Alchemico Blu

Laboratorio di trasmutazioni creative

Far East 2009 – Rough Cut

aprile28

Rough Cut

Gangster movie in cui l’azione (e la fighezza) fa da protagonista su cui non spenderò troppe parole, non perché non le meriti ma perché mi rendo conto di non avere gli strumenti per commentare come si deve i film d’azione.
Godibile per la parte action, molto divertente il contesto meta-referenziale (nel film si gira un film), un po’ meno significativo per i discorsi incrociati sul significato del recitare e del vivere.
L’idea è godereccia: che succederebbe se invece di prendere un bravo attore, per una parte da gangster violento e prevaricatore, si scegliesse invece un gangster violento e prevaricatore vero? Era divertente pensare che – forse – come nella finzione i due attori protagonisti se le davano per davvero, anche nella realtà del film era successo lo stesso. D’altra parte, però, se io fossi stata malmenata come quei due avrei riportato danni ben più gravi di qualche escoriazione in viso e di un labbro spaccato.
Non sono una fanatica di film d’azione, tanto che non riesco a dire molto più di questo su Rough Cut che resta un godibile film con un attore decisamente gnocco (il gangster vero), tante buone botte (d’altra parte, qualcuno ci insegna che per far colpo sulle donne ci vogliono “minchia, minchia, minchia e botte”) e qualche ambizione di troppo sul senso della vita.

Voto: 3 su 5

Far East 2009 – The Way We Are

aprile28

The Way We Are

Doveva esserci, prima o poi, un film che mi avrebbe fatto smettere di dire “Vecchi di merda”. Quel film è The Way We Are, perché Hong Kong riserva sempre queste perle un po’ amare ma non troppo, al confine tra personaggi che sembrano indifferenti e piatti e un tumulto di emozioni che si agita nel loro cuore. Come in My Name Is Fame, che nel Far East 9 del 2007 mi aveva strappato silenziose lacrime in sala.
Anche quest’anno il primo film che mi ha fatto piangere in silenzio e asciugare le lacrime (e non solo) sulla manica corta della mia maglietta è stato un film dei finti cinesi, della regista Ann Hui che ovviamente non conoscevo ma che sembra una diquelle donne che raccontano storie (di donne, di uomini, di esseri umani) senza sfociare in un melenso femminismo o in un sentimentalismo fatto di grandi gesti.
D’altra parte, non ci possono essere grandi gesti nela vita di una vedova di cinquant’anni che vive vicino a Hong Kong, a Tin Shui Wai, citta che definire “quartiere dormitorio” è un complimento. Una casa logora, con le porte e i muri scrostati, le sedie scompagnate e le lenzuola di Topolino e Minnie nel letto sia della madre che il figlio sono la metafora della vita della protagonista, che vive lavorando in un supermercato e sembra leggera e indifferente nei confronti di una vita evidentemente squallida e solitaria. Il figlio è un ragazzo annoiato, ma l’autore e la regista hanno ben pensato di non trasformarlo nel solito disadattato che, in mancanza di una figura di riferimento paterna forte (suo padre è in effetti morto) si trasforma in un piccolo teppista delinquente. Il ragazzo è silenzioso, ordinario ma gentile. A entrambi i personaggi, madre e figlio, manca chiaramente qualcosa. C’è un vuoto strano, in quella casa stretta, in quella tavola che sembra essere a misura delle loro cene, in questa loro vita a misura di tutto e di niente insieme, perché fanno tutto quello che si deve fare – cucinare, lavare i panni, stendere, pulire, leggere il giornale – ma ogni gesto sembra veramente compiuto solo nell’attesa del giorno dopo, della sera in cui si andrà a dormire e dell’alba in cui si andrà ancora al lavoro. L’incontro con quella che io avrei definito una “vecchiah” (con “h” enfatica e aspirata alla fine) chiamata Granny, che ha perso il marito prima e la figlia poi, restando isolata dal mondo a osservare una città in cui è dispersa, da un letto sfatto accanto a una finestra, questo incontro, dicevo, serve ai protagonisti per riempire un po’ delle loro giornate, stando insieme a una persona che è sola come loro ma che, come loro, ha la dignità di chi sa convivere con la propria solitudine e, in generale, con la propria vita.
Che poi i momenti più toccanti sono quelli in cui i personaggi mostrano dei lampi di consapevolezza al limite della disperazione ma mai troppo appariscente, in cui usano gli occhi per piangere – da soli – o in cui usano gli occhi per guardare un mondo che sembra così difficile. Anche i letti delle due donne, che pur sono piccoli, rimarcano continuamente l’assenza di due uomini al loro fianco.

