Sturm und Drang

Silenzio. Per mesi, lunghissimi mesi di silenzio. C’è qualcuno che la mia voce la sente sempre, tutti i giorni. Le mie lamentele, le mie felicità, le mie insoddisfazioni, i miei entusiasmi. Quando non scrivo per tanti mesi, però, qui o altrove, significa che qualcosa non va. Questa volta è un silenzio di confusione: sento come se dovesse succedere qualcosa, ma non succede mai. Oppure succede di continuo, sta succedendo anche adesso, ma non riesco a capire che cos’è, non riesco a capire cosa sta cambiando, come sta cambiando.

Come sto cambiando.

Come sto cambiando? Io non lo capisco. So che ho dolori che prima non conoscevo, paure che pensavo non mi appartenessero, conflitti che immaginavo risolti quindici anni fa. Invece è tutto ancora così vivido nelle giornate in cui ho abbastanza tempo per pensare, ed è invece tremendamente fumoso quando vado di fretta. Però è sempre lì, come quella strana presenza che senti alle spalle quando apri una porta nel buio della notte, o quando passeggi in un bosco e pensi che qualcuno ti osservi. O quando ti svegli di soprassalto mentre dormi perché senti un paio di occhi puntati addosso. È lì, il cambiamento è costante, un meccanismo inesorabile e perfetto che conduce una piccola biglia di metallo attraverso un labirinto escheriano fatto di parole, gesti, stizza, amore, lacrime, fatica, e alla fine anziché una biglia di vetro hai un pezzo di granito ruvido, o una pallina di carta, o qualsiasi cosa che non è quello che avevi all’inizio, quello che avevi coltivato, che avevi amato.

Da una parte mi consolo, con tutta questa intensità del sentire. Ho sempre pensato che diventando adulta avrei perso questo amore per le notti stellate, per il vento dalla finestra, per il melodramma ingiustificato, per la solitudine, il sole e l’ombra, i boschi da sola, il cielo azzurro e la luna piena. Invece no, amo ancora così tanto questi momenti in cui leggo Giordano Bruno o Dino Campana e mi sento al centro di un microcosmo di fantasia e di potenzialità. Forse è questa la mia vera essenza, più che raccontare storie, lasciarmi travolgere e viverle dentro ed emozionarmi.

Vorrei solo essere più… ordinata. Imparare a dare una forma. Questo, a 35 anni, ancora non lo so fare. Catalogare, ottimizzare, sopire, incanalare, concentrarmi. La paura di sbagliare, quella sì, l’ho abbandonata da un pezzo. Non esiste nessuno che mi possa giudicare più severamente di quanto non faccia io, quindi mi sono messa il cuore in pace che non può andare così male. Per il resto, non sono sicura di voler scambiare il mio sentire con qualcosa di più strutturato, con l’ordine, con i denti del giudizio, con il pessimismo, con la cautela. Come posso abbandonare questo cielo stellato per un po’ più di sicurezza? Come faccio a dimenticarmi di quando guardavo la luna piena col vento in faccia, solo per avere qualche giustificazione in più?

Vero che è impossibile?

Di tradimenti reali o immaginari, di tempo che vola e di regali sotto l’albero

Ho 35 anni anche se tutti me ne danno 10 di meno. Il tempo sta galoppando in un modo che mia madre mi raccontava, ma io non ci credevo. Sfuggono i giorni, sfuggono i momenti, sfuggono le espressioni, e in quest’era del digitale non stampiamo nemmeno più le fotografie e non abbiamo una traccia tangibile degli anni.

È per questo che sotto il mio personalissimo albero di Natale, quest’anno, ci saranno degli album fotografici con fotografie stampate. Ho deciso che ne stamperò un tot ogni volta che avrò due soldi da parte e mi farò una bellissima biblioteca di album fotografici “come una volta”. Sotto l’albero di Natale delle persone a cui voglio bene, invece, ci sarà una sorpresa un po’ particolare, una di quelle cose “alla Valentina”, che imbarazzano i più ma colpiscono nel segno con le persone giuste. Sì, farò lo stesso identico regalo a tutti, praticamente: fico, no? Niente code nei negozi, niente dilemmi del cavolo, niente corse dell’ultimo minuto. Nonostante tutti questi buoni propositi, non sarà semplice mettere questo regalo sotto l’albero: primo perché lo devo completare in tempo (è “autoprodotto”), poi perché qualcuno lo considera la rottura di una promessa, infine perché è un atto tra l’egoistico e il narcisistico, da parte mia. Tant’è, quest’anno va così.

