To whom it may concern

Frankly, Mr Shankly, this position I’ve held
it pays my way and it corrodes my soul
I want to leave you will not miss me
I want to go down in musical history

Frankly, Mr Shankly, I’m a sickening wreck
I’ve got the 21st century breathing down my neck
I must move fast, you understand me
I want to go down in celluloid history Mr Shankly

Fame, fame, fatal fame
it can play hideous tricks on the brain
but still I rather be famous
than righteous or holy, any day, any day, any day

But sometimes I’d feel more fulfilled
making Christmas cards with the mentally ill
I want to live and I want to love
I want to catch something that I might be ashamed of

Frankly, Mr Shankly, this position I’ve held
it pays my way and it corrodes my soul
oh, I didn’t realise that you wrote poetry
I didn’t realise you wrote such bloody awful poetry Mr Shankly

Frankly, Mr Shankly, since you ask
you are a flatulent pain the arse
I do not mean to be so rude
but still, I must speak frankly, Mr Shankly, give us money

La cura per il cancro

In effetti, dovendo ricostruire a posteriori com’era arrivata lì, in quel preciso momento, con quella meravigliosa scoperta tra le mani, Ludovica Centi non riusciva a pensare ad altri che a sua nonna.
Era stato seguendo il suo calvario per il cancro alle ossa che aveva cominciato a frequentare gli ospedali. Non che ne avessero girati molti, anzi a dire la verità uno solo, ma ricordava nettamente di essere rimasta affascinata da tutte quelle provette colorate, dagli zoccoli morbidi delle infermiere e dal fatto che la gente malata andasse lì perché altra gente, all’apparenza del tutto normale, poteva aiutarli in qualche modo magico a stare meglio. Aveva otto anni ed era allora che aveva deciso che sarebbe diventata medico.
Non era stato facile, in effetti, convincere la sua famiglia che quella era la sua strada. Un po’ perché di soldi in casa non ce n’erano tanti e non era facile tirare avanti, un po’ perché avrebbe dovuto andare a studiare chissà dove e questo non stava bene, chissà cosa avrebbero detto in paese. Ma Ludovica era una bambina gentile, e poi una ragazza gentile, che senza alzare la voce riusciva a fare sempre quello che voleva – quello che era giusto, continuava a ripetere. Era come se sentisse di avere una missione, ma invece di buttarsi nella religione (cosa facile dalle sue parti) aveva deciso di imparare a fare magie ancora più grandi e di salvare la gente che era morta come sua nonna.
La vita di Ludovica Centi sembrava una vita normale, da fuori. Sempre più brava degli altri quando si trattava di studio, sempre la prima ad arrivare e l’ultima ad andare via quando c’era da lavorare sodo, all’università, lontana anzi lontanissima da casa, si era distinta per la sua precisione e la creatività che riusciva ad applicare ad altrimenti sterili procedure cliniche. Il dottorato di ricerca era stato il passo naturale successivo alla laurea e alla specializzazione, poi una borsa da ricercatrice all’estero, presso uno degli istituti oncologici più prestigiosi d’Europa, ogni tassello della vita di Ludovica Centi, osservata dall’alto, sembrava convergere verso quell’unico momento in cui avrebbe – e aveva – trovato la cura per il male incurabile per eccellenza. La persona più importante del pianeta, così l’avrebbero definita, ora che l’ennesimo ciclo di sperimentazione era andato a buon fine e del cancro non restavano nemmeno gli effetti più lievi. Avrebbe avuto le copertine di tutti i giornali, e non solo delle riviste scientifiche. Ne era certa.
Questa era la parte alla luce del sole, della vita di Ludovica Centi. La parte più facile, quella che lei aveva sempre visto chiara nella sua testa, da quando aveva otto anni, e che ora era arrivata alla sua conclusione naturale: la cura.
Tuttavia, Ludovica Centi aveva un segreto che non aveva mai confessato a nessuno. Un segreto bizzarro, a dire il vero, ma che per tutti gli anni della sua vita aveva costituito uno strano interrogativo. L’unico, in effetti, ora che anche il cancro era stato sconfitto. Ricordava bene sua nonna e ricordava bene tutto il decorso della malattia alle ossa che l’aveva portata alla morte. Ricordava i letti bianchi rifatti una volta al giorno, ricordava le lacrime di sua madre quando, a casa, nella penombra, parlava con suo padre e sapeva che era solo questione di tempo, ricordava tutto perfettamente, anche il funerale, i fiori sulla tomba, ricordava ogni cosa.
