Nel posto sbagliato, al momento sbagliato

Le passioni ti fregano. Tu sei lì, che cerchi di vivere la tua vita con quanto basta, con misura, con equilibrio, lasciando da parte l’inutile superfluo, concentrandoti solo sulle cose essenziali, che contano davvero, ma non è affatto detto che questo ti metta al riparo dal sentire l’intensa mancanza di qualcosa.

Leonardo è l’esempio lampante, povera cavia umana del mio essere madre: l’ho voluto, l’ho desiderato, adoro averlo, ogni giorno che passa mi diverto sempre di più, colleziono ricordi che non avrei mai immaginato, eppure, a volte, sento lo strisciante disagio di non stare scrivendo una nuova storia. O di non essere sul set. O di non stare viaggiando per cercare un nuovo set e inventare una nuova storia. Che poi, a ben vedere, sto inventando una nuova storia in un altro modo, in senso più ampio, ma il disagio resta. Allora, con giochi di incastri e scatole cinesi riesco a organizzare una settimana dedicata solo al lavoro, in cui lui sta con i nonni, ed ecco che un secondo dopo che non è con me mi sento di nuovo a disagio, perché sto raccontando una storia, ma non è la sua, sono sul set, ma lui non c’è, e mi manca incredibilmente in tutte le piccole cose: quando mangio senza dovermi alzare seicento volte, quando il cibo resta tutto nel piatto, quando la cacca va direttamente nel water quasi da sola, quando non ci sono psicodrammi perché Miglio il Coniglio è finito fuori dal lettino… Mi manca tutto, di lui, anche se sto scrivendo la mia storia preferita, e suo padre non aiuta, mostrandomi tenere foto amarcord e ricordandomi che anche lui è umano e ne sente la mancanza.

Questo, però, è un dualismo delle patatine: tutte le madri e tutti i padri sanno di cosa parlo, del lacerante spallamento che si prova quando si passano intere giornate con esseri che grugniscono e basta, e dell’altrettanto lacerante disagio che si prova quando ci si allontana da quegli stessi esseri. Fenomeno che tutt’ora difficilmente mi spiego, comunque.

C’è poi un altro modo di sentirsi fuori posto, che è quello delle disgrazie. Quando dovresti mollare tutto e andare a fare due chiacchiere con un amico che ha affrontato una delle tappe dolorose della vita. E io non c’ero, non ci sono stata, se non con un tardivo messaggino sul telefono. Eppure, ero a fare qualcosa che ritengo estremamente significativo, qualcosa per cui lotto tutti i giorni, qualcosa che non considero solo il mio lavoro, ma la mia passione. Niente, anche in questo caso ero al posto sbagliato, al momento sbagliato. Ma lo sono sempre, a ben vedere, perché c’è sempre un altrove che ha bisogno di me, c’è continuamente qualcuno che sto deludendo perché non ci sono col corpo o con la mente, e poi ci sono io, che sono costantemente delusa da me stessa.

Oggi ho letto che il tono con cui parliamo ai bambini diventa la loro voce interiore. Ora, io non so come mi hanno parlato da piccola, ma è troppo facile dare la colpa a qualcun altro per il fatto che quando “mi ascolto” sento solo critiche, rimproveri, rimbrottii e sensi di colpa. Non so da dove nasce, da che profondità arriva, e non so nemmeno come metterla a tacere, questa voce, anche se ci provo tutti i giorni a volte mi ritrovo da sola, lontano da tutto e tutti quelli a cui dovrei essere vicino, e mi viene da piangere perché mi sento fuori posto, un’accidiosa madre, amica, amante, scrittrice, socia, figlia, sorella, un’accidiosa-ogni-cosa. Devo respirare a fondo e pensare che no, non è colpa mia, che sì, posso fare di meglio, ma che non mi devo mettere in croce nel mentre.

