Alchemico Blu

Laboratorio di trasmutazioni creative

Seconda prospettiva

settembre17

A volte mi chiedo come sia possibile che qualcuno viva veramente così. E’ disumano. Non sono ancora riuscita a darmi una risposta. Ci penso, ma non riesco a farmene una ragione.

Sono a casa di questo amico di un’amica, G. Non dovrei starci, qui. Non ho proprio niente da fare in questa asettica casa da copertina di CasaModerna. Ma ci sono, non almanacchiamo oltre a riguardo. Resto nell’atrio per un quarto d’ora infinitamente noioso. Casa perfetta, giardino perfetto, prato letteralmente pettinato. C’è anche un pozzo, fuori, uno di quei pozzi antichi che vengono estirpati dal loro borgo natio per abbellire ed impreziosire queste case della nuova classe dirigente del paese. Mi piacerebbe sapere, poi, un giorno, dove si e ci sta dirigendo, questa classe.

Pozzo estirpato, sarai la mia rovina!

Insomma, sono qui ad aspettare, in questo atrio tirato a lucido, a metà tra un open space e una casa di lusso. Mobili dal design ricercato, sedie di gran pregio, quadri alle pareti… Quello, ad esempio, mi pare un Modigliani. Ma non può essere un originale. Non può essere. No, no.
Mi osservo intorno, scruto tutto con aria giudicatoria, con molta arroganza e altrettanta insofferenza. Non si può vivere così. Circondati da un lusso artificiale, in questa seconda casa, utilizzata solo raramente (loro vivono in una vera villa d’epoca a meno di mezzo chilometro da qui). Invidia? Assolutamente no. E’ un sentimento che non contemplo. Disgusto, quello sì. Disgusto per queste priorità di infima importanza, per questa ostentazione, per questa ricostruita e ricercata falsità. Resto quindici minuti immobile in questo ingresso, guardando di sottecchi l’ambiente. Mi sembra di essere completamente avulsa dalla realtà, come proiettata in un dipinto terrificante. Vedo me stessa come se non fossi io, come se fossi dietro di me, mi vedo immobile, a disagio, inquieta e insieme atterrita.