Un unico, inquietante dettaglio della morte di sua nonna stonava con tutto il resto, ed era l’immagine che aveva di lei sul letto di morte. Perché in effetti, non c’era nessun letto e sua nonna sembrava morta di tutto fuorché di cancro. Ludovica ricordava un rombo. E poi vedeva sua nonna come spezzata a metà da una delle travi di legno della loro casa. La vedeva orribilmente massacrata, con sangue ovunque e anche viscere e soprattutto ricordava che aveva gli occhi sbarrati e che stringeva tra le mani un inutile rosario – quello con cui si coricava ogni sera, dopo le preghiere. Ricordava polvere e calcinacci. E sua nonna morta non di cancro. Poi tutto il resto tornava normale. Tornava ordinato. La vedeva nella bara, composta come avrebbe dovuto essere. Vedeva suo padre e suo fratello, sua madre, e tutto andava bene, perché era morta una donna anziana che stava soffrendo.
Ovviamente tutto questo non aveva senso. Ludovica Centi aveva votato la sua vita alla scienza e sapeva di non essere pazza. Così aveva semplicemente cercato di liquidare la questione di questa incongruenza con una spiegazione di psicologia da bar, per cui l’immagine di un’altra morte si era sovrapposta, nella mente di lei bambina, a quella di una persona che amava. Rimozione, la chiamano. O qualcosa del genere. Ludovica Centi non avrebbe prestato attenzione a questo dettaglio insignificante se non fosse stato per il fatto che, dall’età di otto anni, ogni notte, ogni singola notte, alle 3.32 si svegliava con quella visione chiara negli occhi. All’inizio si era spaventata, era piccola e la violenza di quella morte l’aveva lasciata sconvolta. Poi, lentamente, vi si era abituata, anche perché era una visione così prevedibile e costante che ormai faceva parte della sua routine quotidiana, come cenare o andare in bagno. Dopo dieci anni aveva addirittura imparato a riaddormentarsi quasi immediatamente. A distanza di trent’anni, considerava quella stranezza un piccolo ma accettabile inconveniente nella sua vita. Ovviamente aveva provato a non addormentarsi e farsi sorprendere sveglia, alle 3.32. In quel caso, però, non succedeva niente. Restava lì, il minuto passava e tutto era come prima. Solo che tendenzialmente a quell’ora di notte lei era solita dormire e, da persona totalmente razionale e illuminista qual era, non intendeva sconvolgere le sue abitudini per una bizzarra stramberia senza spiegazione.
Questo non faceva di lei una persona speciale, al limite solo una persona con problemi. In effetti, fino a quel 5 aprile 2039, Ludovica Centi era stata una persona ordinaria, molto dedita al suo lavoro, sicuramente brillante, ma senza quella verve da prima donna che caratterizza molte delle persone che contano in questo secolo. Riservata, solitaria, una strenua e onesta lavoratrice, una donna “in carriera” ma a modo suo, che aveva dedicato tutta se stessa a un’intuizione d’infanzia e che, da adulta, poteva vantare la maternità della scoperta scientifica più importante di sempre. Perché parlare a qualcuno di quell’insulso frammento polveroso che assillava le sue notti? Perché cercare di sistemare qualcosa che funziona quasi perfettamente? Non ce n’era bisogno. A volte si fanno danni peggiori quando si cerca di scoprire. E Ludovica Centi non voleva scoprire niente. Niente che non fosse la cura per il cancro, in effetti, e tanto le bastava.
Cosa provava, ora che da razionalista, illuminista e ovviamente ricercatrice affermata sapeva con certezza che, grazie alla sua scoperta, il cancro sarebbe stato lentamente ma inesorabilmente debellato, come era successo in passato col vaiolo, ad esempio? Soddisfazione. In realtà Ludovica Centi si sentiva come se avesse spuntato l’ultima voce di un lunghissimo elenco di cose “da fare” che era stato compilato – da lei stessa – molti anni prima. Un lavoro ben fatto, ecco. Il suo contributo. Una di quelle cose che fanno piangere la gente quando muori. Una rivoluzione copernicana che avrebbe alleviato le sofferenze fisiche e psicologiche di moltissime persone, che avrebbe reso tutto più controllabile, che avrebbe reso l’uomo un po’ più libero dal fattore “casualità”. Era forse questo il secondo motivo, oltre all’affetto per sua nonna, che l’aveva spinta su quella strada: il cancro ti colpiva così a casaccio, un fumatore recidivo che consumava 40 sigarette al giorno poteva