Alchemico Blu

Laboratorio di trasmutazioni creative

Il mio corpo, la Dermatite e lo yoga

settembre29

Oggi ho fatto la mia prima lezione di Yoga. Che decisione, eh? Comunque, il fatto è che ho capito che ci sono cose da cui non si può guarire in modo tradizionale, cioè, non si possono prendere delle pillole per tutto e stare meglio. Tipo la Dermatite. Sono mesi che mi perseguita. L’ho anche portata al mare, l’ho fatta abbronzare nella speranza che si seccasse e se ne andasse, ma no, niente da fare. Ci devo convivere, oppure… Oppure, arriva il sospetto che l’approccio al problema sia sbagliato. Non mi è servito a un granché cospargermi il viso di lozioni farmaceutiche. Già sono scettica nei confronti dei farmaci, non ne prendo mai. Figuriamoci le creme. Insomma, questa Dermatite non se ne va, sta qui, appollaiata sulla mia faccia. Ormai le parlo, anche. Alla fine è come se fosse una parte di me, un po’ malata, che esprime un disagio. La gente dice di non vederla, ma io la sento, maledetta compagna. E quindi, dicevo, cambio approccio. Basta esterno. Non funziona.
Un altro fattore che ha complicato le cose: da quando ho cominciato l’università ho vissuto in una specie di letargo corporeo, sempre seduta qui a scrivere, seduta in treno a leggere, dormcchiare e sbavare sui sedili, seduta in università ad appuntare… Insomma, stavo diventando la donna-tronco, cioè le mie gambe erano scomparse sotto i vari tavoli della mia vita. Credo che da un punto di vista di benessere psico-fisico questa non sia la condizione ideale. E quindi, dopo una fallimentare prova di Tai-chi, ho tentato con lo Yoga. Il Tai-Chi non era male. Però… Non so. Dovevo fare tutti movimenti circolari, non capivo, raccogliere e sciogliere, un casino, andavo insieme. Non sono un grande esempio di coordinazione.
E’ successo che Natan, al mio ultimo compleanno, mi ha regalato degli attrezzi per fare Yoga e un libro a riguardo. E quindi come non provare?
Insomma, questa lezione di Yoga è stata illuminante. A parte che si fa fatica e ci si rilassa insieme, cosa che non pensavo fosse possibile. Poi, dopo, mi sono sentita proprio iperattiva, insomma… Infine, anche se è uno sport da palestra (io odiole palestre), non si suda in maniera smodata e non si devono fare inutili esercizi ripetitivi per rafforzare e tonificare l’interno-coscia. Quindi ho deciso di perseverare. Poi, forse, ho anche trovato una buona palestra a due passi da casa (dal sito non si direbbe, ma è così!). Insomma, vedremo.
In tutta questa faccenda, la Dermatite ancora non si è fatta sentire. Chissà cosa ne pensa. Spero che, tra qualche tempo, oramai consapevole di aver svolto il suo ruolo (ossia di avermi fatto vedereche non stavo bene) se ne sgattaioli via di notte, scendendo dalla mia fronte e sparendo nel buio…

Una giornata di settembre

settembre24

Il 23 settembre, un mese esatto dopo il mio compleanno, quest’anno, ha fatto un caldo incredibile. Il cielo era terso e sembrava un’alba estiva più che un inizio di autunno. Certo, poi vedi le viti cariche d’uva, i fichi spiaccicati sulle strade e nei giardini, ti ricordi che è appena passata Mabon, la festa del raccolto, e quindi sai che è autunno. Ma a volte non si riesce ad essere molto razionali.

La casa è come addobbata a festa. Tutta pulita, in ordine, piena di cose da bere e da mangiare, perché era logico che ci sarebbe stata una specie di invasione. Era già successo quattro anni fa, ora si ripete. Ci sono decine di persone in giro. Alcuni sono seduti sulle sedie in veranda, altre passeggiano per il giardino, altri ancora stanno in salotto, e bisbigliano.
Io mi aggiro, cercando facce conosciute, cercando di salutare, di riconoscere, di ricordare. Penso che a lui sarebbe piaciuto tutto questo. Forse non la confusione, ma sicuramente sarebbe rimasto tutta la mattina insieme agli operai mentre montavano l’impalcatura per i teli fuori dal garage.
Fa caldo, e vado in casa a posare la giacca. Esco e mi sembra di essere a un matrimonio. Se solo non fosse per la faccia da funerale di mia madre e mio zio.

