Alchemico Blu

Laboratorio di trasmutazioni creative

La crisi

marzo7

La gente dice che sono ansiosa. E’ una cosa brutta che ho preso da mio padre, insieme a un sacco di cose belle. D’altra parte, io non credo di essere ansiosa: sono solo realistica. Voglio dire, c’è obiettivamente sempre qualcosa di cui preoccuparsi. Il bello è che negli anni ho imparato a preoccuparmi “a tempo”: sono fiera di confermare a grandi e piccini che adesso so staccare. Che so chiudere la saracinesca e dire: “E vabbuò”. E andare oltre.
Quello che impari a fare, però, non sempre è percepito anche all’esterno. Certi percorsi sono tutti soggettivi, individuali, interiori. Così, visto che ormai sono due settimane che non riesco a respirare, tutto mi dicono che sono ansiosa. Che ho tutto il peso del mondo sulle spalle ed è per questo che non riesco a fare respiri profondi. Secondo me ho qualche malattia incurabile, invece. Perché non sarò più ansiosa, ma alla mia cara, vecchia ipocondria ci sono affezionata eccome.
Il punto è che poi stai a casa per stare meglio, per rilassarti, per goderti le bombe al cortisone che ti hanno prescritto, e ti becchi la striscia fortunata degli articoli sugli imprenditori suicidi, che in questi giorni sembrano la tematica n.1 di ogni testata.
Ah, sì, e sei un’imprenditrice.
Comunque, non mi voglio suicidare, solo mi fa un po’ tristezza vedere queste persone che si ammazzano perché hanno debiti di 20.000, 30.000, 100.000€. Quando poi leggi di truffe bancarie, processi e “ammende” a compagnie che hanno rubato miliardi di miliardi, e in cui nessuno ci pensa nemmeno lontanamente ad ammazzarsi.
Il caso che mi ha fatto più impressione è quello di un ristoratore di Treviso: non che ci conoscessimo, ma ero stata a cena nel suo locale giusto 3 settimane prima e lo avevo visto in faccia, ci avevo parlato, mi aveva indicato l’ottimo banco contorni a disposizione. E poi è morto.
Ora questo tempo uggioso, questa oppressione al petto e la contingente situazione economica e politica non è che lascino proprio ben sperare.
Nonostante tutto, non riesco a sentirmi disperata, anzi, tutt’altro. Continua questa strana sensazione di speranza, come se stesse per succedere qualcosa di incredibilmente bello o come se, in generale, quello che sta succedendo fosse già abbastanza bello così. Incoscienza? Delirio da farmaci? L’aria del Veneto che mi contamina con un immotivato entusiasmo? Chissà. Staremo a vedere, sempre se sopravvivo a questa vera-malattia, falsa-ipocondria, e quello che succederà.
In caso, sulla mia urna cineraria vorrei che scriveste “Ve l’avevo detto che stavo male”.

Strani giorni

febbraio11

Viviamo strani giorni.
Io, dal canto mio, mi sento molto emozionata. Non so, è come se negli ultimi anni avessi intrapreso un percorso che mi ha portato ad aprire gli occhi, a riflettere su me stessa, sul posto e sul paese in cui vivo, a confrontarmi con me stessa e con gli altri in maniera diversa. Aspetta, effettivamente io ho fatto un percorso!
Sebbene il mio migliore amico, un relativismo galoppante figlio di uno spirito critico iper-sviluppato, non mi abbandoni mai, ultimamente mi sembra di essere in grado di affrontare tutto con più consapevolezza.
Forse questo dipende dal fatto che non affronto più tutte le situazioni con lo spirito di una bambina di 7 anni che riversa su di sé ogni responsabilità dell’universo, forse dipende dal fatto che non ho più il meccanismo di attacco-fuga che mi si attiva ogni 30 secondi a ciclo continuo tutto il giorno per qualsiasi input esterno, forse dipende dal fatto che ho trovato la mia dimensione, affettiva, geografica, alimentare, culturale… Forse un insieme di tutto questo, fatto sta che per una volta mi sento con i piedi per terra e mi sembra di camminare verso qualcosa, non di fuggire da qualcos’altro.

