Di tradimenti reali o immaginari, di tempo che vola e di regali sotto l’albero

Ho 35 anni anche se tutti me ne danno 10 di meno. Il tempo sta galoppando in un modo che mia madre mi raccontava, ma io non ci credevo. Sfuggono i giorni, sfuggono i momenti, sfuggono le espressioni, e in quest’era del digitale non stampiamo nemmeno più le fotografie e non abbiamo una traccia tangibile degli anni.

È per questo che sotto il mio personalissimo albero di Natale, quest’anno, ci saranno degli album fotografici con fotografie stampate. Ho deciso che ne stamperò un tot ogni volta che avrò due soldi da parte e mi farò una bellissima biblioteca di album fotografici “come una volta”. Sotto l’albero di Natale delle persone a cui voglio bene, invece, ci sarà una sorpresa un po’ particolare, una di quelle cose “alla Valentina”, che imbarazzano i più ma colpiscono nel segno con le persone giuste. Sì, farò lo stesso identico regalo a tutti, praticamente: fico, no? Niente code nei negozi, niente dilemmi del cavolo, niente corse dell’ultimo minuto. Nonostante tutti questi buoni propositi, non sarà semplice mettere questo regalo sotto l’albero: primo perché lo devo completare in tempo (è “autoprodotto”), poi perché qualcuno lo considera la rottura di una promessa, infine perché è un atto tra l’egoistico e il narcisistico, da parte mia. Tant’è, quest’anno va così.

Qualcuno, però, sotto l’albero da parte mia non troverà niente: ho 35 anni e ancora non ho imparato a riconoscere gli amici dai nemici. Perché questa cosa che esistono i nemici è vera, non succede solo nei film, anche nella vita ci sono alcuni che si mascherano, pranzano con te, dormono in casa tua e in realtà ti stanno solo manipolando, ti stanno succhiando energie, informazioni, affetto. E tu ci caschi con tutte le scarpe, e poi piangi e ci stai male quando il falso aiutante si rivela in tutto il suo splendore.

Poi c’è Leonardo. Un’adorabile cartina tornasole di come potrei essere e di come in realtà sono. Si dice che i figli ti cambiano, ma non è esattamente così. L’effetto che ha mio figlio su di me è diverso, e nello specifico è sempre nei miei pensieri quando devo prendere decisioni, anche decisioni che riguardano unicamente me stessa, e mi fa porre la stessa, impietosa domanda: mi sto comportando bene con me stessa? Farei quello che sto per fare a me anche a mio figlio? E tantissime volte mi rendo conto che abuso di me in modi che nemmeno riuscivo a vedere prima. MI mortifico quando dovrei incoraggiarmi, mi censuro quando dovrei lasciare la mia mente libera di correre, antepongo tutti i miei “devo” a ogni mio “vorrei”. Allora mi fermo, a volte, quando faccio in tempo, e torno sui miei passi, e mi “proteggo” come proteggerei lui. E funziona, sto meglio, mi sveglio con più energie, quella parte di me che mi disprezza si fa ogni giorno più piccola in un angolo e l’impulso creativo che sento dentro cresce sempre un po’ di più. A volte mi sento “in pace”, ci sono giorni che il mondo fuori fa schifo come sempre, la gente è inutilmente arrabbiata, aggressiva, rancorosa, spaventata, ma io finisco la giornata e mi sono comportata in un modo che mi piace, in un modo che rispetto. In un modo in cui mi potrei comportare anche con mio figlio.

Quindi, quest’anno per la prima volta ho scolpito una zucca di Halloween, e quest’anno per la prima volta farò un mio VERO albero di Natale sotto cui mettere i libri e i giochi di legno che ho già preso a Leonardo – ops, che Babbo Natale gli porterà, ecco. Quest’anno per la prima volta mi godo il tepore della casa con un libro in mano, nel mio piumone, senza sensi di colpa assortiti. Quest’anno, per la prima volta da tanto tempo, finirò di scrivere il primo racconto del mio libro.

I figli ti cambiano: ok, forse sì, ma solo in meglio. Chi dice il contrario non ha capito un bel cazzo di niente e gli auguro di aprire gli occhi alla svelta, perché poi si muore.