Quando ci incamminiamo, sento tutta la pensatezza di quelle nenie “paleocristiane”, e mi sale una specie di insofferenza. Per fortuna non sono da sola, c’è mia sorella Giulia di fianco a me, ci teniamo sottobraccio, e lei ha un’idea spettacolare. Come in quel film, si mette a canticchiare sottovoce una canzone che non c’entra niente, ma che è perfetta per la situazione. Ci lasciamo un po’ troppo andare e forse cominciamo a cantare a voce alta, ma intorno a noi nessuno sembra accorgersi di nulla, continuano con la loro lenta cadenzata cantilena. E io, almeno io intendo, mi trovo altrove, perdo per strada i pezzi di strada, non sento più troppa tristezza, sono quasi sollevata. Se non fosse per le gomitate di mia sorella che si accorge che sto proprio cominciando a cantare a voce alta e per l’arrivo in chiesa.
Ascolto parole insulse di peccato e di perdono, ma la mia mente è altrove. Mi ricordo tutte le cose che faceva per me in vita, sono troppe, non si possono elencare. Alla fine, per noi, l’addio c’era già stato la sera prima, lì nel garage addobbato, seduti per terra con un enorme rotolo di cartaigenica ai piedi della bara, a ricordarlo, a ridere, a piangere.

Il funerale (perché di funerale si trattava) era quello di mio nonno. Morire a ottantun anni, su un balcone affacciato almare, non è poi così male. Certo, ora mi chiedo, chi poterà i pini del nostro giardino? Chi costruirà impalcature inverosimili per arrampicarsi ovunque? Chi mi parlerà delle notti nel deserto e di come ci si orienta tra le dune? Tutto quello che prima fingevo mi annoiasse, ora mi mancherà.
Forse per lui mi immaginavo una morte avventurosa com’è stata la sua vita. Magari in guerra, quella che si ricordava tanto e di cui ci ha raccontato mille episodi. Oppure cadendo da un albero mentre cercava di potarne i rami. Meglio così, però.
Natan se lo immagina che guida un camion nel deserto e cerca la strada. Lui si sa orientare ovunque.

Spero che la prossima vita ti vada bene come questa.

Blue Valentine

settembre17

Era ora che la “padrona di casa” dicesse qualcosa su di sè.
Il nome, innanzitutto, nasconde chi sono, ma non troppo. Chi sa leggere tra le righe mi può ritrovare dovunque, qui dentro. Il nickname è solo un esempio di come si facile mascherarsi e nascondersi.

Potrei fare un’infinita lista di cosa mi piace e cosa no, ma penso sia meglio evitare gli elenchi e, piuttosto, cercare di arricchire con parole più interessanti questi spazi potenzialmente esistenti ma tuttora vuoti.

Poi, per spiegare (o cercare, almeno) questo dolceamaro nickname che ho, BlueValentine, vi consiglio di cominciare a conoscere un certo Tom che Aspetta da un po’ per scoprire che non tutto è così dolce come sembra…

Seconda prospettiva

settembre17

A volte mi chiedo come sia possibile che qualcuno viva veramente così. E’ disumano. Non sono ancora riuscita a darmi una risposta. Ci penso, ma non riesco a farmene una ragione.

Sono a casa di questo amico di un’amica, G. Non dovrei starci, qui. Non ho proprio niente da fare in questa asettica casa da copertina di CasaModerna. Ma ci sono, non almanacchiamo oltre a riguardo. Resto nell’atrio per un quarto d’ora infinitamente noioso. Casa perfetta, giardino perfetto, prato letteralmente pettinato. C’è anche un pozzo, fuori, uno di quei pozzi antichi che vengono estirpati dal loro borgo natio per abbellire ed impreziosire queste case della nuova classe dirigente del paese. Mi piacerebbe sapere, poi, un giorno, dove si e ci sta dirigendo, questa classe.

