Alchemico Blu

Laboratorio di trasmutazioni creative

Ars Electronica 2005

settembre29

Non capita tutti di essere invitati dalla propria relatrice a passare sei giorni in Austria al festival di Arte Elettronica più longevo (credo) del mondo. E’ stata una bella fortuna. Soprattutto sono stati sei giorni più che pieni.
Prima tappa a Vienna, giro della città per conto mio. Bel posto. Spettacolari i tram che ti portano tutto intorno al centro. Ho mangiato cibo indiano in un parco enorme e ho camminato per ore nella luce chiara del sole e del bianco degli edifici.
Poi treno e poi Linz.
Linz, cittadina che sembrerebbe di provincia, ma con questo Ars Electronica Center che esiste da 25 anni e che sovvenziona, promuove, incoraggia, foraggia eccetera le iniziative di sperimentazione tra tecnologie emergenti e nuove forme d’arte. Spazi allestiti alla perfezione, servizi inappuntabili, pulizia, professionalità. Tipico dei tedeschi. Anche se questi sono austriaci, insomma. Le strutture, in particolare, erano qualcosa di esagerato.
Grazie al mio nuovo palmare, ultimo regalo di compleanno, mi connettevo via rete wireless dalle decine di hot spots seminati in giro per la citta (in piazza, nel palazzo delle conferenze, in caffetteria, ovunque) e controllavo la posta.
La dimensione di questo evento è più che internazionale e multidisciplinare: c’erano artisti e relatori provenienti da America, India, Italia (pochi), Belgio, Olanda, Giappone, Canada e ognuno aveva una formazione diversa, più o meno umanistica, tecnica, filosofica, artistica, accademica.
C’era varietà, insomma, possibilità di confronto.
Però.
Io sono famosa per i miei “però”: non mi accontento mai e, da 25enne sprovveduta che ha imparato a pensare da poco (ahahah, ho imparato?) mi arrogo il diritto di lanciare critiche e di fare osservazioni. Ma questo è il mio spazio e tutto questo scrivere mi serve da psicanalisi, quindi.
Il fatto è che, ad Ars Electronica di Linz 2005, ho visto tutto, tranne l’arte.
E’ stato questo il problema. Ho visto sperimentazione. Ho visto ibridi tra organismi biologicio e macchine. Ho visto intertestualità, rimandi ad altre arti (vedi le gigantografie di bambini che imbracciano armi tratte dal videogioco Half Life). Ho visto infelici scarafaggi passeggiare su palline che muovevano girelli robotici. E poi macchine che disegnavano sul muro immagini variabili a seconda dell’umidità del’aria, macchine per farsi i tatuaggi, ricostruzioni tridimensionali, ventilatori, pseudo eco-sistemi fatti da piante e mini-elfi alimentati a energia solare.
Ma se a livello inventivo ed estetico non posso dire che ci fossero carenze, a livello emotivo e comunicativo ho sentito un vuoto enorme. Non c’è niente che mi abbia emozionato. Niente che mi abbia trascinato nel vortice di una “Sindrome di Stendhal”, niente che abbia sognato la notte o che sento influenzerà il mio modo di scrivere, di (cercare di) fare arte, di vedere il mondo.
E allora ho fatto una telefonata di mezzora, dal cellulare all’italia, perché c’è un Work In Progress che non devo lasciarmi sfuggire. Perché se viene considerata arte una povera bestiola incollata a un macchinario abominevole per farla deambulare in modo innaturale, che comunica solo sadismo e nerdismo, io ho avuto un’illuminazione, ora SO, ora vedo. Qui si tratta di mettersi a FARE, di realizzare e concretizzare queste Malinconie Urbane che abbiamo in mente da troppo tempo.
E’ stata una telefonata strana, e strano è stato il sentimento che mi è rimasto addosso per tutto il tempo del viaggio-studio. Mi sono sentita in colpa e stupida, superficiale e pigra. Perché Ars Electronica (e tutte le installazioni che ho visitato con Paola, e sono state tante) mi ha dimostrato che l’unica che mi manca è l’iniziativa, è l’azione, è lo svincolarmi da tutta questa cerebralità e mettermi a lavorare sul serio.
Ecco, cosa ho imparato dai sei giorni a Linz.
Che per quanto sperimentale, vuota, semplicemente tecnologica, l’arte (o la pseudo arte) che ho visto almeno ESISTEVA. Può essere migliore o peggiore di quella che posso (o credo di poter) realizzare io, ma finché non farò nulla, finché mi limiterò ad almanaccare su fogli bianchi e a pensare che il mondo dell’arte fa schifo le cose non cambieranno.
E ora, al lavoro.
Cioè, all’arte.

