storia. Dovrei forse trovare il coraggio di chiederlo a chi questa vicenda la vive ogni giorno, anche se con situazioni e “personaggi” diversi, e sa cosa significa non poter contare su chi ami. Probabilmente lo farò.
2 su 5
aprile26

New World
Corea del sud, Park Hoon-jung, 2013, 134′
Inizio il Far East di quest’anno con un film di buon auspicio. Un film “Gangster epic” in cui si notano tratti in comune con Donnie Brasco. La lotta per la successione a un boss della malavita da parte dei suoi scagnozzi porta a galla la vera personalità di chi gli stava attorno. Non solo, la connivenza/doppio gioco di alcuni con la polizia rende ancora più intricate le carte sul tavolo. Molto interessante l’approfondimento delle meccaniche che stanno alla base dei meccanismi di infiltrazione nelle strutture criminali: il regista evita il melodramma facile e più che sui sentimenti si concentra sui processi che portano a determinate conseguenze, senza però rendere il tutto asettico come un verbale di polizia, ma arricchendolo con la giusta dose di azione, suspense e colpi di scena.
Ottima fotografia, buona regia, qualche colpo di scena memorabile e un finale decisamente apprezzabile. Forse, come vuole il trend dei film orientali ultimamente, ci sono 20-30 minuti di troppo, in un’ipertrofia narrativa che diluisce i sentimenti e le emozioni, anziché acuirli, e porta lo spettatore alla fine del film con un po’ di fatica.
3 su 5
aprile26

Arrivo
Udine, Giacomo, Gian e Valentina, 2013, 6 giorni
Alienata. Così mi si può definire se, pur con il lavoro bellissimo che faccio, mi ritrovo ad arrancare, verso febbraio/marzo di ogni anno, aspettando il Far East come e più freneticamente di quanto si aspetta il Natale (che invece odio, ma mai comunque quanto odio Capodanno).
Quest’anno siamo arrivati col fiato corto: occhiaie, chiari segni di decadimento fisico vanamente contrastati dal tragitto casa-lavoro in bicicletta, aridità di immaginazione a malapena compensata da Bioshock Infinite che mi ha dato lo spunto per una nuova raccolta di racconti, insomma, dei rottami, a 30 anni. Ma dei rottami con una speranza: quella, cioè, di ricaricare le batterie grazie alla combinazione perfetta di giorni insieme, Friuli, buon cibo, Udine e soprattutto Far East Film Festival. Sì, arriviamo che sembriamo tre pellegrini che raggiungono l’ambita meta dopo giorni e giorni di viaggio, coi vestiti laceri, assetati, affamati, senza quasi ormai speranza. E bastano un pranzo tutti insieme, due passi in città e soprattutto l’accredito White Tiger attorno al nostro collo e la borsa del Festival, con programma e catalogo appena comprato, a tracolla per ridarci nuova vita e trasmutarci in animali da cinema.
Grazie a un ferreo programma stilato da Giacomo, possiamo quindi addentrarci nella visione di un minimo di minimo 13 massimo 16 film dalla Corea del sud al Giappone, passando per Cina, Hong Kong e forse, se ce la sentiamo, per Filippine e Malesia (anche se forse, dai Far East precedenti, ricordate che razza di mattoni queste due nazioni ci abbiano regalato). Verso la fine della settimana, poi, arriveranno anche Max e Claudia, a dare un ulteriore tocco di colore al tutto.
Ce la possiamo fare? Certo. La parte difficile sarà poi aspettare un altro anno perché il Far East ritorni.
maggio11
Aftershock
Cina, Feng Xiaogang, 2010, 135’