No, questo è troppo. La mia amica C è ancora con G. Arriva la padrona di casa, la madre di G. Mi prega di seguirla in cucina. Potrei comunque dare una mano. Una mano a preparare la sangria. Pessimo indizio. Non mi dica sangria, signora. E’ meglio per lei.
Ma questa insiste. E continua. E continua. Mi piazza in mano un coltellaccio (ovviamente un ottimo coltellaccio, un coltello di marca, Miracle Blade serie perfetta, con lama in acciaio inox e tutto il resto, impugnatura in legno di palissandro del Libano o qualche altro pregiatissimo materiale del genere), mi spinge davanti a un tagliere e con la sua insopportabile erre moscia mi incita a “tagliave tutte le avance e l’altva fvuttaâ€?.
Questa è un’altra cosa che detesto. Le persone con la v, perdonate, con erre moscia tendono a dire quante più parole contenenti questa consonante riescano. Non poteva dirmi “Taglia le aVance (e va bene) e le meleâ€?? Che altva fvutta c’è? Ci sono solo le mele, quindi dimmi “Taglia le aVance e le meleâ€?.
Sono insofferente, ebbene sì, sono profondamente insofferente. Questa donnina di cinquant’anni e un figlio, con sei o sette case sparse per il mondo, con una mentalità lussuosa ed irritante, con un corpicino scolpito dalle sedute di liposuzione e da qualche farmaco strano. Questa donnina mi risulta insopportabile. E continuo ad aspettare che quei due bastardi, C e G si facciano vivi. Lui non è nemmeno venuto a salutarmi. Sarà in piscina, con i suoi piedi nudi e il suo costume di Valentino, con il suo laptop a creare qualche squallida compilation alla moda per la festa della serata. Me lo vedo davvero. Con tutto il suo amore non corrisposto per C, con tutta questa incredulità, come è possibile, sono ricco e nemmeno tanto male ma lei sta con un altro. Tanto io non lo invito stasera. Non lo faccio entrare. E’ la mia festa e lui non entrerà. Come si fa a vivere così, me lo chiedo continuamente. I bisogni primari dell’uomo non sono quelli che questa casa e i suoi discontinui abitanti vogliono farmi credere. Non è questa la vita che mi aspetta o che io spero. Lo so, è così, non è così.
Mi rassegno e taglio le arance. Le taglio con indolenza, lentamente, annoiata, demotivata, altrove, senza entusiasmo. Io, che adoro cucinare, che considero tutto un rito, questo lo faccio per forza.
Vedo il succo rosso sul coltello. Forse è un rito anche questo, in fondo.
Taglio e taglio e la signora dal corpo liposunto prima tace e si affaccenda fintamente, poi si getta a capofitto in una intimistica conversazione-flusso di coscienza con me, perfetta sconosciuta e probabilmente anche di classe sociale inferiore: tanto non potrò capire o riferire quello che mi dirà.
“La vita non è proprio giusta, certe persone sono così buone e altre persone, non altrettanto buone, non le capiscono.”
Dovevo capire dall’incipit di cosa si sarebbe trattato, mollare il coltello sporco di sangue, no, cioè, di sangria, e scappare. E invece no.
“Prendi mio figlio, ad esempio, è un bravo ragazzo, e non puoi certo dire che non sia carino, certo, forse è un po’ basso, ma alla fine gli uomini alti non sono mai piaciuti a nessuno. Ecco, lui è lì, sono anni che sono amici, ma lei no, fa la preziosa, e sta con quell’altro, quel comunista, dai, ma come si fa dico io! Guarda, guardati intorno! C’è tutto! Ed è roba di gran classe! Esattamente quello che anche sua madre si aspetta per lei. Quello che tutti vorrebbero dalla vita. E invece lei no, fa la civetta…â€?
Non ho più espressioni per descrivere la mia incredulità. Le sue parole mi arrivano addosso e mi colpiscono come sassolini. Tuc, sassolino, tuc, sassolino, tuc, sassolino. E io zitta, lì a tagliare le arance. No, le arance sono finite, ho meccanicamente cominciato con le mele. Un penetrante odore di frutta si è diffuso per tutta la cucina. Ora le mie narici cercano di distrarre le mie orecchie, annusando il più possibile e concentrandosi sull’unico elemento piacevole di quella situazione, l’odore.
“Ora, per esempio, dove pensi che siano? Sono di sotto, in piscina. E lei sicuramente starà facendo l’affascinante.”
Io penso solo che ne ho abbastanza. Vorrei piantare tutto lì ed andarmene. Perché non lo faccio? Perché non prendo le mie gambe pigre e me ne esco da quella casa di lusso? Non lo so. Le scelte sono insondabili. E, soprattutto, non sempre il mio corpo risponde ai miei voleri. Come ora. Sono qui e affetto. Sminuzzo. Taglio a cubetti.
Da quanto dura questo supplizio? Non lo capisco. Appoggio il coltello e chiedo gentilmente dove sia il bagno. Fuori dalla cucina, in fondo, a destra. Strano, non rientra nei cliché…

Esco e cammino nel corridoio. Il parquet di legno chiaro è splendente. Pulito, non c’è nemmeno un alone, neanche uno di quegli enormi batuffoli di polvere che ci sono sempre in qualche angolo dimenticato di casa mia. Le porte sono di acciaio e vetro temperato, quell’insieme moderno che va tanto di moda sui cataloghi. Le luci sono faretti alogeni di ultima generazione. Mi sento stringere la gola, mi sento soffocare.
Entro nel bagno, quello in fondo a destra, perché sicuramente ce ne saranno altri sei o sette in questa reggia. Entro e mi chiudo dentro, cercando di ritagliarmi per qualche minuto uno spazio per sopravvivere. Appoggiata alla porta chiusa, tengo gli occhi altrettanto chiusi, per non vedere, per dimenticare. Quando mi decido a guardare, vedo esattamente quello che mi aspetto: un bagno completamente in linea con la casa. Alla moda, del tutto coordinato. Dagli asciugamani al colore del vaso che contiene la lavanda essiccata. Tutto perfetto. Mi avvicino trascinandomi al lavandino, per rinfrescarmi. Vedo la mia immagine nello specchio. L’unica cosa che stona, lì dentro, sono io. Sono io, così approssimata ed imprecisa, così raffazzonata e mal vestita. Sono io. Il contrasto mi fa male. Mi ferisce, perché mi rendo conto che non posso cambiare quello che ho intorno, che non posso migliorarlo, liberandolo da quell’alone di perfetta organizzazione e intoccabile sterilità. Non posso modificare il mondo su di me e per me. Sono io che devo cambiare. Sono io che devo abbellirmi ed uniformarmi. Il processo appare così chiaro. Sono io che devo cedere, sono io che sbaglio, sono io che vivo nel vuoto della non moda, della non conformità.