Nel posto sbagliato, al momento sbagliato

Le passioni ti fregano. Tu sei lì, che cerchi di vivere la tua vita con quanto basta, con misura, con equilibrio, lasciando da parte l’inutile superfluo, concentrandoti solo sulle cose essenziali, che contano davvero, ma non è affatto detto che questo ti metta al riparo dal sentire l’intensa mancanza di qualcosa.

Leonardo è l’esempio lampante, povera cavia umana del mio essere madre: l’ho voluto, l’ho desiderato, adoro averlo, ogni giorno che passa mi diverto sempre di più, colleziono ricordi che non avrei mai immaginato, eppure, a volte, sento lo strisciante disagio di non stare scrivendo una nuova storia. O di non essere sul set. O di non stare viaggiando per cercare un nuovo set e inventare una nuova storia. Che poi, a ben vedere, sto inventando una nuova storia in un altro modo, in senso più ampio, ma il disagio resta. Allora, con giochi di incastri e scatole cinesi riesco a organizzare una settimana dedicata solo al lavoro, in cui lui sta con i nonni, ed ecco che un secondo dopo che non è con me mi sento di nuovo a disagio, perché sto raccontando una storia, ma non è la sua, sono sul set, ma lui non c’è, e mi manca incredibilmente in tutte le piccole cose: quando mangio senza dovermi alzare seicento volte, quando il cibo resta tutto nel piatto, quando la cacca va direttamente nel water quasi da sola, quando non ci sono psicodrammi perché Miglio il Coniglio è finito fuori dal lettino… Mi manca tutto, di lui, anche se sto scrivendo la mia storia preferita, e suo padre non aiuta, mostrandomi tenere foto amarcord e ricordandomi che anche lui è umano e ne sente la mancanza.

Questo, però, è un dualismo delle patatine: tutte le madri e tutti i padri sanno di cosa parlo, del lacerante spallamento che si prova quando si passano intere giornate con esseri che grugniscono e basta, e dell’altrettanto lacerante disagio che si prova quando ci si allontana da quegli stessi esseri. Fenomeno che tutt’ora difficilmente mi spiego, comunque.

C’è poi un altro modo di sentirsi fuori posto, che è quello delle disgrazie. Quando dovresti mollare tutto e andare a fare due chiacchiere con un amico che ha affrontato una delle tappe dolorose della vita. E io non c’ero, non ci sono stata, se non con un tardivo messaggino sul telefono. Eppure, ero a fare qualcosa che ritengo estremamente significativo, qualcosa per cui lotto tutti i giorni, qualcosa che non considero solo il mio lavoro, ma la mia passione. Niente, anche in questo caso ero al posto sbagliato, al momento sbagliato. Ma lo sono sempre, a ben vedere, perché c’è sempre un altrove che ha bisogno di me, c’è continuamente qualcuno che sto deludendo perché non ci sono col corpo o con la mente, e poi ci sono io, che sono costantemente delusa da me stessa.

Oggi ho letto che il tono con cui parliamo ai bambini diventa la loro voce interiore. Ora, io non so come mi hanno parlato da piccola, ma è troppo facile dare la colpa a qualcun altro per il fatto che quando “mi ascolto” sento solo critiche, rimproveri, rimbrottii e sensi di colpa. Non so da dove nasce, da che profondità arriva, e non so nemmeno come metterla a tacere, questa voce, anche se ci provo tutti i giorni a volte mi ritrovo da sola, lontano da tutto e tutti quelli a cui dovrei essere vicino, e mi viene da piangere perché mi sento fuori posto, un’accidiosa madre, amica, amante, scrittrice, socia, figlia, sorella, un’accidiosa-ogni-cosa. Devo respirare a fondo e pensare che no, non è colpa mia, che sì, posso fare di meglio, ma che non mi devo mettere in croce nel mentre.

