Sensazioni…
Mi sento strana, come se fossi in coma da anni e tutto questo fosse solo un sogno.
E’ grottesco.
Ho questa precisa sensazione da un po’, ormai.
Mah.
Mi sento strana, come se fossi in coma da anni e tutto questo fosse solo un sogno.
E’ grottesco.
Ho questa precisa sensazione da un po’, ormai.
Mah.
Non male la mostra. Innanzitutto la Mediateca di Santa Teresa, in via della Moscova 28 a Milano è un posto che vale la pena di frequentare. Bella struttura, tranquillità, buoni computer con cui lavorare. Ci andrò più spesso, ora che l’ho scoperta.
La mostra è stata difficile ma bella. Diciamo che l’impegno di visitare una mostra del genere per una persona come me che un po’ ne sa, ma non troppo, sta proprio nel cercare di imparare e capire il più possibile. Al di là dell’estetica, la Net Art mi sembra un’arte molto cerebrale. Impegnativa e insieme impegnata, perché ogni singola opera, dalla Software Art alla Code Poetry, parla di una denuncia, aiuta a scardinare, almeno in parte, convinzioni legate all’arte vetuste e piuttosto anacronistiche, aiuta insomma a rileggere la realtà contemporanea come merita di essere affrontata, ossia con ironia, un pizzico di assurdo e grottesco e soprattutto tanta, tanta tecnologia.
eng
Non è (ancora) un’arte per le masse, forse non lo sarà mai, ma meglio così.
Le installazioni che mi sono piaciute di più sono state le numerose (almeno 12) postazioni multimediali attraverso cui era possibile interagire.
Purtroppo ero senza soldi (e senza portafoglio, rubato da ignoti a SMAU, maledetti me la pagherete) e non ho comprato il catalogo, ma considerato che tornerò presto alla Mediateca credo che me lo comprerò.
Insomma, la mostra è caldamente consigliata!
Intanto vi lascio con una bellissima foto di Natan con prima cyber-orchestra, il mitico 386dx…
Il primo “racconto” di Malinconie Urbane è ambientato alla fermata della metro milanese Gioia. Ho scoperto solo dopo che Gioia era il cognome di Melchiorre Gioia, probabilmente uno dei tre Re Magi, ma non ne sono sicura.
Di gioioso Gioia non ha un bel niente. E’ una grigia strada centrale della città, piena di smog, semafori e auto. Rumori, clacson, confusione molesta, pochi negozi e squallidi, enormi cartelloni pubblicitari in stile 1984 di Orwell, messi a bella posta per inculcare nei pendolari e nei passanti inebetiti cosa è meglio e cosa comprare.
Di gioioso a Gioia non c’è niente, tranne una cosa, che fra poco non ci sarà più, ma che ora ancora c’è, ed è stupenda: un enorme giardino pieno di alberi secolari, con un vivaio riccamente popolato da piante di ogni specie, una specie di oasi nello squallore di quel centro milanese così basso borghese e lontano dall’idea platonica della Milano da Bere che tutti hanno. Beh, sono mesi che se ne parla, sono mesi che molte persone si impegnano e cercano di far cambiare il folle piano di “recupero dell’area” ideato dalle menti malate a capo della Regione Lombardia, ne ho parlato io, ne ha parlato Beppe Grillo, ne hanno parlato i giornali, ma niente. Se hanno deciso di farci un palazzo, il palazzo ci faranno. Infatti i lavori sono cominciati, senza che nessuno abbia potuto o possa farci nulla.
Ora, non voglio scrivere l’ennesimo articolo di denuncia, ma voglio scrivere di sensazioni, di tristezza e anche di un colpo di fortuna.
Per il primo racconto di Malinconie Urbane, dicevo, avevamo bisogno di fotografie dell’interno del Bosco per ambientarci una parte della narrazione. Ci siamo purtroppo svegliati tardi, perché ad aprile, quando io e Natan abbiamo provato a entrare nel giardino (con tanto di cavalletto e macchina fotografica), ci hanno detto chiaramente che nessuno avrebbe più potuto mettere piede lì dentro fino alla fine dei lavori (leggi: fino alla totale rimozione degli alberi e alla fatidica colata di cemento).
