Alchemico Blu

Laboratorio di trasmutazioni creative

Viva i lama

dicembre10

Giusto per contagiare più gente possibile con la mia nuova ossessione…

Lama, lama, duck!

Il mio regalo di Natale

dicembre10

E’ colpa mia, come sempre, anche questa volta.
Mi sono lasciata trascinare nel vortice di iTunes Music Store: il centomilionesimo cliente che comprerà o segnalerà a un amico un album, vincerà un iMac, un iPod, un viaggio per vedere il concerto di Robbie Williams. Ovviamente io partecipavo per l’iMac e l’iPod, visto che di Robbie Williams non me ne frega niente.
Insomma, comincio a mandare moleste segnalazioni di album ad amici e parenti.
E qui arriva l’errore. Sperando di fare la brillante, la simpatica, segnalo a Natan l’album “Convivendo”, di Biagio Antonacci, scrivendogli che era un messaggio subliminale, che forse stavo cercando di comunicargli qualcosa.

Beh, il messaggio era subliminale, troppo subliminale evidentemente.
Infatti il mio regalo di Natale, arrivato con largo anticipo per la prima volta da otto anni che ci conosciamo, non rispecchia esattamente il mio desiderio di convivenza.
No.
E’ il cd del suddetto album, con una sequela di canzoni innominabili, deprimenti, il peggio del peggio del peggio che ci si potrebbe aspettare da un cantautore (bwahaahah cantautore).
Lo abbiamo ascoltato un pomeriggio in macchina, sotto la pioggia. E non sono l’unica a essersi pentita di aver mandato la segnalazione di iTunes.
Anche Natan paga lo scotto del suo gesto. Ormai è una questione di principio. Biagio accompagna tutte le nostre giornate, domani lo metto su anche mentre lavoriamo, così impara.

E la voglia di convivenza, diciamo, mi è passata…

Non mi succedeva dalle elementari…

dicembre6

… di avere sonno alle nove di sera. Ali, ti devo anche confessare che mentre mi riportavi a casa, oggi, mi sono addormentata e – molto, molto probabilmente – ho anche sbavato sul sedile dietro della Volvo…

Perché adoro Mrs Dalloway

dicembre4

Quando ho impacchettato tutti i libri, per questo “trasloco lungo” a cui ci stiamo sottoponendo, ne ho lasciati fuori un po’, non tanti, ma i più significativi.
Uno è, ovviamente, Mrs Dalloway, di Virginia Woolf.
Ovviamente perché se no non sarei qui a scriverci un post sopra.
Ovviamente perché non passa giorno che non mi senta come Clarissa, per qualcosa almeno.
So sempre dov’è questo libro. Non che lo conosca così bene, poi. L’ho letto un paio di volte e ogni tanto lo apro per vedere dove capito, cosa c’è, chi c’è e cosa succede, come se fosse un mondo che esiste sempre, e io accedo, come un Dio, a un istante scelto a caso.
Ogni volta so che l’istante che scelgo sarà perfetto per me, che rispecchierà il mio stato d’animo, che mi farà allontanare da tutto, per poi tornare qui con un’altra consapevolezza.

Stasera è la volta di…

“Anything, any explosion, any horror was better than people wandering aimlessly, standing in a bunch at a corner like Ellie Henderson, not even caring to hold themselves upright.”

E poi, qualche pagina dopo…

“Death was defiance. Death was an attempt to communicate, people feeling the impossibility of reaching the centre which, mystically, evaded them: closeness drew apart; rapture faded; one was alone. There was an embrace in death.”

Non che mi senta particolarmente propensa al suicidio, in questo periodo, anzi. Sicuramente se dovessi descrivere la mia adolescenza ne parlerei come di un periodo di sopravvivenza casuale e inaspettata a me stessa e ai miei impulsi di auto-annullamento.
Ultimamente penso piuttosto alla vita, a quello che faccio, al segno che lascio (o, meglio, a quello che non lascio). Come se dovessi fare qualcosa che non sto facendo. Qualcosa che ho dimenticato, e che non so, e quindi vago, vago senza meta e senza scopo, e sto in un angolo, nella mia vita, senza nemmeno fare la fatica di far bella figura.
Penso sempre all’assenza come motore di tutto, di tutta me, intendo.
C’è sempre qualcosa che mi manca, qualcuno.

Spesso penso a cosa accomuna tutti i miei artisti preferiti. Il fatto che siano morti o irraggiungibili è il denominatore comune. Assenza di una comunità, assenza di uno scopo condiviso, assenza di un progetto artistico, assenza di coraggio, assenza di intraprendeza, ecco cosa sono.
Un’accozzaglia di assenze senza capo né coda.
La cosa veramente angosciante è che temo che non sono d’accordo con Clarissa Dalloway, non credo che la morte sia questo abbraccio accogliente dove ritrovare pienezza e accoglienza. Temo piuttosto che tutto ricominci da capo, finché non si imbocca la strada giusta, finché non si smette di andare a feste a cui si è invitati all’ultimo momento e non si sa come comportarsi.
Poche cose mi fanno paura, ed essere come Ellie Henderson è quella che mi terrorizza di più: fantasma di me stessa ancora in vita, comparsa nel film della mia esistenza.
Però sono così, non c’è niente da fare. Resto ai margini, guardo silenziosa e da sola, mi intrufolo dove posso, la gente mi fraintende,
mi scambia per quello che non sono, ma prima o poi tutto questo disagio torna a galla, prima o poi la mia vera natura spinge ed esce allo scoperto.
Assenza di originalità, assenza di propositività, anticonformismo a tutti i costi, anche quando non vorrei, anche quando vorrei essere allineata con le logiche dittatoriali e massificate che tando disprezzo.
E poi paranoia, insicurezza, alienazione, misantropia.
Come può un essere del genere essere consapevole di sé? E’ già tanto se mi ricordo di svegliarmi, la mattina, se riesco a trascinarmi per le cose che devo fare, con un entusiasmo che è perfino sincero, quasi incosciente.
Poi però mi ritrovo a una festa che pensavo fosse la mia e invece sono un’ospite imbucata, a disagio, muta, inutile.