(Comunque, a scanso di equivoci, io a Leonardo ripeto sempre cose positive, anche quando ha un diavolo per capello e vorrei dirgli che è tremendocattivo, dispettoso, gli dico che è avventurosoenergicogiramondo… Così magari gli risparmio lo psicanalista da grande…)

Domani è il primo settembre. Si “ricomincia”, io non sono un granché con le fini e gli inizi, vado sempre in corto circuito. Ormai è un anno che dico a Giacomo che “sono in crisi” – professionalmente parlando, intendo – e che non riesco più a capire qual è il mio centro, qual è il mio scopo. Ho passato un’estate lavorando lentamente per trovare un nuovo centro e per potere, da domani, da oggi, da ieri, concentrarmi su di esso, dargli spazio, farlo crescere e, insieme far crescere di nuovo me stessa. Far crescere mio figlio, far crescere la Valentina che scrive, che inventa, che si occupa di cose che ama, che si occupa di cose che odia, la Valentina che pulisce casa e quella che si sdraia di notte da sola a guardare le stelle, quella che legge libri in un soffio e che scorre PDF con le istruzioni. Quella che racconta storie per il mondo e quella che le racconta per suo figlio. La Valentina che si vuole bene e si stima, e quella che si odia e si denigra e si umilia

La mia speranza è che tutte queste parti, tutte questi modi di essere “Valentina” riescano a gravitare meglio e con più leggerezza attorno al centro che ho deciso essere il mio polo di gravità, quello per cui faccio ogni cosa e quello che mi dà un senso, al di là di tutto.

Speriamo. Perché finora il qui e adesso sono sempre stati sbagliati, e ce ne sono sempre meno. Di qui e adesso e di occasioni per fare la cosa giusta.

Cambia la tua vita con un click

Sono anni che non scrivo cose interessanti, qua sopra. È passato molto tempo da quando mi sono sentita libera di esprimermi liberamente, di parlare di quello che non va e di fare nomi e cognomi, però la verità è che si cresce, ci si crea delle complesse reti di persone e relazioni, intorno, e basta poco per far crollare tutto. Se questo crollare influenzasse solo me, allora quasi quasi cederei alla tentazione di rovesciare il tavolo. Purtroppo, però, tanto di quello che vivo condiziona fortemente le persone che mi stanno intorno e che amo e non me la sento di fare scelte così radicali anche per loro, non me la sento di buttare all’aria il tavolo e rompere la loro, di cristalleria, più che la mia.

Vorrei non ridurre sempre tutto alla maternità, ma per mia fortuna è stato un evento spartiacque totale nella mia esistenza, sia personale che professionale, e visto che, per compensare la meravigliosa creatura che è Leonardo, il mio piccolo universo ha ben pensato di decostruire tutto quello che io avevo lentamente e pazientemente messo insieme in quasi 34 anni di sforzi, io mi ritrovo davanti a un terremoto che mi deve per forza insegnare qualcosa per il futuro, se non altro per lasciarmi alle spalle tutte le macerie e andare avanti con quello che di sano è rimasto.

Mia sorella Giulia è stata un faro nella tempesta, in questi due anni di sconvolgimenti totali. Ci è sempre stata accanto e ha fatto anche più di quanto poteva per noi. Così pure i miei genitori e i miei suoceri. Una famiglia che c’è stata, con i suoi tempi e i modi che le erano possibili dalla quotidianità. Ma un punto di riferimento per tutto, dai problemi pratici a quelli economici a quelli emotivi.

Di Alice non parliamone nemmeno: dovrei scrivere un “Guerra e Pace” per cominciare ad accennare a tutti i modi in cui c’è stata, in questi anni di psicopatologia. Mia.

Di amici veri ne sono rimasti una decina. Se vi contate, se pensate a chi siete, vi potete anche facilmente individuare, equamente distribuiti tra il mio passato e il mio presente. Persone che si sono sorbite lamentele, pianti, paure, angosce, ansie, dilemmi etici, solitudine, insulti, di tutto. Amici che mi hanno sempre fatto sentire accolta, anche in tutta questa lunghissima fase di metamorfosi totale. Dieci punti fermi che non posso ignorare, che so, a questo punto, mi accompagneranno per sempre. E che hanno un credito aperto, con me: chiamatemi di notte, chiedetemi di soccorrervi su un vulcano che sta per eruttare, fatemi lanciare col paracadute per venirvi a recuperare, o più semplicemente mandatemi un messaggio quando avete bisogno di una spalla su cui piangere o di qualcuno che vi pulisca casa. Io per voi ci sarò sempre.

