Alchemico Blu

Laboratorio di trasmutazioni creative

Lost è finito…

maggio24

Lost è finito, io sto per fare il giro di boa dei 30 anni, fuori c’è il sole ed Europa non è nemmeno ai nastri di partenza. Insomma, ce n’è ancora da fare.

E’ che non so cosa dire, se non che ho la testa piena di immaginazione e che adoro chi riesce ancora a farmi fantasticare così.

Grazie di questa storia.

Macondo

maggio13

Mi sento a Macondo, stanotte.

Se riesco a escludere mentalmente il computer, i muri della nostra casa al secondo piano, tutti i miei oggetti, il letto e questa solitudine, stanotte mi sento a Macondo. E’ colpa della pioggia sul tetto, che non smette da quando sono tornata a casa. E’ colpa dello stato polveroso e indolente in cui versa il mio cuore in questo periodo, tutto concentrato su cose insignificanti, sempre più miope nei confronti della vita, a volte, mi sembra.

Il problema vero della pioggia è questo viverla a metà: cerchiamo in tutti i modi di starle alla larga, ci rintaniamo al coperto, ci togliamo subito i vestiti umidi e le scarpe infangate, ci lamentiamo come solo i migliori vecchi sanno fare che Questa primavera è veramente anomala, quando poi sicuramente sarà uguale identica a tutte le altre ottanta (se ci va bene) della nostra vita.

La verità è che non sono affatto a Macondo, ma sono sempre qui, a Cardano al Cazzo e la verità ancora più vera è che l’unica cosa che mi resta da fare ora è cominciare a scavare. Perché quando tutto va bene, quando la persona che mia sta bene ed è felice, quando un lavoro ce l’hai e ti piace, quando le tue sorelle crescono e non se la cavano poi così male, quando riesci anche a svegliarti la mattina e a pensare che non è poi tutto così uno schifo, ecco allora dovresti tirare un respiro di sollievo. Dovresti metterti lì e dire Meno male ed essere felice e gioire, magari. Invece cosa faccio, io? Cosa faccio? L’unica cosa che so fare: smetto di dormire. E’ matematico. E’ diventata, con gli anni, la mia certezza. A un certo punto, non dormo. E, anche se non sono a Macondo, questa cosa mi piace da matti, perché dopo le prime notti in cui mi sento “sbagliata” e mi dico No, Vale, dormi che se no domani poi… ecco, superato lo scoglio del “domani poi…”, mi sento di nuovo “a casa”. In questa meravigliosa dimensione di silenzio, stanze vuote, passi felpati e guardare il cielo seduta per terra.

Se fossi a Macondo uscirei per le strade del villaggio e farei qualcosa di strano, qualcosa di bizzarro e inspiegabile, per far parlare la gente, il giorno dopo, e per creare scompiglio. Se fossi a Macondo, magari, passerei queste notti insonni a costruire cose, o farei un lungo viaggio per tornare portando merce rarissima da vendere al mercato. O mi travestirei da ragazzo, pur essendo una ragazza, e mi imbarcherei per mare, con le gambe a penzoloni dalla prua della nave, e vedrei porti lontani, prenderei qualche strana malattia, conoscerei l’amore e tornerei a casa con un figlio.

Forse a Macondo lei avrebbe potuto essere felice. Forse avrebbe fatto quello che voleva e non quello che gli altri si aspettavano. Avrebbe comunque fatto tre figli, cucinato, subito ingiustizie, perpetrato tradizioni familiari assurde e preziose, ma senza quella sfumatura di sbagliato che le vedo ogni giorno in volto, senza quel velo di malinconia per aver guardato il mondo con un occhio solo. E, per una volta, non sto parlando di me. Peccato che non si possa vivere in un libro. Perché anche se c’è fame e povertà, incesti e malattie, anche se ci sono nomi tutti uguali e nonni che sembrano nipoti, c’è anche un senso, c’è anche uno schema, niente è lasciato al caso, ogni personaggio, ogni evento, ogni parola, addirittura le virgole hanno un senso e sanno qual è il loro posto nel mondo.

Noi invece cresciamo con tutti questi sogni – i nostri – e veniamo caricati di tutti questi altri sogni – quelli dei nostri genitori, se sono vivi, o quelle delle loro possibili vite, se sono morti – che non solo non si avvereranno mai, ma che ci illudono anche che potrebbe esserci un ordine. Nelle vicende, nelle emozioni, negli oggetti nelle stanze. Invece non c’è nessun ordine, non c’è nessun equilibrio. Io lo accetto, ma per chi ancora sogna che almeno io ce la faccia, è dura. Orgogliosa di me? Ci prova, ci provano, ma non è facile quando invece di fare passi avanti facciamo solo passi indietro.