Qualcuno, però, sotto l’albero da parte mia non troverà niente: ho 35 anni e ancora non ho imparato a riconoscere gli amici dai nemici. Perché questa cosa che esistono i nemici è vera, non succede solo nei film, anche nella vita ci sono alcuni che si mascherano, pranzano con te, dormono in casa tua e in realtà ti stanno solo manipolando, ti stanno succhiando energie, informazioni, affetto. E tu ci caschi con tutte le scarpe, e poi piangi e ci stai male quando il falso aiutante si rivela in tutto il suo splendore.

Poi c’è Leonardo. Un’adorabile cartina tornasole di come potrei essere e di come in realtà sono. Si dice che i figli ti cambiano, ma non è esattamente così. L’effetto che ha mio figlio su di me è diverso, e nello specifico è sempre nei miei pensieri quando devo prendere decisioni, anche decisioni che riguardano unicamente me stessa, e mi fa porre la stessa, impietosa domanda: mi sto comportando bene con me stessa? Farei quello che sto per fare a me anche a mio figlio? E tantissime volte mi rendo conto che abuso di me in modi che nemmeno riuscivo a vedere prima. MI mortifico quando dovrei incoraggiarmi, mi censuro quando dovrei lasciare la mia mente libera di correre, antepongo tutti i miei “devo” a ogni mio “vorrei”. Allora mi fermo, a volte, quando faccio in tempo, e torno sui miei passi, e mi “proteggo” come proteggerei lui. E funziona, sto meglio, mi sveglio con più energie, quella parte di me che mi disprezza si fa ogni giorno più piccola in un angolo e l’impulso creativo che sento dentro cresce sempre un po’ di più. A volte mi sento “in pace”, ci sono giorni che il mondo fuori fa schifo come sempre, la gente è inutilmente arrabbiata, aggressiva, rancorosa, spaventata, ma io finisco la giornata e mi sono comportata in un modo che mi piace, in un modo che rispetto. In un modo in cui mi potrei comportare anche con mio figlio.

Quindi, quest’anno per la prima volta ho scolpito una zucca di Halloween, e quest’anno per la prima volta farò un mio VERO albero di Natale sotto cui mettere i libri e i giochi di legno che ho già preso a Leonardo – ops, che Babbo Natale gli porterà, ecco. Quest’anno per la prima volta mi godo il tepore della casa con un libro in mano, nel mio piumone, senza sensi di colpa assortiti. Quest’anno, per la prima volta da tanto tempo, finirò di scrivere il primo racconto del mio libro.

I figli ti cambiano: ok, forse sì, ma solo in meglio. Chi dice il contrario non ha capito un bel cazzo di niente e gli auguro di aprire gli occhi alla svelta, perché poi si muore.

Bugie

Sono empatica.

È come un super-potere, ma a oggi, 35 anni, sono ancora nella fase in cui non lo so controllare per bene. Soffro sia di empatia che di empatia inversa e, ovviamente, non ho la più pallida idea di come attivare l’una o l’altra, di come controllarle, di come sfruttarle. Non voglio però parlare dell’empatia, oggi, perché ancora non sono pronta. Voglio parlare di una sua specifica controindicazione, quella che tendenzialmente mi fa vivere faticosamente i rapporti più opachi e falsi: le bugie.

Le persone empatiche capiscono molto più facilmente quando gli si mente. Non è come avere la sfera di cristallo, è più come un sottile senso di disagio quando parli con qualcuno e ti rendi conto che sta tacendo o, ancora peggio, distorcendo delle informazioni. Non puoi fare granché, perché non è socialmente accettabile che, a un’affermazione del tuo interlocutore, tu risponda dicendo: “No, guarda che mi stai dicendo una balla”. Non si può fare, la gente, semplicemente, ti bolla come psicotico – anche se poi sa che hai ragione tu.

Allora, questa è la controindicazione più grande a vivere da empatica e a non saper controllare i propri poteri: essere circondati da gente che mente o distorce la realtà, percepirlo eppure non poterci fare nulla. Sicuramente ci sono delle persone che sanno come neutralizzarmi, che hanno una specie di “antidoto” alla mia empatia, ma sono poche e probabilmente le tengo alla larga. Gli altri, la stragrande maggioranza, sono invece soggetti al mio vaglio e alla mia involontaria scansione. Ecco, diciamo che il lato positivo di tutto questo è che poi, invece, le persone che mi vogliono bene e a cui voglio bene sono veramente speciali. In gamba. Sincere. Loro non lo sanno nemmeno che ho il radar, eppure mi restano vicine e non mentono mai. Se lo fanno, è per non ferirmi, e lo posso accettare.