Stranamente oggi tutto questo non mi opprime. Mi sembra un dono, qualcosa di cui andare fiera.
Domani non sarà così, lo so fin da ora, e mi maledirò e vorrò scomparire ancora.
E allora prenderò un altro libro e me ne andrò un po’ altrove, ancora, perché se qui non mi piace, esistono tanti mondi possibili che adoro, in cui sono sempre spettatrice ma in cui, a differenza di questo, riesco a sognare, anche senza dormire.

Raccorti Toscani

dicembre3

Dopo l’esperienza dell’anno scorso, Raccorti Pisani torna, questa volta con il nome di Raccorti Toscani.
Ancora una volta il concorso si propone con il fine di “promuovere il territorio” e di raccogliere (o cercare di) esperienze e sensibilità diverse, da tutta la Toscana e non solo.
Il termine per la partecipazione è il 15 marzo 2006.

Sono curiosa di vedere cosa succederà, chi saranno i partecipanti e quali i corti “in gara”.
Il tutto sarà trasmesso da una rete toscana locale (RTV38).
Anche un sano e doveroso streaming video non sarebbe male, anche solo per accontentare la curiosità di chi toscano non è, ma alla Toscana è legato (come me).

Buona fortuna!

I blog sono per sedicenni sfaccendati

dicembre1

Per forza. Se uno lavora, scrive, studia, cerca di avere una vita sociale, una volta al mese si guarda un film, gioca un po’ con la PlayStation, cucina, rifà il letto quelle due o tre volte al bimestre, va e torna da Milano con code insormontabili, installa Linux sul pc vecchio e viaggia in treno dalla Toscana alla Lombardia scrivendo appunti sul suo progetto di ricerca non può trovare il tempo per scrivere anche un blog.
E’ fisicamente impossibile.
Per questo sono arrivata alla convinzione che tutta la gente famosa, le cosiddette Blog-star sono o disoccupati, o futuri disoccupati (ossia quelli che scrivono post dal lavoro) o, e questa è l’ipotesi più accreditata, sedicenni coi brufoli che fingono di essere mature 35enni che ne sanno della vita o brillanti 28enni che studiano filosofia e disquisiscono sui massimi sistemi (copiando dal bignami, ma copiando bene).

Voglio dire, la mia amica Alice, a metà tra la studentessa e la lavoratrice, pendente più verso il 30 che verso i 20 (come me, ormai, ma io continuo imperterrita a dimostrare 19 anni), ecco, lei ha inventato che scrive una parola al giorno tratta dal dizionario, così si sente la coscienza a posto e può scrivere messaggi terroristici a me che non mi stacco dal pc da 45 ore consecutive e che non parlo con essere umano da circa tre giorni. E mi dice “Vale, cambia il post, Image Guerrilla ha fatto le ragnatele”.
A parte che sembra una frase di mia nonna.
Cosa faccio? Vuoi che scriva un post al giorno su “Tutte le malattie esantematiche della pelle”? Oppure copio una Ricetta di Suor Germana (con annessa foto di lei e gamba pelosa)?
Questa cosa del blog è un’ossessione.

Gente che ho appena conosciuto e che magari aveva stima di me mi dice “Ho letto il tuo blog”… E io mi maledico per aver messo l’url in fondo alle mie firme nelle e-mail, perché alla fine è così, sono sociopatica, schizoide, paranoica e ho manie di persecuzione e io pensavo che questo blog non lo avrebbe letto mai nessuno, e praticamente è così, ma poi capita qualcuno che perde tutta la stima di me.

Tipo, l’altroieri mi sono accorta che sul mio Flickr ci sono delle foto di me ubriaca. Niente di male. Capita a tutti di ubriacarsi. Capita a tutti che gli si facciano foto compromettenti. Ma ora devo capire perché IO le ho messe on-line.
Forse ero ubriaca anche quando le mettevo on-line, che ne so.

Succedono cose che non hanno coerenza, che non hanno senso.
Perché mi devo mettere alla berlina? Perché mi devo far sparare addosso?
Non lo so, ma mi piace e continuerò a farlo.

Nel frattempo, lancio un appello: Alice, rimetti i Commenti nel tuo blog, così sembra quello di Arkangel, ma meno figo, quindi rimetti i Commenti e non fare la radical chic.
E smettila di sembrare ME quando avevo 19 anni (cioè ancora adesso)…

Non so.
E’ che ho passato l’esame del dottorato, mi hanno preso. E’ il primo lavoro semiserio della mia vita, per questo sto cercando di sdrammatizzarmi.
Natan dice che visto che “Ho vinto il concorso” dovevano pagarmi senza farmi lavorare (ho VINTO, mi meritavo un premio)… Forse ha ragione, ma visto la scarsità di lavori remunerativi, di questi tempi, mi sento felice e beata (forse non so cosa mi aspetta, ma sono sicura che è il meglio che mi poteva accadere).

Ecco, dicevo dovrò diventare seria.
Non lo so.
Forse seria lo sono già.
Non capisco.

E ora scusate, devo tornare a buttare i petardi nel giardino dei vicini.

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