Cosa mi ha insegnato questo film? Cosa mi ha ricordato?
Che bisogna sempre portare cose buone da mangiare alla propria nonna malata in ospedale (e meno male che l’ho fatto, quando è stato il mio turno). Che si può piangere in silenzio, guardando fuori dal finestrino di un autobus, o voltandosi di più verso lo schermo, con l’oscurità che ti copre. Due ricette che proverò di sicuro: riso con uova e piselli spiluccati da una ciotola con le bacchette e riso con i funghi, quelli secchi con la capocchia molto grande, il tutto sempre accompagnato da strane verdure che se vedrò saprò riconoscere. Che si può ancora raccontare storie di donne senza parlare di femminismo o di quanto siamo brave a cavarcela da sole: la solitudine si sente, siamo esseri umani, dobbiamo solo imparare ad affrontarla, un passo alla volta, una cena alla volta, fino a quando quel posto vuoto (a tavola, ma anche fuori) verrà riempito da qualcuno di inaspettato.

Voto: 5 su 5

Far East 2009 – Connected

aprile27

Connected

Sottotitolo: ma perché adesso anche i giappi cominciano a copiare Hollywood?
Per la precisione: è un film di Hong Kong, prima che mi si accusi di essere una razzista che non coglie le differenze tra cinesi, coreani e giapponesi.
Il film è il remake dichiarato di “Cellular”: una donna viene rapita e, magie delle magie, riesce a rimettere insieme il telefono fisso nella baracca in cui i rapitori l’hanno rinchiusta (telefono che è stato, ovviamente, preso gentilmente a martellate) e a chiamare il solito padre di famiglia fallito che dovrà aiutarla e salvare lei, tutta la sua famiglia e, possibilmente, anche resuscitare qualche antenato morto. Classificato come film d’azione, questo film potrebbe benissimo essere considerato fantascienza, anche solo per la scena in cui una donna – D-O-N-N-A – rimette insieme, con le sue mani fresche di manicure, un telefono ridotto così a brandelli che nemmeno Mac Gyver avrebbe potuto resuscitare. Il film è – se è possibile utilizzare questo gergo altamente tecnico – una merda totale, in cui il protagonista ha un’unica espressione (brutta) e indossa degli orrendi occhiali di scena che dovrebbero servire a fargli guadagnare la simpatia del pubblico. Tra bambini rapiti, fratelli che scoprono complotti, cellulari di ogni forma e dimensione, due scene restano impresse:
1- inseguimento in auto (una Kaa verde) in cui l’eroe dimostra di essere l’erede di Damon Hill e affronta gimcane di strade e sottopassi con una nonchalance impressionante. Noia mortale, in realtà, perché è tutto già visto e rivisto, tranne la scena che chiude l’inseguimento in cui la Kaa sfonda un camion di coca cole giappe (sì, di Hong Kong, va bene) e si impiglia in una rete fino a fare un giro di 180° che mi ha strappato una risata sincera
2- la scena nel negozio di cellulari in cui il protagonista riscatta tutte le persone bistrattate da chi vende mercanzia rara e preziosa come i caricabatterie (???) terrorizzando un commesso arrogante di 13 anni che ci prova con una che potrebbe essere sua zia. In generale, però, telefonatissima.