(Comunque, a scanso di equivoci, io a Leonardo ripeto sempre cose positive, anche quando ha un diavolo per capello e vorrei dirgli che è tremendocattivo, dispettoso, gli dico che è avventurosoenergicogiramondo… Così magari gli risparmio lo psicanalista da grande…)

Domani è il primo settembre. Si “ricomincia”, io non sono un granché con le fini e gli inizi, vado sempre in corto circuito. Ormai è un anno che dico a Giacomo che “sono in crisi” – professionalmente parlando, intendo – e che non riesco più a capire qual è il mio centro, qual è il mio scopo. Ho passato un’estate lavorando lentamente per trovare un nuovo centro e per potere, da domani, da oggi, da ieri, concentrarmi su di esso, dargli spazio, farlo crescere e, insieme far crescere di nuovo me stessa. Far crescere mio figlio, far crescere la Valentina che scrive, che inventa, che si occupa di cose che ama, che si occupa di cose che odia, la Valentina che pulisce casa e quella che si sdraia di notte da sola a guardare le stelle, quella che legge libri in un soffio e che scorre PDF con le istruzioni. Quella che racconta storie per il mondo e quella che le racconta per suo figlio. La Valentina che si vuole bene e si stima, e quella che si odia e si denigra e si umilia

La mia speranza è che tutte queste parti, tutte questi modi di essere “Valentina” riescano a gravitare meglio e con più leggerezza attorno al centro che ho deciso essere il mio polo di gravità, quello per cui faccio ogni cosa e quello che mi dà un senso, al di là di tutto.

Speriamo. Perché finora il qui e adesso sono sempre stati sbagliati, e ce ne sono sempre meno. Di qui e adesso e di occasioni per fare la cosa giusta.

Pari opportunità

Da qualche tempo gira uno spot di una nota marca di pannolini che ti spiega come le differenze anatomiche tra bimbi e bimbe non si fermino all’apparato riproduttore, ma si insinuino nelle profondità culturali dell’educazione. Quindi se sei maschio, puoi essere un avventuriero, mentre se sei femmina è meglio che tu ti faccia desiderare. Se sei maschio ti deve piacere il blu, se sei femmina il rosa. Se sei maschio puoi ambire a una vita di carriera e scoperta, se sei femmina ho già qui pronto un bel set di pulizie per la casa tutto per te. Rosa, ovviamente.

Spero di non dover nemmeno cominciare ad argomentare quanto sia ridicola la differenziazione qui sopra, quanto sia retrograda e non solo sessista, ma biecamente consumista: ci educano, fin da piccoli, ai settori di mercato che ci preparano quando diventiamo grandi. Bigiotteria, passatempi hi-tech, vestiti, attrezzatura per lo sport, automobili, arredamento casa: dobbiamo diventare dei consumatori diligenti, perché altrimenti pensa che casino se non riescono più a sessizzare un divano, una collanina, un paio di scarpe, e così via. Saltano tutte le regole di mercato per cui la società si è così ben strutturata, così che poi siamo noi stessi i primi a volere certe cose anziché altre, senza mai fermarci a chiederci se le vogliamo veramente o se è un percorso culturale a beneficio di qualcun altro che ci ha portato a desiderare queste cose.

Io, ad esempio, ho sempre comprato videogiochi. È un’industria? Certo che lo è. Così come l’industria editoriale, l’industria alimentare, l’industria cinematografica. E però io non ho mai comprato i “videogiochi da femmine”. Comrpavo, semplicemente, i videogiochi che mi piacevano. Così come i miei romanzi di formazione non avevano un target specifico, così come i film che mi hanno cambiato la vita non erano “film da donne”. Il problema dei pannolini rosa e blu per femmine e per maschi è una delle tante tappe miliari che noi e i nostri bambini dobbiamo compiere per diventare consumatori non responsabili, per farci riempire le case di cose che non ci servono, per convincerci a lavorare 100 ore a settimana per mantenere un tenore di vita che non ha nessun senso per noi e che, invece, è la base fondante dell’economia in cui ci troviamo inseriti.

Questo è l’aspetto, da madre, che mi interessa di più: cercare in ogni modo di passare un po’ di spirito critico a mio figlio e fargli capire che se gli piace preparare il caffè e passare la scopa anziché giocare col trattore e con il trapano Berto, allora va bene così. Dopotutto, suo padre lo fa. Io lo faccio. E quindi lui ci imita. Il problema è quando anche gli adulti sono perfettamente integrati nel ciclo del consumo e quindi fanno, a loro volta, solo azioni “normali”, solo azioni che rispecchiano i modelli della pubblicità o delle istruzioni sui prodotti (vorrei vedere un uomo che passa il mocio, una volta: in casa mia lo fa Giacomo, perché non posso comprargli un diavolo di mocio in cui ci sia un uomo sulla confezione, anziché una donna?) e quindi i figli cominciano a settorializzare le attività: la cucina è della mamma, il garage è del papà, i mestieri li fa mamma, del giardino si occupa papà, e così via all’infinito.