Il resto della gente, invece, è ridicola. Clienti, collaboratori, conoscenti: tutti a sperticarsi in lodi oppure a elargire giustificazioni o ancora a millantare traguardi e prospettive. E io che non posso passare per pazza, non posso dire “Dai, finiamola qui, lo sappiamo entrambi che son tutte balle”, e che però dentro di me conosco lo squallore di queste invenzioni, e loro che pensano di avere una perfetta faccia da poker, o che hanno letto il “Manuale del perfetto manager” e pensano di avere le strategie di comunicazione in tasca. Magari hanno anche sentito parlare di programmazione neurolinguistica. Boom. E io lì, con la mia verità da due soldi spiattellata davanti, mentre loro parlano di budget, prospect, revenue, sinergie, contatti, e io che sento solo il vuoto delle loro menzogne.

Mi piacerebbe affinarla, questa tecnica dell’empatia. Mi piacerebbe usarla a comando, e non lasciarmi travolgere, ogni volta, ma purtroppo non siamo nel mondo degli X-Man e non troverò il mio Charles Xavier che mi aiuti a capire come fare. E, di certo, IO non sono il Professore. Chissà. Magari un giorno ce la farò a zittire tutte le menzogne e a concentrarmi solo sulle più interessanti emozioni genuine.

È difficile avere tutti i giorni a che fare con le persone, sapendo quanto fanno schifo, quanto sono false, quanto stiano cercando di manipolarti. Quanto, a volte, ci riescano pure. Però è anche splendido, poi, incontrare persone oneste, pure, quasi, autentiche, che ti aprono dei pezzi di cuore che uno nemmeno si aspetta, e che ti accolgono con sincerità. La sincerità del fallimento, la sincerità di dire “Non ce la faccio”, la sincerità di ammettere di essere ordinari e non stra-ordinari. Che poi in realtà è questo che rende le persone sincere ancora più straordinarie degli altri: accettarsi con i propri limiti e costruire con gli altri – con tutti gli altri, che siano familiari, amici, colleghi, clienti – dei progetti basati sulla realtà, e non sul delirio, sulla megalomania, sulla… menzogna.

Sono stanca delle bugie mal raccontate, sono stanca delle bugie su quello che si è e quello che si fa. Smettetela di rendervi ridicoli e smettetela di mentire, almeno quando ci sono io.

Piccola curiosità: quando descrivo una persona, la descrivo quasi sempre dicendo il suo colore di capelli AL NATURALE, anche se ha i capelli tinti e io l’ho sempre conosciuta così. È come se la tinta non impedisse al mio cervello di registrare il vero colore di capelli della gente e di considerare quello come effettivo, anche se tutti gli altri vedono un biondo dove ci sarebbe un castano, un nero dove ci sarebbe un rosso. Bizzarrie.

Persone

Ci sono persone che mi hanno profondamente deluso, nella vita.

Ci sono persone su cui so incondizionatamente di poter contare.

Ci sono persone che, dopo anni di frequentazione, non so ancora inquadrare.

 

Chi mi ha deluso, di solito, lo ha fatto per debolezza. Mi ha voltato le spalle in un momento di bisogno. Ha abbandonato la nave quando tirava una brutta aria. Ha tradito in qualche modo la mia fiducia. Si è dimostrata una persona ordinaria. Ha criticato il mio stile di vita senza nemmeno cercare di capirlo. In realtà, tutte queste persone hanno qualcosa in comune ed è la sensazione che ho, con loro, di stare perdendo tempo. È ormai risaputo il mio terrore per la morte, la mia ossessione per le lancette che scorrono troppo veloci, la mia sensazione di stare buttando via giornate e pezzi di vita. Ecco, con le persone che mi hanno deluso, tendenzialmente, ho capito di aver perso tempo. Di aver investito risorse, pazienza, parole, giornate, soldi magari anche, e mentre io ero lì, presente, e cercavo di vivere il nostro rapporto appieno, loro erano altrove, nascosti dietro una maschera di menzogna, parcheggiati con me in quell’istante che per me era significativo, e per loro invece era interlocutorio. Ancora, a volte, mi arrabbio quando succede. Divento scura in volto, ho giornate no quando ci penso, e mi viene voglia di spaccare qualcosa. Quando ci rifletto a mente lucida, invece, mi rendo conto che devo ringraziare ogni esperienza di questo tipo, perché mi aiuta a selezionare sempre meglio le mie frequentazioni, e a farle diventare rapporti significativi. Certo, mi fa anche molto squallore quando qualcuno smette di inseguire i propri sogni, si accascia, quando qualcuno si impigrisce o si “normalizza”. Non apprezzo poi molto la normalità, io. La normalità è uno dei più prepotenti schemi mentali, uno di quelli che ti inchioda a quello che si aspettano gli altri e ti impedisce di esprimerti veramente.
Forse, quando penso a questi individui che hanno costellato il mio passato, me la prendo anche con me stessa per non aver saputo giudicare bene il carattere di una persona, per aver investito il mio tempo, e quindi i miei brandelli di vita, in modo poco proficuo.