Torno in cucina.
“Come sei pallida cara.”
Lo sarebbe anche lei se solo si rendesse conto. Se solo capisse o lontanamente intuisse. Invece non intuisce un bel cazzo. Nulla di nulla. Statica, nella sua consapevolezza, nella sua visione, tra le sue mura ben arredate, ecco tutto quello di cui avete bisogno, ora capisco. Di un posto fittizio dove rifugiarvi, di convinzioni solide inattaccabili. Di denaro. Di un’apparenza elegante per coprire il vuoto marcio che avete dentro.
Mi guarda con compassione, la liposunta, con infinita compassione. Arrivo anche a pensare che, dal suo univoco punto di vista, fa bene a considerarmi così, un essere infelice senza un posto al Tennis Club. Cosa sono? Ho speso questi anni a convincermi della mia diversità, quando invece sono solo una copia mal riuscita di questa gente. Loro almeno sono andati in fondo alla loro scelta, con la loro ostentazione e la formalità indispensabile. Io resto qui, a guardare il coltello e a pensare che starebbe meglio dentro un petto, che dentro ad un’arancia. Il legno di palissandro del Libano comincia a farsi sudaticcio, sotto la stretta della mia mano nervosa. Sarebbe spettacolare, uccidersi qui, così, davanti a questa donnetta, spargendole tutto il mio sangue sulla sangria in preparazione e sul parquet prezioso, macchiandole i mobili con schizzi diseguali di sangue, sconvolgendo la sua triste monotonia e regalandole qualcosa da raccontare alle sue amiche del Circolo.
Non sono mai stata una persona generosa. Quindi niente regali alla liposunta.

C e G non si fanno vedere. Ormai sarà passata un’ora buona.
Appoggio il coltello e vado a cercare C, io tra poco dovrei tornare a casa. Esco in giardino. O meglio, esco nel parco stile riserva naturale che hanno. Qui, a cinque minuti dalla città, una perfetta oasi per rimarcare il proprio status sociale. Di solito adoro la natura. Mi restituisce equilibrio e serenità, mi fa respirare, meditare, mi rilassa. Qui è completamente diverso. È tutto così incanalato ed organizzato che mi sembra di non essere nemmeno uscita di casa. Il vialetto è pulito e lavato, senza un granello di polvere. Il prato è immacolato, l’erba è tutta della stessa altezza e cresce tutta nella stessa direzione. Gli alberi hanno poche foglie attaccate e, inverosimilmente, sul prato non ce n’è neanche una. E’ un ulteriore artificio, un costrutto, una finzione. Non è natura, è manipolazione dell’ambiente secondo un macabro gusto dell’inibizione.
Cammino sul sentiero lastricato e tirato a lucido e arrivo fino alla piscina. Niente, non c’è nessuno neanche lì. Eppure avrei giurato di trovare G con i suoi piedi nudi e le gambe poco pelose appollaiato su uno dei lettini, con il portatile tra le gambe, il torso nudo e C seduta accanto ad osservare con fasullo interesse le sue noiosissime operazioni.
Invece trovo solo il silenzio e lo sciabordio d’acqua che lo rompe. Si sta facendo buio, tra un po’ comincerà anche la festa. E io sono ancora qui. Immagino che anche la liposunta avrà una certa fretta di mettermi alla porta, prima che i prestigiosi amici danesi e non del figlio mi vedano.
Sempre più stranita e insofferente, torno sui miei passi, fino a rientrare in cucina. Lei è ancora lì ad armeggiare inutilmente nell’anta di una dispensa per prendere qualcosa di ovviamente altrettanto inutile. Riprendo in mano il coltello, non si sa mai, magari c’è qualcos’altro da sminuzzare.
Penso, ad un certo punto, che la pulsione di ucciderla, la liposunta dico, accoltellandola ripetutamente con questo coltello delle televendite, prenderà il sopravvento. Penso che per liberarmi delle cose e delle persone e delle situazioni – ma in questo caso delle cose – che tanto odio, potrebbe davvero bastare un immotivato e incontrollato atto di violenza. Una tzunami di sangue mi travolge la vista. Sono accecata dall’impulso violento di sfogare tutta la mia rabbia e la mia frustrazione su di lei. Me la immagino già, contorta e agonizzante, nei suoi bei pantaloni color panna e sangue, mentre cerca di divincolarsi dalla mia presa. E poi ancora, me la vedo laggiù, a strisciare come un verme da pesca in fondo al pozzo.

Pozzo estirpato, sarai la mia rovina (e due)!