E poi ci siete voi, che vi dite amici ma siete come quelli di Facebook, una schiera giusto per fare numero, un insieme di frequentazioni tanto inutili quanto dispendiose, a livello di parole, tempo, energie, pensieri. Vorrei liquidarvi con un “Me ne infischio”, ma purtroppo le nostre vite sono pigramente intessute insieme per obblighi sociali, convenzioni, necessità, opportunismo. Vorrei andarmene da voi, vorrei lasciarvi lì nel vostro essere noiosi, ordinari, livorosi, bugiardi, banali, ma non ce la faccio, non ce la faccio mai a essere veramente spietata come molti mi descrivono. Convivenza civile, la chiamano. Io, a volte, la considero codardia. Forse arriverà il momento in cui mi renderò conto che il tempo della mia vita è veramente così limitato, chissà, e allora farò un vero repulisti. Forse, in realtà, lo sto già facendo e le chiacchiere di convenienza e cortesia, i “Come stai” e i “Mi dispiace molto” sono già un bel recinto all’inutilità che rappresentate nella mia vita. Poi mi sento esclusa quando fate qualcosa e non mi calcolate – non lo fate mai – ma in effetti non vorrei mai essere lì con voi, non vorrei mai ipotecare il mio prezioso tempo libero a parlare di inutilia con chi non capisce cosa significa avere la casa sporca ma un racconto in testa, la cucina sottosopra ma i piedi nel fango dei prati dietro casa, l’angoscia del lavoro eppure l’impossibilità di parlare o pensare ad altro, perché è anche la tua passione. Siete ordinari e mi annoiate, siete ordinari e il mio esercizio zen di quest’anno è imparare a fare a meno di voi ancora più di quanto non faccia ora. Ce la farò.

Poi ci sono i clienti, e anche qui, quelli che dopo 10 e più anni di collaborazione non si sono eclissati sono forse 4 o 5. Se vi riconoscete tra questi, vi ringrazio, perché valutate la qualità del mio lavoro più del mio nuovo – e terrificante, a quanto pare – titolo di “Madre”.
Alcuni sono scomparsi così rapidamente che non ho fatto nemmeno in tempo a salutare. Altri sono rimasti, ma con richieste assurde, con tempistiche folli e tariffe dell’anteguerra. Sì, perché io lavoro come traduttrice, tra le altre cose, e la qualità del mio lavoro aumenta ogni anno che passa, ma non di conseguenza le tariffe delle mie prestazioni. Forse, anche qui, anziché una muta rassegnazione dovrei mettere in campo un’aggressiva competitività e smetterla di camminare sulle uova dei rapporti di lavoro, ma instaurarne di solidi come il cemento, anche se più radi, forse.

Allora, come si fa a cambiare la propria vita con un click? A lasciare fuori dalla porta vampiri energetici, clienti pazzi, enti pubblici entropici, e soprattutto l’ansia, l’ansia che sia sempre colpa mia e invece non lo è?
La verità è che non-lo-so. Non ne ho idea, tant’è che non ci sto riuscendo. Per la prima volta da tanto tempo, però, almeno vedo chiaramente il panorama davanti a cui mi trovo. Scorgo con obiettiva freddezza tutti i cadaveri che la mia maternità ha prodotto e i guerrieri, ancora più forti e cazzuti di prima, che mi sono rimasti accanto. Quindi io contemplo, come Serse prima delle battaglie, e penso, proprio come Serse, che tanto tra 100 anni saremo tutti morti, quindi rimetto le cose in prospettiva con questo pensiero che livella le difficoltà, che livella le arroganze davanti a cui mi trovo costantemente, che livella anche la solitudine e la stizza che mi sale quando mi accorgo di aver investito il mio tempo sulle persone sbagliate.

