Il mio sguardo su un pezzetto di mondo (spazio-tempo)

All’inizio pensavo fosse la macchina fotografica.
E’ un buon modello, ma non è una Reflex. E davo la colpa alla tecnica. Alla meccanica.
Le foto vengono sempre un po’ sfuocate, mosse, come se quello che cerco di fissare mi volesse sfuggire, ogni volta. Mi intestardisco allora, e scatto più foto di quante ne servano davvero, ripetendo uno scatto una, due, tre volte. Capita che riesca, alla fine, a salvarne qualcuno. Capita più spesso che invece butti via tutto, perché non mi soddisfano, perché mi sento amareggiata.
Poi ho capito. Non è la macchina fotografica, affatto. Lei funziona bene, se decido di fare una prova e scatto una foto a una sedia, per dire, viene perfetta. E allora mi sono messa a pensare, perché in fondo una fotografia è solo un istante in cui guardi il mondo, è solo fissare su pellicola o su digitale un’immagine oggettiva filtrata dai miei occhi e dalle mie mani. E, forse (ma su questo c’è un dibattito in corso), dal mio cuore.
E’ allora colpa del mio sentire, sempre zoppicante. Non è facile vivere un passo più avanti, vivere solo per ricordare, ricordare per emozionarsi.
Sono assente, sono uno spettatore silente, tutto intorno è sensazione, impulso, cuore che batte, mentre io sto solo guardando, con razionale freddezza, le cose che vorrò ricordare e che, a un certo punto, nella solitudine del pensiero, mi faranno piangere.
Il suo cuore batte sempre così forte, non pensa a niente prima o dopo, assapora e basta.
Il mio cuore invece si ferma, guarda stranito un improbabile e incredibile insieme di persone che si sono trovate per caso, che per caso fanno cose sensazionali, che sognano all’unisono, a volte, che sicuramente sperano.
Io, in tutto questo, vorrei essere qualcosa, ma cosa sono?
Trasparenza, nullità, inutile presenza che ricorderà, senza gloria, senza memoria, destinata a raccontare e, insieme, a scomparire nel racconto.
Per questo la mia mano trema a ogni fotografia, per questo mi-non-emoziono, perché temo di non saper cogliere e dare significato a quello a cui assisto, spettatrice stupita di una vita di arte e passione. Perché l’idea di essere arte è poesia, è fascino, è desiderio. La realtà è che se uno ha solo il cuore, ma non il cervello da artista, allora artista non lo sarà mai.
La barriera di vetro che vedo tra me e gli altri Artisti del nostro gruppo diventa un ponte sospeso tra me e un desiderio, e mi condanna, e potrò guardare quello che voglio e che non potrò mai avere, potrò spiare come vorrei essere e come non sarò mai capace di diventare.
Amarezza, e sento scorrere la vita come se fosse altrui, mi piace ma mi sento lontana. E poi mi chiedo perché in alcuni giorni sento e in altri sono un essere privo di nervi e terminazioni sensoriali, priva di sorriso, con una maschera variopinta e ambigua, donna senza qualità.

L’amarezza però si fa presto da parte. Altre sensazioni si affastellano nell’aria, entusiasmo, gioia, incredulità, voglia di fare, spirito di gruppo. Come un’eteria greca, gli scopi e le passioni comuni scavalcano tutto. I sogni e le aspettative diventano le cose più reali che abbiamo tra le mani. Mi accorgo che quello che può scaturire da questa avventura è una speranza per tutti, che tutti, a modo nostro, viviamo più intensamente nella finzione di cioè che “non è reale”, che in questo grigiume fatto di quotidianità stantia prende il sopravvento e ci salva dall’essere ordinari, dal confonderci con tutto quello che odiamo, con l’immobilismo passivo di chi non ci prova nemmeno. Noi no, ci stiamo provando.
Le illusioni diventano tangibili, diventano energia creativa, diventano parole, sguardi, amore, aspirazioni. Quello che plasmiamo nella notte, lontani dalla vita vera, diventa il rifugio e futuro, è quanto di più reale abbiamo mai visto, pur consapevoli che non c’è.
Comincio a sentire, smetto la mia corazza di nulla e sento un imperativo morale. Ricordare diventa un dovere, non una maledizione. Fissare nella memoria quello che tutti stiamo vivendo, costruire con le parole l’isola di emozioni e immagini che stiamo provando è l’unica via di salvezza, la mia sola utilità forse, ma che percepisco, a sprazzi, come un dono. Le parole sono il fulcro di tutto, le immagini che evocano sono nelle nostre menti, devo solo trovare la chiave, la parola nuova che me le farà fissare. E allora scrivo, perché sono convinta che le Emotions recollected in tranquillity siano la chiave di tutto, e anche io spero, come gli altri, anche io immagino, anche io, finalmente, sento.
E sono sicura che funzionerà, sono sicura che riuscirò a racchiudere un pezzetto di realtà, o a ricreare il nostro mondo nelle parole. E quando ci riuscirò con le mani e con le parole sono certa che anche gli occhi e il cuore seguiranno, che le mie fotografie non saranno più immagini appannate di paura e inadeguatezza, ma nitidi scatti di realtà parallele che, per qualche ora, popoliamo con il nostro entusiasmo. E sono sicura che anche il mio cuore senta. E sentirà.

Per noi tutti, che popoliamo la nostra vita con i sogni, che sono, poi, l’unica cosa che conta davvero.

“E sogno un’Arte reproba
che smaga il mio pensiero
dietro le basse immagini
d’un ver che mente al Vero
e in aspro carme immerso
sulle mie labbra il verso
bestemmiando vien.

Questa è la vita! L’ebete
vita che c’innamora,
lenta che pare un secolo,
breve che pare un’ora;
un agitarsi alterno
fra paradiso e inferno
che non s’accheta più!”

2 thoughts on “Il mio sguardo su un pezzetto di mondo (spazio-tempo)

  1. lavoratrice incallita, asino da soma, fantozzi alla riscossa, la finisci di svilire la categoria? domani stai a casa dal lavoro o ti tatuo il certificato medico sulla fronte!

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