Penso e immagino, ma sento che c’è qualcosa che mi sfugge. Penso e immagino e qualcosa sfugge.
Sono finite le mele, sono finite le arance, ma rimane il suo profumo fruttato, le sue cosce liposunte e la sua erre moscia.
Cos’è la mia? Mancanza di coraggio? Non credo proprio. E’ quel qualcosa che mi sfugge che mi spinge a temporeggiare. E’ proprio questa mancanza dell’ultimo pezzo che mi fa impugnare un coltello da cucina e non un coltello da omicidio.
Così com’era arrivata, l’ondata di sangue al mio cervello, al mio cuore e ai miei occhi se ne torna in giro normalmente per vene e arterie. Osservo la frutta tagliata. Sono compiaciuta, come alla fine di qualunque lavoro io faccia.
Guardo la liposunta. Indifferenza, ora. Quasi pena. Comprendo quello sfuggevole dettaglio che mi ha trattenuta dalla strage: la prospettiva.
Non appena uscirò da questa casa, questa tempesta che mi ha investito non sarà altro che un ricordo. Mi scrollerò di dosso la sensazione di mancata appartenenza che questo ambiente e questa gente mi incutono e tornerò a respirare l’aria libera del mio disordine, del mio “non importaâ€?, dei soldi messi da parte in sei mesi per comprare un divano, ma anche dei miei amici, dei miei sogni e delle mie diversità.
Questa donna, ma anche suo figlio G e la mia/sua amica C sono degli animaletti di bellezza chiusi in una bella gabbia d’oro. E’ bella, è preziosa, ma è comunque una gabbia. Da lì si possono vedere ben poche cose. Non si ha ampiezza di visuale, non si ha mutevolezza di paesaggio, non si ha un’altra prospettiva del mondo che non sia quella che il luogo e le sbarre ti impongono. Io mi sto per allontanare da questo panorama che non mi piace, ma questi poveracci come potranno liberarsi da loro stessi?
Mentre la madre sistema armoniosamente le ciotole della frutta, tornano G e C. Sorrisi a profusione scambi di occhiate eloquenti – per loro, non certo per me – e poi un formale invito a partecipare alla festa serale rivolto, attenzione, a me, “visto che hai aiutatoâ€?. Declino altrettanto formalmente asserendo che ho già impegni precedenti – non è vero ma fa sempre tanto effetto dirlo. Salutati padrona e padroncino di casa, mi avvio con C alla macchina.
Restiamo in silenzio per un po’. Io guido, lei guarda pensierosa fuori dal finestrino. Poi, poco prima di arrivare a casa sua, si gira verso di me con tutto il corpo (lo fa sempre quando siamo in auto e vuole fare una dichiarazione importante) e comincia a parlare.
“Scusa, sai, se sono andata via così, ma io e G dovevamo chiarire un po’ di cose. Certo, certo, abbiamo chiarito, è ovvio, quando si parla come persone mature… Il fatto è che io ero molto confusa e lui mi ha aiutato a chiarirmi le idee. Pensa, volevo anche portare stasera quel ragazzo che frequento da un po’, A, alla festa, giusto per mettere entrambi in imbarazzo. Ma poi, dopo i recenti sviluppi, come potrei? Senti, senti… Le nostre famiglie si conoscono da tanto, sai facendo parte di questo paese da tante generazioni… Sua madre, per esempio, hai visto no, com’è carina e tutta elegante e – diciamocelo – che fisico per una cinquantenne! Insomma, è una grande amica di mia madre, vanno troppo d’accordo…
Io e G abbiamo parlato. Lo sai, no, lui è innamorato di me da tanto, io però non sapevo bene come comportarmi… E’ come se ci fosse stato qualcosa che mi sfuggiva, come se… Però, come dice lui, non vale la pena pensarci troppo, sono tutte seghe mentali. Le nostre famiglie vanno d’accordo, io lo conosco bene e so che ci si può fidare, oh, insomma, ci siamo rimessi insieme, non c’era nessun motivo per non farlo. A lui, a dirla tutta, non era mai passata. Io, sinceramente, posso dirmi soddisfatta delle esperienze che ho vissuto ma credo proprio che sia il momento di tornare con lui. Poi mia madre la smetterà di dirmi che non sono nemmeno in grado di trovarmi un ragazzo.
Giova mi ha detto che per festeggiare andremo una settimana ad Alassio. Sai, ha la casa, lì. Ma altro che casa, è una specie di reggia coi domestici, pure! Comunque, a parte tutto, mi sento bene. Perché finalmente starò tranquilla, per certe cose, mi capisci no? Meglio così che ritrovarsi, magari, soli e per di più senza un contesto. Pensa che fortuna, abbiamo gli amici in comune! E’ troppo l’ideale. Mi sento così a posto. Così inserita. Chissà quando lo diremo agli altri…â€?