morire investito da un’auto a 94 anni mentre un ragazzo di 25 anni sportivo e salutista poteva contrarre la leucemia fulminante e andarsene nel giro di tre mesi. Troppo, troppo arbitrario. Già siamo in balia di tanti fattori randomici, perché non cercare almeno di eliminarne qualcuno? E lei ce l’aveva fatta. Il suo fattore randomico l’aveva ridotto a zero. Sì, perché credeva fermamente che ognuno, nella propria vita, può ridurre al minimo i rischi che il caos e l’imprevedibilità comportano. Ognuno può dare il proprio contributo e, come le ali che sbattono qui e creano una tempesta marina là, tutti noi possiamo fare un’azione in un certo modo e stabilizzare la vita di qualcuno, altrove. Ecco, lei aveva stabilizzato quella torre di carte che le era stata consegnata da piccola e l’aveva trasformata in un albero, con le radici ben infisse nel terreno, stabile e proteso verso il cielo. Quella torre-albero non sarebbe crollata, anzi: sarebbe cresciuta e avrebbe sparso i suoi semi intorno e intorno e lentamente si sarebbe affiancata alle altre torri-albero realizzate dagli altri uomini e donne e tutta la Terra sarebbe stata una meravigliosa foresta, immortale e bellissima.
Strani pensieri, pensò Ludovica Centi, non sono da me. Di solito penso per formule e numeri, non per immagini e poesia. Dev’essere l’emozione. Sì, sono emozionata.
Quella però non fu l’emozione più forte della giornata, perché fu quella notte che Ludovica Centi finalmente ricordò cos’era successo a sua nonna. Fu quella notte che Ludovica Centi scoprì qual era il senso della sua vita.
Quella notte, alle 3.32 la visione, la solita, tornò per l’ennesima volta, prevedibile e identica a se stessa come sempre. Quella notte, alle 3.33 Ludovica Centi non si svegliò. Per la prima volta in trent’anni riuscì a vedere cosa avveniva dopo. Ludovica ricordava un rombo. E poi vedeva sua nonna come spezzata a metà da una delle travi di legno della loro casa. La vedeva orribilmente massacrata, con sangue ovunque e anche viscere e soprattutto ricordava che aveva gli occhi sbarrati e che stringeva tra le mani un inutile rosario – quello con cui si coricava ogni sera, dopo le preghiere. Ricordava polvere e calcinacci. E sua nonna morta non di cancro. Quella notte ricordò anche il pianto di un bambino, un bambino piccolo. Ricordò un dolore sordo alla cassa toracica e all’occhio destro e le sembrò di essere in gabbia. Osservava la scena attraverso delle sbarre. Il tempo si dilatò. Ludovica si rese conto di essere lei a urlare e piangere, si rese conto che le sbarre attraverso cui guardava la scena erano quelle del suo lettino ribaltato che l’aveva schiacciata per metà, mentre la casa crollata aveva ucciso tutta la sua famiglia. Rabbia. Ricordava di voler scappare, ma non poteva muoversi. Ora faceva tutto male e se piangeva la mamma non arrivava. E la nonna era lì, spaccata in due, come la sua casa, come la sua vita. E come la cura per il cancro che non avrebbe mai scoperto e come tutte le notti in cui non si sarebbe svegliata alle 3.32.
Ludovica Centi si ricordò di essere morta.
Sapeva che c’erano troppe cose che non aveva avuto il tempo di fare, che era ancora troppo piccola anche per essere famosa e che, in quel terremoto, sarebbe stata solo un nome, una data di nascita e un numero, non qualcuno di cui si sarebbe sentito la mancanza. Perché non aveva cantato canzoni altrui. Perché non aveva potuto godere dei suoi quindici minuti di notorietà. Perché era troppo piccola e troppo concentrata su cose più importanti, destinata, in effetti, a cose più importanti, come scoprire la cura per il cancro.
Solo che non le avevano dato tempo. Qualcun altro aveva abusato del suo fattore randomico e aveva costruito male la sua casa. Aveva costruito male il suo ospedale. Qualcuno aveva costruito gli spazi della sua vita sulla sabbia e, si sa, quello che viene costruito sulla (e con la) sabbia non è destinato a durare. Per risparmiare. Lo fanno tutti. Cosa vuoi che succeda. E intanto la sua casa era crollata come il castello di carte che lei, nella sua ipotetica vita, aveva costantemente cercato di tramutare in quercia. E niente di tutto quello che avrebbe potuto essere della sua vita sarà. D’altra parte, non è detto che il nostro destino debba essere quello di sconfiggere il caso. Ludovica Centi questo l’ha capito ed è morta, a meno di un anno, più tranquilla di come avrebbe vissuto.