Capita. Probabilmente, andando avanti, capiterà sempre meno, o almeno lo spero. Adesso il mio obiettivo è smettere di concentrarmi sul campo di cadaveri che ho alle spalle e guardare l’orizzonte da esplorare che mi trovo di fronte. La puzza ancora mi fa girare troppo spesso, ma passerà. Passerà, e potrò dire di aver cambiato la mia vita. Che poi non è cambiare quello che sta fuori, ma quello che sta dentro, e come guardi il mondo.

Pari opportunità

Da qualche tempo gira uno spot di una nota marca di pannolini che ti spiega come le differenze anatomiche tra bimbi e bimbe non si fermino all’apparato riproduttore, ma si insinuino nelle profondità culturali dell’educazione. Quindi se sei maschio, puoi essere un avventuriero, mentre se sei femmina è meglio che tu ti faccia desiderare. Se sei maschio ti deve piacere il blu, se sei femmina il rosa. Se sei maschio puoi ambire a una vita di carriera e scoperta, se sei femmina ho già qui pronto un bel set di pulizie per la casa tutto per te. Rosa, ovviamente.

Spero di non dover nemmeno cominciare ad argomentare quanto sia ridicola la differenziazione qui sopra, quanto sia retrograda e non solo sessista, ma biecamente consumista: ci educano, fin da piccoli, ai settori di mercato che ci preparano quando diventiamo grandi. Bigiotteria, passatempi hi-tech, vestiti, attrezzatura per lo sport, automobili, arredamento casa: dobbiamo diventare dei consumatori diligenti, perché altrimenti pensa che casino se non riescono più a sessizzare un divano, una collanina, un paio di scarpe, e così via. Saltano tutte le regole di mercato per cui la società si è così ben strutturata, così che poi siamo noi stessi i primi a volere certe cose anziché altre, senza mai fermarci a chiederci se le vogliamo veramente o se è un percorso culturale a beneficio di qualcun altro che ci ha portato a desiderare queste cose.

Io, ad esempio, ho sempre comprato videogiochi. È un’industria? Certo che lo è. Così come l’industria editoriale, l’industria alimentare, l’industria cinematografica. E però io non ho mai comprato i “videogiochi da femmine”. Comrpavo, semplicemente, i videogiochi che mi piacevano. Così come i miei romanzi di formazione non avevano un target specifico, così come i film che mi hanno cambiato la vita non erano “film da donne”. Il problema dei pannolini rosa e blu per femmine e per maschi è una delle tante tappe miliari che noi e i nostri bambini dobbiamo compiere per diventare consumatori non responsabili, per farci riempire le case di cose che non ci servono, per convincerci a lavorare 100 ore a settimana per mantenere un tenore di vita che non ha nessun senso per noi e che, invece, è la base fondante dell’economia in cui ci troviamo inseriti.

Questo è l’aspetto, da madre, che mi interessa di più: cercare in ogni modo di passare un po’ di spirito critico a mio figlio e fargli capire che se gli piace preparare il caffè e passare la scopa anziché giocare col trattore e con il trapano Berto, allora va bene così. Dopotutto, suo padre lo fa. Io lo faccio. E quindi lui ci imita. Il problema è quando anche gli adulti sono perfettamente integrati nel ciclo del consumo e quindi fanno, a loro volta, solo azioni “normali”, solo azioni che rispecchiano i modelli della pubblicità o delle istruzioni sui prodotti (vorrei vedere un uomo che passa il mocio, una volta: in casa mia lo fa Giacomo, perché non posso comprargli un diavolo di mocio in cui ci sia un uomo sulla confezione, anziché una donna?) e quindi i figli cominciano a settorializzare le attività: la cucina è della mamma, il garage è del papà, i mestieri li fa mamma, del giardino si occupa papà, e così via all’infinito.

Certo, devo ammettere che cercare di vivere una vita normale in mezzo a tutti questi stereotipi grotteschi a volte non è facile. Perché, ad esempio, tante persone non capiscono che quando hai un figlio hai meno tempo, che sei meno disponibile “flat 24 ore su 24” e che bisogna concentrare gli appuntamenti, le chiamate, i task. Perché quando si tratta di pulire il cesso, allora c’è una netta distinzione tra maschi e femmine, mentre quando si tratta di lavorare (e, bada bene, non di guadagnare) allora no, non ci devono essere differenze di performance, di disponibilità, di focus, di workflow, di need, di push, di.