POLITICA
Viviamo strani giorni? Ammazza, sì. Voglio dire, l’altra sera, per fare un esempio, sono andata in piazza ad ascoltare Beppe Grillo che parlava del Movimento 5 Stelle. L’ho fatto perché volevo, non perché non avevo di meglio da fare, e l’ho trovato un momento di condivisione e di osservazione sociale davvero molto utile ed emozionante. C’era, infatti, gente di ogni tipo. Giovani, vecchi, uomini, donne. Ora, prima che anche qui scatti il dibattito sul perché uno dovrebbe votare un comico che sbraita, ci tengo a dire che no, non sono d’accordo con tutto quello che dice il M5S, non sono d’accordo con tutte le loro posizioni e le loro battaglie. Non è che una preferenza elettorale si trasformi immediatamente in lobotomia, per cui bisogna cercare giustificazioni personali per aderire per forza a tutto quello che sostengono. Saremo una generazione sfigata perché abbiamo Grillo e non Berlinguer, però per la prima volta, seguendo il M5S e le sue iniziative, mi sono appassionata alla politica e ho provato quella sensazione di appartenenza che mia madre ha provato per la sinistra di un tempo e che ha sempre cercato di descrivermi senza particolare succcesso. Mi piace l’idea che anche se il M5S sarà un flop e non prenderà abbastanza voti, o anche se andrà al governo e farà poco o farà male, le cose sono già cambiate. Chi non lo ammette, lo fa un po’ per orgoglio, un po’ per ottusità, secondo me. SEL, ad esempio, ha una linea d’azione piuttosto chiara da sempre. Ma partiti come quelli grossi e macilenti (PD, PdL, Lega), partitucoli nuovi e piuttosto discutibili (da Ingroia a Fratelli d’Italia), partiti surreali (come Fare) hanno tutti adottato programmi che contengono almeno in parte punti presenti nel programma 5 Stelle da anni. Facile, direte voi: sono cose ragionevoli. Bene, allora perché fino a quando il M5S non è arrivato a essere così presente sulla scena politica NESSUNO aveva avanzato così concretamente queste proposte?
Quello che mi interessa è che ormai le regole del gioco sono cambiate. Non importa chi vincerà questa volta, ormai si è messo in moto qualcosa che porterà a un cambiamento epocale. Chi non riconosce che questa miccia è stata accesa dal Movimento 5 Stelle è solo un gran rosicone, perché tutti gli altri sono in giro da tanto, troppo tempo per non aver avuto modo di fare quello che hanno fatto loro in 4 anni.

LAVORO
Poi sono diventata grande: sono socia nonché membro del CdA della nostra società. Detta così sembra una cosa da poco, ma non è vero. Non è affatto una cosa da poco, non è affatto solo una formalità. In un paese in cui aprire partita IVA per lavorare sembra ormai l’unica alternativa, aprire una società è davvero un passo ulteriore, un passo che va oltre, una decisione. Perché io la partita IVA ce l’avevo e andava anche discretamente, ma l’idea di costituire una società con alcune delle persone che stimo di più e che ritengo più geniali, pragmatiche e oneste è tutta un’altra cosa. Vivo sempre con estrema fatica le decisioni che mi riguardano, che mi coinvolgono. Penso sempre che non abbiano abbastanza valore, che non siano mai sufficienti, che non siano mai significative. Invece, Hive Division S.r.l. lo considero un passo molto significativo. Non abbiamo aperto solo perché è più comodo e divertente stare in ufficio in 6 insieme, o perché ormai la tipologia di lavori che svolgiamo lo rendeva il passo naturale, dopo una collaborazione di più di 5 anni. Abbiamo aperto questa società perché crediamo che sia un modo per cambiare le cose. Per dare opportunità a noi, adesso, e anche a qualcun altro, tra poco, di fare il lavoro che ci appassiona. Per gestire in modo etico e rispettoso, lontano da furberie e scorciatoie, il nostro lavoro e il nostro tempo. Per dare un valore al nostro lavoro e al nostro tempo, e decidere come aggiustare il tiro quando ci sono momenti di difficoltà, non per restare in balìa di qualcuno che ci considera risorse umane.

