Il Paziente Zero

Allora, ho questa storia. È una storia speciale, perché mi è nata nella testa nell’esatto momento in cui Leonardo mi nasceva di nascosto nella pancia. Si chiama Il Paziente Zero ed è una delle poche storie che scrivo per cui il titolo mi viene subito. Forse perché l’idea dietro la storia è più forte del solito, e non è la solita suggestione fugace. Forse perché la “malattia” di cui parlo è una malattia veramente curiosa, e anche solo il definirla “malattia” è una presa di posizione etica, sociale.

Fatto sta che questa storia langue nella mia testa e nei miei foglietti sparsi dall’aprile del 2013, ormai più di due anni fa. È difficile scriverla, perché il poco tempo libero che ho lo passo per lavarmi e per dormire, eppure ogni volta che sono in auto e ho del tempo solo per me, ogni volta che mi sto per addormentare, che cammino, che cullo mio figlio, in tutti quei momenti in cui ho un attimo di pace e silenzio mi si ripresenta davanti come un puzzle a cui mancano tanti pezzi e io cerco piano piano di completarlo.

Questa storia la voglio scrivere. Non come i Racconti di Torino, di cui ho scritto solo il primo e poi nient’altro. Non come Europa, per cui non sono ancora pronta. È anche diversa dalle solite storie che mi vengono in mente, ma ovviamente il sostrato è fantastico (e qui, vi chiedo cortesemente di leggere anche questo importante articolo, e ricordare che quando parlo di “fantastico” io mi riferisco strettamente alla classificazione di Todorov).

Oggi voglio raccontare il perché mi piace il fantastico, più di ogni altro genere. Perché, addirittura, non concepisco quasi più la scrittura che non sia intrisa, in qualche modo, di fantastico. Borges, Marquez, Auster, il mio amato Asimov mi hanno insegnato quello che è comune a tutti gli scrittori, a tutti i generi: che la narrazione è un sistema di regole, un eco-sistema, diciamo, in cui l’autore fa accadere quello che vuole, ma in cui regna sempre una sorta di “fair play” per cui c’è ordine, c’è rispetto, e anche le morti più atroci, le partenze più inaspettate, la rassegnazione, l’odio, l’amore, ogni sentimento e ogni azione ha uno spazio e un perché. È il contrario del caos entropico dell’esistenza, in cui le regole forse ci sono, ma a noi sicuramente non è dato comprenderle. Quindi io mi crogiolo dentro questi mondi che, agli occhi superficiali dei sessantottini amanti dei documentari, sono mondi per bambini, o per nerd malati di solitudine, ma che in realtà sono il luogo più accogliente dell’universo conosciuto. Un posto dove ogni cosa ha un senso, dove ogni elemento esiste per un motivo preciso, dove ogni parola, gesto, situazione è finalizzata a suscitare un’emozione e quindi ha un peso, ha uno scopo.

L’etica, infatti, la trovo facilmente dentro di me, questo non è mai stato un problema. Ma il senso… A differenza di chi crede nel “grande barbuto”, io non posso fare altro che constatare la totale insensatezza della nostra esistenza. Il che mi spingerebbe disperatamente verso un ottuso edonismo fine a se stesso, o a un micidiale spirito di sacrificio in funzione della specie: perché è questo che possiamo ragionevolmente aspettarci dalla vita, godere o riprodurci. Ovviamente non basta. Non basta mai, nemmeno a quelli che se lo fanno bastare, figurarsi a me che ho sempre avuto come “missione interiore” quella di raccontare storie.

Allora, nelle storie c’è uno scopo, ma non solo per la storia, per tutti i suoi elementi, intendo. E questo è delizioso. È il mio conforto nei momenti bui, è il mio rifugio preferito, è il mio faro nella tempesta. Ma perché il fantastico? Perché se scrivessi di realtà, se scrivessi di prostitute, immigrati, povertà, economia, banche, ecologia, se scrivessi di drammi delle periferie, della bella vita delle città, se scrivessi di tutto questo e di tanto altro, mi ritroverei a cercare di replicare il sistema di ordine caotico della vita, e non ci riesco. Non riesco a dare un senso alle azioni degli individui, quando non hanno a che fare con qualcosa di veramente incomprensibile. Perché a ben vedere, anche lavorare per pagare le tasse, ammalarsi di tumore a 5 anni, morire in grembo, essere traditi dalla tua famiglia, perdere tutto quello che hai per un vizio, commettere un omicidio perché sei drogato, anche tutte queste cose sono incomprensibili, ma io non so mettere ordine tra questi comportamenti umani, non so trovare un perché e non so dare il giusto peso alle cose. Se proprio devo mettere ordine da qualche parte, preferisco pensare all’umanità tra 10.000 anni, oppure a una variabile inaspettata nella fisica ordinaria che sconvolge gli equilibri della nostra dimensione, o ancora immaginare a cosa succederebbe con determinate derive tecnologiche (in male e in bene, come in Man of Sorrows)… Lì posso provare a mettere ordine, lì riesco a dare un senso alle vite delle persone, dei personaggi cioè, e a ritagliare a ognuno di loro un senso. Così, quando mi sento disperata, quando non ce la faccio più, quando tutto è troppo inutile qui intorno, mi rifugio nelle mie storie e comincio a mettere a posto. C’è chi pulisce, chi mette a posto casa, io metto a posto le storie. Ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ci vuole anche autostima, e io ho poco di tutto questo, eppure la spinta a voler raccontare è così forte che non mi fermo nemmeno davanti alla mia inettitudine. Non mi fermo, perché non ci riesco, e insieme non ci riesco, perché non scrivo quanto vorrei. Però le storie ci sono, tante, nella mia testa, e a volte mi sembra che tutte le storie della mia vita siano in realtà un’unica, grande storia che ha un unico filo conduttore.

