R. Daneel Olivaw

Come lui ossessiona me, io ossessiono tutti con i miei pensieri su di lui.

R. Daneel Olivaw, uno dei personaggi di fantasia (?) a cui mi sia più affezionata nella mia vita, mi sconvolge, un pomeriggio assolato, dicendo:

“What, then, I thought to myself, madam, if I were utterly without Laws as humans are? What if I could make no clear decision on what response to make to some given set of condition? It would be unbearable, and I do not willingly think of it.”

«”E se fossi del tutto privo di Leggi come gli esseri umani?”mi sono chiesto allora, signora. “Se in una data situazione non sapessi decidere con chiarezza come reagire?” Ebbene, sarebbe una cosa insopportabile, e preferisco non pensarci.”»

 

Io, invece, che sono umana e anche troppo, non riesco a smettere di pensarci.Come lui ossessiona me, io ossessiono tutti con i miei pensieri su di lui.

R. Daneel Olivaw, uno dei personaggi di fantasia (?) a cui mi sia più affezionata nella mia vita, mi sconvolge, un pomeriggio assolato, dicendo:

“What, then, I thought to myself, madam, if I wer utterly without Laws as humans are? What if I could make no clear decision on what response to make to some given set of condition? It would be unbearable, and I do not willingly think of it.”

«”E se fossi del tutto privo di Leggi come gli esseri umani?”mi sono chiesto allora, signora. “Se in una data situazione non sapessi decidere con chiarezza come reagire?” Ebbene, sarebbe una cosa insopportabile, e preferisco non pensarci.”»

 

Io, invece, che sono umana e anche troppo, non riesco a smettere di pensarci.

Far East 2011 – Aftershock

Aftershock

Cina, Feng Xiaogang, 2010, 135’

E mentre tutti – o quasi – si aspettavano Confessions come vincitore dell’Audience Award 2010, è la Cina a farla da padrona, con Aftershock al primo posto e Under the Hawthorne Tree al secondo. Aftershock è, in effetti, shoccante: è la storia di una famiglia che affronta e supera il terribile terremoto di Tangshan del 1976. Seguiamo le vite dei vari personaggi, vittime di una scelta atroce fatta in un momento di disperazione e, al loro fianco, attraversiamo trent’anni di storia cinese. Uno spunto interessante si piega però alla violenza di una trattazione visiva e narrativa retorica e forzosamente strappalacrime: il dolore è continuamente mostrato in modo plateale, le coincidenze diventano un po’ ingombranti e le motivazioni dei personaggi si perdono in una brodaglia di luoghi comuni senza speranza. Più di tutto, però, pesa la strisciante ombra ideologica che il film si lascia alle spalle: nessun proclama urlato, nessun pamphlet esplicito, ma un continuo riferimento alle basi della Cina moderna (leggi: Mao e la Rivoluzione Culturale) con nostalgia, gratitudine e con la convinzione che tutto ciò che c’è di buono venga proprio da lì. Assistere alla sequenza dei funerali di Mao (tenutisi a Pechino nello stesso anno del terremoto di Tangshan), dipinta con poesia, amore, bimbi con garofani bianchi all’occhiello e madri affrante in lacrime è stato alquanto disturbante, soprattutto considerando che non era assolutamente funzionale alla storia narrata. Due personaggi, che fanno parte dell’Esercito Popolare di Liberazione, sono tratteggiati con garbo, amore e sono, in fin dei conti, i veri “buoni” della storia. Attorniata da gente in lacrime, non ho potuto che provare un po’ di fastidio per le soluzioni retoriche e troppo plateali con cui il film cerca di coinvolgere lo spettatore emotivamente. E, dopo aver saputo della vittoria del film, il fastidio si è trasformato in seria preoccupazione per quello che ci raccontano e per quello che percepiamo di una potenza che sta diventando sempre più esportatrice non solo di merci, ma anche di cultura.

2 su 5, ma quante preoccupazioni

 

Far East 2011 – The Unjust

The Unjust

Corea del Sud, Ryoo Seung-wan, 2010, 119’

Questo thriller poliziesco è il primo film orientale a mettermi in difficoltà: succedono così tante cose, ci sono così tanti personaggi e parlano tutti così in fretta e così tanto che ho cominciato a capire qualcosa della trama quando ho guardato il riassunto su Wikipedia dopo il film. No, non è vero, The Unjust è un ottimo film, ma il ritmo è veramente serrato e la vicenda coinvolge effettivamente così tante figure che si crea un po’ di confusione. In realtà, il film è ottimamente strutturato e le relazioni tra i personaggi, i tradimenti, i colpi di scena sono tutti pertinenti e “al momento giusto”. Osservando il precario domino di rapporti di forza che si instaura tra tutte le figure in scena, non possiamo che provare sincera ansia e tensione costante, anche se non ci sono sparatorie eclatanti o inseguimenti “vecchia scuola”.