Pozzo estirpato, sarai la mia rovina!

Insomma, sono qui ad aspettare, in questo atrio tirato a lucido, a metà tra un open space e una casa di lusso. Mobili dal design ricercato, sedie di gran pregio, quadri alle pareti… Quello, ad esempio, mi pare un Modigliani. Ma non può essere un originale. Non può essere. No, no.
Mi osservo intorno, scruto tutto con aria giudicatoria, con molta arroganza e altrettanta insofferenza. Non si può vivere così. Circondati da un lusso artificiale, in questa seconda casa, utilizzata solo raramente (loro vivono in una vera villa d’epoca a meno di mezzo chilometro da qui). Invidia? Assolutamente no. E’ un sentimento che non contemplo. Disgusto, quello sì. Disgusto per queste priorità di infima importanza, per questa ostentazione, per questa ricostruita e ricercata falsità. Resto quindici minuti immobile in questo ingresso, guardando di sottecchi l’ambiente. Mi sembra di essere completamente avulsa dalla realtà, come proiettata in un dipinto terrificante. Vedo me stessa come se non fossi io, come se fossi dietro di me, mi vedo immobile, a disagio, inquieta e insieme atterrita.

No, questo è troppo. La mia amica C è ancora con G. Arriva la padrona di casa, la madre di G. Mi prega di seguirla in cucina. Potrei comunque dare una mano. Una mano a preparare la sangria. Pessimo indizio. Non mi dica sangria, signora. E’ meglio per lei.
Ma questa insiste. E continua. E continua. Mi piazza in mano un coltellaccio (ovviamente un ottimo coltellaccio, un coltello di marca, Miracle Blade serie perfetta, con lama in acciaio inox e tutto il resto, impugnatura in legno di palissandro del Libano o qualche altro pregiatissimo materiale del genere), mi spinge davanti a un tagliere e con la sua insopportabile erre moscia mi incita a “tagliave tutte le avance e l’altva fvuttaâ€?.
Questa è un’altra cosa che detesto. Le persone con la v, perdonate, con erre moscia tendono a dire quante più parole contenenti questa consonante riescano. Non poteva dirmi “Taglia le aVance (e va bene) e le meleâ€?? Che altva fvutta c’è? Ci sono solo le mele, quindi dimmi “Taglia le aVance e le meleâ€?.
Sono insofferente, ebbene sì, sono profondamente insofferente. Questa donnina di cinquant’anni e un figlio, con sei o sette case sparse per il mondo, con una mentalità lussuosa ed irritante, con un corpicino scolpito dalle sedute di liposuzione e da qualche farmaco strano. Questa donnina mi risulta insopportabile. E continuo ad aspettare che quei due bastardi, C e G si facciano vivi. Lui non è nemmeno venuto a salutarmi. Sarà in piscina, con i suoi piedi nudi e il suo costume di Valentino, con il suo laptop a creare qualche squallida compilation alla moda per la festa della serata. Me lo vedo davvero. Con tutto il suo amore non corrisposto per C, con tutta questa incredulità, come è possibile, sono ricco e nemmeno tanto male ma lei sta con un altro. Tanto io non lo invito stasera. Non lo faccio entrare. E’ la mia festa e lui non entrerà. Come si fa a vivere così, me lo chiedo continuamente. I bisogni primari dell’uomo non sono quelli che questa casa e i suoi discontinui abitanti vogliono farmi credere. Non è questa la vita che mi aspetta o che io spero. Lo so, è così, non è così.
Mi rassegno e taglio le arance. Le taglio con indolenza, lentamente, annoiata, demotivata, altrove, senza entusiasmo. Io, che adoro cucinare, che considero tutto un rito, questo lo faccio per forza.
Vedo il succo rosso sul coltello. Forse è un rito anche questo, in fondo.
Taglio e taglio e la signora dal corpo liposunto prima tace e si affaccenda fintamente, poi si getta a capofitto in una intimistica conversazione-flusso di coscienza con me, perfetta sconosciuta e probabilmente anche di classe sociale inferiore: tanto non potrò capire o riferire quello che mi dirà.
“La vita non è proprio giusta, certe persone sono così buone e altre persone, non altrettanto buone, non le capiscono.”
Dovevo capire dall’incipit di cosa si sarebbe trattato, mollare il coltello sporco di sangue, no, cioè, di sangria, e scappare. E invece no.
“Prendi mio figlio, ad esempio, è un bravo ragazzo, e non puoi certo dire che non sia carino, certo, forse è un po’ basso, ma alla fine gli uomini alti non sono mai piaciuti a nessuno. Ecco, lui è lì, sono anni che sono amici, ma lei no, fa la preziosa, e sta con quell’altro, quel comunista, dai, ma come si fa dico io! Guarda, guardati intorno! C’è tutto! Ed è roba di gran classe! Esattamente quello che anche sua madre si aspetta per lei. Quello che tutti vorrebbero dalla vita. E invece lei no, fa la civetta…â€?
Non ho più espressioni per descrivere la mia incredulità. Le sue parole mi arrivano addosso e mi colpiscono come sassolini. Tuc, sassolino, tuc, sassolino, tuc, sassolino. E io zitta, lì a tagliare le arance. No, le arance sono finite, ho meccanicamente cominciato con le mele. Un penetrante odore di frutta si è diffuso per tutta la cucina. Ora le mie narici cercano di distrarre le mie orecchie, annusando il più possibile e concentrandosi sull’unico elemento piacevole di quella situazione, l’odore.
“Ora, per esempio, dove pensi che siano? Sono di sotto, in piscina. E lei sicuramente starà facendo l’affascinante.”
Io penso solo che ne ho abbastanza. Vorrei piantare tutto lì ed andarmene. Perché non lo faccio? Perché non prendo le mie gambe pigre e me ne esco da quella casa di lusso? Non lo so. Le scelte sono insondabili. E, soprattutto, non sempre il mio corpo risponde ai miei voleri. Come ora. Sono qui e affetto. Sminuzzo. Taglio a cubetti.
Da quanto dura questo supplizio? Non lo capisco. Appoggio il coltello e chiedo gentilmente dove sia il bagno. Fuori dalla cucina, in fondo, a destra. Strano, non rientra nei cliché…