Il Paziente Zero è il mio rifugio di questi anni, insieme a Europa. Infatti, a volte penso che si stiano intersecando pericolosamente, o meravigliosamente, e a volte sto facendo altro e mi dico: “Ma certo! È così!” e sorrido con quel sorriso svanito che mi viene quando penso alle mie storie e che alcuni hanno visto più volte. Il Paziente Zero è la storia di una ricerca: la ricerca di qualcosa che non si capisce fino in fondo e da cui non si sa cosa aspettarsi. Che ovviamente fa paura e che, in un certo senso, da un certo punto di vista, da una certa “etica”, anzi morale, può essere considerato un pericolo per l’umanità. Quello che mi piace pensare è che non sono ancora sicura di come i personaggi arriveranno in fondo al percorso che ho in mente. È lo stesso senso di conforto e smarrimento che provo nel viaggiare: so dove voglio andare, so, all’incirca, cosa troverò, ma non so come ci arriverò e cosa dovrò affrontare per raggiungere la mia destinazione. Ecco, il viaggio forse, come le storie, sono un’unità di vita che mi piace, in cui riesco a trovare un senso, perché forse riesco a osservarli nella loro interezza.

Che strano: tutto questo bisogno di senso, e paradossalmente la mia vita avrà un senso molto chiaro solo quando morirò, e sicuramente non per me, che non ci sarò più, ma per chi ci sarà a “leggerla”. Nel mentre, per compensare questa incolmabile, assoluta mancanza, mi diletto e mi rifugio nelle storie, microcosmi chiusi dove tutto è perfetto.

E, nello specifico, torno a cercare il mio “Paziente Zero”.

Quando ho la febbre…

… sto sempre nello stesso modo. Prima mi viene da piangere e non capisco perché, è come se il mondo stesse per finire. Una sensazione netta e precisa, ma che ogni volta mi frega e mi sembra solo di essere triste.

Poi è sempre buio. Buio come le sette di sera quando stavo male da piccola e mia madre tornava tardi dal lavoro e io restavo con la nonna. Quando stavo male, guardavo tantissima TV. Più del solito. E la sera arrivava presto, troppo presto, anche alle cinque a volte, e dalle cinque alle sette era tutto così strano. Buio, nero, sembrava notte e mia mamma non c’era e io stavo male e mi sentivo un po’ sospesa, ma avevo qualcosa di preciso da aspettare, che lei con i suoi tacchi ovattati e le calze di nylon chiare, un profumo sempre uguale e il foulard di seta viola screziato tornasse e mi desse un bacio e mi facesse passare la febbre.

E poi ci sono i giganti. Quando la febbre è alta, ma alta davvero, sento come la presenza di un essere enorme, dalle mani giganti, con la barba, che mi osserva dalla porta della stanza. Sempre. E poi è anche un po’ come se ci fosse qualcosa di enorme, che però non è una persona, ma un’idea, che mi attanaglia, e non importa se mi giro sul fianco sinistro e cerco di non vederla. Lei sta sempre lì, con il suo gigantismo disagevole.

La fine del mondo. Il buio. I giganti. Questo è quello che mi accompagna quando ho la febbre.

Ora, perché ne scrivo? Perché da qualche giorno non ho la febbre, eppure mi accompagna la fine del mondo e il buio. Ogni tanto – ma solo una o due volte – anche i giganti. E io non capisco cosa significa, perché a parte il raffreddore sto bene, non ho la febbre e sono alquanto “conscia”. Però loro sono lì. Il buio, ad esempio, adesso è qui fuori dalla finestra, e mi guarda, e mi ha anche fatto dimenticare che ore sono. Mi sembra un momento eterno prima di cena, dalle 19 alle 20, in cui sono in camera e aspetto.

O la fine del mondo. La fine del mondo è qui, hanno ragione quei predicatori pazzi che a L.A. se ne stanno con un cartello in mano ai bordi delle strade ad avvertire tutti. Loro hanno capito, hanno capito che il mondo è finito. Certo, il pacco è che non sanno come spiegarlo. Anche io, ad esempio, me ne sto qui al margine di una strada virtuale a gridare continuamente che moriremo tutti, che il mondo è finito, che l’apocalisse è vicina, e però non è che so spiegare esattamente perché. Quindi forse mi prendono per pazza. Non che mi interessi un granché.

Sarà forse per colpa dei giganti. Queste presenze che sembrano protettrici e che invece forse sono cannibali, che aspettano un minuto in più che tu abbassi la guardia, che la febbre salga di un grado, che la forza diminuisca di un joule, per aggredirti e strapparti anche la pelle, dopo che ti hanno tolto tutto quello che avevi intorno. Non so se sono davvero cattivi, i giganti, so però che sono lì che mi guardano da sempre, e non so che farci con loro, perché almeno fossero un qualcosa da combattere, imbraccerei le armi e saprei cosa fare, invece sono lì zitti, e magari sei tu che ti sbagli, magari la stronza sei tu che pensi sempre male. E quindi non fai niente. Niente di niente. Il peggio.