Certo, devo ammettere che cercare di vivere una vita normale in mezzo a tutti questi stereotipi grotteschi a volte non è facile. Perché, ad esempio, tante persone non capiscono che quando hai un figlio hai meno tempo, che sei meno disponibile “flat 24 ore su 24” e che bisogna concentrare gli appuntamenti, le chiamate, i task. Perché quando si tratta di pulire il cesso, allora c’è una netta distinzione tra maschi e femmine, mentre quando si tratta di lavorare (e, bada bene, non di guadagnare) allora no, non ci devono essere differenze di performance, di disponibilità, di focus, di workflow, di need, di push, di.

Io lotto ogni singolo giorno contro una solitudine preoccupante e contro la fatica smodata di non essere una persona con interessi “commerciabili”, con un lavoro in proprio, con difficoltà gestionali su ogni fronte. A volte penso che sarebbe veramente più semplice se, invece di cercare ottusamente di lavorare, mi rassegnassi a fare la casalinga e la smettessi di dimenarmi per mettere a frutto competenze, passione, esperienza, e passassi la giornata a pulire casa, a stirare vestiti e a passare il mocio con l’effige di donna sulla confezione. Essere “alternativi” oggi non è fare i punkabbestia, non è fare la rivoluzione, non è prendere e partire per fare un viaggio intorno al mondo. Essere alternativi oggi è rimboccarsi le maniche e cercare di fare quello che si desidera fare, nonostante la società remi contro questo desiderio e nonostante la tua formazione (culturale, universitaria, professionale) venga sempre messa in secondo posto se sei donna, perché “tu devi stare con tuo figlio”. Io non DEVO stare con mio figlio, io ci VOGLIO stare. Però VOGLIO anche lavorare, quindi come si fa? Con tanta, tantissima fatica, e ricordando ogni giorno che il principio che mi deve guidare è lo spirito critico, il desiderio di auto-affermazione e la passione.

Però, a volte, come in queste settimane, come in questo anno, è un percorso davvero solitario e in salita.

Didattica estrema

Nella mia vita, posso facilmente distinguere due modi diversi di imparare, davanti a cui, nel tempo, mi sono trovata.

Il primo è stato, ovviamente, il mondo ovattato e accogliente dei libri. Lo studio, la ricerca, l’elucubrazione, il vivere la vita attraverso un comodo filtro di carta. Poi anche digitale, perché i videogiochi non hanno certo avuto un ruolo secondario nella mia formazione. Nessuno sano di mente può non rimpiangere il periodo della propria vita in cui tutto avviene per filtro altrui. Oggi sei una principessa da salvare, domani l’idraulico che la salva. Ti svegli e sei un investigatore, vai a letto dopo aver ucciso mostri fantastici. Leggi poesie che ti aprono varchi su altri mondi, scrivi lettere che ti cambieranno la vita. Il filtro della lettura e della scrittura è il mio porto sicuro, il luogo in cui mi sento a mio agio, la dimensione in cui nulla di male può accadere, e quando accade stimola le corde giuste, i sentimenti giusti, non quest’ansia senza fiato che mi viene, invece, davanti alla vita vera.

La vita vera è il secondo banco di prova su cui ho dovuto imparare. All’inizio sembrava più facile, perché le attività della vita sono sempre in numero inferiore rispetto a quelle della finzione, quindi pensavo di potermi barcamenare meglio. Mi sono però ben presto resa conto che la molteplicità e la varietà dei mondi di finzione è tenuta insieme da una visione superiore, da uno sguardo dall’alto che permette di organizzare e di dare un senso all’entropia. La vita è più essenziale, se vogliamo, ma totalmente senza un fine, totalmente allo sbando, totalmente imprevedibile. Senza qualcuno che la governa, senza l’illuminata mente dell’autore in grado di tirare le fila di quello che accade e di accompagnarti verso l’emozione giusta. La vita vera, per me, è stato scoprire che non sempre giocare secondo le regole porta ai risultati sperati. Che ognuno, in effetti, gioca secondo le proprie regole e, senza nemmeno farlo apposta a volte, si creano dei paradossi, degli inghippi, dei corto circuiti che ti travolgono.

