Cose che mi fanno tristezza proprio adesso

– Quella volta che ho parlato nell’orecchio di una compagna di classe dicendo che mia nonna era grassa. Poi però sono andata da lei e le ho detto che le volevo bene.
– Il mazzo di carte rosso che ho in una scatola blu, con le napoletane tutte consumate sugli angoli e usate per anni e anni e anni da una coppia di vecchi siciliani.
– Quando una volta mio nonno è sceso e io mi sono spaventata e gli ho risposto male e anche lui c’è rimasto male. E poi gli ho chiesto scusa.
– Quando mio nonno è andato al cinema da solo.
– Mia nonna, con un occhio rosso, l’ultima volta che l’ho vista.
– Quella volta che erano morti e io ho sognato che mi venivano a trovare e io li facevo dormire in camera mia tutti e due.
– Tutti i natali della mia vita in cui ricordo ormai quasi solo che c’erano loro e io mi sentivo così fortunata perché erano con me e non con mio cugino e a ogni anno che passava io mi rendevo conto che la sorpresa non era tanto per me che scartavo i regali, ma per loro che mi guardavano, felici.
– Il fatto che ora odio il Natale perché mi mancano ogni volta di più.
– Il suo cous cous che mai e poi mai lo rifarò identico.
– Le storie che mi raccontava da piccola.
– Quando mi cantava “Volare” di Modugno e mi spingeva in alto, sull’altalena di Acilia. E io me lo ricordo.
– Questo mese di merda, in cui è morta mia nonna ma non mi ricordo nemmeno in che giorno è successo.

Probabilmente in fronte

“Se divento così sparami, probabilmente in fronte.”
Nasce tutto dal fatto che la dislessia della mia migliore amica ci accompagna di soppiatto fin dagli anni del liceo. “Probabilmente in fronte”, che nella mia mente da sempliciotta doveva essere “possibilmente in fronte” è diventato un ben consolidato modo di dire, tra di noi. Non perché ci teniamo a rimarcare l’errore – visto quanti ne fa, questa mia amica, sarebbe come sparare sulla croce rossa. No, è per ricordarci la comica sfumatura di ironia e sarcasmo che si appoggia sempre sulle nostre vite.
“Probabilmente in fronte” è un modo per affermare, ma nel contempo per ricordarci di quanto abbiamo riso quel giorno di (ommadonnasantissima) ormai 13 anni fa, quando il mitico Manos ci scarrozzava in giro durante la gita in Grecia.

13 anni fa. Scrivere un’espressione del genere significa che sono passati 13 anni da qualcosa che ricordi bene, se poi quel qualcosa è un viaggio all’estero significa che probabilmente eri già maggiorenne, quindi significa che la vita ti sta svolazzando via di mano. Non che non me ne siano successe di cose, nel mentre. Anzi, se mi metto a fare un elenco puntato, complice anche la mia sindrome da iper-compensazione per il mio senso di inadeguatezza cosmica, sembra che io abbia 45-50 anni. Invece ne dimostro a malapena 25, sono un fiore, la gente ancora mi chiede la carta d’identità quando dico: 32.
Ne sono successe di cose, ne ho sopportate di frasi dislessiche dalla suddetta amica, ne ho piante di lacrime e ho disturbato molti astanti con le mie risa rumorose, ho messo in imbarazzo quasi tutti quelli che mi conoscono almeno una volta, se non ripetutamente, e in questi giorni stavo riflettendo su cosa ho imparato in tutto questo tempo.
Chissene frega delle cose che impari a fare: contano, ma poi anche no, tanto le sa fare anche qualcun altro. Ho imparato che mi sono auto-rotta le palle di tutto questo approccio “grave” alle cose, che il meglio di me io l’ho dato sempre e solo in poche e circostanziate situazioni, quelle in cui la prendevo sul ridere. Se faccio un riavvolgi-rapido della mia esistenza, in effetti, gli aneddoti principali della mia vita, quelli che mi hanno fatto fare delle svolte, i momenti topici della mia esistenza sono tutti inevitabilmente legati a situazioni comiche, a sbracature poco eleganti, a defaillances imperdonabili, che però mi hanno fatta diventare ogni giorno di più quella che sono.
Pensateci. Sono sicura che vi verrà in mente almeno una volta in cui avete provato del sano e divertito imbarazzo, passando del tempo con me. In cui il termine “tragicommedia” ha assunto un significato tutto nuovo.
Che poi è anche quello che mi piace da matti dei film orientali: un minuto prima piangi a dirotto, poi ridi e non riesci a respirare, poi piangi di nuovo. La vita è meglio così. La vita era meglio così, ed è solo colpa mia, di una mia noiosissima parte di cuore che è cresciuta storta se mi sono dimenticata di quanto l’ironia ci salverà. Perché è questo il mio motto: l’ironia ci salverà!