Forse sto impazzendo sul serio. Forse la mia mente si è stancata di aspettarmi e si sta psicanalizzando da sola, come può.

Mi chiamo Valentina e sono incatenata alla mia roccia di Prometeo da tre cose: la fine del mondo. Il buio. E i giganti.

La cura per il cancro

In effetti, dovendo ricostruire a posteriori com’era arrivata lì, in quel preciso momento, con quella meravigliosa scoperta tra le mani, Ludovica Centi non riusciva a pensare ad altri che a sua nonna.
Era stato seguendo il suo calvario per il cancro alle ossa che aveva cominciato a frequentare gli ospedali. Non che ne avessero girati molti, anzi a dire la verità uno solo, ma ricordava nettamente di essere rimasta affascinata da tutte quelle provette colorate, dagli zoccoli morbidi delle infermiere e dal fatto che la gente malata andasse lì perché altra gente, all’apparenza del tutto normale, poteva aiutarli in qualche modo magico a stare meglio. Aveva otto anni ed era allora che aveva deciso che sarebbe diventata medico.
Non era stato facile, in effetti, convincere la sua famiglia che quella era la sua strada. Un po’ perché di soldi in casa non ce n’erano tanti e non era facile tirare avanti, un po’ perché avrebbe dovuto andare a studiare chissà dove e questo non stava bene, chissà cosa avrebbero detto in paese. Ma Ludovica era una bambina gentile, e poi una ragazza gentile, che senza alzare la voce riusciva a fare sempre quello che voleva – quello che era giusto, continuava a ripetere. Era come se sentisse di avere una missione, ma invece di buttarsi nella religione (cosa facile dalle sue parti) aveva deciso di imparare a fare magie ancora più grandi e di salvare la gente che era morta come sua nonna.
La vita di Ludovica Centi sembrava una vita normale, da fuori. Sempre più brava degli altri quando si trattava di studio, sempre la prima ad arrivare e l’ultima ad andare via quando c’era da lavorare sodo, all’università, lontana anzi lontanissima da casa, si era distinta per la sua precisione e la creatività che riusciva ad applicare ad altrimenti sterili procedure cliniche. Il dottorato di ricerca era stato il passo naturale successivo alla laurea e alla specializzazione, poi una borsa da ricercatrice all’estero, presso uno degli istituti oncologici più prestigiosi d’Europa, ogni tassello della vita di Ludovica Centi, osservata dall’alto, sembrava convergere verso quell’unico momento in cui avrebbe – e aveva – trovato la cura per il male incurabile per eccellenza. La persona più importante del pianeta, così l’avrebbero definita, ora che l’ennesimo ciclo di sperimentazione era andato a buon fine e del cancro non restavano nemmeno gli effetti più lievi. Avrebbe avuto le copertine di tutti i giornali, e non solo delle riviste scientifiche. Ne era certa.
Questa era la parte alla luce del sole, della vita di Ludovica Centi. La parte più facile, quella che lei aveva sempre visto chiara nella sua testa, da quando aveva otto anni, e che ora era arrivata alla sua conclusione naturale: la cura.
Tuttavia, Ludovica Centi aveva un segreto che non aveva mai confessato a nessuno. Un segreto bizzarro, a dire il vero, ma che per tutti gli anni della sua vita aveva costituito uno strano interrogativo. L’unico, in effetti, ora che anche il cancro era stato sconfitto. Ricordava bene sua nonna e ricordava bene tutto il decorso della malattia alle ossa che l’aveva portata alla morte. Ricordava i letti bianchi rifatti una volta al giorno, ricordava le lacrime di sua madre quando, a casa, nella penombra, parlava con suo padre e sapeva che era solo questione di tempo, ricordava tutto perfettamente, anche il funerale, i fiori sulla tomba, ricordava ogni cosa.
Un unico, inquietante dettaglio della morte di sua nonna stonava con tutto il resto, ed era l’immagine che aveva di lei sul letto di morte. Perché in effetti, non c’era nessun letto e sua nonna sembrava morta di tutto fuorché di cancro. Ludovica ricordava un rombo. E poi vedeva sua nonna come spezzata a metà da una delle travi di legno della loro casa. La vedeva orribilmente massacrata, con sangue ovunque e anche viscere e soprattutto ricordava che aveva gli occhi sbarrati e che stringeva tra le mani un inutile rosario – quello con cui si coricava ogni sera, dopo le preghiere. Ricordava polvere e calcinacci. E sua nonna morta non di cancro. Poi tutto il resto tornava normale. Tornava ordinato. La vedeva nella bara, composta come avrebbe dovuto essere. Vedeva suo padre e suo fratello, sua madre, e tutto andava bene, perché era morta una donna anziana che stava soffrendo.
Ovviamente tutto questo non aveva senso. Ludovica Centi aveva votato la sua vita alla scienza e sapeva di non essere pazza. Così aveva semplicemente cercato di liquidare la questione di questa incongruenza con una spiegazione di psicologia da bar, per cui l’immagine di un’altra morte si era sovrapposta, nella mente di lei bambina, a quella di una persona che amava. Rimozione, la chiamano. O qualcosa del genere. Ludovica Centi non avrebbe prestato attenzione a questo dettaglio insignificante se non fosse stato per il fatto che, dall’età di otto anni, ogni notte, ogni singola notte, alle 3.32 si svegliava con quella visione chiara negli occhi. All’inizio si era spaventata, era piccola e la violenza di quella morte l’aveva lasciata sconvolta. Poi, lentamente, vi si era abituata, anche perché era una visione così prevedibile e costante che ormai faceva parte della sua routine quotidiana, come cenare o andare in bagno. Dopo dieci anni aveva addirittura imparato a riaddormentarsi quasi immediatamente. A distanza di trent’anni, considerava quella stranezza un piccolo ma accettabile inconveniente nella sua vita. Ovviamente aveva provato a non addormentarsi e farsi sorprendere sveglia, alle 3.32. In quel caso, però, non succedeva niente. Restava lì, il minuto passava e tutto era come prima. Solo che tendenzialmente a quell’ora di notte lei era solita dormire e, da persona totalmente razionale e illuminista qual era, non intendeva sconvolgere le sue abitudini per una bizzarra stramberia senza spiegazione.