RELIGIONE
Poi oggi hanno annunciato che l’attuale Papa abdica. Son rimasta sconcertata, perché dopo l’11 settembre non pensavo che una notizia del contemporaneo potesse farmi riflettere così profondamente e gongolare con così tanto infantilismo. Già leggo le decine di commenti carichi di “rispetto”, “stima”, “coraggio”, “altruismo” e tutte le speranze per una nuova figura rappresentativa più giovane e in forze. La verità è che anche questo piccolo evento di importanza cosmica rafforza le mie convinzioni sempre in divenire: che la Chiesa non sia un’istituzione che stimo, più di uno lo sa. Che non perda occasione per ribadire il mio malcelato ateismo e la mia insofferenza verso la sudditanza del nostro Paese e dei nostri politici verso la Chiesa e lo Stato del Vaticano, anche questo non è un mistero. Questo gesto di Papa Benedetto XVI per me, non credente, ha un valore enorme. Perché sancisce oggettivamente l’infallibilità della Chiesa, dei suoi emissari, del SUO Emissario. Certo, diranno i miei 25 lettori, ma è solo un uomo. Il diritto canonico contempla l’abdicazione. Abdicato un Papa se ne fa un altro. Certo, è tutto vero! C’è sempre una scusa per ogni cosa.
Ma questo gesto è un segno, è un segnale che ognuno ha diritto di decidere come vuole. COME vuole. Chi non vuole vedere, non vedrà. Ma è ormai sotto gli occhi di tutti, l’imperatore è nudo, il Papa è abdicato, il mondo è libero.
Per me è come se fosse partito un conto alla rovescia, lento, silenzioso, ma inesorabile: è come se fosse partito il timer di spegnimento della Chiesa. Non sarà così, sarà una mia convinzione illusoria, ma intanto gongolo. Perché anche la religione senza Chiesa non potrà fare altro che diventare migliore.

VITA
Insomma. Sono qui, con i miei soliti voli pindarici tra un argomento e l’altro. Non pretendo che cogliate il nesso, magari non c’è nemmeno. Il punto è che non mi importa, ho una strana chiarezza mentale addosso che mi porta a non restare più impantanata e impaludata nelle mie paure e mi spinge ad agire, a fare, a proporre, e se dovesse succedere anche a SBAGLIARE. E poi ricominciare, perché non succede niente, si può sbagliare, anzi si DEVE sbagliare. Adoro chi critica le mie scelte e mi apre gli occhi su problemi che non avevo visto e che diventano parte di me, ma guardo con molto dispiacere chi critica le mie scelte ma non propone alternative, non suggerisce, non si entusiasma, non agisce e soprattutto non cambia di un millimetro la propria situazione. Qui non si tratta di avere ragione o torto! Non si tratta di dire “Te l’avevo detto”, non si tratta di avere più punti su un’immaginaria raccolta di bollini grazie alla quale alla fine dell’anno riceverai la coccarda “Hai visto?!”. Qui si tratta di vivere una vita piena, fatta di entusiasmi e delusioni, di prese di posizioni, di cambi di posizioni. Ma soprattutto, si tratta di agire, nel concreto di ogni giorno, per costruire qualcosa che poi magari un giorno verrà distrutto, o che distruggeremo noi stessi con le nostre mani. Ma basta stare qui a fare i critici sullo scranno d’oro, “Questo non va, ma come puoi votare quelli lì, ma cosa stai facendo, secondo me è sbagliato, e poi cosa succede, e se poi non funziona, e, e, e, io, io, io, mio, mio, mio, no, no, no”…

Mi accorgo che il mio benessere, il mio equilibrio, la mia sanità e soprattutto il fatto che dormo serena la notte dipendono soprattutto dal fatto che mi posso guardare indietro e attorno con onore, senza vergognarmi di niente, nemmeno dell’accidia o dell’immobilismo, e che posso difendere davanti a chiunque le mie posizioni, se è necessario farlo. Se no, il resto del tempo, lo dedico più volentieri a scrivere, pensare, parlare e fare con gli altri.
Quindi strani giorni. Viviamo proprio strani giorni. Ma spero davvero che continui così.