Allora, i miei buoni propositi per l’anno nuovo, che per me parte da ieri, sono di riportare badilate di ironia nella mia vita.
Certo, quella mia amica era un ingrediente indispensabile perché l’ironia riuscisse. Ora purtroppo va a bere spritz con amiche nuove e senza di me, ma va bene così, io di lei conserverò sempre quel prezioso regalo che mi ha fatto 13 anni fa, quella formula magica che mi ricorda ogni giorno qual è la strada giusta, quella chiave massonica per la felicità.
Probabilmente in fronte.

Eureka Street

E’ in rari momenti come questo in cui mi rendo conto dell’armonia del tutto.

Ho passato quasi un anno aspettando di scrivere ancora, per me è tanto tempo. In realtà, ho scritto su vecchi quaderni fatti di carta riciclata e pagine pelose, in cui la punta della stilografica si incastra, in cui le mie lacrime lasciano macchie grandi come monete da due euro, quaderni che poi nascondo sperando che qualcuno rispolveri quando sarò morta.

In realtà è incredibile come anche quando non scrivo, la narrazione dentro di me continui instancabile e incessante. Una voce, una delle mie voci, che fa da narratore della mia vita, mi accompagna sempre e commenta e riflette e analizza. E pontifica, e giudica. Perciò, quando raramente come in questo momento, inaspettatamente, finalmente tace, allora vedo le cose per quello che sono, respiro più leggera, mi concedo lunghi secondi per sognare ed essere buona e non odiare.

E’ un anno ormai che vivo in un posto nuovo e, insieme a chi amo, lo abbiamo già riempito di ricordi, di emozioni, di lacrime e di risate, di bevute il sabato a pranzo e di canzoni cantate a squarciagola sul pavimento del portico, di sorrisi, di silenzi, di film, di storie, di futuro e di passato. Non credo molto negli anniversari, ma devo dire che questa volta è diverso, perché un anno fa ho cominciato tanti viaggi, uno reale e uno interiore, e anche se con un po’ di fatica e tanta paura, questi viaggi mi stanno portando lontano e mi stanno facendo crescere – davvero – e mi stanno aiutando a capire chi sono.

E in tutto questo c’è una magnifica costante, LA costante, di cui mi rendo conto a sprazzi, non sempre, ma adesso sì, adesso sì.
“Tutte le storie sono una storia d’amore”, e per me è più vero che mai. L’amore che condivido ogni giorno  e ogni notte con una persona speciale, l’amore che mi fa capire che sono speciale, che tante persone pensano che io sia speciale. Ma anche l’amore per quello che faccio, l’amore per le mie storie, che a volte tengo troppo nascoste, o trascuro, solo perché penso di non essere abbastanza brava da dare loro una forma. L’amore per i figli, l’amore per le sorprese, l’amore per le parole che definiscono la vita e che mi fanno dare una forma alle emozioni, che mi aiutano a ricordare, l’amore per quello che racconto e per quello che mi raccontano e per quello che sto per raccontare.

A volte, quando finalmente tutto tace e non sento più nessuna voce, ma solo una musica che mi lascia libera di immaginare, allora sono felice e capisco che, semplicemente, sono così, che devo smettere di dibattermi come se fossi impigliata in una rete e devo cominciare a nuotare in mare aperto. E’ così che mi sento oggi, è per momenti in cui mi sento così che resisto tutto il resto del tempo, è costruendo e preparando momenti così, di consapevolezza inaspettata, che passo la mia vita.

E anche se a volte fa male, è l’unico modo di vivere che conosco, è il mio modo di vivere, e non smetterò.