La prima volta che mi sono accorta che giocare secondo le regole non serviva a niente è stato durante il dottorato. Non avevo, in realtà, capito il set di regole che mi era stato messo davanti, e ho applicato ottusamente il mio, sperando che dedizione, passione ed entusiasmo fossero abbastanza. Non lo erano nemmeno lontanamente. Anche il mio primo “lavoro d’ufficio” vero e proprio ha subito la stessa sorte: mi è stato fatto notare che la posizione che avevo sognato da tutta la vita, per cui avevo studiato, sgobbato, per cui avevo giocato e imparato, non era in realtà il posto giusto per me. Che non facevo parte della squadra con cui sentivo di essere sbocciata, per cui avevo fatto le mie prime serate al lavoro (e poi, quante altre). Che non ero veramente adeguata, perché i miei impulsi, il mio atteggiamento erano da cavallo sciolto.

Ora, quello che sta succedendo ora ha poca importanza. Ne ha molta, in realtà, ma ne ha anche pochissima, perché nonostante le montagne che stiamo scalando, io sono sempre lì a pensare “e se anche stavolta le regole non tornassero? E se anche stavolta scoprissi, all’ultimo miglio, che ho frainteso il senso di tutto quello che stiamo facendo?”

Io voglio raccontare storie. Lo so che sembra strano detto da una di 35 anni che ha scritto qualche racconto e che ha poi seimila progetti video nel cassetto, ma che ancora non ha regalato molto al mondo, però è questo che voglio fare, raccontare storie. Storie fantastiche, tendenzialmente, in cui i personaggi si muovono in un apparente caos sormontato da regole ferree e da un obiettivo che, presto o tardi, si rivelerà loro in tutta la sua semplicità. Quindi mi dispero ancora quando, mentre cerco di raccontare queste dannate storie, incappo in sistemi di regole sballati, che non condivido, che mi stritolano, che mi fanno mancare il fiato. Pubbliche amministrazioni, furbizie, raccomandazioni, piccolezze, prevaricazioni, finto giustizialismo. Io sono molto, molto stanca.

Come sono stanca anche di svegliarmi e avere i conati di vomito, o di dovermi chiudere in una stanza da sola all’improvviso perché ho un attacco di panico e non voglio che qualcuno mi veda così. Come sono amareggiata e disperata perché, soprattutto, non voglio che mio figlio mi veda così. Ormai sono anni che imparo nel modo più duro, e sono stanca di essere così coinvolta. Forse, se non avessi letto tutti quei libri, se non avessi giocato a tutti quei giochi, forse avrei meno aspettative impossibili sulle regole e sugli obiettivi di questa vita bislacca. Forse riuscirei a lasciarmi scorrere le cose addosso, forse riuscirei a chiudere un faldone di pratiche e di conti e a pensare che non è colpa mia, che non ho fatto niente di male, che non posso “ripetere il livello” e farlo meglio, che non c’è nessun autore onnisciente che mi ha guidato in un percorso sensato. Penserei, finalmente rassegnata, che alcune cose semplicemente non hanno un senso, che posso solo evitare di fare gli stessi errori in futuro e che posso allontanare quei vampiri emotivi che, a un’empatica come me, succhiano vita ed energia a ogni parola.

Tutto quello che ho vissuto, però, va poi a fare parte di quei momenti di felicità spensierata e totale che ancora so provare. Non posso rinnegare tutto, non è tutto nero, non sono più dentro un buco. Diciamo che è solo una pozzanghera lungo il percorso, questo periodo fatto di doveri assurdi e di riscontri scarsi. E se riuscirò finalmente a far uscire almeno una di tutte quelle storie, da queste mani, da questa testa, allora non sarà stato tutto vano.

