AlchemicoBlu

Laboratorio di trasmutazioni creative

Sì, sono a Londra

giugno29

E sì, è tutto bellissimo.
Più di quanto mi aspettassi. La città è La Meraviglia.
Il lavoro è interessante.
La gente è coinvolgente.
E poi parlano tutti in inglese. Strano, in Inghilterra, no?

La mattina alle 8 Westmister Bridge e il London Eye sono magici.
E la skyline. E il verde. E il cielo pieno di nuovole bianche, eppure azzurro. E il vento.
Gli odori.
Non torno a casa, mamma. Non torno.

Perdere un sentimento umano universale

giugno23

Non ci avevo mai pensato, fino a oggi pomeriggio, quando ho conosciuto una musicista cinese di 29 anni, Wu Fei, una viaggiatrice eclettica, con metodo ed estro, una persona sensibile, con cui mi è piaciuto parlare mentre qualcun altro decideva di un lavoro.
E’ che ora sono un po’ disorientata sulla Cina e sarebbe necessario farci un viaggio, per capire quanto di quell’ideologia spiccia che ci propugnano i mass media è verità e quanto è demonizzazione.
Innanzitutto non sembra questo posto dove mangiano i bambini e ti sparano in testa a ogni piè sospinto. C’è questo posto che si chiama Beijiing, con 15 milioni di abitanti dove non si sta poi così male. O, quantomeno, dove non si sta in modo tanto diverso da numerose super città americane e occidentali. Il punto, però, è che non ne so abbastanza. Che non posso esprimermi, effettivamente, perché non ci vivo, non ho mai visto niente e anche a livello socio-politico sono piuttosto confusa sulla situazione (informazione, pena di morte, sfruttamento dei lavoratori eccetera).
Quando abbiamo però parlato della legge che consente, da ormai trent’anni, alle famiglie di avere un solo figlio, sono rimasta sorpresa. Ho sempre pensato a questa limitazione dalla prospettiva dei genitori, ossia io essere umano voglio avere quanti figli voglio e invece no.
Oggi mi si è aperta una porta: da trent’anni, in Cina, cresce una generazione che non sa minimamente cosa significhi avere dei fratelli. Sono rimasta allibita, sconcertata, incantata a pensare all’idea. Un’intera generazione senza il sentimento della fratellanza, milioni di persone nate e cresciute come centro del mondo, come unici esseri allevati e protetti e curati, o non curati, non so, ma comunque soli. Anche da noi esistono i figli unici. Ma non c’è un vuoto generazionale su un sentimento, non è stato praticato il razionale e metodico annientamento di un principio fondante degli esseri umani.
Essere fratelli, tra razze, culture, religioni, popoli e blablabla, come si può concepire questo, se da trent’anni non si sa cosa voglia dire dormire nello stesso letto con tua sorella, piangere sulla spalla di tuo fratello, sopportare i genitori in due, dividere la merenda, accettarsi nelle differenze, sopportarsi nell’odio, andare al di là del legame di sangue ma ricordare sempre che “la famiglia è la famiglia”, perdersi, ritrovarsi, ed essere comunque figli degli stessi padri e portatori degli stessi geni, delle stesse gioie, delle stesse inquietudini, dello stesso tempo dell’infanzia trascorso insieme, coi compiti dell’inverno, le amicizie di scuola, le vacanze dai nonni, il caldo dell’estate, gli insetti, il mare, i giochi che non si raccontano, la musica, il cinema, le sigarette, i libri.

Sto male? Non ancora.

E, dicevo, c’è una generazione di milioni di persone nel mondo che, per forza, ha perso per sempre questo sentimento. Non stiamo parlando di risolvere i mali del mondo. Ovvio (più o meno), una Terra meno popolata porterebbe vantaggi a tutti. Ma una terra in cui non ci sono fratelli o sorelle? E non parlo dello squallido sentimento cristiano di “amare il prossimo tuo come tuo fratello”, no. Io mi riferisco a cose molto più prosaiche e concrete, più tangibili, a un rapporto fisico e mentale che è scomparso, per un popolo, e che non sarà tanto facile reinstaurare.
Più ci penso più mi inquieta. Come non conoscere l’amore, come non avere i genitori, come non avere amici. Cose che ti possono capitare, nella vita, e che lasciano dei segni indelebili, cicatrici, frustate sulla carne dell’anima. Ma non è per tutti, qualcuno si salva, qualcuno si può ancora illudere di trovare amore, padri e madri (biologici o spirituali), amici. Ma se si cancella in un’intera porzione di umanità un istinto come quello della fratellanza, quella più pratica, quella più poetica perché senza poesia, allora cosa succede?

Cancellare un sentimento, allora, non è impossibile.
E’ possibile cancellare un sentimento dall’umanità.
E’ possibile cancellare un sentimento dall’umanità.
E’ un’affermazione che mi mette a disagio.
In effetti il tempo ce lo dirà. Però se così fosse… Allora cosa?
I sentimenti non erano quella cosa che avremmo provato comunque, fino alla fine del mondo, per sempre, nonostante tutto? E se invece si possono cancellare, con una legge, cosa vuol dire? Che non sono poi così importanti?

Ecco di cos’ho davvero paura.
Che il motore immobile della mia vita sia un pacco. Una fuffa. Una fregatura. Che tutto quello che mi ha sempre fatto evolvere sia solo un costrutto sociale indotto. Che non c’è della trascendenza, in me, che si sarebbe manifestata comunque, in qualsiasi condizione, ma che sono solo un prodotto socio-culturale cresciuta così perché nata qui.
Ma allora dove sta la vera me stessa? Dov’è la mia essenza? Qual’è quella cosa di me che mi rende davvero me?
E, l’ultima domanda, la più dolorosa.
Cosa resterà di me, quando non ci sarò, se nemmeno i sentimenti e i principi sono universali e se nemmeno loro sopravvivono alla contingenza?

Ecco. ORA sto male.

Se piango è per lo stress

giugno20

Non certo perché domani sopprimono un cane.
Non certo perché sento assurde mancanze.
Non certo perché ogni tanto anche io ho paura.
Paura di essere sempre sola a fare cose troppo grandi, paura di lasciare sole le persone che amo quando hanno bisogno di me, paura paura paura.
Se piango è per lo stress, non certo perché provo emozioni.
Sono così fuori moda, sono così intollerate.
Ci sono motivi oggettivi per piangere e motivi oggettivi per non farlo.
Ci sono i problemi e ci sono gli stati d’animo.
E poi ci sono tutte quelle cazzate sulla “coda del drago” che si sta spostando e che causa disequilibrio.
Se la vita è tutta così, mettetemi in stand-by, per favore.
Devo trovare un equilibrio e restare ferma, ben piantata sui piedi, qualunque cosa succeda intorno. Invece no, barcollo.
Barcollo ma non mollo. Oddio, forse è una cosa fascista. Non volevo dirlo.
O forse mollo, chi lo sa.

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