In questi mesi abbiamo fatto altro, portando avanti altre parti del progetto. Ma in questi giorni ci stavamo chiedendo a che punto fossero i lavori. E i lavori sono iniziati, purtroppo. Lunedì ci siamo avventurati nel gioioso grigio di Gioia con l’intenzione di spiare da fuori quanto accadeva nel Bosco. Il cancello principale però era apero. E dentro, oltre a un inizio di spianata e di cemento, c’erano tre operai e, alle loro spalle, il Bosco, ritratto e timoroso, in attesa di farsi abbattere.
E’ che non ho resistito. E come se fosse un mio diritto, come se quel parco fosse davvero ancora di tutti, mi sono avvicinata e ho chiesto: “Vorrei fare quattro passi nel giardino, posso?”
Gli ometti non dovevano sapere nulla della questione dei mesi passati, perché pur vedendomi con la macchina fotografica in mano, mi hanno lasciato passare senza problemi. Anzi, ci hanno lasciato passare. E allora ci siamo buttati tra le braccia di questo piccolo gigante verde condannato a morte da gente senza lungimiranza, senza sensibilità, senza onore. Le piante secolari che loro dicono malate stanno in realtà benissimo. Sono sane, sono vive, e stanno piangendo. Piangono perché stanno per morire e lo sanno, lo intuiscono, credo.
Insomma, ci siamo avventurati tra i “Dead Trees Standing” e abbiamo osservato gli sprazzi di verde, le lacrime di rosso, le foglie morte gialle, ancora attaccate con fierezza ai loro rami. E poi tutti quei rumori, quegli odori, le foglie sotto i piedi, la terra umida, la clorofilla ovunque, i tronchi…
E’ stata una passeggiata lunga, di quasi un’ora, piena di tristezza e di angoscia. Era come parlare un’ultima volta con un malato terminale. Sai che non ci sarà una prossima volta, e cerchi di assaporare il più possibile di quel momento.
Ci siamo sentiti privilegiati, io e Natan, per aver potuto camminare un po’ in un Bosco condannato a morte.
Ce ne siamo andati senza essere notati, aprendo e richiudendo alle nostre spalle il pesante cancello di ferro. Se non fossimo capitati lì per caso, in quel giorno, a quell’ora della mattina, non avremmo mai visto il Bosco di Gioia con i nostri occhi. Mai, perché tra poco scomparirà.
Il pensiero che queste ultime (?) foto del Bosco di Gioia contribuiranno, insieme a quelle degli altri, a mantenerne viva la memoria non mi consola più di tanto.
Ma almeno ora so che in Gioia Chimica ci sarà anche il Bosco di Gioia. E che sarà un modo per non dimenticare un luogo magico vittima dell’amministrazione di un inutile Semprevergine. Se solo chi sta permettendo tutto questo capisse che c’è vita anche nell’immobilità silente, e non solo nella forsennata frenesia tipicamente milanese, forse le cose cambierebbero. Ma la classe dirigente deve essere ottusa per contratto.
Ecco le (forse) ultime foto che ritraggono il giardino… Non ci resta che rifugiarci nel sogno.

Stasera ho comprato L’arte della guerra, di Sun Zu.
Non mi piace la guerra.
Ma c’è un ma.
Indubbiamente è un lato del nostro sentire, del nostro essere umani. Quindi va compresa. E magari affrontata senza un’ascia, un macete o un fucile a canne mozze in mano, ma con una prospettiva più filosofica.
Così spero di incanalare in fini comportamenti strategici tutti quegli impulsi da guerrafondaia che mi assalgono ogni giorno quando ho a che fare con gente che non mi va.
Una frase sola, molto adatta a me e alla mia sciocca impulsività, a volte.
“In linea di massima, a proposito della battaglia, l’attacco diretto mira al coinvolgimento; quello di sorpresa alla vittoria”.
…quella sera ero felice. Quell’ultimo dell’anno passato da Mac Donald con una coda infinita di gente alla cassa e noi due a scriverci bigliettini sul mio quaderno. E poi in giro per Firenze, che non avevo mai visto così viva, così colorata di notte.