Per questo faccio finta di essere a Macondo, stanotte. Perché lì non si deve dimostrare niente a nessuno, ma soprattutto – e questa è la ragione vera – perché vivere lì è come avere sempre un piede fuori dalla porta, essere pronti a calcare una strada polverosa nel mezzo del mezzogiorno per prendere un treno a vapore che ti porterà.

Spero di trovarmi un po’ di Macondo, nel cuore. Ne ho bisogno.

Run baby run

aprile10

Lo sapevo che la primavera sarebbe arrivata. Me lo sentivo.

No, non la “solita” primavera, quella che comincia il 21 Marzo ogni anno, precisa e puntuale come un orologio. Intendevo la MIA primavera, quella in cui mi metto a fare l’orto, a correre nel Parco del Ticino, a tradurre sul terrazzo all’ultimo piano, nella nostra Mansarda Blu (e gialla), quella in cui ordino le guide Lonely Planet per il viaggio in Europa di quest’estate e in cui non mi sento un fallimento totale in ogni singolo secondo.

Epifania? Circa, non proprio, però almeno non provo la solita fastidiosa e immotivata inquietudine. Progetti nella testa. Posti dove andare. Voglia di lavorare alle traduzioni, sempre di più. Bisogno, quasi, di passare un bel po’ di ore al giorno a scrivere, ma poi correre, sudare, stare al sole, riflettere, tornare a cambiare una parola.

Ho giocato a Heavy Rain (presto uno speciale come non mai), stiamo cominciando a lavorare al nuovo progetto di Hive Division, tra due settimane andremo al Far East Film Festival (che aspettiamo ogni anno come e PIU’ del Natale) e domani andiamo a Pavia per rivedere delle persone speciali e passare una giornata insieme.

Certo, c’è anche chi parte e mi ricorda che un po’ vorrei partire anche io, e andare, e vedere, e magari ricominciare da qualche altra parte. Però forse c’è ancora qualcosa da fare, qui, c’è ancora la possibilità di essere felici e non me la sento di ricominciare da zero altrove, perché in fondo qui non sono a zero. Affatto.

Ora c’è il sole e un bel vento fresco. Esco. E respiro di nuovo.

Il cibo e Robot

marzo6

All’università studiavo il cibo nel romanzo inglese, di come fosse un indicatore dello stato sociale, ma anche emotivo, dei personaggi. Tutto ovviamente vero e illuminante, come il 90% degli argomenti collegati alla letteratura inglese (nel 10% di inutilità e sciagura, tra gli altri, c’è ovviamente Dan Brown).

In questi mesi di risalita è stato lo stesso per la mia vita: pizza al volo quando le cose non andavano proprio alla grande, lasagne e torte salate o dolci quando tutto sembrava ingranare, cibo sperimentale una volta tornata definitivamente la voglia di fare. Non male, soprattutto perché sta arrivando la Primavera a gambe levate e tra poco ricominceremo a mangiare e bere sul terrazzo, tra i fiori e il cielo azzurro. Questo si chiama vivere. Il tutto sarà completato dai piccoli e grandi  viaggi che abbiamo sognato lungo questo inverno letargico: antipasto di Udine (Far East mon amour), un bel piatto unico a base di Alsazia, Lorena, Paesi Bassi e Foresta Nera e un dessert di Croazia e montagna per riattivare le gambe e gli occhi. Insomma, c’è dell’ottimismo nell’aria, per la prima volta dopo tanto.

E poi ci sono i Robot di Asimov, che anche se abbiamo visto e rivisto i Robot ovunque, con i loro comportamenti approssimativi e le loro incomprensioni con gli esseri umani, leggerli dal padre di tutta la fantascienza è sempre un’emozione. E se non ci permetteranno di chiamare il nostro primo figli maschio “Crystal Ball”, come speriamo, allora lo chiameremo R. Daneel Olivaw. O il primo maschio o il prossimo gatto, mettiamola così.
Certo, un po’ mi manca Hari Seldon. Sono tentata di leggere anche i libri “spuri” scritti da fanatici come me dopo la morte di Asimov, ma resisterò alla tentazione.
Ora vado. Il sole sta tramontando e colora di arancione le lanterne e le fatine appese fuori…

E poi devo leggere. E scrivere. E scrivere.