La crisi

La gente dice che sono ansiosa. E’ una cosa brutta che ho preso da mio padre, insieme a un sacco di cose belle. D’altra parte, io non credo di essere ansiosa: sono solo realistica. Voglio dire, c’è obiettivamente sempre qualcosa di cui preoccuparsi. Il bello è che negli anni ho imparato a preoccuparmi “a tempo”: sono fiera di confermare a grandi e piccini che adesso so staccare. Che so chiudere la saracinesca e dire: “E vabbuò”. E andare oltre.
Quello che impari a fare, però, non sempre è percepito anche all’esterno. Certi percorsi sono tutti soggettivi, individuali, interiori. Così, visto che ormai sono due settimane che non riesco a respirare, tutto mi dicono che sono ansiosa. Che ho tutto il peso del mondo sulle spalle ed è per questo che non riesco a fare respiri profondi. Secondo me ho qualche malattia incurabile, invece. Perché non sarò più ansiosa, ma alla mia cara, vecchia ipocondria ci sono affezionata eccome.
Il punto è che poi stai a casa per stare meglio, per rilassarti, per goderti le bombe al cortisone che ti hanno prescritto, e ti becchi la striscia fortunata degli articoli sugli imprenditori suicidi, che in questi giorni sembrano la tematica n.1 di ogni testata.
Ah, sì, e sei un’imprenditrice.
Comunque, non mi voglio suicidare, solo mi fa un po’ tristezza vedere queste persone che si ammazzano perché hanno debiti di 20.000, 30.000, 100.000€. Quando poi leggi di truffe bancarie, processi e “ammende” a compagnie che hanno rubato miliardi di miliardi, e in cui nessuno ci pensa nemmeno lontanamente ad ammazzarsi.
Il caso che mi ha fatto più impressione è quello di un ristoratore di Treviso: non che ci conoscessimo, ma ero stata a cena nel suo locale giusto 3 settimane prima e lo avevo visto in faccia, ci avevo parlato, mi aveva indicato l’ottimo banco contorni a disposizione. E poi è morto.
Ora questo tempo uggioso, questa oppressione al petto e la contingente situazione economica e politica non è che lascino proprio ben sperare.
Nonostante tutto, non riesco a sentirmi disperata, anzi, tutt’altro. Continua questa strana sensazione di speranza, come se stesse per succedere qualcosa di incredibilmente bello o come se, in generale, quello che sta succedendo fosse già abbastanza bello così. Incoscienza? Delirio da farmaci? L’aria del Veneto che mi contamina con un immotivato entusiasmo? Chissà. Staremo a vedere, sempre se sopravvivo a questa vera-malattia, falsa-ipocondria, e quello che succederà.
In caso, sulla mia urna cineraria vorrei che scriveste “Ve l’avevo detto che stavo male”.

Strani giorni

Viviamo strani giorni.
Io, dal canto mio, mi sento molto emozionata. Non so, è come se negli ultimi anni avessi intrapreso un percorso che mi ha portato ad aprire gli occhi, a riflettere su me stessa, sul posto e sul paese in cui vivo, a confrontarmi con me stessa e con gli altri in maniera diversa. Aspetta, effettivamente io ho fatto un percorso!
Sebbene il mio migliore amico, un relativismo galoppante figlio di uno spirito critico iper-sviluppato, non mi abbandoni mai, ultimamente mi sembra di essere in grado di affrontare tutto con più consapevolezza.
Forse questo dipende dal fatto che non affronto più tutte le situazioni con lo spirito di una bambina di 7 anni che riversa su di sé ogni responsabilità dell’universo, forse dipende dal fatto che non ho più il meccanismo di attacco-fuga che mi si attiva ogni 30 secondi a ciclo continuo tutto il giorno per qualsiasi input esterno, forse dipende dal fatto che ho trovato la mia dimensione, affettiva, geografica, alimentare, culturale… Forse un insieme di tutto questo, fatto sta che per una volta mi sento con i piedi per terra e mi sembra di camminare verso qualcosa, non di fuggire da qualcos’altro.