Tutti piangiamo potenzialità scomparse.
Ma nessuna vita sarà più bella di quelle che ci possiamo immaginare.

Up

Mi dicono di scrivere cose nuove.
Non facile quando la tua vita sembra una palude.
Che poi non è vero. Mi spacco la testa su testi, traduzioni e sceneggiature. Però mi sembra sempre di non fare abbastanza.
Certo, sicuramente non faccio quanto le persone che hanno lavorato a Up, ultimo film della Pixar.
Non posso fare altra recensione se non: non dirò mai più “Vecchi di merda”. Mai-più.

Ora cercherò di dormire evitando di avere incubi su quanto sono inadeguata e incapace e quanto “Come te ne troviamo un’altra domani mattina”. Perché è evidente che non valgo più di così.

Sta per cominciare la lunga e durissima fase della mia vita in cui vivrò di rassegnazione. Rassegnazione perché sono una fallita. Rassegnazione perché dopo quasi dieci anni in un settore non rimane pressoché nulla. Rassegnazione perché sono grassa. Rassegnazione perché non avrò mai una casa tutta mia. Perché non andrò mai all’estero. Perché non sarò mai una scrittrice.

Rassegnazione.
Che durerà giusto il tempo di ritrovare le forze per dibattermi.
Forse.

Metal Gear Solid: Philanthropy – Release

Metal Gear Solid: Philanthropy” è disponibile in streaming video e in donwload a partire da oggi.
Con il trascorrere dei giorni, saranno resi disponibili ulteriori canali di distribuzione, per permettere a tutti di scaricare il file in diverse modalità. Sono già a disposizione i sottotitoli ufficiali in diverse lingue.