Cena giappo!

febbraio3

A grande richiesta, finalmente per voi le foto della mitica nonché famigerata “Cena giappo Talamini-Paggiarin”:

Le foto sono bellissime, il gusto va un po’ migliorato, ma siamo una squadra della madonna: siamo riusciti a cucinare sushi da occidentali dentro una mansarda di 60 mq, nessuno è morto, e abbiamo anche accolto “la diversità” di chi, prosaico e proletario, ha snobbato il nostro sushi radical-chic per dedicarsi alla CAZZOELA (brava, Giulia, brava).

Bene, enjoy the photos e piuttosto: quale sarà la nostra prossima cena etnica? Ilaria non vede l’ora di organizzarla a casa sua!

Il resto della mia vita

febbraio1

Avevo iniziato un altro post, la vigilia di Natale, per cercare di spiegare e spiegarmi cosa stava succedendo. Il fatto è che invece non ce la facevo a scrivere, anche perché sono diversi anni che ho smesso di scrivere solo perché devo sfogarmi e che ho cominciato a farlo per esprimermi (o, per lo meno, ci provo).

Allora, cos’è successo? Che nel 2009 si sono chiuse tante delle cose che avevo aperto nel corso della mia vita.

Il 29 ottobre ho discusso la tesi di dottorato, ad esempio. Un’esperienza entusiasmante, ricca, divertente anche, che dopo un percorso difficile mi ha ricordato quanto mi piace raccontare, parlare delle mie idee, confrontarmi e avere di fronte persone che si sono sinceramente interessate al mio lavoro e che mi muovono anche critiche acute e pertinenti. Sono entrata terrorizzata e sono uscita con un senso di completezza, con l’impressione di aver chiuso in modo completo un percorso travagliato, ma che mi ha formata e arricchita, in tanti sensi.

il 27 settembre abbiamo rilasciato pubblicato online e gratuitamente Metal Gear Solid: Philanthropy. Dopo una gestazione di tre anni e un parto di qualche settimana, Giacomo e Hive Division (tra cui la sottoscritta) hanno regalato alla Rete il frutto di tre anni di lavoro, fatiche, divertimento, preoccupazioni, difficoltà, problemi risolti, amicizie, spirito di squadra, risate, sogni. Il film è online ormai da quattro mesi, abbiamo ricevuto migliaia di e-mail centinaia di migliaia di visualizzazioni e contatti, tanti feedback, tanti riscontri. La prima assoluta, quella a Milano, è stata una delle esperienze più emozionanti che abbiamo vissuto: pubblico caldo, partecipe, entusiasta, divertito, problemi tecnici che creano suspense, risate e applausi sinceri, emozione tangibile – e non solo nostra.
Per essere la prima assoluta di un film di Hive Division, è stato un successo. E la Rete ci ha poi dato ragione, visto che a distanza di mesi dal lancio continuiamo a ricevere mille mila mail di persone che ci ringraziano e che sono entusiaste di quello che hanno visto. E pensare che per noi ormai è “vecchio” e che vogliamo passare oltre e fare di meglio. Manciate di Karma positivo, proprio!

A dicembre è finita la mia collaborazione con Ubisoft. Due progetti e mezzo, più di due anni e mezzo, ho imparato tanto, fino all’ultimo, e non nego che all’inizio un po’ mi è mancato, andare in ufficio tre giorni alla settimana, vedere i colleghi, e tutto quanto. All’inizio pensavo sarebbe stato un problema. Poi invece, lentamente, nel giro di un mese mi sono accorta che negli ultimi cinque anni avevo ammonticchiato tantissimi sogni dentro il mio secondo cassetto e che non avevo quasi avuto più nemmeno il tempo di aprirlo e ricordare che fossero lì. E allora adesso ho rovesciato tutto il contenuto sul pavimento della mia stanza e piano piano sto portando avanti progetti, idee, sogni, intuizioni che ho avuto tempo fa, che abbiamo avuto tempo fa, e che se ne sono stati troppo a lungo rintanati in un buco.
Tanto più che ora sta arrivando la primavera, e io mi carico di energie e torna il sole e il ghiaccio si scioglie e tutto diventa più sensato, colorato, caldo e vitale.

