Alchemico Blu

Laboratorio di trasmutazioni creative

Domeniche

gennaio23

Odio le domeniche come questa, che cominciano, finiscono, e tu non ti ricordi nemmeno di aver visto il sole. E’ come se ci fosse stata condensa umidiccia sui vetri delle mie finestre per tutte le ore di luce. Una strana cappa di pigiriza e sonno si è impossessata di tutto.
Vorrei ancora un po’ di vento per aprire un varco in questa caligine…

Non è che sono morta…

gennaio23

Non è che sono morta, è solo che mi sono impigrita.
Ho finito la tesi, nel frattempo, e anche se mi sembra di aver fatto un lavoro al di sotto delle mie possibilità mi accontento.

Comunque sono tornata, ora.
Anche perché è così catartico scrivere, qui, e liberarsi da tutte queste parole che si accumulano nella testa durante la giornata…

Shrek 2

gennaio23

[Spoiler]
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A volte penso che se da piccola avessi visto cartoni animati del genere sarei stata più felice di essere me e avrei sofferto meno per tutte le mie diversità.
Perché alla fine, grazie tante, è facile essere felici perché si diventa qualcos’altro: e la Sirenetta diventa Umana, e la Bestia torna Superfigo, e Aladdin diventa Re, e Cenerentola diventa Principessa.
No, dico, c’è da pensarci. Nel mondo delle fiabe tutti vivono felici e contenti perché una magia sovrannaturale e a volte immeritata risolve ogni situazione.
Ma soprattutto perché si smette di essere quello che si era e si diventa qualcosa di migliore, di oggettivamente “bello”, “buono”, “accettato”.
E la mente dei bambini è strana. Alla fine uno arriva a pensare che per essere felici è necessario smettere di essere se stessi e trasformarsi in qualcun altro. Non è proprio il massimo. Io farei causa alla Disney, ai fratelli Grimm e a Perrault per tutte le sedute di psicanalisi a cui ci hanno costretto.
Ora, c’è chi ha amato più lo Shrek originale e che dice che questo secondo “ha ben poco da dare e da dire in più.” Secondo me non è vero.
Shrek 2 era necessario.
Perché è necessario continuare a dire certe cose, a dire che anche se siamo grassi, antisociali, scontrosi e con mille piccole manie (e, non di meno, siamo verdi e orchi) possiamo essere felici. Che non sono necessarie pozioni, filtri, fate madrine bastarde e risolutive, ma che dobbiamo accettare noi stessi, fin da piccoli, fin da bambini, senza pensare che arriverà un maledetto deus ex machina che cancellerà quello che siamo e ci trasformerà in essere eterei e perfettamente felici.
Mi piace, quell’orco, per tanti motivi. Perché mi ricorda certe persone che conosco e a cui voglio bene. Perché mi ha insegnato, a 24 anni, ad essere felice nella mia forma e a non sognare di diventare una principessa disoccupata o una sirena frustrata in terra.
E poi mi fa ridere. Quando qualcuno insegna qualcosa e riesce insieme a far sorridere e ridere allora rimarrà davvero nella memoria per sempre.

Beh, insomma, se c’è qualcosa che val la pena vedere e far vedere sono proprio queste anti-fiabe. Che poi, il concetto di “anti” è sempre stato malvisto. Personalmente, io “malvedo” di più delle principesse “salvate” dalla loro bellissima vita normale, destinate a fare le casalinghe-cortigiane per il resto della loro esistenza.
Ma è soltanto un’opinione, la mia.

Birth – Io sono Sean. Ah, beh, allora…

gennaio23

[Spoiler. Ma probabilmente non vedrete mai questo nauseabondo prodotto cinematografico]
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Perché comprare costose fruste o bruciarsi le carni con mozziconi di sigaretta? Masochisti del mondo, unitevi e, al solo costo di un biglietto del cinema, potrete farvi più male di quanto non avreste mai pensato.
Ebbene sì, è un film per gente che vuole soffrire. E no, non so parlando di quel tipo di sofferenza interiore, quel rimescolio di viscere e quell’inquietudine che ti lasciano i bei film. No, questa pellicola triturapalle diretta da Jonathan Glazer non ha ragion d’essere.
Non riesco nemmeno a descrivere questo suicidio cinematografico come un incrocio di generi, non riesco ad operare tipo dottor Frankenstein su qualche soap opera o scadente b-movie esoterico sentimentale per creare un fantoccio virtuale che renda l’idea di cosa poteva essere. Una noia infinita, priva di qualunque senso, priva di qualunque pathos, suspance, curiosità. Devo ricordarmi, una volta per tutte, che se il trailer del film mi sembra anche solo minimamente interessante allora il film sarà una bioata.
E così è stato, appunto.
Una Nicole con inutile capello corto, gambe più secche che mai. Donna di classe (d’altra parte lei lo è anche nella realtà), appartiene all’alta società newyorkese ma nonostante ciò si veste come una vecchiaccia di cent’anni, con abiti demodé e colori mortiferi.
Un bambino monoespressivo, poverino, si vede che aveva una paresi.
Un marito morto.
Un pretendente trattato a pesci in faccia da tutti, persino dal bambino con la paresi facciale.
Una trama che si capisce nel primo quarto d’ora, tutta, completa.
Peraltro, mi sentivo anche in colpa: avevo convinto una mia amica, Serena, a venire a vedere proprio quel film, anche se lei non era proprio convinta. Brava, Vale, brava, i complimenti.
Quindi ho passato un’ora e quaranta di film in una lenta, maledetta agonia, da una parte per il senso di responsabilità che si ha quando si sceglie un film di merda, dall’altra perché le inquadrature infinite sui volti degli attori con musica più o meno inquietante in sottofondo mi hanno fatto quasi impazzire.
Quindi, no, non andate a vederlo.