Questo non faceva di lei una persona speciale, al limite solo una persona con problemi. In effetti, fino a quel 5 aprile 2039, Ludovica Centi era stata una persona ordinaria, molto dedita al suo lavoro, sicuramente brillante, ma senza quella verve da prima donna che caratterizza molte delle persone che contano in questo secolo. Riservata, solitaria, una strenua e onesta lavoratrice, una donna “in carriera” ma a modo suo, che aveva dedicato tutta se stessa a un’intuizione d’infanzia e che, da adulta, poteva vantare la maternità della scoperta scientifica più importante di sempre. Perché parlare a qualcuno di quell’insulso frammento polveroso che assillava le sue notti? Perché cercare di sistemare qualcosa che funziona quasi perfettamente? Non ce n’era bisogno. A volte si fanno danni peggiori quando si cerca di scoprire. E Ludovica Centi non voleva scoprire niente. Niente che non fosse la cura per il cancro, in effetti, e tanto le bastava.
Cosa provava, ora che da razionalista, illuminista e ovviamente ricercatrice affermata sapeva con certezza che, grazie alla sua scoperta, il cancro sarebbe stato lentamente ma inesorabilmente debellato, come era successo in passato col vaiolo, ad esempio? Soddisfazione. In realtà Ludovica Centi si sentiva come se avesse spuntato l’ultima voce di un lunghissimo elenco di cose “da fare” che era stato compilato – da lei stessa – molti anni prima. Un lavoro ben fatto, ecco. Il suo contributo. Una di quelle cose che fanno piangere la gente quando muori. Una rivoluzione copernicana che avrebbe alleviato le sofferenze fisiche e psicologiche di moltissime persone, che avrebbe reso tutto più controllabile, che avrebbe reso l’uomo un po’ più libero dal fattore “casualità”. Era forse questo il secondo motivo, oltre all’affetto per sua nonna, che l’aveva spinta su quella strada: il cancro ti colpiva così a casaccio, un fumatore recidivo che consumava 40 sigarette al giorno poteva morire investito da un’auto a 94 anni mentre un ragazzo di 25 anni sportivo e salutista poteva contrarre la leucemia fulminante e andarsene nel giro di tre mesi. Troppo, troppo arbitrario. Già siamo in balia di tanti fattori randomici, perché non cercare almeno di eliminarne qualcuno? E lei ce l’aveva fatta. Il suo fattore randomico l’aveva ridotto a zero. Sì, perché credeva fermamente che ognuno, nella propria vita, può ridurre al minimo i rischi che il caos e l’imprevedibilità comportano. Ognuno può dare il proprio contributo e, come le ali che sbattono qui e creano una tempesta marina là, tutti noi possiamo fare un’azione in un certo modo e stabilizzare la vita di qualcuno, altrove. Ecco, lei aveva stabilizzato quella torre di carte che le era stata consegnata da piccola e l’aveva trasformata in un albero, con le radici ben infisse nel terreno, stabile e proteso verso il cielo. Quella torre-albero non sarebbe crollata, anzi: sarebbe cresciuta e avrebbe sparso i suoi semi intorno e intorno e lentamente si sarebbe affiancata alle altre torri-albero realizzate dagli altri uomini e donne e tutta la Terra sarebbe stata una meravigliosa foresta, immortale e bellissima.
Strani pensieri, pensò Ludovica Centi, non sono da me. Di solito penso per formule e numeri, non per immagini e poesia. Dev’essere l’emozione. Sì, sono emozionata.
Quella però non fu l’emozione più forte della giornata, perché fu quella notte che Ludovica Centi finalmente ricordò cos’era successo a sua nonna. Fu quella notte che Ludovica Centi scoprì qual era il senso della sua vita.
Quella notte, alle 3.32 la visione, la solita, tornò per l’ennesima volta, prevedibile e identica a se stessa come sempre. Quella notte, alle 3.33 Ludovica Centi non si svegliò. Per la prima volta in trent’anni riuscì a vedere cosa avveniva dopo. Ludovica ricordava un rombo. E poi vedeva sua nonna come spezzata a metà da una delle travi di legno della loro casa. La vedeva orribilmente massacrata, con sangue ovunque e anche viscere e soprattutto ricordava che aveva gli occhi sbarrati e che stringeva tra le mani un inutile rosario – quello con cui si coricava ogni sera, dopo le preghiere. Ricordava polvere e calcinacci. E sua nonna morta non di cancro. Quella notte ricordò anche il pianto di un bambino, un bambino piccolo. Ricordò un dolore sordo alla cassa toracica e all’occhio destro e le sembrò di essere in gabbia. Osservava la scena attraverso delle sbarre. Il tempo si dilatò. Ludovica si rese conto di essere lei a urlare e piangere, si rese conto che le sbarre attraverso cui guardava la scena erano quelle del suo lettino ribaltato che l’aveva schiacciata per metà, mentre la casa crollata aveva ucciso tutta la sua famiglia. Rabbia. Ricordava di voler scappare, ma non poteva muoversi. Ora faceva tutto male e se piangeva la mamma non arrivava. E la nonna era lì, spaccata in due, come la sua casa, come la sua vita. E come la cura per il cancro che non avrebbe mai scoperto e come tutte le notti in cui non si sarebbe svegliata alle 3.32.
Ludovica Centi si ricordò di essere morta.
Sapeva che c’erano troppe cose che non aveva avuto il tempo di fare, che era ancora troppo piccola anche per essere famosa e che, in quel terremoto, sarebbe stata solo un nome, una data di nascita e un numero, non qualcuno di cui si sarebbe sentito la mancanza. Perché non aveva cantato canzoni altrui. Perché non aveva potuto godere dei suoi quindici minuti di notorietà. Perché era troppo piccola e troppo concentrata su cose più importanti, destinata, in effetti, a cose più importanti, come scoprire la cura per il cancro.
Solo che non le avevano dato tempo. Qualcun altro aveva abusato del suo fattore randomico e aveva costruito male la sua casa. Aveva costruito male il suo ospedale. Qualcuno aveva costruito gli spazi della sua vita sulla sabbia e, si sa, quello che viene costruito sulla (e con la) sabbia non è destinato a durare. Per risparmiare. Lo fanno tutti. Cosa vuoi che succeda. E intanto la sua casa era crollata come il castello di carte che lei, nella sua ipotetica vita, aveva costantemente cercato di tramutare in quercia. E niente di tutto quello che avrebbe potuto essere della sua vita sarà. D’altra parte, non è detto che il nostro destino debba essere quello di sconfiggere il caso. Ludovica Centi questo l’ha capito ed è morta, a meno di un anno, più tranquilla di come avrebbe vissuto.