Cose che mi fanno tristezza proprio adesso

novembre12

- Quella volta che ho parlato nell’orecchio di una compagna di classe dicendo che mia nonna era grassa. Poi però sono andata da lei e le ho detto che le volevo bene.
- Il mazzo di carte rosso che ho in una scatola blu, con le napoletane tutte consumate sugli angoli e usate per anni e anni e anni da una coppia di vecchi siciliani.
- Quando una volta mio nonno è sceso e io mi sono spaventata e gli ho risposto male e anche lui c’è rimasto male. E poi gli ho chiesto scusa.
- Quando mio nonno è andato al cinema da solo.
- Mia nonna, con un occhio rosso, l’ultima volta che l’ho vista.
- Quella volta che erano morti e io ho sognato che mi venivano a trovare e io li facevo dormire in camera mia tutti e due.
- Tutti i natali della mia vita in cui ricordo ormai quasi solo che c’erano loro e io mi sentivo così fortunata perché erano con me e non con mio cugino e a ogni anno che passava io mi rendevo conto che la sorpresa non era tanto per me che scartavo i regali, ma per loro che mi guardavano, felici.
- Il fatto che ora odio il Natale perché mi mancano ogni volta di più.
- Il suo cous cous che mai e poi mai lo rifarò identico.
- Le storie che mi raccontava da piccola.
- Quando mi cantava “Volare” di Modugno e mi spingeva in alto, sull’altalena di Acilia. E io me lo ricordo.
- Questo mese di merda, in cui è morta mia nonna ma non mi ricordo nemmeno in che giorno è successo.

Protetto: Candy? La garanzia di squalità

agosto7

Questo post è protetto da password. Per leggerlo inserire la password qui sotto:

Vita Vissuta | Inserisci la tua password per visualizzare i commenti.

Mai stata più seria di così

dicembre31

Mai, dico. Non auguro un anno di serenità, non auguro proprio un cazzo, l’anno prossimo, anzi, a partire da quando ho comprato questi catartici 80 euro di libri in libreria, ho capito cosa voglio “fare da grande”. Voglio tornare indietro. Non indietro nel tempo, quello non è possibile, e non nello spazio, voglio tornare indietro con l’orologio che ho nella testa, voglio tornare a godermi la vita, voglio tornare cinica, arraffona, confusionaria e rumorosa, come qualche anno fa.

Così voglio tornare, in barba alla crisi, in barba alle responsabilità da adulta. Perché godersi la vita non è fare tardi nei locali la notte, spendere soldi in vestiti o frequentare “la gente giusta”. Godersi la vita è mangiare con gli amici, è ridere a crepapelle di sciocchezze inopportune dopo qualche bicchiere di troppo sulla panca di un’osteria, è desiderare intensamente, qualcosa, qualsiasi cosa, possibilmente tutto, e lottare continuamente e inesorabilmente, anche nel sonno, per ottenerlo, quel tutto che si desidera.

Voglio smettere di pensare alle sorti disastrate di questo paese, voglio smetterla di “stare attenta”, voglio smetterla di vedere il mio futuro come un’angoscia anziché come una ricchezza, solo perché un branco di vecchi politicanti e non, famelici della mia linfa vitale, si sono impegnati e si impegnano da anni a scoraggiarmi e a spegnermi i sogni negli occhi, così poi sono più docile, così poi “dipendo da loro”, così poi.

Voglio ricordarmi ogni giorno la fortuna di avere una famiglia come la mia, che mi ha seguito sulle folli strade della mia crescita, lungo le tortuose vie delle mie passioni, assecondandomi sempre, foraggiandomi come gli antichi mecenate, criticandomi ma lasciandomi sempre, ogni volta, libera e piena di scelta. Ho trent’anni, io, anche se me ne renderò conto davvero solo con dei figli miei e con delle vite nuove in gioco, ho trent’anni e ancora posso chiamare mia madre se mi sento giù o ricevere un regalo inaspettato che mi apre un mondo nuovo da mio padre. E cosa mi chiedono in cambio? Niente, nemmeno un bacio la sera, neanche un Ti voglio bene di tanto in tanto.

L’unica cosa che secondo me si aspettano da me, sottobanco, così, senza insistere troppo, en passant, è che io sia felice. E allora come posso disattendere questo desiderio inespresso? Godersi la vita significa lavorare sodo e appassionatamente a quello che ho imparato a fare negli anni, alle cose che so e che non mi hanno abbandonato, nemmeno in questo buio periodo di crisi internazionale: le traduzioni non muoiono mai, quelle di videogiochi tanto meno, e chi sono io per non essere felice del fatto che per questo ho studiato e questo riesco a fare per guadagnarmi il pane? Godersi la vita significa sognare, e anche se ho tenuto la testa bassa per un po’ di anni e mi sono dimenticata di guardare le stelle, non lascerò che personaggi ambigui e anche un po’ ottusi l’abbiano vinta su di me e mi pieghino la testa. Perché mi possono legare mani e braccia, ma io gli occhi li rivolgerò sempre in alto, verso il cielo, verso tutto quello che non conosco. Godersi la vita è il proposito principale per l’anno nuovo, dicendo NO ogni volta che una cosa non mi va, e non troppi Sì di accondiscendenza. E’ più onesto, è più giusto, e io e l’ipocrisia non siamo mai andate troppo d’accordo, in fondo.