Il finale è trascinato e, in meno di 5 minuti, si risolvono tutti i problemi di tutti. I cattivi muoiono, i buoni trionfano e vegnono salvati, l’eroe viene riscattato agli occhi di tutti e, ovviamente, lui e la “principessa della Telecom” si innamorano. Una merda, come ho già detto. Alla fine ci aspettavamo che arrivassero anche Gandalf, Frodo e Bilbo di ritorno dai Porti Oscuri per dare inizio al sequel de Il Signore degli Anelli.
Durata complessiva dell’agonia: 110 minuti. Ma, come osserva argutamente Giacomo, il problema del film, in realtà, è uno solo: dura 110 minuti di troppo.

Voto: 1 su 5

Far East 2009 – K-20: Legend of the Mask

aprile27

K-20: Legend of the Mask

Dal produttore di Gatchi Boy mi aspettavo qualcosa di meglio. Voglio dire, Gatchi Boy era un film su un ragazzino con la passione del wrestling che, in seguito a un incidente, perdeva la memoria a breve termine e non riusciva più a vivere una vita normale, salvo trovare una qualche forma di riscatto proprio nel suo sport preferito. Film a metà tra una commedia dolceamara e una riflessione sull’essere uomini.
Già dalla locandina si intuisce che il rimando a V for Vendetta è esplicito, però vogliamo avere fiducia, c’è Takeshi Kaneshiro (che non si capisce perché ora chiamano al contrario, Kaneshiro Takeshi, è come se un giorno invece di dire Brad Pitt dicessimo Pitt Brad, ma non importa), paiono esserci valori produttivi interessanti, insomma: è il film delle 20 del lunedì, “we want to believe”.
L’ambientazione è altrettanto intrigante: un mondo di controstoria in cui la Seconda Guerra Mondiale non ha mai avuto luogo e in cui quindi l’umanità è rimasta in una sorta di anni ’20 della scienza e della tecnica. Tesla e la sua macchina per irradiare energia a distanza sono la forma tecnologica più evoluta (e quindi dimentichiamo le telecomunicazioni all’avanguardia, l’energia atomica e tutto quello che rende meravigliosamente terrificante il mondo contemporaneo). L’idea in sé può aver senso, peccato che poi il contesto diventi un pallido sfondo inutile e inutilizzato, perché se la storia fosse stata ambientata nel Giappone dell’800 non ci sarebbero state differenze strutturali nella trama e nei personaggi. Personaggi che, purtroppo, hanno quella che, in gergo tecnico, si definisce “psicologia delle patatine”: superficiali, stereotipati, causa e vittime di luoghi comuni senza fine, costruiti a tavolino con un approccio da “mestieranti” senz’anima. Se non cambio argomento passo agli insulti, temo. Il personaggio che si può considerare l’equivalente giapponese di V non spiega mai le sue motivazioni, sembra un cattivo che agisce così per salvare il mondo ma poi no, è solo un nichilista. O forse c’era altro, sotto la maschera (brutta) ma di certo non si è visto. Il personaggio femminile è lo stereotipo della brava moglie giapponese, con dei picchi di “originalità”, del tipo la capacità di pilotare un elicottero o la perfetta conoscenze di tecniche di difesa e lo spirito di osservazione di una spia del KGB. Il protagonista, il mio beneamato Takeshi, è una macchietta a metà tra l’eroe tragico e l’eroe comico: buffo e goffo in alcuni casi, melò e contrito in altri, arrivando praticamente a somma zero e restando del tutto indifferente.
Best scene ever: Takeshi entra d’improvviso nella sala da bagno dell’umile dimora in cui è ospite la bella protagonista, la vede completamente nuda e bagnata e resta totalmente paralizzato, osservandola basito, fino a quando un sottile rivolo di sangue comincia a scendergli dal naso. Risate a profusione, una delle migliori rappresentazioni di un umorismo tipicamente giapponese che però mi ha sinceramente travolto. Ho riso per un quarto d’ora anche dopo, quando il film era tornato su un registro medio-tragico.
Best scena ever 2: quando – e non si capisce perché – lui e lei si devono separare, perché è logico, due che si amano, che non hanno nessun impedimento e che peraltro perseguono gli stessi obiettivi non possono restare insieme. Lei è triste e lui, per farla sorridere, le fa un gioco di prestigio facendo comparire una colomba dal nulla. Giacomo si gira e con aria sorniona mi fa: “Anche io la prossima volta che sei triste tiro fuori un uccello e ti faccio felice”. Come dargli torto? Il bello è che la sceneggiatura è di una donna. Siamo irrimediabilmente compromesse.
In effetti il film è stato un po’ il cosiddetto pacco, ma il voto che si merita è tale proprio per la scena del sangue dal naso.