Io lotto ogni singolo giorno contro una solitudine preoccupante e contro la fatica smodata di non essere una persona con interessi “commerciabili”, con un lavoro in proprio, con difficoltà gestionali su ogni fronte. A volte penso che sarebbe veramente più semplice se, invece di cercare ottusamente di lavorare, mi rassegnassi a fare la casalinga e la smettessi di dimenarmi per mettere a frutto competenze, passione, esperienza, e passassi la giornata a pulire casa, a stirare vestiti e a passare il mocio con l’effige di donna sulla confezione. Essere “alternativi” oggi non è fare i punkabbestia, non è fare la rivoluzione, non è prendere e partire per fare un viaggio intorno al mondo. Essere alternativi oggi è rimboccarsi le maniche e cercare di fare quello che si desidera fare, nonostante la società remi contro questo desiderio e nonostante la tua formazione (culturale, universitaria, professionale) venga sempre messa in secondo posto se sei donna, perché “tu devi stare con tuo figlio”. Io non DEVO stare con mio figlio, io ci VOGLIO stare. Però VOGLIO anche lavorare, quindi come si fa? Con tanta, tantissima fatica, e ricordando ogni giorno che il principio che mi deve guidare è lo spirito critico, il desiderio di auto-affermazione e la passione.

Però, a volte, come in queste settimane, come in questo anno, è un percorso davvero solitario e in salita.

Estate n. 1 – Winter is coming

Innanzitutto, mi sono ricreduta. La sezione in cui parlo di te e di noi non la voglio chiamare Mater Terribilis, in onore dei miei complessi, bensì Leopardo, in onore del tuo soprannome teneroso.

Mi sono chiesta a lungo perché non scrivevo di più di noi due, di te, di noi tre, del papà, del mio essere mamma, dei tuoi progressi, di tutto. Forse ho imparato da Tristram Shandy che per scrivere in modo esaustivo della vita bisogna, in fondo, smettere di viverla, e questo non mi va. Poi perché, diciamocelo, arrivare a fine giornata a volte è già un’impresa così, con te che vomiti ovunque, ti arrampichi nelle prese della corrente, lecchi il gatto, mangi gli uccelli caduti dai rami, spargi moccio in giro per casa, urli fino allo sfinimento per non dormire, mangi e sbrodoli come una pentola a pressione troppo piena. O, come in questo preciso momento, ti attacchi al mio vestito e tiri fino a piegare lo spazio tempo e a farmi chinare verso di te.

Piccolo, bavoso, morbidoso Leonardo della mia vita.

In realtà è difficile parlare di quello che ci sta succedendo ora che siamo diventati una famiglia di tre individui e a dettare legge sei tu. Fin da quando sei nato, molte persone mi dicono: “Ah, goditelo adesso che è così piccolo e lo puoi coccolare, perché poi…”

Poi cosa? Certo, sono sicura che a 12 anni sarà un’impresa anche solo darti mezzo bacio, ma ora devo dire che ogni giorno che passo con te mi diverto di più. Cresci, stai, seduto, gattoni, ti arrampichi, stai in piedi tentennando e cercando di farcela da solo ogni giorno di più. Riconosci i libri che ti leggo e hai già i tuoi preferiti (tipo “Boccacce” o “Amici alla fattoria mano nella mano”), riconosci me e il papà e ogni volta che ci vedi fai dei sorrisi da spalancare il cielo. È più faticoso ora che ti muovi? Fisicamente sì, ma è più “comprensibile”, per me, stare con te e quindi a conti fatti è più facile. E sono sicura che sarà sempre più facile, nonostante tutte le difficoltà che ci saranno quando crescerai. Fasi difficili, problemi, malattie.

Malattie che abbiamo inaugurato in pompa magna questo settembre, prima con un banale raffreddore, ora con tosse e febbre a 39.5. E sento già che il tuo ruolo di untore lo ricopri bene, lo ricopri alla perfezione, perché il raschiorino in gola e il naso che cola non stanno risparmiando nemmeno me. Aspetto la febbra con ansia.