Tutti piangiamo potenzialità scomparse.
Ma nessuna vita sarà più bella di quelle che ci possiamo immaginare.

Il mio sguardo su un pezzetto di mondo (spazio-tempo)

All’inizio pensavo fosse la macchina fotografica.
E’ un buon modello, ma non è una Reflex. E davo la colpa alla tecnica. Alla meccanica.
Le foto vengono sempre un po’ sfuocate, mosse, come se quello che cerco di fissare mi volesse sfuggire, ogni volta. Mi intestardisco allora, e scatto più foto di quante ne servano davvero, ripetendo uno scatto una, due, tre volte. Capita che riesca, alla fine, a salvarne qualcuno. Capita più spesso che invece butti via tutto, perché non mi soddisfano, perché mi sento amareggiata.
Poi ho capito. Non è la macchina fotografica, affatto. Lei funziona bene, se decido di fare una prova e scatto una foto a una sedia, per dire, viene perfetta. E allora mi sono messa a pensare, perché in fondo una fotografia è solo un istante in cui guardi il mondo, è solo fissare su pellicola o su digitale un’immagine oggettiva filtrata dai miei occhi e dalle mie mani. E, forse (ma su questo c’è un dibattito in corso), dal mio cuore.
E’ allora colpa del mio sentire, sempre zoppicante. Non è facile vivere un passo più avanti, vivere solo per ricordare, ricordare per emozionarsi.
Sono assente, sono uno spettatore silente, tutto intorno è sensazione, impulso, cuore che batte, mentre io sto solo guardando, con razionale freddezza, le cose che vorrò ricordare e che, a un certo punto, nella solitudine del pensiero, mi faranno piangere.
Il suo cuore batte sempre così forte, non pensa a niente prima o dopo, assapora e basta.
Il mio cuore invece si ferma, guarda stranito un improbabile e incredibile insieme di persone che si sono trovate per caso, che per caso fanno cose sensazionali, che sognano all’unisono, a volte, che sicuramente sperano.
Io, in tutto questo, vorrei essere qualcosa, ma cosa sono?
Trasparenza, nullità, inutile presenza che ricorderà, senza gloria, senza memoria, destinata a raccontare e, insieme, a scomparire nel racconto.
Per questo la mia mano trema a ogni fotografia, per questo mi-non-emoziono, perché temo di non saper cogliere e dare significato a quello a cui assisto, spettatrice stupita di una vita di arte e passione. Perché l’idea di essere arte è poesia, è fascino, è desiderio. La realtà è che se uno ha solo il cuore, ma non il cervello da artista, allora artista non lo sarà mai.
La barriera di vetro che vedo tra me e gli altri Artisti del nostro gruppo diventa un ponte sospeso tra me e un desiderio, e mi condanna, e potrò guardare quello che voglio e che non potrò mai avere, potrò spiare come vorrei essere e come non sarò mai capace di diventare.
Amarezza, e sento scorrere la vita come se fosse altrui, mi piace ma mi sento lontana. E poi mi chiedo perché in alcuni giorni sento e in altri sono un essere privo di nervi e terminazioni sensoriali, priva di sorriso, con una maschera variopinta e ambigua, donna senza qualità.