POLITICA
Viviamo strani giorni? Ammazza, sì. Voglio dire, l’altra sera, per fare un esempio, sono andata in piazza ad ascoltare Beppe Grillo che parlava del Movimento 5 Stelle. L’ho fatto perché volevo, non perché non avevo di meglio da fare, e l’ho trovato un momento di condivisione e di osservazione sociale davvero molto utile ed emozionante. C’era, infatti, gente di ogni tipo. Giovani, vecchi, uomini, donne. Ora, prima che anche qui scatti il dibattito sul perché uno dovrebbe votare un comico che sbraita, ci tengo a dire che no, non sono d’accordo con tutto quello che dice il M5S, non sono d’accordo con tutte le loro posizioni e le loro battaglie. Non è che una preferenza elettorale si trasformi immediatamente in lobotomia, per cui bisogna cercare giustificazioni personali per aderire per forza a tutto quello che sostengono. Saremo una generazione sfigata perché abbiamo Grillo e non Berlinguer, però per la prima volta, seguendo il M5S e le sue iniziative, mi sono appassionata alla politica e ho provato quella sensazione di appartenenza che mia madre ha provato per la sinistra di un tempo e che ha sempre cercato di descrivermi senza particolare succcesso. Mi piace l’idea che anche se il M5S sarà un flop e non prenderà abbastanza voti, o anche se andrà al governo e farà poco o farà male, le cose sono già cambiate. Chi non lo ammette, lo fa un po’ per orgoglio, un po’ per ottusità, secondo me. SEL, ad esempio, ha una linea d’azione piuttosto chiara da sempre. Ma partiti come quelli grossi e macilenti (PD, PdL, Lega), partitucoli nuovi e piuttosto discutibili (da Ingroia a Fratelli d’Italia), partiti surreali (come Fare) hanno tutti adottato programmi che contengono almeno in parte punti presenti nel programma 5 Stelle da anni. Facile, direte voi: sono cose ragionevoli. Bene, allora perché fino a quando il M5S non è arrivato a essere così presente sulla scena politica NESSUNO aveva avanzato così concretamente queste proposte?
Quello che mi interessa è che ormai le regole del gioco sono cambiate. Non importa chi vincerà questa volta, ormai si è messo in moto qualcosa che porterà a un cambiamento epocale. Chi non riconosce che questa miccia è stata accesa dal Movimento 5 Stelle è solo un gran rosicone, perché tutti gli altri sono in giro da tanto, troppo tempo per non aver avuto modo di fare quello che hanno fatto loro in 4 anni.

LAVORO
Poi sono diventata grande: sono socia nonché membro del CdA della nostra società. Detta così sembra una cosa da poco, ma non è vero. Non è affatto una cosa da poco, non è affatto solo una formalità. In un paese in cui aprire partita IVA per lavorare sembra ormai l’unica alternativa, aprire una società è davvero un passo ulteriore, un passo che va oltre, una decisione. Perché io la partita IVA ce l’avevo e andava anche discretamente, ma l’idea di costituire una società con alcune delle persone che stimo di più e che ritengo più geniali, pragmatiche e oneste è tutta un’altra cosa. Vivo sempre con estrema fatica le decisioni che mi riguardano, che mi coinvolgono. Penso sempre che non abbiano abbastanza valore, che non siano mai sufficienti, che non siano mai significative. Invece, Hive Division S.r.l. lo considero un passo molto significativo. Non abbiamo aperto solo perché è più comodo e divertente stare in ufficio in 6 insieme, o perché ormai la tipologia di lavori che svolgiamo lo rendeva il passo naturale, dopo una collaborazione di più di 5 anni. Abbiamo aperto questa società perché crediamo che sia un modo per cambiare le cose. Per dare opportunità a noi, adesso, e anche a qualcun altro, tra poco, di fare il lavoro che ci appassiona. Per gestire in modo etico e rispettoso, lontano da furberie e scorciatoie, il nostro lavoro e il nostro tempo. Per dare un valore al nostro lavoro e al nostro tempo, e decidere come aggiustare il tiro quando ci sono momenti di difficoltà, non per restare in balìa di qualcuno che ci considera risorse umane.

RELIGIONE
Poi oggi hanno annunciato che l’attuale Papa abdica. Son rimasta sconcertata, perché dopo l’11 settembre non pensavo che una notizia del contemporaneo potesse farmi riflettere così profondamente e gongolare con così tanto infantilismo. Già leggo le decine di commenti carichi di “rispetto”, “stima”, “coraggio”, “altruismo” e tutte le speranze per una nuova figura rappresentativa più giovane e in forze. La verità è che anche questo piccolo evento di importanza cosmica rafforza le mie convinzioni sempre in divenire: che la Chiesa non sia un’istituzione che stimo, più di uno lo sa. Che non perda occasione per ribadire il mio malcelato ateismo e la mia insofferenza verso la sudditanza del nostro Paese e dei nostri politici verso la Chiesa e lo Stato del Vaticano, anche questo non è un mistero. Questo gesto di Papa Benedetto XVI per me, non credente, ha un valore enorme. Perché sancisce oggettivamente l’infallibilità della Chiesa, dei suoi emissari, del SUO Emissario. Certo, diranno i miei 25 lettori, ma è solo un uomo. Il diritto canonico contempla l’abdicazione. Abdicato un Papa se ne fa un altro. Certo, è tutto vero! C’è sempre una scusa per ogni cosa.
Ma questo gesto è un segno, è un segnale che ognuno ha diritto di decidere come vuole. COME vuole. Chi non vuole vedere, non vedrà. Ma è ormai sotto gli occhi di tutti, l’imperatore è nudo, il Papa è abdicato, il mondo è libero.
Per me è come se fosse partito un conto alla rovescia, lento, silenzioso, ma inesorabile: è come se fosse partito il timer di spegnimento della Chiesa. Non sarà così, sarà una mia convinzione illusoria, ma intanto gongolo. Perché anche la religione senza Chiesa non potrà fare altro che diventare migliore.