Dentro la mia testa ci sono tre scimmie che si spulciano a vicenda. E’ questa la reazione che mi suscita il monologo di C. Non riesco nemmeno più a sorprendermi. E’ così normale per loro comportarsi così che risulto sempre essere io l’alienata che non capisce. Sorrido con sorrisi circostanziali e aspetto che scenda e se ne vada.
Forse dovrei cercare di far loro capire. Forse è colpa mia che non mi sforzo nemmeno un po’ per loro. Ecco che ritorna il problema della prospettiva. Io le capisco le loro scelte. Non le condivido, ma le capisco. Capisco che ci sono tanti modi di vivere, e quello è uno. Non mi piace, ma lo contemplo. Io ho scelto e scelgo ogni giorno. Per loro invece, è tutto diverso. Non esistono seconde prospettive, non esistono vie di fuga, strade secondarie. Tutto è gabbia eterna, carcere infinito. Prigione costruita a poco a poco, ogni giorno, con una nuova regola o con un nuovo luogo comune, con l’ennesimo pregiudizio. Non si possono salvare certe persone, non si possono recuperare certe situazioni.
Silenzio. Ancora silenzio. Tiro un sospiro di sollievo. Mi guardo intorno e non vedo sbarre.
Sorrido e penso che, per ora, cambierò un po’ me stessa.
Attenuare realtà incomprensibili può attendere.

Senso

agosto19

Mia nonna lo faceva sempre. Prendeva un pollo dal cortile, con tutta la noncuranza del mondo, gli torceva il collo di scatto, poi lo portava in cucina e lo spennava. Ma, a mani nude, le piume più piccole non venivano via. Così accendeva la fiamma del fornello e vi passava sopra la carogna per eliminare ogni escrescenza pilifera e piumifera. Io e mio fratello sentivamo l’odore dalla nostra stanza ed accorrevamo per assistere a quell’implicito rito satanico. Alla fine di tutta la “cerimoniaâ€? uscivamo a passeggiare. Mi piaceva sentire l’aria fresca dentro, soprattutto dopo quell’odore di pollo bruciacchiato.
Allora.
(Spazio)
(Tempo)
Oggi.
Sempre a proposito di volatili.
Cammino, e mentre cammino noto che i piccioni (ed i piumati in genere) sono sporchi. Li ho sempre considerati entità semi-metafisiche, che affollano le piazze di tutto il mondo e lasciano, ogni tanto, cadere deiezioni corrosive. Forse perché volano e hanno le ossa cave. Non so perché, ma una cosa leggera mi “suonaâ€? automaticamente anche come incontaminata. Mi viene in mente quella volta che sono passato davanti al deposito di Limousine e qualcuno aveva liberato, sul palazzo accanto, centinaia di piccioni e questi avevano ammorbato con le loro defecazioni tutto quello che stava sotto il loro volo, Limousine comprese e soprattutto.
Allora cammino.

Io non credo in Dio. Ho la disumana convinzione che tutto il contorno sia solo frutto di una mia interpretazione. Se non esistessi io, non esisterebbe neppure quello che vedo. Se non ci fossi io, non ci sarebbe quello che percepisco, se io non vedessi queste parole esse allora non esisterebbero. Se io non pensassi a Dio allora egli non ci sarebbe. E io come esisto?
Something ergo sum.
Ricomincio a camminare e provo la stessa sensazione di quando mi sdraio sul letto, aspetto, le coperte mi avvolgono come le pareti di una bara, il sonno mi pesa addosso come una minaccia, non posso, non ora, le mie idee, cogito, coito, cogitatio, conditio sine qua non, cosa posso fare per non farmi abbracciare da Morfeo? Le mie elucubrazioni sono troppo affannose, mi si affollano pensieri alla bocca come se fossero conati di vomito, devono uscire, devo vomitarli addosso a qualcuno.
Io stesso sono infastidito dai miei pensieri sconnessi.