Lo so, lo so bene, che l’anno nuovo è solo una convenzione, che tra 8 ore non cambierà assolutamente niente rispetto ad ora. Sono mesi, forse anni, che covo tutto questo, sono mesi, sicuramente anni che mi interrogo su quale piega voglio che prenda la mia vita. Ci sono tante pagine stropicciate, scritte e cancellate, ricoperte di lacrime o di briciole di pane, alle mie spalle, e ora so che fanno tutte parte di me, ma so anche che non voglio più “scrivere sotto dettatura”, non voglio più trovarmi a rileggere parole che non ricordo di aver provato: adesso voglio decidere IO, voglio tornare la me sognatrice che ho messo da parte per diventare grande. E so che non perderò nessun pezzo importante, nessuna persona importante, perché sapete come sono fatta e mi avete tenuta stretta in momenti ben peggiori e invece ora torno a ridere e a essere volgare, per cui vi piacerà. Credo.

Sicuramente, piacerà a me.

Paola Caruso e la dignità

novembre17

E mentre io intraprendo la mia ennesima dieta fallimentare, sommersa tutta da problemi probabilmente inesistenti, c’è una Paola, da qualche parte, che conserva ancora molta dignità.

Se cercate “Paola Caruso sciopero fame” su Internet, se leggete il link che ho appena postato, potete facilmente capire di cosa si tratti: una giornalista precaria che, esasperata da 7 anni di contratto a progetto nella stessa azienda (il Corriere della Sera) e con la stessa mansione (giornalista), ha deciso di urlare al mondo il suo sdegno.

Io Paola Caruso non ho idea di chi sia, veramente. Mi stava anche un po’ antipatica perché è così magra pesa poco più di 40 chili (pesava), ha 40 anni e sembra così giovanile. Voglio dire, cosa ti lamenti. Invece è da sabato, quando la notizia del suo sciopero è trapelata, che seguo con morboso interesse quello che le sta succedendo. Lei vuole che si prendano provvedimenti perché chi, come lei, lavora nello stesso posto da SETTE anni sia minimamente tutelato. L’azienda risponde a spizzichi e bocconi (lo stesso direttore della testata ha pubblicato una lettera decisamente algida e scostante), le testate “ufficiali” non pubblicano niente, sono i blog, le riviste indipendenti o i siti di notizie generiche che stanno cercando di sollevare un polverone.

Polverone su diversi fatti scandalosi che, prima di lasciarmi andare a considerazioni prettamente emotive, cercherò di elencare lucidamente:

1- Il precariato come nuova forma di oppressione sociale
I contratti a progetto servono per i progetti. Non per tenere gente senza diritti, al guinzaglio, per SETTE anni. Quanti anni ti ci vogliono, maledetto padroncino X di qualsiasi azienda, a capire quanto vale un collaboratore prima di assumerlo? SETTE ANNI? A me anche DUE sono sembrati tanti.

2- Che anno è? Che giorno è?
Nel 2010, in Italia, per far valere diritti minimi, come la dignità del lavoro, la gente deve fare lo sciopero della fame. Questo è deprimente. E’ disarmante. Una quarantenne che io non conosco mi sbatte in faccia una modalità di protesta dura, cattiva, pericolosa, anche arrogante, che si usa come urlo supremo per dire “Guardami negli occhi, guardami morire di fame, perché tanto o così oppure morirò tra un po’ più di tempo, ma senza dignità”. E’ anacronistico. Ed è umiliante che, nel 2010, le persone siano spinte ancora a questi livelli di esasperazione e disperazione. Mondo civile a chi?

