novembre8
Il pomeriggio stava per iniziare e poteva prendere due direzioni.
Un’alternativa consisteva nel restare seduti a una scrivania cercando di partorire idee e di compilare codici, facendo sforzi immani per non guardare fuori dalla finestra e per mantenere la concentrazione. Certo, le cose da fare erano ancora tante ed entrambi avevano delle scadenze pressanti. Era ragionevole che le cose andassero così, se non altro perché non c’erano mostre da vedere, non c’erano film per cui si erano “prenotati” a vicenda, non c’era niente, in quella strana sospensione autunnale. La domenica è un giorno pessimo, fatta di strade silenziose, gente che si accalca nei centri commerciali aperti o che fa la coda al multisala per vedere l’ultimo film horror in programmazione. No, niente da fare. Al cinema ci si va il mercoledì, costa meno e non c’è nessuno. La sala tutta per sé è una prerogativa irrinunciabile. Però resta comunque la domenica da affrontare, lì, fuori da quella finestra del secondo piano, e tre computer accesi su un tavolo troppo piccolo.
Lei si veste a festa, con la sua gonna nera preferita e un maglione un po’ infeltrito, ma caldo e arancione. Si mette gli stivali e si siede sul letto. Nella pausa tra una canzone e l’altra, lo guarda e gli dice:
“Portami al mare, oggi.”
Lui si gira e la guarda. Si alza e si veste.
E’ questa l’altra alternativa. Alzarsi e uscire insieme, nelle tre del pomeriggio più silenziose dell’autunno, con tutta la gente chiusa in casa perché le previsioni davano pioggia e un tiepido sole addosso.
Lei capisce che la meta sarà solo una parte accessoria del viaggio. E’ sempre stato così, con lui. Il tragitto da un punto all’altro non è mai il più breve, ma il più adatto. E’ confortante, tutto questo. E’ confortante stare con qualcuno che ha il potere di farti passare per i posti giusti al momento giusto, che sa farti scivolare via di dosso la malincoina, che ti fa osservare il mondo fuori anche quando non hai voglia di vedere, che ha un cd di mp3 con tutti gli album dei Depeche Mode in auto e che ti dice “La musica la scegli tu, oggi.”
La strada comincia e lei neanche se ne accorge. All’inizio sono i soliti luoghi conosciuti di passaggio. Però si inizia già da lì a vedere cose diverse. Le montagne sono ancora verdi. Come se l’autunno non riuscisse a intaccarle. Il cielo è indeciso. Il sole di prima è affiancato da nubi bianche e grigie che si contorcono solleticate dal vento.
La strada è sgombra, ma lui va comunque lentamente, accarezzando le curve, scivolando sui rettilnei incorniciati dai pini marittimi, alti e zitti. Lei osserva con il paio di occhi che sfodera nelle occasioni in cui “cerco uno sguardo incontaminato sul mondo perché la mia realtà mi sta stretta.”
E comincia a vedere.
Nello specchietto dentro l’aletta parasole dell’auto vede se stessa. Il sole batte sul suo maglione arancio e contamina di passato i suoi capelli, che, partendo dalle punte, trasmutano e diventano rossi come quelli del suo mai conosciuto bisnonno.
“Oggi qualcuno rivive in me”, pensa lei distratta.
Lui guida silenzioso, senza disturbarla, senza essere turbato dal suo silenzio di riflessione, senza essere seccato dal tragitto solitario, ma in due.
Lei guarda fuori dal finestrino chiuso.
Rose rosse che crescono davanti a una tomba sul ciglio della strada.
Cima di roccia illuminata dal sole, verde scuro e buio sotto.
Alberi di Acilia, in Toscana, però.
Montagne oscurate da montagne. Di nubi.
Campi di pannocchie essiccati, lunghi più di quanto lei possa scrivere.
Pensa che tra lei e la realtà si frappongono sempre strani e diversi vetri opachi.
Piccoli cimiteri gialli lungo strade provinciali poco frequentate.
Giunghi che si piegano, quasi a toccarli mentre passano.
Ancora rose, stavolta che cercano di evadere dalle solite reti verdi a quadrati.
Cave di pietra abbandonate e arrugginite le ricordano gli scenari di un videogioco.
San Giuliano. Passano sopra un corso d’acqua e lei si aspetterebbe di vedere una novella Ofelia annegata. Strani pensieri per una domenica pomeriggio.
Ma in realtà è confortante vedere posti che non pensavi esistessero, che dimentichi un attimo dopo che ci sei passato, che scompaiono dalla tua mente ma che la hanno abitata per qualche istante almeno.
E’ tutta così, pensa, la vita. Abitare la mente di qualcuno per intervalli indeterminati di tempo. Poi si muore o si scompare o si litiga e resta solo un impreciso ricordo modificato da noi.
[nel frattempo i Depeche Mode cantano Judas e lei pensa di essere stata un'ignorante superficiale ad averli ignorati per così tanti anni]
Passano sotto una casa-luogo comune: una bandiera della Pace è issata su un lungo bastone che spunta dall’alto di un ulivo. E’ tutta lacerata e sbiadita. Vorrà dire qualcosa. Sempre la solita cosa.
Si fermano per un istante davanti a un’abitazione bianca con quegli infissi vecchi e stantii che sanno di pocoprezzo e di cattivogusto, quelli color ottone-simil oro, per le doppie finestre esterne, così entra meno freddo. Terrificanti. Ecco, in case così nascono e crescono i depressi cronici e i serial killer. In case con i lampadari arancioni in cucina e le piastrelle marroni. E quella casa è così, anche se la vedono dall’esterno, anche se non si vedono i mobili, dentro, sanno che c’è un salotto comprato in qualche mercatone color legno scuro, con i pomelli in oro, un divano coi fiori gialli e beige e una camera da letto con la testata in ottone (stavolta ottone vero) tutta arzigogolata.