Philanthropy è stata una sfida quasi impossibile, che abbiamo accolto tre anni fa. Allora non immaginavamo nemmeno quante difficoltà avremmo incontrato lungo il percorso e quanta testardaggine ci sarebbe voluta per portare a termine il progetto.
Non sapevamo però nemmeno quanto supporto avremmo trovato, quanti amici avremmo incontrato, quante persone appassionate e piene di altruismo avrebbero incrociato la nostra strada.

Il lancio di Philanthropy segna la fine del primo ciclo vitale di Hive Division. Il team, ormai quasi una famiglia, si prenderà ora un po’ di tempo per decidere con calma quale sarà il suo futuro.
Non siamo in grado di dire se e quando saranno girati i due sequel previsti per Philanthropy (scritti insieme a “The Overnight Nation” nel lontano 2006). Dipenderà da molti fattori: la reazione del pubblico, il futuro di Hive Division, che in questo momento è alla ricerca di finanziatori e partner per costituirsi come casa di produzione e portare avanti i prossimi progetti e, sicuramente, la reazione di Konami al progetto.
La nostra sensazione e la nostra speranza è che un giorno Snake, Elizabeth e Pierre arriveranno alla fine del loro viaggio.

Siamo grati a tutti quelli che hanno seguito il progetto, anche nelle sue fasi più “misteriose”, quando non la mole di lavoro non ci permetteva di aggiornarvi come avremmo voluto.
Affidiamo con gioia questo film alla Rete, brodo primordiale nel quale il nostro progetto è nato e cresciuto, a cui dobbiamo molto e a cui speriamo di aver restituito qualcosa di significativo.

Qui di seguito diverse modalità per scaricare il film gratuitamente: è tutto completamente legale, quindi non fatevi problemi!

Video Streaming


Metal Gear Solid: Philanthropy from Hive Division on Vimeo.

mov h264 2,3Gb
part 1: http://www.megaupload.com/?d=6ENLUMUU
part 2: http://www.megaupload.com/?d=LKW590PV
part 4: http://www.megaupload.com/?d=TNCOUZMH
part 3: http://www.megaupload.com/?d=DTHR0X4O
xvid 730Mb
http://www.megaupload.com/?d=662EHPE6

Megaupload

.mov H264 2.35 GB

Part 1

Part 2

Part 3

Part 4

.avi xvid 750 MB


Torrent

.mov H264 2.35 GB

.avi xvid 750 MB


E-Mule

.mov H264 2.35 GB

.avi xvid 750 MB

MGS: Philanthropy Release

Locandina MGPSDopo tre anni di lavorazione, dopo fatiche, divertimento, difficoltà, collaborazione e tante, tante risate, esce finalmente Metal Gear Solid: Philanthropy, un film indipendente realizzato A BUDGET ZERO da Hive Division, un gruppo di appassionati e amici.

Partendo da zero, abbiamo imparato a fare cinema – o almeno, ci stiamo provando!

Il lancio del film avverrà, in pieno spirito Web 2.0, su Internet, grauitamente, il 27 settembre 2009.

Il giorno del lancio tutte le informazioni necessarie per scaricarlo si potranno trovare sul sito ufficiale del progetto.

Intanto, però, Hive Division organizza due proiezioni per il lancio del film. Di seguito i dati!

MILANO
Venerdì 25 settembre 2009, ore 18.00
Presso Cinema Apollo

TREVISO (SILEA)
Sabato 26 settembre 2009, ore 15.00
Presso CineCity

L’evento sarà completamente GRATUITO ma per assicurarsi un posto in sala è consigliabile prenotarlo mandando una e-mail all’indirizzo

info@mgs-philanthropy.net

mettendo come oggetto “MILANO” oppure “TREVISO” e specificando il vostro nome e cognome, nonché quello di eventuali persone al seguito.

Le prenotazioni scadranno UN QUARTO D’ORA prima dell’inizio della proiezione.
Siete tutti i benvenuti!