Voto: 2 su 5

Far East 2009 – The Triumphant General Rouge

aprile27

The Triumphant General Rouge

Primo film del mio Far East: pellicola giapponese del 2009, al contrario di quanto temevo anche se è un film del pomeriggio non è così tremendo come quelli filippini e indonesiani dello scorso anno. D’altra parte, oggi non è ancora la giornata horror (mercoledì 29 aprile) e quindi c’è margine per salvarsi.
In effetti il film è un misto tra ER, Grey’s Anatomy, Phoenix Wright e la signora Fletcher, quindi potenzialmente era il mio film preferito di sempre.
Protagonisti assurdi, come solo nei film giapponesi, interi minuti (direi un’ora e venti) senza colonna sonora, perché in effetti tutto era un gioco di sguardi, un confronto silenzioso e arguto tra personaggi che giocavano “a chi ce l’ha più lungo”.
Comunque, la storia parla di un mega-nippo-ospedale in cui ci sono intrighi di palazzo. Medici geniali e apparentemente sociopatici vengono accusati di corruzione, dottoresse terrorizzate dal sangue vengono elette come responsabili della commissione etica, grigi burocrati che suscitano brividi gelidi nei pochi sensibili rimasti cercano di scoprire la verità, ma non perché sia un paladino della giustizia, bensì perché in questo modo può risparmiare di più.
Il trionfante generale rosso del titolo è il fantasmagorico medico del pronto soccorso accusato ingiustamente (o forse no) di corruzione da parte di un fornitore farmaceutico, così soprannominato perché – si dice – abbia soccorso più di duecento persone in un’unica giornata di lavoro restando con il camice e il volto sporchi di sangue per ore e ore.
Oltre a una trama à la signora Fletcher, il colpo di scena migliore è quello che spiega allo spettatore la reale origine del nome del “generale rosso”.
Nonostante la locandina, che mi porterebbe probabilmente al suicidio, in condizioni normali, o al cavarmi gli occhi come Edipo, il film è piacevole e a tratti comico.
Come direbbe il Santo degli Assassini di Preacher:
“Che cos’è questo?”
“Un buon inizio.”

Voto: 3 su 5

Far East Film 2009

aprile26

Cari tutti, da lunedì 27 aprile a sabato 2 maggio saremo a Udine per il Far East Film, magnifica manifestazione sul cinema orientale.

Quest’anno ho anche scoperto che lui sa chi sono io e che non devo fingere un attacco epilettico quando lo incrocio perché mi vergogno nel dirgli “W IL FRIULI e W IL FAR EAST”.

Ci sentiamo presto – spero – se il mio piano di resoconto giornaliero del Festival ha successo (leggi: se trovo un hot spot Internet a cui connettermi).

Consiglio comunque a tutti, prima o poi, una visita al Far East: probabilmente il miglior festival cinematografico tenuto in Italia (sì, meglio di quell’atmosfera stantia e vecchia scuola di Venezia).

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