E mentre tutti – o quasi – si aspettavano Confessions come vincitore dell’Audience Award 2010, è la Cina a farla da padrona, con Aftershock al primo posto e Under the Hawthorne Tree al secondo. Aftershock è, in effetti, shoccante: è la storia di una famiglia che affronta e supera il terribile terremoto di Tangshan del 1976. Seguiamo le vite dei vari personaggi, vittime di una scelta atroce fatta in un momento di disperazione e, al loro fianco, attraversiamo trent’anni di storia cinese. Uno spunto interessante si piega però alla violenza di una trattazione visiva e narrativa retorica e forzosamente strappalacrime: il dolore è continuamente mostrato in modo plateale, le coincidenze diventano un po’ ingombranti e le motivazioni dei personaggi si perdono in una brodaglia di luoghi comuni senza speranza. Più di tutto, però, pesa la strisciante ombra ideologica che il film si lascia alle spalle: nessun proclama urlato, nessun pamphlet esplicito, ma un continuo riferimento alle basi della Cina moderna (leggi: Mao e la Rivoluzione Culturale) con nostalgia, gratitudine e con la convinzione che tutto ciò che c’è di buono venga proprio da lì. Assistere alla sequenza dei funerali di Mao (tenutisi a Pechino nello stesso anno del terremoto di Tangshan), dipinta con poesia, amore, bimbi con garofani bianchi all’occhiello e madri affrante in lacrime è stato alquanto disturbante, soprattutto considerando che non era assolutamente funzionale alla storia narrata. Due personaggi, che fanno parte dell’Esercito Popolare di Liberazione, sono tratteggiati con garbo, amore e sono, in fin dei conti, i veri “buoni” della storia. Attorniata da gente in lacrime, non ho potuto che provare un po’ di fastidio per le soluzioni retoriche e troppo plateali con cui il film cerca di coinvolgere lo spettatore emotivamente. E, dopo aver saputo della vittoria del film, il fastidio si è trasformato in seria preoccupazione per quello che ci raccontano e per quello che percepiamo di una potenza che sta diventando sempre più esportatrice non solo di merci, ma anche di cultura.
2 su 5, ma quante preoccupazioni
maggio11
The Unjust
Corea del Sud, Ryoo Seung-wan, 2010, 119’

Questo thriller poliziesco è il primo film orientale a mettermi in difficoltà: succedono così tante cose, ci sono così tanti personaggi e parlano tutti così in fretta e così tanto che ho cominciato a capire qualcosa della trama quando ho guardato il riassunto su Wikipedia dopo il film. No, non è vero, The Unjust è un ottimo film, ma il ritmo è veramente serrato e la vicenda coinvolge effettivamente così tante figure che si crea un po’ di confusione. In realtà, il film è ottimamente strutturato e le relazioni tra i personaggi, i tradimenti, i colpi di scena sono tutti pertinenti e “al momento giusto”. Osservando il precario domino di rapporti di forza che si instaura tra tutte le figure in scena, non possiamo che provare sincera ansia e tensione costante, anche se non ci sono sparatorie eclatanti o inseguimenti “vecchia scuola”.
Un film sicuramente da vedere due volte e che, al di là dell’indagine di polizia in sé, ci apre una finestra sulla tensione sociale e relazionale che si respira nell’ambiente della giustizia coreano.
3 su 5
maggio11
Confessions (recensione di Giacomo Talamini)

Giappone, Nakashima Tetsyua, 2010, 106′
Miroguchi Yuko è una docente e, in quanto tale, esercita una professione che si può a ragione considerare una vera e propria missione. Un ruolo un tempo rispettato ma che oggi, in un’epoca dove il piacere precede sempre il dovere, risulta svilito e ridotto a mero intrattenitore di una gioventù viziata, annoiata e crudele.
La classe, vero nemico collettivo del film, ha colpito duramente l’insegnante: nel corso di uno scherzo finito tragicamente, due suoi alunni hanno provocato la morte della sua bambina. Tuttavia, anziché spezzarne la volontà, la terribile esperienza ha conferito a Yuko una determinazione ferrea e assoluta nel rendere i due piccoli assassini pienamente consapevoli di quanto hanno fatto. Non una vendetta, bensì lo strumento quintessenziale e ormai perduto del Maestro: il castigo.
Confessions è un film dall’anima nera e primordiale, costantemente in bilico tra l’ossessiva eleganza decorativa della messa in scena e il disperato pessimismo antropologico della sua vicenda, una mischia hobbesiana di vuote crudeltà il cui unico possibile rimedio è l’impiego di diversa forma di violenza, scientifica e strutturata. In un certo senso, e senza particolari timori reverenziali, un Arancia Meccanica d’oriente, cerebrale, gelido e sempre beffardamente in equilibrio, anche quando l’estetizzazione si fa estrema, anche in quei punti dove quasi ogni regista eccede, scivolando dal piedistallo e rovinando il suo numero.
5 su 5