Però poi per fortuna noto che ho attorno delle persone su cui so incondizionatamente di poter contare. Persone che sono frutto, a loro volta, di un processo di selezione che è stato drammatico, in alcuni momenti, ma che ha dato i suoi frutti. Ci sono persone con cui mi sono aperta, che mi conoscono davvero a fondo, e che nonostante questo decidono di restarmi accanto. Decidono consapevolmente di fare la fatica che ci vuole per frequentare una come me, per discutere con me, per ridere, mangiare, viaggiare, scoprire con una come me. Ed è confortante sapere che queste persone sono relazioni significative. Alcune vengono da un passato lontano e mi conoscono da quando sono nata. Altre sono retaggio dell’adolescenza, e con loro condivido un bagaglio di emozioni pure che sono però sopravvissute all’età adulta. Altre ancora le ho conosciute tardi, magari da soli 5, 10 anni, e però sono scattate indescrivibili affinità elettive e sento di avere una rete sparsa qua e là di persone con cui, quando ci si incontra, è proprio come dicono, sembra non essersi mai salutati. Queste persone mi fanno dimenticare i tradimenti, le delusioni, l’amarezza. Queste persone mi fanno sentire una privilegiata, una persona speciale, che può interagire, amare ed essere amata da qualcuno che veramente “spicca” e che, allo stesso tempo, è in grado di tirare fuori la parte (le parti) migliore di me.

E alla fine ci sono le persone che non riesco a inquadrare. Per esperienza, le persone in questo gruppo finiscono inevitabilmente nel gruppo delle delusioni. Solo due o tre persone a cui ho voluto veramente bene hanno finito per amareggiarmi. Il resto del gruppo è formato da persone con cui non scatta “nessuna scintilla”, ma con cui si interagisce a lungo, per molto tempo. Salvo poi scoprire che sono deludenti. Solo che sono un’indefessa ottimista che vuole concedere una chance all’umanità e non me la sento di non “provarci” nemmeno e di squalificare le persone con cui non scatta “l’amore a prima vista”. Quindi io ci provo. Dal basso della mia insignificanza, vado fiera del fatto che do una chance a tutti.

Certo, più passa il tempo, meno tempo dedico a ognuno: c’è sempre meno margine per entrarmi nel cuore, che è già così pieno di amore e di amicizia che rischia di scoppiare. È su questo che mi concentro quando ho giornate in cui spaccherei tutto e distruggerei e insulterei e farei del male. È difficile convertire la rabbia in energia creativa, ma è il mio allenamento di questi giorni, di questi mesi, di questi anni. Lo faccio per me, perché mi fa stare bene. Ma lo faccio anche per tutte le persone che mi stanno vicine nonostante tutto, perché so quanto posso essere pesante come un macigno, e trascinare a fondo tutto e tutti, o luminosa come un arcobaleno, e scatenare sorpresa e felicità, se ci provo davvero.

Bilanciamenti

Il cuoco che ha preparato la mia anima ha sbagliato, si vede, le dosi.

Ha messo un pizzico di immaginazione, quel tanto che basta a vedere un mondo che non si realizza mai.

Ha aggiunto una manciata di responsabilità, così che io possa sempre almeno cercare di farmi carico delle situazioni.

Due tazze belle piene di senso di colpa, così da non vivere con leggerezza nemmeno un giorno su questa terra.

Un pugno di senso di inadeguatezza, giusto per lasciarmi sempre un po’ di amaro in bocca.

Il resto dello spazio lo ha riempito di sogni, così da farmi assaporare di sfuggita quello che potrebbe essere una vita senza ingredienti scadenti, ma lasciandomi sempre l’amaro in bocca di non potermi mai gustare solo quella dolcezza.

Per fortuna che nel mio piatto sono capitati anche persone speciali: amore, amici, famiglia, sorelle, figli, gatti, soci e colleghi e che contribuiscono a stemperare quell’amarognolo di fondo, quel retrogusto marcio che avrei addentando solo bocconi di me stessa.