Ci siamo ammalati quattro volte, tra influenze, raffreddori, depressioni passeggere. Mi sono accorta però che “stare in letargo” serve. Serve un sacco. Soprattutto quando tutto sembra andare male, ti devi fermare. Stop. Volente o nolente (e in questo il corpo è estremamente saggio a dettarti i suoi limiti e a decidere in vece della tua mente, a volte).
Ci siamo ammalati quattro volte e quattro volte siamo guariti. E l’ultima volta è stata quella buona. Mentre mi rigiravo nel letto in preda al raffreddore, pensando che tutto stava andando storto, ho capito che invece non c’era niente di storto. Che tutto era dritto e con una piccola spinta potrà essere ancora più dritto di così. Ah, gli stati mentali. Sono veramente tutto.
Ad esempio, ho ricominciato a chiedermi cosa mi piace veramente. Con chi voglio passare il mio tempo. Quali sono quelle attività piccole, stupide, insignificanti che ho sempre trascurato e che invece ho il sospetto che mi farebbero sentire meglio.
Cucinare, ad esempio. Mi diverte sempre molto, mi piace sperimentare, mi diverto a farlo in compagnia e ho trovato un’ottima alleata nella Roby, che ogni tanto viene a casa nostra e mi aiuta a impastare, trafilare, spezzettare, cuocere, assaggiare, modificare, aggiungere, togliere. E infine mangiare, ovviamente.
Oppure leggere. Mi sono divorata “From Hell” e “Maus”, dopo aver finito il ciclo delle Fondazioni di Asimov e aver iniziato quello dei Robot. Guardare serial, che sono mille volte meglio di tanti, tanti film. E allora dottor House, Fringe, Prison Break, Lost, Alias, Dexter.
O progettare il viaggio di quest’estate in Europa.
Pensare a Europa.
Aspettare con ansia l’ultima stagione di Lost, tra gente che mi dice “A me ormai non piace più” e persone che stanno per vendere la primogenitura pur di vedere l’episodio il prima possibile.
Passione. E’ questa parola che stava uscendo dal mio vocabolario, soppiantata dalla più ragionevole Responsabilità.
Ma quanto è utile la Responsabilità a una persona che sente un impellente e costante bisogno di emozionare ed emozionarsi? Ho bisogno di condividere, ho bisogno di ridere e piangere e non perché “il lavoro va male” ma perché “non riesco a scrivere come vorrei” o perché “mi è venuta un’idea bellissima”. Non sono un’ambasciatrice ONU. Sono una buona lavoratrice, sono una persona affidabile, sono precisa, sono puntuale. Ma questa è solo la punta dell’iceberg.
Giacomo mi ripete sempre che non vuole vedermi stirare, che mi devo mettere a scrivere. Che il cibo che cucino è sempre buono. Che l’unica misura del mio fallimento o del mio successo SONO IO. Che devo smetterla di sentirmi giudicata da tutto e da tutti, perché nella migliore delle ipotesi le persone mi vogliono bene, nella peggiore sono loro indifferente.
Ed è vero, è tutto vero. E’ un mese che cerco di scrivere qualcosa, qui su AlchemicoBlu, e non ci riuscivo. Ero sempre interrotta, oppure non volevo che fosse l’ennesima lamentela a trapelare. Volevo essere positiva, parlare del futuro che mi aspetta, della grande paura che ho perché a volte mi sembra che mi manchi il terreno sotto i piedi, ma del fatto che poi mi rendo conto che non sono sospesa nel vuoto, bensì sto volando, e non sono da sola, e se mi lascio andare è bellissimo.

E le fotografie. Le fotografie sono un chiaro segnale di quanto sono felice o di quanto mi sto perdendo. Quando ne scatto a centinaia – anche brutte, anche insoddisfacenti – vuol dire che “ci sono”, che ho voglia di guardare, che ho voglia di ricordare. Quando invece non ne scatto, quando porto la macchina fotografica in giro ma la lascio ad ammuffire nella custodia, allora c’è qualcosa che non va, è che non voglio ricordare, o forse addirittura non voglio nemmeno guardare, e non sono lì.
Invece, da adesso, torno a essere qui. Aspettatevi una mia telefonata. Una proposta per una cena. Abbiate pazienza quando vi fotograferò come una giapponese impazzita in gita. Ho voglia di rivedervi. Ho voglia di stare insieme. Ho voglia di fare tante cose, e finalmente ho il tempo e lo spirito giusto per farle.

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