Il problema fondamentale della mia generazione è stato l’omicidio pre-temporale. Qualcun altro ha ucciso tutto quello che doveva venire, semplicemente inventandolo prima del tempo.
Da piccolo, avrò avuto 15 anni, la mia vita rotolava già intorno alla parola, all’espressione, alla comunicazione, all’essenza, alla coesione immagine-concetto, all’idea recondita ed utopica di un’opera d’arte vivente. Più del tatuaggio, più della pettinatura, più di un vestito indossato da qualche figlia di senatore anoressica che spera di diventare una “prostitutaâ€? plurimilardaria.
Sognavo parole sul corpo. Non scritte, Incise. Sognavo la manifestazione completa, la convivenza tra messaggio e vita, sognavo l’essere-parola. A 15 anni.
Solo due anni dopo hanno ucciso il mio sogno.
“I racconti dal cuscinoâ€?. Un titolo inutile ed idiota per un film. Inutile ed idiota. Un certo Peter Greenway gira un film indegno anche di essere considerato tale, in cui (recensione) “una giovane giapponese, che cerca un amante in grado di comporre ideogrammi direttamente sul suo corpo…â€?
Come scusa? La mia idea. La mia idea. Non ideogrammi però, io sono nato in occidente e nessuno mi ha insegnato altro che la scrittura alfabetica. Solo una modesta e deprimente scrittura alfabetica. Neanche quella cinematografica. Bene. A quindici anni scopro che il sogno della mia vita l’ha già realizzato qualcun altro. E’ giusto così. Continuerò in silenzio a guardare i miei cartoni giapponesi su Cyborg, Arti Marziali e Post-umanesimo. Fine (Uno).

Allora cosa faccio? Primo sogno infranto.
Dannate avanguardie degli anni sessanta, scommetto che il motivo per cui non trovo la marijuana adesso è che ve la siete fumata tutta voi. Coca? No grazie, il mio neurone solitario non può permettersi di perdere anche l’ultimo paio di occhiali.

Cammino.
Ma cammino nel senso di “io cammino, tu camminiâ€?
oppure cammino nel senso di “il cammino degli uomini volenterosiâ€?
oppure errore ortografico per camino?
(Gioco di parole intraducibile. Forse in qualche altra lingua romanza. Ma in inglese sicuramente no)
Allora, supponiamo e accettiamo che sia la prima ipotesi, cioè “io camminoâ€?.

Cammino. Ogni cosa che vedo mi manda impulsi. Mi rendo conto che ogni impulso è legato non solo allo spazio, ma anche al tempo. Una pozzanghera con della benzina che osservo mentre vado al Metropolitan Museum e ho sette anni.
No, quello non ero decisamente io.
Un cancello che è stato marrone per tutta la mia infanzia e ora è verde.
Un profumo che è esistito per un solo giorno, per una sola ora davanti ad una finestra in una via e che io continuerò a sentire per sempre nelle mie narici anche se non esiste più, realmente.
Sensazioni.
Interazione tra occhio e orecchio e naso, tra occhio e occhio, tra occhio della parola e occhio dell’immagine. Tutto quello che vediamo non è davanti a noi, è esattamente in nessun luogo. Tutto quello che annusiamo non esiste ed esiste sempre e per sempre nelle nostre sinapsi. Aberrazione e mescolanza continua di un solo istante, ecco cosa siamo. Somma di attimi che ci precedono, ci vivono, ci seguono, e nessuno ci ha dato gli strumenti per reinterpretare quello che i nostri sensi ci dicono.
Spazio-tempo.
Non siamo capaci di dimostrare la consequenzialità oggettiva della nostra vita.
Causa-effetto.
Prima-dopo.
Queste astrazioni esistono solo per noi. Ma come possiamo essere sicuri che, in quanto oggettività, quello che viviamo non sia solo un prodotto sparso e rielaborato della nostra mente?
Perché nessuno si accorge della miriade di incongruenze che intasano il nostro perfetto meccanismo oggi-domani?
Allora mi chiedo, mi domando, I ask myself, perché il nostro corpo?
Perché proprio un corpo e non qualcos’altro per contenere tutto questo? Perché un corpo e non, che so, un albero? Perché il mio corpo per contenere me stesso? E con un corpo altrui sarei sempre il mio simpatico sistema sinaptico? Il mio insieme causa effetto prima dopo? Oppure anche quello è uno sviluppo fittizio e arbitrario di un insieme chimico fisico neurologico?

Non importa, questo non è fondamentale nell’economia di quello che sto facendo, cioè camminare.
Posso camminare anche senza pensare. Camminare, dopo un po’, è come il respiro, è come il battito del cuore. Automatismo. I muscoli delle gambe da volontari diventano involontari e vanno avanti, e se i tuoi occhi non comunicassero al tuo cervello gli ostacoli, ci si finirebbe sempre contro. Camminare diventa come sopravvivere, come respirare. Non ci avevo mai pensato.
Cosa fai per vivere? Io l’avvocato.
Io costruisco case.
Io insegno matematica, è frustrante a volte, perché non sempre riesco a coinvolgere attivamente i ragazzi, a partecipare, a…
Non mi interessa.
Io respiro.