Per fortuna è solo la pausa di un semaforo, per fortuna ripartono silenziosi e si allontanano rapidamente da quella vita che non vorrebbero mai. Una vita terrificante e costante.
Lei prende un quaderno e scrive qualche parola. Per non dimenticare. Quando tornerà a casa scriverà un piccolo strano racconto di questa giornata di paesaggi e le è appena venuto in mente l’inizio. Un inizio bellissimo, di quelli da non sprecare.
“Oggi mi ha presa e mi ha portata via.
All’inizio non voleva.
Poi, vedendomi scrivere ogni cosa che vedevo, ha pensato di regalarmi tutto un pomeriggio di paesaggi, gente, cose, luoghi.”
[mentre di Depeche ora sussurrano See you, loro passano accanto all'autostrada e lei vede una roulotte con le tendine alle finestre sotto il viadotto autostradale. Le sembra anche di vedere una luce accesa. Non può essere. Chi vivrebbe là sotto? Com'è possibile, senza luce né aria e tanto, troppo fango e insetti? Non può viverci nessuno. Ma è un attimo. E passano oltre.]
Il mare non è il solito, è una sorpresa. Effettivamente è sorprendente arrivare a Viareggio e vedere il cielo e le strade come se fossero di un altro Paese. Paese con la P maiuscola, nel senso di Inghilterra o America. Le mancano. Le rivede in ogni scorcio di paesaggio leggermente fuori dall’ordinario. Vorrebbe tornarci, ma per ora non ha tempo e poi non da sola, assolutamente non da sola.
L’ultima cosa che vede dalla macchina è un padre che insegna al figlio ad andare in bicicletta. La bici è troppo grande per tutti e due, ma il padre regge il figlio e il figlio si fida di lui. E impara, piano, a fidarsi anche di se stesso.
Dopo pochi passi fuori dalla macchina, comincia a piovere.
Ma è una pioggia strana. Non è la solita pioggia che ti fa dire “Oh no, che pomeriggio rovinato.”
No, è quella pioggia che infastidisce tutti, ma non loro due. E mentre inesorabili camminano sotto le gocce sempre più grosse, notano che tutti stanno scappando dalla spiaggia e dal molo. E notano che più camminano più sono soli, lontani da tutti. E’ il paradiso. Si addentrano nella spiaggia bagnata, ma non troppo, mentre le gocce simpaticamente si diradano. Tutto intorno c’è la tempesta, ma loro sanno che per un po’ di tempo lì sopra non pioverà . E infatti non piove. Infatti camminano come gli Intoccabili o come due mimi o come due folletti, e si avvicinano sempre più alla riva.
I loro occhi, all’unisono, osservano intorno. Spettacolo inenarrabile, impossibile imprigionarlo nelle quattro pareti di una fotografia. Forse è possibile ricordarlo con le parole.
Il mare. E dietro le Apuane, nere come la roccia millenaria, stagliate contro un cielo celeste, riempito da leggere nuvole color panna. Altre montagne, d’acqua stavolta, che scendono fitte e silenziose in lontananza, confuse con le nubi. Prima uno, poi due arcobaleni interi, che partono dalla città e finiscono fuori, e racchiudono tutto, le persone, le case, le nuvole, la pioggia, anche il sole e le montagne. Sono così netti e definiti che sembrano delle proiezioni. Degli ologrammi. Non sembrano reali.
Lei dice âChe strano, gli arcobaleni sono come la maggior parte delle cose importanti della vita: bellissimi e inesistenti.â?
Lui ci pensa un attimo e risponde âNo, gli arcobaleni sono come la maggior parte delle cose importanti della vita: bisogna saperli vedere.â?
Lei ci pensa ancora. Eâ vero. E allora corre sulla spiaggia con la sua sciarpa di lana leggera e la fa sventolare e osserva la sua ombra danzante.
Un tronco secco e robusto è stato messo lì apposta da qualcuno per loro. Si siedono e si riparano sotto il velo grigio di lei, che lascia entrare le gocce più grosse ma che nasconde qualche bacio.
Tramonto su un tronco al limite della battigia.
Loro due soli su tutta la spiaggia perché âPiove, mi cola il truccoâ? oppure âPiove, mi si arricciano i capelli.â?
Il mare.
Il mare.
Il mare.
Lei lo guarda mentre scrive qualche parola sul suo taccuino.
Abbassano lo sguardo e lei dice âGuarda le gocce di pioggia tonde nella sabbia compatta in riva al mare.â? Lui guarda e pensa che non le avrebbe notate senza di lei. Come tante altre cose.
Dopo un indefinibile lasso di tempo, di solitudine e di cielo apocalittico, il temporale arriva su di loro. Si bagnano. Ma almeno sono stati a guardare quello spettacolo di cielo irripetibile.
La cioccolata che lei beve quel pomeriggio le sembra speciale. Le sembra che sia la prima volta in cui si rende conto che il cioccolato è il cibo degli dei.
Tornano indietro. Tornano a casa. Lei adesso è tranquilla. Non si ricorda più dei suoi pensieri. Sa solo che ci sono degli scarabocchi neri su un quadernetto rosso che la aiuteranno a ricordare.
Sa che il viaggio non è ancora del tutto finito, manca la parte conclusiva. Manca il racconto, senza il quale non esisterebbe niente. O meglio, qualcosa esisterebbe, ma solo nella loro mente, nel loro ancora impreciso ricordo. E allora scrive e riscrive.
E solo alla fine si sente soddisfatta.
Solo adesso, insomma.