L’amarezza però si fa presto da parte. Altre sensazioni si affastellano nell’aria, entusiasmo, gioia, incredulità, voglia di fare, spirito di gruppo. Come un’eteria greca, gli scopi e le passioni comuni scavalcano tutto. I sogni e le aspettative diventano le cose più reali che abbiamo tra le mani. Mi accorgo che quello che può scaturire da questa avventura è una speranza per tutti, che tutti, a modo nostro, viviamo più intensamente nella finzione di cioè che “non è reale”, che in questo grigiume fatto di quotidianità stantia prende il sopravvento e ci salva dall’essere ordinari, dal confonderci con tutto quello che odiamo, con l’immobilismo passivo di chi non ci prova nemmeno. Noi no, ci stiamo provando.
Le illusioni diventano tangibili, diventano energia creativa, diventano parole, sguardi, amore, aspirazioni. Quello che plasmiamo nella notte, lontani dalla vita vera, diventa il rifugio e futuro, è quanto di più reale abbiamo mai visto, pur consapevoli che non c’è.
Comincio a sentire, smetto la mia corazza di nulla e sento un imperativo morale. Ricordare diventa un dovere, non una maledizione. Fissare nella memoria quello che tutti stiamo vivendo, costruire con le parole l’isola di emozioni e immagini che stiamo provando è l’unica via di salvezza, la mia sola utilità forse, ma che percepisco, a sprazzi, come un dono. Le parole sono il fulcro di tutto, le immagini che evocano sono nelle nostre menti, devo solo trovare la chiave, la parola nuova che me le farà fissare. E allora scrivo, perché sono convinta che le Emotions recollected in tranquillity siano la chiave di tutto, e anche io spero, come gli altri, anche io immagino, anche io, finalmente, sento.
E sono sicura che funzionerà, sono sicura che riuscirò a racchiudere un pezzetto di realtà, o a ricreare il nostro mondo nelle parole. E quando ci riuscirò con le mani e con le parole sono certa che anche gli occhi e il cuore seguiranno, che le mie fotografie non saranno più immagini appannate di paura e inadeguatezza, ma nitidi scatti di realtà parallele che, per qualche ora, popoliamo con il nostro entusiasmo. E sono sicura che anche il mio cuore senta. E sentirà.

Per noi tutti, che popoliamo la nostra vita con i sogni, che sono, poi, l’unica cosa che conta davvero.

“E sogno un’Arte reproba
che smaga il mio pensiero
dietro le basse immagini
d’un ver che mente al Vero
e in aspro carme immerso
sulle mie labbra il verso
bestemmiando vien.

Questa è la vita! L’ebete
vita che c’innamora,
lenta che pare un secolo,
breve che pare un’ora;
un agitarsi alterno
fra paradiso e inferno
che non s’accheta più!”

A dire la verità…

…quella sera ero felice. Quell’ultimo dell’anno passato da Mac Donald con una coda infinita di gente alla cassa e noi due a scriverci bigliettini sul mio quaderno. E poi in giro per Firenze, che non avevo mai visto così viva, così colorata di notte.
Ti devo confessare che mi sono divertita anche quando l’anno scorso eravamo a quella sagra di paese sperduta tra le colline, che da festa si è trasformata in uragano. Ed è stato bello rifugiarsi nel capannone, con una bottiglia di vino rubata a qualcuno, aspettando che smettesse di piovere, che poi però non ha smesso e sei dovuto andare a prendere la macchina sotto l’acqua con un sacco dell’immondizia addosso.
Mi sono divertita quando siamo andati al cinema a vedere quel film, Natural City, e ti eri perso per Pisa e poi hai fatto una corsa e hai preso i biglietti in tempo e mi aspettavi ridendo e gongolando, col cuore in gola, dicendo che andava tutto bene anche se hai rischiato l’infarto. Che poi quel film faceva cagare, tanto per dire.
E’ stato bello quella volta che siamo andati alla comunione di quel tuo cugino sconosciuto, che non sai nemmeno tu come si chiama, e abbiamo pranzato in quel ristorante caldissimo in mezzo ai boschi delle tue parti, e c’erano parenti chiassosi, e io ero vestita di rosso, con la gonna, e faceva un caldo indescrivibile, e continuavamo a bere quel vino bianco delizioso. O era rosso?
Mi è piaciuto anche quando siamo stati in quel parco giochi vicino a Empoli, nel bosco, e ha cominciato a piovere e non c’era nessuno e siamo rimasti sotto quella capanna di legno a parlare per ore, e un po’ ero triste per quello che mi raccontavi, un po’ ero felice perché lo stavi raccontando proprio a me, che significava che ti fidavi.
E anche tutti i progetti che abbiamo sempre fatto, le idee, i colpi di genio, le follie che ci venivano e che ci vengono in mente. Condividere tutto, anche se a volte è difficile, anche se a volte siamo lontani, anche se poi non si realizza niente. A volte anche solo sognare insieme non è niente male.
Forse è per questo che sono triste, in questi giorni di orari perfetti e di tempo scandito e organizzato. Mi mancano i tuoi imprevisti, mi mancano i tuoi ritardi, il tuo essere sempre a fare mille cose insieme, la tua indolenza e insieme il fatto che sai sempre cosa mi piace e come farmi stare bene.