Vorrei sparare in testa…

settembre26

… a chi ha messo ER Medici in contemporanea con Smallville, la domenica sera.
Proprio in questo periodo in cui il videoregistratore non va.

Forse è l’influsso di GTA S. Andreas, in cui si può sparare in testa e altrove praticamente a chiunque.
Cielo, come mi mancava scrivere qui, me ne accorgo solo ora che ho ricominciato a farlo.
Dovevo ricominciare domani, che è lunedì. Si comincia la dieta, si cominciano i buoni propositi, si comincia a scrivere sul blog.
Ma non è mica un lavoro, questo. E’ un momento di psicanalisi soggettiva e collettiva.
Sono stata troppo presa in attività di altro tipo, ma anche questa è una scusa imbecille, perché come ho trovato il tempo per tradurre, per leggere quello schifo di Repubblica.it che diventa sempre peggio e di guardarmi film più o meno belli come “La resurrezione della piccola fiammiferaia“, “Fuga da Los Angeles” e “Troppo belli“, potevo benissimo trovare anche il tempo di scrivere due righe qui.

Più che altro quando non scrivo ho paura di confrontarmi e di riflettere.
Confrontarmi con me stessa, non con tutti quei supereori della blogosfera che quest’estate hanno popolato le riviste tipo D, Donna In, Donna Moderna, Donna Emancipata, Donna Troia. Non mi interessa la celebrità. Anche se Andy di certo non si sbagliava, io non mi sento alla ricerca di popolarità. Mi fa schifo la popolarità. Penso che se una massa indistinta di gente, sudata, appiccicosa, sporca e ignorante comincia ad apprezzarti, allora sì che sei arrivato. Sei arrivato nel cesso del mondo, perché essere apprezzati dalla stessa massa che apprezza La Talpa con Paola Perego o L’isola dei famosi con quella sfigata della Ventura, beh, non è proprio un bel segno.

Tra l’altro, a differenza della maggior parte dei neo-laureati italiani, ho avuto anche la (s)fortuna di trovare lavoro. Un lavoro bellissimo (e non scherzo affatto) che mi diverte e che posso fare da casa. Traduco videogiochi. Meglio di così. Spero di continuare più o meno per sempre con questa occupazione. Per ora sorrido ogni mattina che ho un file nuovo. Poi si vedrà.
Ho presentato un delirante progetto di dottorato, che unisce il vecchio al nuovo. Perché ho sempre sostenuto che non si possono applicare vecchi metodi di studio alle arti nuove. Ma è anche ora di capire perché. Così, se mi prendo (seeee, magari), mi ritroverò a studiare l’arte digitale e le nuove tipologie narrative. I nuovi modi di organizzare il discorso narrativo (mi piace un sacco questa espressione, “discorso narrativo”). Insomma, cercherò di buttarmi a capofitto nello studio di quello che mi piace davvero: perché raccontare storie dura da sempre e per sempre continuerà? Cosa c’è di tanto prezioso in una storia inventata e ben narrata? Come avviene oggi la narrazione?
Ma soprattutto… La vuoi la focaccia?

Stasera mi sento bene.
Sarà perché ho appena riavviato il computer, e sembra andare che è una meraviglia.
Sarà perché la camera in cui mi sono trasferita durante il “trasloco” per i lavori di restauro nella nostra casa è ampia e luminosa e mi si è riattivata la fotosintesi clorofilliana.
Sarà perché mercoledì torno in Toscana dopo due mesi che non ci vado.
Sarà perché ci sono tante cose in ballo, e anche se non se ne realizzerà nessuna, l’attesa e l’aspettativa sono deliziose e mi aiutano a sorridere e mi fanno dormire bene.
Sarà perché sto scrivendo, dopo tanto stand-by.
Sarà perché ti amo.

Ma sto bene e tanto basta.
Ora credo che andrò a fare qualche Missione Pappone in GTA. Scarica sempre le tensioni residue.

Ci sono…

settembre17

… datemi un momento per riprendermi da 4000 km, letti diversi, progetti per il futuro e il mio corpo che cade a pezzi…

Torno subito.
Ma veramente, subito!