E sì, il bambino è solo un mitomane che trova delle lettere scritte dal marito morto e si impara tutta la storia e si immedesima e fa finta di essere lui, ma poi alla fine non lo è, però comunque ama Nicole (come non amarla?).

Deprimente.

Maurizio Costanzo Sciò

gennaio10

Non è che mi interessi molto di televisione. La considero una causa persa, è una delle solite banalità, probabilmente, ma come si può pensare di trarre qualcosa di positivo e costruttivo da centinaia di trasmissioni fotocopia, ideate in primo (e unico) luogo per convincere la gente che se non compra – se non si mostra – se non è trendy – non esiste. Va bene, il caro Andy parlava di un sano quarto d’ora di celebrità per ciascuno. Ma a che prezzo? Al prezzo di andare a sviscerare i nostri problemi affettivi-familiari davanti a una tintona imbecille che ci costringe a mettere un microfonino color carne che ci stia ben premuto contro la guancia. Al prezzo di fare di qualunque evento un motivo di inutile spettacolarizzazione, caricata di nullità e pseudo-valori aggiunti. Bisogna parlare di tutto, bisogna affrontare dalla sana e ideologica prospettiva unilaterale della massa qualunque vicenda. E, ovviamente, bisogna plasmare le menti in modo da convincere, da attirare, da assuefare. Chissà quante persone non ne possono già ora fare a meno. Chissà quanti direbbero “Beh, almeno loro fanno qualcosa”. Sì, benissimo, è vero, “Loro” fanno qualcosa. Fanno schifo, fanno. Tutto quel mondo patinato e in pesoforma della televisione è un’aberrazione estremizzata della società, l’incubo peggiore di come potremmo (e potremo, purtroppo) diventare. Tutto è ipocrisia qualunquista, tutto è vacuità ben programmata, per far discutere, per far riflettere, ma sempre secondo i sicuri binari socialmente accettabili.
Quando mai si è sentita una campana discorde, in televisione? E, d’altra parte, com’è possibile accorgersi che è tutto uguale? Siamo abituati a questa merda variopinta e col culo sodo, ci sembra che tre opinionisti dei miei stivali che si riuniscono e parlano dello tzunami in Indonesia o del fenomeno della denutrizione facciano cultura. Perché, in realtà, il problema reale è che non sappiamo più cos’è cultura, non sappiamo più cos’è arte e cosa, invece, è spettacolo mangereccio e omni-invasivo, cancro di pixel che ci divora il cervello e ci rintrona e seda ogni giorno di più.

Ed è a questo punto della mia invettiva che sono lieta di annunciare la chiusura di uno dei “capisaldi” del cosiddetto intrattenimento intelligente. Il Maurizio Costanzo Show, finalmente, fa Sciò, e si leva di torno. Certo, gli ospiti della sera diventano semplicemente ospiti della mattina, nessuno resta disoccupato, nessuno resta senza scettro e senza possibilità di parlare. Figuriamoci. Chiudono le fabbriche e lasciano a casa gli operai, ma in televisione nessuno va mai in rovina (basterebbe, dopotutto, spettacolarizzare la propria sciagura per tornare nuovamente in auge, Pupo docet…). Sicuramente, poi, lo spazio serale sarà riempito da giovani rampanti e pimpanti che cercheranno di farmi capire che sono un’anti-sociale perché non ho il cellulare alla moda. Che poi, anche essere anti-sociali, ultimamente, va di moda. E’ un casino.
Però comunque è bello poter avere speranza. La fine del Maurizio Costanzo Show, forse, è solo l’inizio. Forse, a breve, finirà anche San Remo. Certo, forse questa prospettiva è un po’ troppo ottimistica. Però come la gente comune sogna di essere ammessa a Saranno Famosi (NO, Amici di Maria de Filippi, per questioni di diritti d’autore), io sogno che prima o poi tutto finisca, collassando lentamente su se stesso.
Non avverrà mai. Però magari è un buon inizio per un romanzo di fantascienza…

Io ritornerò…

gennaio7

No, non sono morta schiacciata dalla slitta di Babbo Natale, e nemmeno il cibo delle feste è riuscito a sopraffarmi. Sono solo indaffarata a scrivere gli ultimi deliri febbricitanti di tesi e, nei ritagli di ore, a giocare a videogiochi di altri pianeti.
Tornerò, non è una promessa, è una minaccia.

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