Non è che sei morto, è solo che sei lontano. Ma a volte mi sembra che non ci sia molta differenza.
Per me almeno.
E’ ovvio che tu, essendo vivo, te ne accorgi!
O no?

Cazzöla con Parenti – 2004

Succede ogni anno, è inevitabile, ormai, peggio delle feste comandate. Succede che si deve espletare questo rito barbaro animale di mangiare chili di carne di maiale con chili di cavoli auto-coltivati. E’ una cerimonia complessa, che richiede un intero giorno di preparativi e, di conseguenza, un’intera giornata di “fruizione”.
Il Giorno della Cazzöla. La Cazzöla, abominio della cucina lombarda. Quante famiglie la cucineranno? Tante. Per gli altri sarà un normale piatto, magari un po’ più indigesto degli altri. Non per noi. Qui la questione di complica.

Quella di seguito riportata è la formula rituale che la Famiglia (la mia) ha ideato, sperimentato e perfezionato in anni e anni di lavoro per il Giorno della Cazzöla.
Non deve valere per tutti. Non può valere per tutti. Non sono mica tutti come noi. Perché la Famiglia non è normale…

1- La Ricetta
Il numero totale di partecipanti al rito è, solitamente, mai inferiore ai dieci e, finora, mai superiore ai quindici (ma non c’è nessun limite vincolante). Nonostante il numero di persone sia sempre più o meno lo stesso, ogni anno, al momento dell’acquisto e della preparazione degli ingredienti, scoppiano guerre furibonde tra il Padre e la Madre per i quantitativi. Secondo il Padre, qualunque quantità è poca. La Madre, per fortuna, ha più senso della misura. E, nonostante abbia sempre ragione lei, ogni anno il Padre passa giorni e giorni in paranoia più totale ripetendo, quasi fosse una litania (d’altra parte, è un rito…), “Ohhh… No… Troppo poco… Troppo poco… Non bastano… Non basteranno mai…”
Per fugare i dubbi, propongo qui una ricetta (gli ingredienti e le quantità) che tornerà utile nei giorni bui dell’anno prossimo, quando il problema si riproporrà.

Cazzöla, ingredienti per 12 persone:
Cavoli (verze): 15 chili
Puntine di maiale: 5 chili
Salsicce (piccole e tonde): 15 pezzi
Cotenna: 1 chilo

I cavoli devono essere quelli dell’orto dello zio Roberto. Quest’anno ne aveva 18, ma le farfalline glieli hanno mangiati (ma che farfalline erano?!). Ne abbiamo usati circa 10. La carne deve essere ottima, di maiali non grassi alimentati a cibi biologici e sottoposti a severo allenamento fisico. Devono essere in carne e in forma, non sovrappeso! Cotenne, salamini si confondono nel mucchio. Fanno colore.

Spero in questo modo di evitare giorni di angoscia e di titubanza.
Conoscendo il Padre, so che non sarà possibile. Ma va bene così.

2- La Preparazione
Parafrasando una famosa pubblicità, “Per cucinare dei grandi cavoli, non ci vuole un grande pentolone, ci vuole un pentolone grande!”
E un pentolone grande (molto grande), guardacaso, fa proprio parte dei beni più preziosi della Famiglia.
Poi ci vogliono mani e adepti pronti a sezionare e preparare i cavoli ad arte, lavando foglia per foglia, con amore e dedizione. Infine, tutte le foglie vanno inserite nel suddetto pentolone, che sarà portato a spalle in cantina dai membri più forti della Famiglia (che fortuna, il Padre ed io). Infine, nei bui anfratti del garage, avverà la cottura dell’innominabile. Ore ed ore di ribollitura abominevole. Solitamente, l’unico membro che resta ad assistere a questa parte del rituale è il Padre. Con un enorme bastone, in modalità Stregone, rimesta senza pace (dicono che, durante il resto dell’anno, nelle notti di luna piena, il Padre si aggiri cercando cavoli e pentolone, che però vengono debitamente nascosti). Gli altri membri della Famiglia vengono dispensati da questa parte ripugnante del rito. Le Figlie escono (o meglio, fuggono), la Madre si dedica ad attività di preparazione ambientale (tavola, bevande et similia).
Ma non è tutto. una volta cotti i cavoli, ricomincia la fase del lamento: visto che durante la cottura il volume delle verze diminuisce visibilmente, il Padre ricomincia i suoi gridi di angoscia, minacciando e mettendo tutti in guardia. Quest’anno non sarà abbastanza.
Viene, a questo punto, inserita la carne (precedentemente trattata in modo opportuno dalla Madre), e i cavoli e la carne vengono suddivisi in pentole di dimensioni più umane che verranno piazzate (rigorosamente tutte insieme) nell’unico forno di casa. E’ la Madre che sovrintende ai lavori. Cucina e sala la carne, assaggia i cavoli per capire se saranno troppo insipidi, effettua calcoli matematici e inventa algoritmi complessi per inserire un egual numero di puntine, cotenne e salsicce nelle varie pentole, controlla che la cottura in forno abbia buon esito.
Un dettaglio quasi insignificante che stavo per dimenticare. La famiglia del Padre è lombarda da generazioni. Anche un po’ veneta, a dire il vero. Però del freddo Nord, insomma. La famiglia della Madre è Meridionale da generazioni. La Madre, addirittura, è nata in Libia, a Tripoli. Eppure, adottata da questa terra, ha saputo imparare a cucinare il piatto tipico rituale lombardo come nemmeno il Padre e i suoi fratelli sanno fare.
Quindi, ricordare: per una cazzöla ben riuscita, si consiglia l’uso di un cuoco (o una cuoca) del Sud. Più del sud è, meglio è. Capirete che noi, con la Libica, abbiamo un’arma segreta.