Esco e cammino nel corridoio. Il parquet di legno chiaro è splendente. Pulito, non c’è nemmeno un alone, neanche uno di quegli enormi batuffoli di polvere che ci sono sempre in qualche angolo dimenticato di casa mia. Le porte sono di acciaio e vetro temperato, quell’insieme moderno che va tanto di moda sui cataloghi. Le luci sono faretti alogeni di ultima generazione. Mi sento stringere la gola, mi sento soffocare.
Entro nel bagno, quello in fondo a destra, perché sicuramente ce ne saranno altri sei o sette in questa reggia. Entro e mi chiudo dentro, cercando di ritagliarmi per qualche minuto uno spazio per sopravvivere. Appoggiata alla porta chiusa, tengo gli occhi altrettanto chiusi, per non vedere, per dimenticare. Quando mi decido a guardare, vedo esattamente quello che mi aspetto: un bagno completamente in linea con la casa. Alla moda, del tutto coordinato. Dagli asciugamani al colore del vaso che contiene la lavanda essiccata. Tutto perfetto. Mi avvicino trascinandomi al lavandino, per rinfrescarmi. Vedo la mia immagine nello specchio. L’unica cosa che stona, lì dentro, sono io. Sono io, così approssimata ed imprecisa, così raffazzonata e mal vestita. Sono io. Il contrasto mi fa male. Mi ferisce, perché mi rendo conto che non posso cambiare quello che ho intorno, che non posso migliorarlo, liberandolo da quell’alone di perfetta organizzazione e intoccabile sterilità. Non posso modificare il mondo su di me e per me. Sono io che devo cambiare. Sono io che devo abbellirmi ed uniformarmi. Il processo appare così chiaro. Sono io che devo cedere, sono io che sbaglio, sono io che vivo nel vuoto della non moda, della non conformità.