Tutto questo assume sempre più un senso mancato. Siamo usciti per comprare un accendino. Solo un accendino. Sì, siamo, perché ci sono io, ma ci sei anche tu, sei uscito o uscita con me, sì, e ora ci sei, non puoi staccarti, so che l’accendino serve anche a te, almeno una volta nella tua vita avrai pensato “mi serve un accendinoâ€? e se non un accendino allora un fiammifero. Un Prospero.
Non fumo. Limitato. Limitata. Non perché non fumi. Perché

come accendi il gas?
come accendi il fuoco per i tuoi barbecue?
come accendi gli zampironi per scacciare le zanzare dal tuo barbecue e dai tuoi amici?
e ai concerti, quando fanno le canzoni lente?
e le candele, nella solitudine silenziosa della tua camera al quattordicesimo piano del tuo palazzo?

Sono sicuro che conosci la risposta, non voglio offendere la tua intelligenza aggiungendo altro. Ci pensi già autonomamente a farlo.
In questo caso l’accendino a te serve per scoprire cosa ne devo fare io. Se non lo compri tu, non lo compro neanche io, e non saprai mai il mio segreto.

Le cose cambiano, cambiano.
Vorrei ricordare a chi legge che qualcuno ha assassinato il mio sogno. Incisioni non comuni, tutto qui.
Bene.
Capita.
E’ una questione di consequenzialità temporale. Prima tu, poi io, nessuno ha colpa.
Ma questo a volte non si capisce.

(Allora la consequenzialità esiste? Oggettivamente?)

Mi puzzano terribilmente le mani. E’ insopportabile. Quando non è nella pozzanghera dà decisamente fastidio. Vista. Odorato. Così vicini… Alla fine gli occhi non distano mai più di 5 cm dal naso. Eppure possono ingannarti così tanto… Non ingannarti, piuttosto confonderti e illuderti.
Accendìno.
Accéndino.
Vénghino signori, vénghino…

Yin e Yang. Bene e male. Maschio e femmina.
Femmina.
Femmina.
I desideri dei nostri padri ci condizionano per una vita. Peccato che sia anche l’unica.

Un semaforo.
Traffic Light.
Light.
Lighter.

Ecco perché sono uscito, l’accendino.
Mi guardo le unghie delle dita delle mani. Sono sporche. Sono piene di terra. Come se avessi scavato. Terra? Abito in un appartamento al quattordicesimo piano, odio le piante (più che altro non riesco a farle sopravvivere), non gioco in un prato da anni e ho le dita sporche di terra? Inesplicabile. Non mi interessa neanche esplicarlo.

Sento puzza di paradosso.

Accendino. Lo compro. Lo voglio azzurro con la pietrina, non col tasto automatico di plastica, un vero squallore, quello col tasto di plastica è fatto per i nevrotici che se comprano quello con la pietrina ci giocherellano nervosamente fino a romperlo e tutto il gas all’interno dell’accendino risulta sprecato. Io non sono assolutamente nevrotico e quindi compro quello con la pietrina. Anzi, due. Uguali.
Tanto nessun altro potrà mai dirvi il contrario.
Intendo il contrario di come sono. Sono io che penso, non qualcun altro, sono io che vengo ascoltato. E quindi un non-nevrotico come me compra accendino con pietrina. Fine (Due).

Scherzavo.
Mi concentro. Ora devo ritornare al mio quattordicesimo piano senza troppe interruzioni e distrazioni per strada. No, no, no, camminare, occhi bassi, accendini in tasca, tutto perfetto, e qualcuno che ti aspetta a casa col cuore in gola, con un’emozione indescrivibile dentro.
E’ tutta la vita che aspetto. Tutta la vita. E ora so che finalmente qualcuno dipende da me, che qualcuno sta soffocando nell’attesa, impazienza, forse, anzi, di certo, voglia di fuggire, gridare, sfogarsi… E solo il mio arrivo può porre fine all’incendio. O darvi inizio.
E’ bellissimo tutto questo. Mi fa allungare il passo. Quasi corro, ma non corro, perché, si sa, l’attesa è molto più bella del compimento del desiderio stesso.
Cammino (abbiamo già discusso su questa parola) e il profumo primaverile di quest’autunno mi fa sentire leggero, come quando prendi una boccata d’aria, tenti di immergerti nell’acqua ma i tuoi polmoni ossigenati ti trattengono su.
Fluttuare.
Scale.
Porta.
Et Voilà.
Casa.
14 con un cerchio intorno.
Dlin.
Porta.
Mugolio sommesso e luce soffusa. Si prepara veramente un crepuscolo di fuoco. Ancora mugolio, che cresce. Sono entusiasta. Tutto è come speravo.
Entro nella mia camera. Per l’occasione l’ho svuotata completamente. C’è solo una sedia con un tizio legato e imbavagliato sopra.