Però che triste sentirsi sempre l’ingrediente avariato di una altrimenti perfetta cena.

 

Spero che la salsedine dell’acqua di mare riesca, come a volte accade, a stemperare questo sapore che ho in bocca. Ché avrei mille motivi di gioia, mentre vedo e sento sempre solo tristezza.

* The cure for anything is salt water – sweat, tears or the sea * ( Isak Dinesen)

Qui e ora

Provo una serie infinita di emozioni, oggi. Ci sono persone in grado di tirare fuori parti precise della mia personalità. Non che sia diversa a seconda di chi ho davanti, quello no, ma alcuni hanno questa dote magica di risvegliare lati di me che, per una ragione o un’altra, si addormentano di tanto in tanto, o si mettono in attesa, perché c’è qualcos’altro che prende il sopravvento.

Oggi la mia parte creativa, quella che tende ad essere una scrittrice, quella che vuole raccontare storie è stata presa per le spalle e scrollata, più e più volte. È stata risvegliata, schiaffeggiata anche, messa davanti alla sua indolenza, alla sua pigrizia, alla sua natura temporeggiatrice, alla sua incompletezza e al fatto che deve ancora fare tanta, tanta strada. E ora mi prudono le mani, ora vorrei passare tutta la notte a scrivere, vorrei partire dal più piccolo racconto che ho pensato in questi mesi e, finalmente, renderlo compiuto, e poi passare alle storie più importanti, quelle che invento con Giacomo, quelle da sceneggiare, da scrivere sotto forma di romanzo, o entrambe le cose. Mi sento indietro, mi sento incompleta, mi sento che devo ancora prendere la rincorsa per spiccare quel balzo creativo che da anni sto cercando di fare, ma che continuo a rimandare.

Tutto questo, poi, si schianta fragorosamente contro mio figlio: un bambino bellissimo, la gioia mia e di suo padre (e di qualsiasi genitore, immagino), una meraviglia costante, quotidiana, una scoperta continua, una speranza, una motivazione. E, tuttavia, dentro di me, nel profondo, non riesco a far sì che mi renda completa. Ho lasciato alle mie spalle da tempo i “dovrei” e i “si dice che”, ma forse dovrei sentirmi completata al massimo, in mio figlio, dovrei sentirmi realizzata oltre ogni misura, dovrei non cercare altro dalla vita, si dice che i figli siano il nostro futuro, che siano la nostra ragione di vita, e invece per me non è così. L’amore incondizionato che provo per Leonardo lascia comunque spazio alla smania di raccontare storie. Al bisogno fisico di raccontare storie. Ogni mattina mi sveglio e voglio ricoprire mio figlio di baci. Ogni sera vado a letto e penso a tutte le storie che ho nella testa e nel cuore e che sto cercando faticosamente di far uscire attraverso le mie dita. Tutto questo che madre fa di me?

Non sono insoddisfatta, non sono frustrata, sto vivendo appieno questi mesi della vita di mio figlio, ma la parte creativa di me non è soddisfatta, non ne ha avuto nemmeno lontanamente abbastanza: l’esperienza creativa della gravidanza, l’atto creativo del parto, non hanno fatto altro che scatenarmi dentro un uragano di pensieri creativi, non hanno certo colmato quel desiderio di lasciare un segno che mi accompagna da tutta la vita. A tratti penso di essere una madre snaturata. Una madre che non si sente del tutto appagata solo ed esclusivamente in suo figlio. A tratti penso che non è giusto riversare su un bambino inconsapevole la responsabilità del mio appagamento personale, sia umano che creativo. A tratti sento che questa spinta creativa amplificata dalla nascita di mio figlio sarà, in realtà, una forza enorme e generosa sia per me che per lui, che per il mio rapporto con Giacomo.

Però, qui e ora ci sono le mie giornate da mamma. E le mie notti da scrittrice e sognatrice. Devo imparare a centellinare i momenti, non a tracannarli sperando che passino il più in fretta possibile. Voglio godermi piccoli piedini rosa e mani umidicce di bava, ma anche crogiolarmi nelle motivazioni che spingono un personaggio ad agire, o in sentimenti di altrove che ho dentro. Esercizi di stile: di scrittura, perché ne ho bisogno, ma anche di comportamento, perché un bambino si merita tutto l’amore e l’attenzione che siamo in grado di dargli, quando siamo con lui.

Non è facile, ma gli incontri, come quello di oggi, mi ricordano che se c’è un modo intelligente di passare il tempo che separa l’adesso dalla morte, è proprio quello di crescere, sfidarsi, sorprendersi e migliorarsi.