Torno in cucina.
“Come sei pallida cara.”
Lo sarebbe anche lei se solo si rendesse conto. Se solo capisse o lontanamente intuisse. Invece non intuisce un bel cazzo. Nulla di nulla. Statica, nella sua consapevolezza, nella sua visione, tra le sue mura ben arredate, ecco tutto quello di cui avete bisogno, ora capisco. Di un posto fittizio dove rifugiarvi, di convinzioni solide inattaccabili. Di denaro. Di un’apparenza elegante per coprire il vuoto marcio che avete dentro.
Mi guarda con compassione, la liposunta, con infinita compassione. Arrivo anche a pensare che, dal suo univoco punto di vista, fa bene a considerarmi così, un essere infelice senza un posto al Tennis Club. Cosa sono? Ho speso questi anni a convincermi della mia diversità, quando invece sono solo una copia mal riuscita di questa gente. Loro almeno sono andati in fondo alla loro scelta, con la loro ostentazione e la formalità indispensabile. Io resto qui, a guardare il coltello e a pensare che starebbe meglio dentro un petto, che dentro ad un’arancia. Il legno di palissandro del Libano comincia a farsi sudaticcio, sotto la stretta della mia mano nervosa. Sarebbe spettacolare, uccidersi qui, così, davanti a questa donnetta, spargendole tutto il mio sangue sulla sangria in preparazione e sul parquet prezioso, macchiandole i mobili con schizzi diseguali di sangue, sconvolgendo la sua triste monotonia e regalandole qualcosa da raccontare alle sue amiche del Circolo.
Non sono mai stata una persona generosa. Quindi niente regali alla liposunta.

C e G non si fanno vedere. Ormai sarà passata un’ora buona.
Appoggio il coltello e vado a cercare C, io tra poco dovrei tornare a casa. Esco in giardino. O meglio, esco nel parco stile riserva naturale che hanno. Qui, a cinque minuti dalla città, una perfetta oasi per rimarcare il proprio status sociale. Di solito adoro la natura. Mi restituisce equilibrio e serenità, mi fa respirare, meditare, mi rilassa. Qui è completamente diverso. È tutto così incanalato ed organizzato che mi sembra di non essere nemmeno uscita di casa. Il vialetto è pulito e lavato, senza un granello di polvere. Il prato è immacolato, l’erba è tutta della stessa altezza e cresce tutta nella stessa direzione. Gli alberi hanno poche foglie attaccate e, inverosimilmente, sul prato non ce n’è neanche una. E’ un ulteriore artificio, un costrutto, una finzione. Non è natura, è manipolazione dell’ambiente secondo un macabro gusto dell’inibizione.
Cammino sul sentiero lastricato e tirato a lucido e arrivo fino alla piscina. Niente, non c’è nessuno neanche lì. Eppure avrei giurato di trovare G con i suoi piedi nudi e le gambe poco pelose appollaiato su uno dei lettini, con il portatile tra le gambe, il torso nudo e C seduta accanto ad osservare con fasullo interesse le sue noiosissime operazioni.
Invece trovo solo il silenzio e lo sciabordio d’acqua che lo rompe. Si sta facendo buio, tra un po’ comincerà anche la festa. E io sono ancora qui. Immagino che anche la liposunta avrà una certa fretta di mettermi alla porta, prima che i prestigiosi amici danesi e non del figlio mi vedano.
Sempre più stranita e insofferente, torno sui miei passi, fino a rientrare in cucina. Lei è ancora lì ad armeggiare inutilmente nell’anta di una dispensa per prendere qualcosa di ovviamente altrettanto inutile. Riprendo in mano il coltello, non si sa mai, magari c’è qualcos’altro da sminuzzare.
Penso, ad un certo punto, che la pulsione di ucciderla, la liposunta dico, accoltellandola ripetutamente con questo coltello delle televendite, prenderà il sopravvento. Penso che per liberarmi delle cose e delle persone e delle situazioni – ma in questo caso delle cose – che tanto odio, potrebbe davvero bastare un immotivato e incontrollato atto di violenza. Una tzunami di sangue mi travolge la vista. Sono accecata dall’impulso violento di sfogare tutta la mia rabbia e la mia frustrazione su di lei. Me la immagino già, contorta e agonizzante, nei suoi bei pantaloni color panna e sangue, mentre cerca di divincolarsi dalla mia presa. E poi ancora, me la vedo laggiù, a strisciare come un verme da pesca in fondo al pozzo.