Però ieri, per dire, è successa una cosa bella. Nonostante tu ti sia puntualmente ammalato il weekend e siamo dovuti stare tappati in casa, io mi sono sentita estremamente a mio agio a cullarti, coccolarti, accudirti e cercare di farti superare i momenti più duri di febbre alta. Tu avevi gli occhietti lucidi e le guance rosse, io ti tenevo in braccio e ti portavo in qua e in là, cantando canzoncine inventate che ti calmavano (mentre tuo padre rideva sotto i baffi). In quel momento, a differenza di tutte le volte che perdo la pazienza quando qualcosa va storto, beh in quel momento, dicevo, mi sentivo dove dovevo essere, al mio posto, perfetta in quel momento come mamma, lì con te nonostante tutto e tranquilla con le mie stupide canzoncine, convinta che le mie braccia, il mio petto e la mia voce sarebbero bastati a calmarti. E in effetti così è stato.

Oggi mi hai ricompensato ricoprendo di bava ogni centimetro della mia faccia e ridendo come un pazzo quando ti mangiavo il pancino sul letto.

Ecco, dopo i primi mesi di caos totale (soprattutto DENTRO di me), ora mi sento veramente mamma come mi immaginavo. Non più in preda al panico, non più inadeguata, non più spaventata, ma sicura di me anche nell’ignoto totale che affrontiamo ogni giorno insieme, tranquilla anche quando ti alzi urlando la notte perché stai male e hai bisogno di me, sorridente quando sputi tutta la pappa sulla tovaglia perché non ti va più e non sai ancora dire: “Basta, mamma”.
Questo è per me essere mamma: una fatica sovrumana ricompensata da un affetto incondizionato e da un sentimento di appartenenza che rare volte ho provato così intensamente – forse solo con il tuo papà, quando siamo io e lui alla conquista del mondo con le nostre storie.

Insomma, l’estate è finita e sta arrivando l’inverno. Ma questa volta mi trova pronta: farà freddo, sarà buio, sarà dura, come lo scorso anno quando sei nato, eri piccolissimo e io tremavo di continuo. Questa volta sono pronta perché ho imparato a conoscerti e perché ho imparato a conoscermi un po’ meglio, e il freddo, il buio, le difficoltà saranno solo una cornice di una fotografia bellissima in cui ci siamo noi, insieme.

Noi e le nostre storie… Ma questo è un capitolo a parte, di cui ti parlerò domani. Per ora, buonanotte e sogni d’oro (senza febbre, speriamo).

Bilanciamenti

Il cuoco che ha preparato la mia anima ha sbagliato, si vede, le dosi.

Ha messo un pizzico di immaginazione, quel tanto che basta a vedere un mondo che non si realizza mai.

Ha aggiunto una manciata di responsabilità, così che io possa sempre almeno cercare di farmi carico delle situazioni.

Due tazze belle piene di senso di colpa, così da non vivere con leggerezza nemmeno un giorno su questa terra.

Un pugno di senso di inadeguatezza, giusto per lasciarmi sempre un po’ di amaro in bocca.

Il resto dello spazio lo ha riempito di sogni, così da farmi assaporare di sfuggita quello che potrebbe essere una vita senza ingredienti scadenti, ma lasciandomi sempre l’amaro in bocca di non potermi mai gustare solo quella dolcezza.

Per fortuna che nel mio piatto sono capitati anche persone speciali: amore, amici, famiglia, sorelle, figli, gatti, soci e colleghi e che contribuiscono a stemperare quell’amarognolo di fondo, quel retrogusto marcio che avrei addentando solo bocconi di me stessa.

Però che triste sentirsi sempre l’ingrediente avariato di una altrimenti perfetta cena.

 

Spero che la salsedine dell’acqua di mare riesca, come a volte accade, a stemperare questo sapore che ho in bocca. Ché avrei mille motivi di gioia, mentre vedo e sento sempre solo tristezza.

* The cure for anything is salt water – sweat, tears or the sea * ( Isak Dinesen)