Un film sicuramente da vedere due volte e che, al di là dell’indagine di polizia in sé, ci apre una finestra sulla tensione sociale e relazionale che si respira nell’ambiente della giustizia coreano.

3 su 5

 

Far East 2011 – Confessions

Confessions (recensione di Giacomo Talamini)


Giappone, Nakashima Tetsyua, 2010, 106′

Miroguchi Yuko è una docente e, in quanto tale, esercita una professione che si può a ragione considerare una vera e propria missione. Un ruolo un tempo rispettato ma che oggi, in un’epoca dove il piacere precede sempre il dovere, risulta svilito e ridotto a mero intrattenitore di una gioventù viziata, annoiata e crudele.

La classe, vero nemico collettivo del film, ha colpito duramente l’insegnante: nel corso di uno scherzo finito tragicamente, due suoi alunni hanno provocato la morte della sua bambina. Tuttavia, anziché spezzarne la volontà, la terribile esperienza ha conferito a Yuko una determinazione ferrea e assoluta nel rendere i due piccoli assassini pienamente consapevoli di quanto hanno fatto. Non una vendetta, bensì lo strumento quintessenziale e ormai perduto del Maestro: il castigo.

Confessions è un film dall’anima nera e primordiale, costantemente in bilico tra l’ossessiva eleganza decorativa della messa in scena e il disperato pessimismo antropologico della sua vicenda, una mischia hobbesiana di vuote crudeltà il cui unico possibile rimedio è l’impiego di diversa forma di violenza, scientifica e strutturata. In un certo senso, e senza particolari timori reverenziali, un Arancia Meccanica d’oriente, cerebrale, gelido e sempre beffardamente in equilibrio, anche quando l’estetizzazione si fa estrema, anche in quei punti dove quasi ogni regista eccede, scivolando dal piedistallo e rovinando il suo numero.

5 su 5

 

Far East 2011 – Bedevilled

Bedevilled

Corea del Sud, Jang Cheol-soo, 2010, 115’

Ingiustamente inserito nella “Horror Night” di questo Far East, Bedevilled può essere considerato un film dell’orrore solo in quanto dipinge un panorama umano sconfortante su Mundo, un’isola dove il tempo sembra essersi fermato all’età del pregiudizio. La protagonista, un’impiegata incattivita dalla solitudine cittadina, decide di passare un po’ di tempo sull’isola della sua infanzia per ritrovare la serenità. Anziché un ambiente bucolico e turistico, però, si troverà attorniata da vecchie grottesche e malvagie, donne succubi e uomini violenti e ignoranti.

Il film sembra quasi un film di denuncia sociale, fino a quando la situazione non si sblocca con un abile colpo di mano da parte di uno dei personaggi.

Due perle da ricordare: la prima è che, durante il Far East, film come questi suscitano urla e applausi da parte del pubblico, ed è sempre bello. La seconda è una frase detta dalla vecchia crudele all’inizio del film: “La vita di Seoul dev’essere molto dura. Una donna è più felice con un cazzo in bocca.”

E se lo dice lei, buona camicia a tutti.

4 su 5

Far East 2011 – Yakuza Weapon

Yakuza Weapon (recensione di Giacomo Talamini)


Giappone, Sakaguchi Tak, Yamaguchi Yudai, 2010, 100′

Yakuza Weapon, in cento minuti scarsi e senza una goccia di sudore sulla fronte, conquista tutti gli ottomila della cinedemenza d’oriente. Non c’è Story of Ricky o Miike che tenga. Raccontarne una sinossi è senz’altro possibile, così come descrivere quali siano le difficoltà che il giovane gangster Shozo dovrà affrontare per vendicare suo padre, ma la verità è che, tra lanciarazzi vaginali ed edifici spianati a forza di pugni, l’attenzione agli aspetti narratologici scema in fretta.

Quello che rimane è un film tecnicamente e artisticamente turpe, al punto da risultare piacevole e che,  aggirata così per difetto la diffidenza dello spettatore, arriva invece a sorprendere come showcase coreografico. Un piano sequenza in prossimità del confronto finale, in particolare, raggruppa una tale quantità di salti, pugni, calci, cadute, muri sfondati e facce idiote da conquistarsi un applauso fragoroso, quasi un rutto di  complicità tra dodicenni che giunge gradito e liberatorio; l’ideale ammazzacaffé, magari, da gustare dopo una portata un pelino indigesta di cinema consapevole e impegnato.

3 su 5