Pozzo estirpato, sarai la mia rovina (e due)!

Penso e immagino, ma sento che c’è qualcosa che mi sfugge. Penso e immagino e qualcosa sfugge.
Sono finite le mele, sono finite le arance, ma rimane il suo profumo fruttato, le sue cosce liposunte e la sua erre moscia.
Cos’è la mia? Mancanza di coraggio? Non credo proprio. E’ quel qualcosa che mi sfugge che mi spinge a temporeggiare. E’ proprio questa mancanza dell’ultimo pezzo che mi fa impugnare un coltello da cucina e non un coltello da omicidio.
Così com’era arrivata, l’ondata di sangue al mio cervello, al mio cuore e ai miei occhi se ne torna in giro normalmente per vene e arterie. Osservo la frutta tagliata. Sono compiaciuta, come alla fine di qualunque lavoro io faccia.
Guardo la liposunta. Indifferenza, ora. Quasi pena. Comprendo quello sfuggevole dettaglio che mi ha trattenuta dalla strage: la prospettiva.
Non appena uscirò da questa casa, questa tempesta che mi ha investito non sarà altro che un ricordo. Mi scrollerò di dosso la sensazione di mancata appartenenza che questo ambiente e questa gente mi incutono e tornerò a respirare l’aria libera del mio disordine, del mio “non importaâ€?, dei soldi messi da parte in sei mesi per comprare un divano, ma anche dei miei amici, dei miei sogni e delle mie diversità.
Questa donna, ma anche suo figlio G e la mia/sua amica C sono degli animaletti di bellezza chiusi in una bella gabbia d’oro. E’ bella, è preziosa, ma è comunque una gabbia. Da lì si possono vedere ben poche cose. Non si ha ampiezza di visuale, non si ha mutevolezza di paesaggio, non si ha un’altra prospettiva del mondo che non sia quella che il luogo e le sbarre ti impongono. Io mi sto per allontanare da questo panorama che non mi piace, ma questi poveracci come potranno liberarsi da loro stessi?
Mentre la madre sistema armoniosamente le ciotole della frutta, tornano G e C. Sorrisi a profusione scambi di occhiate eloquenti – per loro, non certo per me – e poi un formale invito a partecipare alla festa serale rivolto, attenzione, a me, “visto che hai aiutatoâ€?. Declino altrettanto formalmente asserendo che ho già impegni precedenti – non è vero ma fa sempre tanto effetto dirlo. Salutati padrona e padroncino di casa, mi avvio con C alla macchina.
Restiamo in silenzio per un po’. Io guido, lei guarda pensierosa fuori dal finestrino. Poi, poco prima di arrivare a casa sua, si gira verso di me con tutto il corpo (lo fa sempre quando siamo in auto e vuole fare una dichiarazione importante) e comincia a parlare.
“Scusa, sai, se sono andata via così, ma io e G dovevamo chiarire un po’ di cose. Certo, certo, abbiamo chiarito, è ovvio, quando si parla come persone mature… Il fatto è che io ero molto confusa e lui mi ha aiutato a chiarirmi le idee. Pensa, volevo anche portare stasera quel ragazzo che frequento da un po’, A, alla festa, giusto per mettere entrambi in imbarazzo. Ma poi, dopo i recenti sviluppi, come potrei? Senti, senti… Le nostre famiglie si conoscono da tanto, sai facendo parte di questo paese da tante generazioni… Sua madre, per esempio, hai visto no, com’è carina e tutta elegante e – diciamocelo – che fisico per una cinquantenne! Insomma, è una grande amica di mia madre, vanno troppo d’accordo…
Io e G abbiamo parlato. Lo sai, no, lui è innamorato di me da tanto, io però non sapevo bene come comportarmi… E’ come se ci fosse stato qualcosa che mi sfuggiva, come se… Però, come dice lui, non vale la pena pensarci troppo, sono tutte seghe mentali. Le nostre famiglie vanno d’accordo, io lo conosco bene e so che ci si può fidare, oh, insomma, ci siamo rimessi insieme, non c’era nessun motivo per non farlo. A lui, a dirla tutta, non era mai passata. Io, sinceramente, posso dirmi soddisfatta delle esperienze che ho vissuto ma credo proprio che sia il momento di tornare con lui. Poi mia madre la smetterà di dirmi che non sono nemmeno in grado di trovarmi un ragazzo.
Giova mi ha detto che per festeggiare andremo una settimana ad Alassio. Sai, ha la casa, lì. Ma altro che casa, è una specie di reggia coi domestici, pure! Comunque, a parte tutto, mi sento bene. Perché finalmente starò tranquilla, per certe cose, mi capisci no? Meglio così che ritrovarsi, magari, soli e per di più senza un contesto. Pensa che fortuna, abbiamo gli amici in comune! E’ troppo l’ideale. Mi sento così a posto. Così inserita. Chissà quando lo diremo agli altri…â€?