La preparazione dell’abitazione ad accogliere 12 persone è affare di ciascuno. Noi dobbiamo recuperare sedie dai loci più indescrivibili. Ognuno se la sbrigherà come meglio crede.

3- Il Giorno della Cazzöla
Solitamente il Rito del Giorno della Cazzöla si svolge la domenica a mezzogiorno. Come ogni festa “religiosa”, anche questa non ha una collocazione temporale casuale: la giornata del sabato è interamente dedicata ai preparativi. La giornata della domenica è dedicata all’assunzione. Il pomeriggio della domenica è dedicato al cosiddetto “ripiglio”.
Svegliarsi con odore di cavolo, maiale e cotica la domenica mattina non è un’esperienza per tutti. Noi ormai siamo abituati. Anzi, siamo quasi affezionati. Ma per uno “straniero” sarebbe un momento duro da superare.
Dopo gli ultimi frenetici preparativi, i parenti arrivano all’una, precisi e affamati come sempre.
I parenti, nell’ordine sono. La zia Rosalba (la Sorella del Padre), lo zio Roberto e il Marco. Lo zio Gino (il Fratello del Padre), la zia Mariarosa e il Simone. Quest’anno, new entry, c’era la ragazza del Simone. Si trovata nel bel mezzo di un nuovo film di “la Famiglia Entertainment”: La mia grossa, grassa Cazzöla lombarda. Chissà se tornerà l’anno prossimo.
Poi, ovviamente, c’è la Famiglia: il Padre, la Madre, la Vale, la Giulia.
(nota bene: gli articoli davanti ai nomi propri sono parte integrante dei nomi stessi.)
La zia Rosalba si occupa dei dolci. Lo zio Gino si occupa delle bevande. Quest’anno ha portato una bottiglia leggermente più grossa del normale
Spumante con la cazzöla, direte voi? Ebbene sì. Perché secondo lo zio Gino, lo spumante frizzantino aiuta il famosissimo processo del disgörg. Permette, cioè, di mangiare a volontà il “cibo degli dei” e di evitare che si cementifichi nello stomaco. Il disgörg è la novità di quest’anno. Abbiamo passato circa mezzora nella spiegazione del suddetto meccanismo e un’altra mezzora a bere per dimostrare di saperlo mettere in atto.
Il trucco, quando si mangia, è quello di assumere piccole porzioni. Il famoso “bis” viene effettuato per ben più di due volte. Tutti mangiano soddisfatti. Il pranzo è accompagnato da bevute di dimensioni ciclopiche, e contornato da discorsi di ogni tipo. Dalla politica (che però viene affrontata en passant e senza nevrosi), al mal di testa permamente della zia Rosalba, alle rispettive prese in giro delle paranoie soggettive. Purtroppo, nonostante partecipi da ormai ventiquattro anni al Giorno della Cazzöla, non posso effettuare un resoconto obiettivo e fedele del pranzo, perché dopo poco tempo la mente di tutti (compresa quella della sottoscritta) è annebbiata, confusa, e le immagini, i suoni, i volti, si mescolano in un tutto indistinto.
Quello che posso dire è che da un contesto di composta quasi-serietà si arriva ad un baccanale forsennato, pieno di gente che parla contemporaneamente, con bottiglie (e bottiglioni) di vino che finiscono in un istante e cibo letteralmente spazzolato via dai piatti.
Ovviamente il pranzo si protrae inevitabilmente fino alle cinque del pomeriggio. Dopo sei litri di caffè a testa per tornare padroni di sé, ci si comincia ad alzare e ci si rende conto che forse è ora di terminare questa giornata annuale dedicata ai cavoli e al maiale, ma forse anche un po’ allo stare insieme e al ritrovarsi. E, soprattutto, al bere in Famiglia.

Per noi il Giorno della Cazzöla annuale è una festa come la Pasqua: non cade mai uguale, ma arriva di sicuro ogni anno.
Grazie alla Madre perché tiene le redini di tutto e di tutti.
Grazie al Padre perché rompe le balle come solo lui sa.
Un saluto tutta la Famiglia.