3- La “macchina del fango”
(Grazie Roberto per questa splendida definizione)
L’onta e l’infamia che si scatenano subito su chi ha osato alzare la testa. Anche dentro di me, che ho subito un trattamento analogo (non penso peggiore, ma posso capire, insomma). Penso subito: “Questa qui non l’avrà combinata giusta. Sarà lei ad essere mancante in qualcosa, se non l’hanno assunta. Alla fine non valeva così tanto”.
Sono pensieri che mi hanno fatto venire da vomitare non appena li ho formulati. Che mi fanno inorridire per quanto efficace è questo sistema che squalifica gli individui facendoli passare solo per arroganti che cercano privilegi qua e là. Perché Paola è il “fastidio”. Paola è la spina nel fianco. La voce stonata che non si rassegna. E quindi dev’essere “pazza” (cito De Bortoli che le consiglia di “ritrovare serenità e misura” e cioè di farsi vedere da uno bravo e di non dare di matto così). Dev’essere pazza, o strana, o stronza, o qualsiasi cosa squalifichi la sua opinione, perché così è più facile.

Questa quarantenne di quaranta chili, questa Paola Caruso che mai conoscerò, sta facendo PER ME, sta facendo PER TANTE, TANTE PERSONE, più di quanto non facciano i colleghi conniventi con il potere che abbassano la testa e stanno zitti quando uno entra nell’ufficio del capo e ne esce senza un rinnovo di contratto. Paola sta generosamente mettendosi alla berlina per difendere con un gesto estremo tutti quelli che sono stati lasciati soli in questi anni: dai colleghi, dai sindacati, dallo Stato, da tutti.

Perché gli individui fanno schifo, sono dei codardi, la maggior parte delle volte sono solo degli egoisti infami che si tengono stretto il proprio orticello appassito e che non danno una mano a nessuno, a meno che non si trovino in pericolo a loro volta, o che non scorgano un tornaconto personale o professionale.

Perché anche i sindacati fanno schifo, tutti concentrati a difendere 20.000 persone quando ce ne sono 20 milioni nella merda fino al collo, che non sanno nemmeno che le donne hanno diritto alla maternità se lavorano o che ammalarsi non è una colpa punibile dall’azienda.

Perché lo Stato, che poi siamo noi, fa schifo e i suoi esponenti ci hanno affossato in un paese che potrebbe essere splendido e che invece vede gente che si impegna, che lavora, in gamba, rimanere ai margini della società, povera, a chiedere aiuto alla famiglia, quando c’è, e quando non c’è ad arrangiarsi nella miseria, mentre esalta la prostituzione politica, le raccomandazioni, le furberie.

In tutto questo schifo, a me verrebbe da dire basta, ciao, getto la spugna, depongo le armi, volto pagina, qui non c’è niente per me.

Ed è qui, è proprio a questo punto che mi accorgo che Paola Caruso, che gente come Paola Caruso, si merita un applauso DUE volte: perché fa quello che fa per cambiare una situazione contingente e perché, mentre lo fa, dimostra con la sua persona e la sua coscienza, che non tutta l’umanità fa schifo, che ci sono ancora degli italiani dignitosi, che hanno valore, che lottano e che ti difendono anche se non ti conoscono.

Io, cara Paola Caruso, non ti conosco, ma ti vorrei abbracciare, senza stritolarti, però (e ricomincia a mangiare, anzi vieni qua che ti faccio qualcosa di buono, in barba alla mia dieta), e ti voglio dire grazie perché non mi sento più sola, perché tu (più forte e più caparbia di me, senza dubbio) hai alzato una voce in mia difesa, senza neanche sapere chi sono, senza neanche sapere cosa faccio, ma lo hai fatto, ed è un gesto che non può e non deve passare inosservato.

Post scriptum: io sto bene. Sono una di quelle che sta bene. Posso dividere le disavventure (e le spese ^_^) con qualcuno di speciale, ho una famiglia pronta a sostenermi se sto per cadere, ho degli amici che mi stanno accanto e, infine, ho anche un lavoro da traduttrice e autrice freelance che mi piace tanto. E freelance vera, non quelle che devono dirsi freelance ma poi lavorano in ufficio. Io sono una fortunata. Le cose che mi sono successe negli ultimi anni e che pensavo “brutte” sono servite in realtà a farmi crescere, alcune hanno fatto male, ma le cicatrici non si vedono quasi più. Io sono fortunata. E forse è perché non sono abbastanza disperata che non ho fatto come ha fatto Paola Caruso. O forse, meglio, perché non sono altrettanto in gamba.

« Older Entries