Dentro la mia testa ci sono tre scimmie che si spulciano a vicenda. E’ questa la reazione che mi suscita il monologo di C. Non riesco nemmeno più a sorprendermi. E’ così normale per loro comportarsi così che risulto sempre essere io l’alienata che non capisce. Sorrido con sorrisi circostanziali e aspetto che scenda e se ne vada.
Forse dovrei cercare di far loro capire. Forse è colpa mia che non mi sforzo nemmeno un po’ per loro. Ecco che ritorna il problema della prospettiva. Io le capisco le loro scelte. Non le condivido, ma le capisco. Capisco che ci sono tanti modi di vivere, e quello è uno. Non mi piace, ma lo contemplo. Io ho scelto e scelgo ogni giorno. Per loro invece, è tutto diverso. Non esistono seconde prospettive, non esistono vie di fuga, strade secondarie. Tutto è gabbia eterna, carcere infinito. Prigione costruita a poco a poco, ogni giorno, con una nuova regola o con un nuovo luogo comune, con l’ennesimo pregiudizio. Non si possono salvare certe persone, non si possono recuperare certe situazioni.
Silenzio. Ancora silenzio. Tiro un sospiro di sollievo. Mi guardo intorno e non vedo sbarre.
Sorrido e penso che, per ora, cambierò un po’ me stessa.
Attenuare realtà incomprensibili può attendere.

La mia "Grande Opera"

settembre15

E’ ormai un po’ di tempo che ho in ballo questa tesi sui videogiochi. Ho deciso che prima di dicembre, come si suol dire, “l’ammazzo”. O almeno entro gennaio…
E’ una fatica troppo divertente, mi emoziono, sono iperattiva, per la prima volta in vita mia faccio fatica a smettere di scrivere. Sì, io di solito sono molto stringata ed essenziale. Invece mentre parlo di videogiochi&co mi lascio trasportare dall’emozione.
Oggi, per esempio, ho cominciato una ricerca sull’esoterismo e sulle filosofie quattro-cinquecentesche di alchimisti e maghi. Veramente spettacolare. Poi sto scoprendo un sacco di cose su Giordano Bruno, davvero un tipo notevole, pronto a bruciare pur di non darla vinta a quegli antipatici e prepotenti… Mi si è aperto un mondo, insomma. E sì che non pensavo di arrivare a tanto, voglio dire, pensavo che non sarei andata così a ritroso nella storia… E invece, non si sa mai.

Spero proprio che non mi succeda quello che è successo a Monia… Se qualcuno mi tocca tutto questo su cui sto sudando sangue (è piacevole, ma è pur sempre sangue mio, no?), imbastisco un Antro da strega e gli scaglio contro maledizioni di ogni sorta. E’ meglio non rischiare, funzionano davvero…

My World – Introductionary

settembre15

Benvenuti in un territorio più confuso e sconfinato. Beh, per ora non troppo, però piano si affollerà. Frugate pure alla ricerca di qualcosa che vi interessi e – è ovvio – lasciate un’impronta, un commento, apritemi finestre su nuove visioni, le vostre…

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