Si chiama Peter Greenway.

E questo perché nessuno ha il diritto di uccidere il sogno di qualcun altro.
Neppure di farlo nascere prima.

Se l’odore di quel liquido mischiato alla pozzanghera era intenso sulle mie mani, sul corpo di quel ladro di tempismo era drasticamente opprimente. Agghiacciante. Invadente. Fastidioso. Come quelle donne che si spruzzano del povero profumo in grande quantità, boccette con un’invisibile scritta “a poco prezzoâ€? impressa sopra.
E gli accendini. Ne prendo uno dalla tasca. Il gemito aumenta. E’ veramente equivoco questo rumore. Spero che i vicini non sentano perché mi potrebbero denunciare per disturbo della quiete condominiale (se esiste).
Appoggio il pollice sulla pietrina dell’accendino. Scorre una volta. Scintilla e shhh.
Scorre una seconda volta. Scintilla e shhh e fiamma.
Brucio Peter Greenway.
La mia speranza era che morisse senza capire cosa aveva fatto e perché moriva.
Credo che non sia stato l’unico a non capire.

L’ho lasciato bruciare a lungo, nella stanza. Comunque dopo i primi venti minuti si era ridotto ad un tizzone fuso insieme alla sedia di plastica. L’ho lasciato raffreddare tutta la notte.
All’alba, l’ ho raccolto, sempre fuso insieme alla sedia. Faceva molto arte contemporanea.
L’ho infilato in un sacco per l’immondizia, il solito banale sacco nero, e l’ ho portato fuori città, per gettarlo dritto tra le braccia e le zolle della Madre Terra.
Ho scavato una buca profonda, in parte con un bastone che avevo trovato sul posto, in parte con le mani. Ho gettato il sacco e ho ricoperto. Fine (Tre).

Ora ricordo. E’ stato lì che mi sono sporcato le unghie di terra. E’ chiaro.

La mia analista dice che dovrei smettere di descriverle così minuziosamente solo questa mia fantasia. Io ho cercato di spiegarle che non è una fantasia.
Lei ha fatto delle ricerche. Non esistono Peter Greenway registi, né tantomeno Peter Greenway registi scomparsi.
Non ha mai voluto venire a vedere dove ho sepolto (o dico di aver sepolto) il sacco abominevole.

E tutto questo mi riporta all’inizio…
Quello che succede intorno a me succede solo perché io percepisco il suo accadimento? La mia percezione è la chiave di volta per l’esistenza di tutto l’universo?
E le mie percezioni sono poi così ordinate e chiare?
Come posso essere sicuro che il mio cervello non rielabori quello che percepisce a suo completo arbitrio?
Con incongruenze temporali, con paradossi, con sinestesie e mescolanze di sensazioni?
Cosa sento?
Qual è la verità?
Quale, tra tutte quelle che la mia mente mi propone?
Come posso essere sicuro di quello che è vita, quello che è sensazione, quello che è ricordo, immaginazione, pensiero, realtà, contatto, profumo, bacio o solo desiderio?
Ora che stanno finendo anche i miei pensieri, anche la realtà sensibile è destinata a finire?
In che ordine è successo tutto?

E l’odore di bruciato che affolla le mie narici e che sembra non volersene andare neanche quando dormo appartiene a Peter Greenway o al pollo che mia nonna scottava sul fornello quando ero bambino?

Timidamente, scrivo

agosto19

Non sono una narcisista della scrittura, non riesco ad auto-compiacermi troppo di quello che creo, nonostante ciò ho imparato che fare è l’unico modo per migliorare.
Con un po’ di imbarazzo metto qui a disposizione dell’etere i miei racconti.
Certo, non tutti insieme. Piano piano, uno alla volta, magari cominciando da quelli di cui “mi fido” di più.

Purtroppo (o per fortuna?) non soffro di elefantiasi letteraria, ossia non sono eccessivamente prolifica in fatto di scrittura. Ogni produzione mi costa fatica, ripensamenti, dubbi, modifiche e anche quando penso di aver terminato, mi scopro mentre di soppiatto cerco di cambiare ancora qualche parola.

Ogni critica, commento, risata o riflessione sarà ben accetta.
Scrivere significa crescere ed educarsi giorno per giorno.
Certo, sarebbe bello svegliarsi un giorno e scoprire di essere Joyce. Ma come mi ha fatto osservare una volta un’altra scrittrice, Sara, c’è anche chi si è svegliato una mattina e ha scoperto di essere un insetto gigante…

Meglio quindi sudarsi la magia della parola, che cercare un incanto o una formula assoluti e aridi.

Newer Entries »