Amore

Bisognerebbe insegnare ai bambini a imprimersi nella mente la prima volta che si sentono l’amore. Perché, sono convinta, quella sensazione, l’amore come l’hanno conosciuto la prima volta, sarà il motore che li spingerà avanti nella vita, quello che li farà sognare, che farà prendere loro decisioni, che li spingerà a raggiungere il limite e ad andare oltre.

L’amore è fortissimo, ti prende in contropiede, può essere per ogni cosa, per ogni persona, per ogni ricordo, per ogni luogo, per un cibo, per una musica, un profumo, per tua nonna, per degli occhi visiti in fotografia, per qualsiasi cosa davvero. L’amore, quando c’è, è forte, è fortissimo, e sovrasta tutto, perché è egoista, è egocentrico, è una macchina da sopravvivenza.

Allora io vorrei ricordare la prima volta che ho provato questo amore, totale. Non so se è stato per una persona, per una poesia, per una musica, per un’idea, per una sensazione. So solo che nelle serate di quasi primavera come questa è inevitabile che io passi il mio tempo ad ascoltare musica di vent’anni fa, a leggere poesie, ad ascoltare Charles Sagan che mi accompagna alla scoperta dell’infinito, a pensare al mio amore grande che mi aiuta a uscire dai miei buchi neri e, da un anno a questa parte, a pensare anche a un piccolo essere che adesso c’è e prima no, ed è amore concentrato.

Ma penso anche a occhi che ho visto solo in fotografia, penso a chi ha scritto le parole più belle che abbia mai letto, penso alle note di un pianoforte e a delle mani, le mie. Penso a prati e al mio cane Ulisse, penso alla mia famiglia. A volte piango, a volte rido, spesso mi sdraio a pancia in su ovunque mi trovi come a guardare il cielo, anche se in mezzo c’è un soffitto. Chissà che diavolo ho provato la prima volta che ho provato l’amore, perché per me è questo: un guazzabuglio di cose che solo sommate e tutte insieme, come un Aleph nel mio cuore, significano gioia. Succede quasi sempre la sera. Spesso, ancora oggi che ho una famiglia tutta mia, quando sono sola. Quando arriva, devo aprire la finestra, non importa se fuori fa ancora freddo, io sento nell’aria quell’odore inconfondibile che c’è ogni anno alla fine dell’inverno, a un certo punto, quando la vita dice alla morte “Sono ancora qui, non hai vinto tu nemmeno questa volta.”.

Me ne convinco sempre di più: passiamo la nostra vita a ricercare un’epifania ancestrale, e chissà da dove ci arriva, chissà se l’abbiamo scelta noi o è stato un caso, chissà se cambia, nel corso dell’esistenza, o resta sempre uguale. Per me l’amore si è arricchito, ma la sua manifestazione è rimasta sempre la stessa: intensità, sogno, poesia. Un momento che aspetto per troppo tempo, a volte, ma che quando arriva mi ricorda come sono davvero, come voglio essere, anche.

“Che sono un sovversivo, tuo sovversivo amore… Non c’è torto o ragione. È il naturale processo di eliminazione…”