Ti devo confessare che mi sono divertita anche quando l’anno scorso eravamo a quella sagra di paese sperduta tra le colline, che da festa si è trasformata in uragano. Ed è stato bello rifugiarsi nel capannone, con una bottiglia di vino rubata a qualcuno, aspettando che smettesse di piovere, che poi però non ha smesso e sei dovuto andare a prendere la macchina sotto l’acqua con un sacco dell’immondizia addosso.
Mi sono divertita quando siamo andati al cinema a vedere quel film, Natural City, e ti eri perso per Pisa e poi hai fatto una corsa e hai preso i biglietti in tempo e mi aspettavi ridendo e gongolando, col cuore in gola, dicendo che andava tutto bene anche se hai rischiato l’infarto. Che poi quel film faceva cagare, tanto per dire.
E’ stato bello quella volta che siamo andati alla comunione di quel tuo cugino sconosciuto, che non sai nemmeno tu come si chiama, e abbiamo pranzato in quel ristorante caldissimo in mezzo ai boschi delle tue parti, e c’erano parenti chiassosi, e io ero vestita di rosso, con la gonna, e faceva un caldo indescrivibile, e continuavamo a bere quel vino bianco delizioso. O era rosso?
Mi è piaciuto anche quando siamo stati in quel parco giochi vicino a Empoli, nel bosco, e ha cominciato a piovere e non c’era nessuno e siamo rimasti sotto quella capanna di legno a parlare per ore, e un po’ ero triste per quello che mi raccontavi, un po’ ero felice perché lo stavi raccontando proprio a me, che significava che ti fidavi.
E anche tutti i progetti che abbiamo sempre fatto, le idee, i colpi di genio, le follie che ci venivano e che ci vengono in mente. Condividere tutto, anche se a volte è difficile, anche se a volte siamo lontani, anche se poi non si realizza niente. A volte anche solo sognare insieme non è niente male.
Forse è per questo che sono triste, in questi giorni di orari perfetti e di tempo scandito e organizzato. Mi mancano i tuoi imprevisti, mi mancano i tuoi ritardi, il tuo essere sempre a fare mille cose insieme, la tua indolenza e insieme il fatto che sai sempre cosa mi piace e come farmi stare bene.
Non è che sei morto, è solo che sei lontano. Ma a volte mi sembra che non ci sia molta differenza.
Per me almeno.
E’ ovvio che tu, essendo vivo, te ne accorgi!
O no?
E’ incredibile. Un fenomeno sociale da studiare. Questa cosa dell’upgrade, delle novità, delle last release. Veramente non pensavo. E invece sono stata trascinata nel vortice dell’aggiornasito-aggiornasito-aggiornasito, sono diventata pazza, paranoica, ossessivo-compulsiva.
Io VOGLIO, io DEVO sapere qual’è l’ultima novità di casa Apple, io DEVO sapere perché VOGLIO diventare un membro, perché voglio un computer con la melina sopra, perché l’estetica è tanto importante quanto l’etica, il contenitore quanto il contenuto.
E sono qui, da oggi pomeriggio, quando ho scoperto che a San José, California, sede della conferenza di aggiornamento, ci sono OTTO ore in meno e che quando qui era l’una di pomeriggio là ancora dormivano della grossa, e io invece volevo, io voglio, devo sapere.
E controllo compulsivamente nell’ordine:
Apple Store
MacRumors
TheMacObserver
ILounge
MelaBlog
Per ora hanno mostrato solo un nuovo iPod (che non riesco a considerare nuovo perché non ho ben presente quello vecchio): dicono abbia uno schermo un po’ più largo, ma non abbastanza da vederci i video, quindi non è il tanto atteso iPod video.
Io aspetto di sapere qualcosa sui PowerMac.
Per me sono già fighi così, ma voglio dire, se devo comprarlo adesso e proprio adesso esce un upgrade, tanto meglio. Però questa attesa mi snerva. Eppure sono sempre stata paziente. Ho sempre aspettato Natale per i regali, ho sempre disdegnato mode e hype, mi sono sempre tenuta alla larga dalle aspettative. Quello che c’è, c’è, e va bene.
Invece adesso ho le mani sudate, chiamo Natan fingendo di voler parlare di altro ma tornando sempre su questo discorso, controllo compulsivamente l’orologio.
E quel dannato Apple Store è ancora down.
Mi incuriosisce questa nuova e inaspettata ossessione. E come me