VITA
Insomma. Sono qui, con i miei soliti voli pindarici tra un argomento e l’altro. Non pretendo che cogliate il nesso, magari non c’è nemmeno. Il punto è che non mi importa, ho una strana chiarezza mentale addosso che mi porta a non restare più impantanata e impaludata nelle mie paure e mi spinge ad agire, a fare, a proporre, e se dovesse succedere anche a SBAGLIARE. E poi ricominciare, perché non succede niente, si può sbagliare, anzi si DEVE sbagliare. Adoro chi critica le mie scelte e mi apre gli occhi su problemi che non avevo visto e che diventano parte di me, ma guardo con molto dispiacere chi critica le mie scelte ma non propone alternative, non suggerisce, non si entusiasma, non agisce e soprattutto non cambia di un millimetro la propria situazione. Qui non si tratta di avere ragione o torto! Non si tratta di dire “Te l’avevo detto”, non si tratta di avere più punti su un’immaginaria raccolta di bollini grazie alla quale alla fine dell’anno riceverai la coccarda “Hai visto?!”. Qui si tratta di vivere una vita piena, fatta di entusiasmi e delusioni, di prese di posizioni, di cambi di posizioni. Ma soprattutto, si tratta di agire, nel concreto di ogni giorno, per costruire qualcosa che poi magari un giorno verrà distrutto, o che distruggeremo noi stessi con le nostre mani. Ma basta stare qui a fare i critici sullo scranno d’oro, “Questo non va, ma come puoi votare quelli lì, ma cosa stai facendo, secondo me è sbagliato, e poi cosa succede, e se poi non funziona, e, e, e, io, io, io, mio, mio, mio, no, no, no”…

Mi accorgo che il mio benessere, il mio equilibrio, la mia sanità e soprattutto il fatto che dormo serena la notte dipendono soprattutto dal fatto che mi posso guardare indietro e attorno con onore, senza vergognarmi di niente, nemmeno dell’accidia o dell’immobilismo, e che posso difendere davanti a chiunque le mie posizioni, se è necessario farlo. Se no, il resto del tempo, lo dedico più volentieri a scrivere, pensare, parlare e fare con gli altri.
Quindi strani giorni. Viviamo proprio strani giorni. Ma spero davvero che continui così.

Cose che mi fanno tristezza proprio adesso

– Quella volta che ho parlato nell’orecchio di una compagna di classe dicendo che mia nonna era grassa. Poi però sono andata da lei e le ho detto che le volevo bene.
– Il mazzo di carte rosso che ho in una scatola blu, con le napoletane tutte consumate sugli angoli e usate per anni e anni e anni da una coppia di vecchi siciliani.
– Quando una volta mio nonno è sceso e io mi sono spaventata e gli ho risposto male e anche lui c’è rimasto male. E poi gli ho chiesto scusa.
– Quando mio nonno è andato al cinema da solo.
– Mia nonna, con un occhio rosso, l’ultima volta che l’ho vista.
– Quella volta che erano morti e io ho sognato che mi venivano a trovare e io li facevo dormire in camera mia tutti e due.
– Tutti i natali della mia vita in cui ricordo ormai quasi solo che c’erano loro e io mi sentivo così fortunata perché erano con me e non con mio cugino e a ogni anno che passava io mi rendevo conto che la sorpresa non era tanto per me che scartavo i regali, ma per loro che mi guardavano, felici.
– Il fatto che ora odio il Natale perché mi mancano ogni volta di più.
– Il suo cous cous che mai e poi mai lo rifarò identico.
– Le storie che mi raccontava da piccola.
– Quando mi cantava “Volare” di Modugno e mi spingeva in alto, sull’altalena di Acilia. E io me lo ricordo.
– Questo mese di merda, in cui è morta mia nonna ma non mi ricordo nemmeno in che giorno è successo.